Gli uomini della Direzione Investigativa Antimafia di Palermo e Trapani sono impegnati, in territorio di Castelvetrano, nel sequestro di beni riconducibili al capomafia latitante Matteo Messina Denaro. Si stringe sempre di più il cerchio attorno al capomafia, ultimo padrino della Cupola ancora in libertà.
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Il sequestro ordinato dal tribunale di Trapani riguarda le aziende e i capitali sociali di alcune aziende del territorio di Castelvetrano sarebbero riconducibili al boss latitante Matteo Messina Denaro in quanto intestati alla sorella Anna Patrizia e a suo marito, detenuto per mafia, Vincenzo Panicola, 43 anni.I beni, per un valore complessivo di di diverse centinaia di migliaia di euro, sarebbero costituiti da aziende e capitali sociali di alcune aziende: la Vieffegi service, la Vieffegi impianti srl, la So.ro.pa. costruzioni arl, e il compendio aziendale della ditta individuale della sorella del boss, Anna Patrizia Messina Denaro, che si occupa di attività di colture olivicole. Ci sarebbero anche un fabbricato, automobili e rapporti bancari.Pochi mesi fa un altro sequestro di beni sempre riconducibili al boss latitante erano stati bloccati ad un altro cognato di Messina Denaro, Gaspare Como.
Nuove patenti, punti decurtati anche ai minorenni
Nuove patenti di guida, una nuova disciplina che dal 19 gennaio ridisegna le regole per ottenerle: più categorie di patenti, abolito il patentino per i motorini, decurtazione dei punti anche ai minorenni in caso di infrazione. Queste alcune delle novità introdotte da due direttive europee – la 2006/126 e la 2009/113 – recepite nel nostro ordinamento con il decreto legislativo 59/2011 con l’obiettivo di migliorare il livello di sicurezza stradale e la formazione dei conducenti, oltre che di armonizzare e facilitare la libera circolazione di merci e persone in Europa.
Patenti europee, quindi, uguali per tutti i cittadini europei, in formato card, con la foto digitale del conducente. Nuove patenti, pene inasprite e la novità della scadenza che coinciderà, per la guida di ciclomotori, moto e autovetture, con il compleanno del titolare.
Non cambia nulla per coloro che la patente ce l’hanno già, mentre tutti gli altri dovranno scegliere tra nuovi tipi di licenze, che passano da 9 a 15, con sottocategorie che consentono di guidare solo una parte dei veicoli inseriti nella categoria principale, così come mostra la scheda allegata.
Le precedenti categorie C e D vengono sostituite dalla C1 e dalla D1, conseguibili a 18 e 21 anni; per ottenere la C (camion) e la D (autobus) occorre avere rispettivamente 21 e 24 anni.
La patente B1 consente la guida di microcar con massa superiore a 400 kg ed è conseguibile a 16 anni. Per i minorenni viene introdotta la nuova categoria AM, per motorini e microcar, che rimpiazza il Certificato di idoneità guida ciclomotore, il cosiddetto Patentino. La AM potrà essere presa a 14 anni sostenendo un esame identico a quello per la patente A. Anche ai possessori di patente AM verranno tolti i punti per le infrazioni che lo prevedono; nei casi di sospensione della licenza di guida, dovranno sottoporsi alla revisione.
La A1 per le moto 125 di cilindrata si può prendere a 16 anni mentre la nuova A2 a 18 e consente di guidare moto fino a 35 kw. Per avere la A ‘principale’, per la guida di tutte le moto senza limitazioni, occorrono almeno 20 anni ma solo se si ha la A2 da almeno 2 anni, altrimenti occorrono 24 anni.
Sinergie territoriali e collaborazione tra istituzioni per la ricerca delle persone scomparse
Il coordinamento e l’impulso che i prefetti devono promuovere sono stati rimarcati in una circolare del Commissario straordinario Basilone
Con una circolare del 14 gennaio 2013, il Commissario straordinario per le persone scomparse, prefetto Paola Basilone, ha segnalato ai prefetti gli aspetti della legge 14 novembre 2012, n. 203, entrata in vigore il 29 novembre, che costituiscono un elemento di novità nell’ordinamento vigente. La legge, finalizzata a favorire la ricerca delle persone scomparse, costituisce infatti un importante quadro di riferimento sia per le istituzioni coinvolte che per la pubblica opinione, visto anche il recente risalto mediatico determinato dai numerosi casi trattati dalla cronaca giudiziaria.
CHIUNQUE PUO’ FARE DENUNCIA
Il primo aspetto di rilievo riguarda quei casi nei quali, qualora si abbia ragione di temere che dalla scomparsa possa discendere un pericolo per la incolumità personale dell’interessato, è data facoltà a chiunque, non solo ai diretti familiari, di sporgerne denuncia.
L’ufficio di polizia promuoverà l’immediato avvio delle ricerche, informandone il prefetto per il tempestivo e diretto coinvolgimento del Commissario straordinario per le persone scomparse. Il prefetto intraprenderà le iniziative del caso anche con il concorso degli enti locali, del Corpo nazionale dei vigili del fuoco e del sistema di protezione civile, delle associazioni di volontariato sociale e di altri enti, anche privati, attivi sul territorio. Sentiti l’Autorità Giudiziaria e i familiari dello scomparso, il prefetto valuterà l’eventuale coinvolgimento degli organi di informazione.
La previsione del rapporto con gli organi d’informazione rappresenta un’importante modalità operativa da perseguire, vista la ricaduta positiva che talune informazioni possono avere per favorire le ricerche. La normativa ha voluto poi rimarcare la centralità del ruolo del prefetto quale raccordo di tutte le forze in campo a livello provinciale, responsabilità collaudate da tempo anche in altri delicati settori.
IL SISTEMA RICERCA SCOMPARSI
Altro aspetto di rilievo segnalato dalla circolare è quello della corretta alimentazione del sistema d’indagine dal quale si origina il sistema Ricerca Scomparsi RI.SC., contenente tutte le informazioni più significative sulla persona scomparsa, in grado di supportare le indagini anche per l’utilizzo della funzione di matching con i dati relativi ai corpi rinvenuti e rimasti senza identità. Per la corretta tenuta del sistema, il denunciante viene obbligato, in caso di ritrovamento della persona scomparsa, a darne immediata comunicazione.
Sarà stimolato, anche con la collaborazione del Tavolo Tecnico interforze, la messa a punto di un sistema nazionale per la ricerca di persone scomparse per facilitare, con l’utilizzo delle tecnologie informatiche, interventi omogenei su tutto il territorio nazionale. Per questo fine, potrebbero essere utili, per esempio, la istituzione in sede provinciale di tavoli di confronto non solo con le Forze dell’ordine ma anche con gli altri soggetti istituzionali, quali i responsabili degli enti locali e gli uomini e i mezzi della polizia locale. Si potranno organizzare corsi di addestramento e di formazione per la costituzione di squadre specializzate, programmare momenti di incontro con esperti della materia, coinvolgere le associazioni dei familiari delle persone scomparse.
Calevo: «Questa era la mia prigione »
LERICI (La Spezia) – L’Andrea di prima non si faceva domande davanti alla luce spenta fuori casa. Adesso si guarda attorno cento volte prima di scendere dall’auto. Quell’Andrea non aveva fretta di riavere un cane dopo la morte di Argo, il suo vecchio alano. Ora vuole due pastori tedeschi e il più in fretta possibile. Prima del 16 dicembre gli sembrava superfluo un sistema che illuminasse la casa dall’esterno. Adesso ne vuole uno che si attivi con il telecomando. Ma vuole anche andare a vivere da solo, ha in mente un viaggio in Africa con un suo amico d’avventura e gli piacerebbe risistemare l’azienda da capo a piedi.
L’Andrea Calevo del 2013 è tutto questo e molto altro ancora. Ha 31 anni ed è una fabbrica di idee per il futuro, di cose da fare, fare, fare… Ma ha anche scoperto cos’è la paura di morire e cosa conta davvero quando non sai se ci sarà altro tempo da vivere. «E queste sono cose che segnano, è inutile fare finta e dire che non ci penso mai» ammette.Rapito la sera del 16 dicembre e liberato la mattina del 31. Quindici giorni nelle mani di due italiani (Pier Luigi Destri, 70 anni, e il nipote ventenne Davide Bandoni) e di un gruppetto di giovani albanesi. «Ricordo che ho pensato al mio amico Antonio, come prima cosa, quando ho saputo di essere un sequestrato. Il giorno prima del rapimento lui partiva per un viaggio in jeep e il programma prevedeva un passaggio in Sudan. Salutandolo gli avevo detto “guarda che in quei posti lì ti rapiscono”. Manco a dirlo… hanno rapito me a Lerici!».
Alle spalle della scrivania di Andrea c’è un quadro enorme che mostra uno scorcio della sua Lerici. «Quest’angolo, il castello, questo pezzo di mare… è un posto bellissimo» dice. «Queste case qui non esistono più», indica, «erano del mio bisnonno e le hanno buttate giù durante la guerra. È stato lui a mettere in piedi l’azienda nel 1888». I Calevo vendono materiali edili e Andrea giura di non aver mai desiderato fare altro che questo: «Mio padre è morto nel ’97 sotto i ferri durante un’operazione chirurgica, io ero un ragazzetto. Ricordo lo choc di quella notizia e l’idea, immediata, che avrei continuato io al posto suo. Sono diventato geometra, poi la laurea in Economia e commercio e adesso eccomi qui».
Il viavai di camion, furgoncini, carpentieri, falegnami, sembra divertirlo. Risponde al telefono mentre dà indicazioni ai suoi operai su questo o quello, decide misure, ordini. «Mi sono sempre occupato di queste cose, per me è facile» annuncia prima di mettersi a disegnare su un foglietto la sua prigione. La penna rossa traccia i muri, il letto, la catena, la lampadina, l’altezza. Una cella ricostruita con la precisione di un «tecnico»: «Era alta due metri e dieci, qui c’era una paretina di legno spessa 25 centimetri, qui invece era tutto cemento armato… Facevo flessioni e piegamenti e poi ogni giorno mille giri della stanza, ho fatto il conto: più o meno cinque chilometri, per non lasciarmi andare». Ai suoi rapitori ci pensa mai? «Diciamo che se avessi davanti il vecchio gli direi che è un uomo spregevole, non solo perché mi ha rapito ma anche perché ha plagiato dei ragazzini. A suo nipote direi: “Svegliati, fa qualcosa, prova a salvarti”, poveretto… era proprio fuori di testa. Faceva il duro ma non lo era». Si ferma davanti a un pensiero: «Mi hanno detto di non difenderlo troppo, perché sennò magari intenerisco i giudici». Cerca parole più adatte: «Quel ragazzo – dice – deve pagare per quello che ha fatto, è chiaro. Ma spero che alla fine lo recuperino».
MISSONI. Aereo scomparso. I familiari: “Aitutateci a trovarli”
Aiutateci a trovarli.
E’ l’appello dei figli di Vittorio Missoni e delle altre persone che, lo scorso 4 gennaio, sono scomparse in mare a bordo di un aereo che da Los Roques avrebbe dovuto raggiungere Caracas.
Hanno creato anche una mail, troviamoli@gmail.com, alla quale chiedono di ricevere anche la minima informazione disponibile.
Degli scomparsi, Vittorio Missoni, Maurizia Castiglioni, Elda Scalvenzi, Guido Foresti e dei due piloti venezuelani Hernan Jose Machan e Juan Carlos Milano, non si ha alcuna notizia da ormai tre settimane, nonostante il Governo venezuelano stia mettendo in campo un ingente quantitativo di uomini e mezzi, con il supporto del governo italiano.
Cosa sia successo durante il volo non è ancora stato chiarito. Unica cosa certa sono le coordinate geografiche che segnano il punto in cui l’aereo è sparito dai radar.
«Ogni dettaglio puo essere utile» affermano i familiari degli scomparsi. «Ogni giorno ci domandiamo se per caso ci siano ulteriori informazioni che possano essere utili alle ricerche. Chiunque, in quella data, si sia trovato in quella zona a terra, in mare o in aereo, potrebbe aver notato qualcosa, pensando che fosse un elemento di nessuna importanza. Per noi e per le indagini qualsiasi dettaglio si possa aggiungere, è fondamentale».
Giallo sull’arresto di Fabrizio Corona L’ex re dei paparazzi preso a Lisbona
Fabrizio Corona, l’ex agente dei paparazzi dei vip, si è costituito a Lisbona. Corona era latitante da venerdì dopo essersi sottratto, a Milano, a un provvedimento di arresto. L’indiscrezione emerge da fonti vicine alle indagini. Secondo la polizia italiana, investigatori della Squadra mobile erano in Portogallo da alcuni giorni, e stavano già sulle sue tracce. “Più che costituito si è arreso”, è il commento dei vertici milanesi della Questura.
L’ex fotografo, sentendosi ormai catturato, ha dato un appuntamento per consegnarsi agli agenti portoghesi, a cui si sono affiancati gli investigatori italiani, e lo ha fatto nella stazione ferroviaria metropolitana di Queluz. Corona durante l’arresto è apparso in preda a un evidente sconforto, era in lacrime. Sulle tracce del fuggitivo c’erano da giorni gli uomini della polizia di Milano e quelli dell’Interpol. Al fermo ha partecipato anche la polizia portoghese.L’arresto di Corona ha immediatamente cancellato le polemiche emerse nei giorni scorsi dopo la fuga. Gli inquirenti che coordinano le indagini hanno già telefonato agli investigatori milanesi per complimentarsi dell’operazione.Già da sabato la polizia sapeva che si trovava a Lisbona
Già da sabato gli investigatori avevano raccolto elementi utili sulla probabile presenza di Fabrizio Corona a Lisbona. A confermare l’ipotesi portoghese le indagini su alcuni amici del fuggitivo, che la scorsa notte sono sottoposti a controllo, anche presso le loro abitazioni.
Già da sabato gli investigatori avevano raccolto elementi utili sulla probabile presenza di Fabrizio Corona a Lisbona. A confermare l’ipotesi portoghese le indagini su alcuni amici del fuggitivo, che la scorsa notte sono sottoposti a controllo, anche presso le loro abitazioni.
Corona studiava da giorni la fuga, in auto non era solo
Era stata preparata almeno con due giorni di anticipo la fuga di Fabrizio Corona. E’ il sospetto degli inquirenti che, da Torino, hanno seguito le ricerche del fotografo. Sembra infatti che un collaboratore di Corona, il mercoledì precedente alla condanna, gli abbia comperato un Tom Tom per l’automobile usata per il viaggio. Corona non era solo nella fuga, ma era accompagnato da un uomo.
Finte lacrime, il prefetto nella bufera: “Era una risata nervosa, sono emotiva”
“MA quale finzione… Io davanti alle macerie della Casa dello studente ho pianto veramente e chi c’era quel giorno lo sa, lo ha visto. La risata? Sono stata fraintesa. La mia era una reazione emotiva al telefono, nient’altro. Quella dell’Aquila per me era una situazione nuova, un’esperienza del tutto diversa. Chi non ci ha vissuto non può capire. Avevo paura, e al telefono con un amico ho avuto una reazione emotiva. Ma so bene che ciò che posso dire io adesso, in questo momento vale poco, sono le persone dell’Aquila che mi hanno conosciuto in questi anni che devono parlare e raccontare chi sono veramente”.
Nel pieno della bufera che l’ha investita – con giornali, televisioni e siti internet che ripetono di continuo la notizia della sua falsa commozione davanti alle macerie dell’Aquila, delle sue risate nel raccontare al telefono la scena del suo insediamento nella città terremotata con tanto di corona di fiori davanti alla Casa dello studente in memoria delle vittime del terremoto – l’ex prefetto dell’Aquila Giovanna Iurato al telefono ha un tono di voce dimesso. Quasi sussurra, tra il silenzio e il pianto. Non inveisce, non si inalbera, non grida al complotto. Non nega. Ma, dopo i primi minuti di esitazione (“Guardi non sono in grado, non me la sento, non insista…”) prova a spiegare e a rispondere.
Leggi l’intervista su www.repubblica.it
CATTURATI BARTOLOMEO GAGLIANI E PIETRO ESPOSITO
E’ durata due giorni la fuga di Bartolomeo Gagliano e Pietro Esposito, due soggetti pericolosissimi che avevano approfittato dei loro permessi premio per far perdere le loro tracce.
Il primo a fuggire, lo scorso 18 Dicembre, dal carcere di Marazzi, a Genova, è stato il serial killer Bartolomeo Gagliano, catturato in Francia. Rintracciato lo stesso giorno anche l’ex camorrista e collaboratore di giustizia Pietro Esposito, che non era rientrato nel carcere di Pescara allo scadere delle otto ore, concesse dal Giudice di Sorveglianza per andare a trovare la madre.
Bartolomeo Gagliano, 55 anni, è ritenuto responsabile di ben tre omicidi, avvenuti tra il 1981 e il 1989. La prima ad essere stata uccisa dall’uomo fu Paolina Fedi, una prostituta di 23 anni, uccisa con dei colpi alla testa in un’area di servizio dell’autostrada A10 Genova-Savona. Per questo omicidio il serial killer fu condannato a otto anni di manicomio criminale a Mantelupo Fiorentino, dal quale, però, evase nel 1989. Una volta libero, assassinò un transessuale uruguayano, Nahir Fernandez Rodriguez, un travestito, Francesco Panizzi e tentò di uccidere un’altra prostituta, che però riuscì a sopravvivere. Nel corso degli anni ’90 Gagliano alternò evasioni, nuovi arresti e reati, ma uscì definitivamente dal sistema degli ospedali psichiatrici nei primi anni del 2000, per un miglioramento delle sue condizioni di salute mentale. Secondo la ricostruzione Gagliano, verso le sei del mattino di mercoledì, si sarebbe avvicinato a un uomo che stava facendo consegne per il panificio in cui lavora e, minacciandolo con una pistola, lo avrebbe costretto a risalire in auto per farsi accompagnare a Genova e proseguire la sua fuga da solo.
Per ritrovare Gagliano gli investigatori hanno utilizzato il “modello Calevo”, ovvero un mix di intelligence ed elicotteri, per sorvegliare strade ed autostrade. Dopo giorni di ricerche, con grande gioia, lo scorso 20 Dicembre il Ministro della Giustizia, Annamaria Cancellieri, ha annunciato che il pericoloso serial killer è stato fermato dagli uomini della Gendarmerie francese per le strade di Mentone, in Francia. La polizia italiana ha invece trovato e arrestato a Forlì Pietro Esposito, fedelissimo del clan De Lucia e stretto alleato dei Di Lauro, che era in carcere per la condanna definitiva a causa di una sua precedente evasione.
Il pentito era stato condannato a sei anni e 4 mesi di reclusione, già scontati, perché colpevole di due omicidi, tra cui quello della 23enne Gelsomina Verde, torturata ed uccisa nel 2004, poiché legata ad un elemento degli scissionisti. Esposito attirò in trappola la ragazza per portarla da Ugo De Lucia, killer del clan Di Lauro, che la seviziò per indurla a rivelare il nascondiglio dello scissionista Enzo Notturno. Gelsomina, però, non fu in grado di fornire notizie e per questo fu uccisa con tre colpi di pistola e bruciata nella sua auto. A Esposito fu inflitta una pena di sette anni e quattro mesi di reclusione in primo grado, poi ridotta a sei anni e nel frattempo diventò anche collaboratore di giustizia, aiutando gli inquirenti ad individuare gli altri responsabili dell’omicidio e a far scattare l’ordinanza di custodia nei confronti del boss Paolo Di Lauro.
Queste due evasioni hanno scatenato numerose polemiche, riguardanti soprattutto i permessi premio che, secondo alcuni, vengono concessi con troppa facilità dai magistrati di sorveglianza. Ma la legge al riguardo è molto chiara: le norme sull’ordinamento penitenziario (art. 30 ter L. 26 Luglio 1975, n.354), infatti, consentono, ai condannati che hanno tenuto regolare condotta e non risultano particolarmente pericolosi, di richiedere un permesso premio ogni 15 giorni, per poter coltivare interessi affettivi, culturali o di lavoro. I permessi premio sono inoltre ritenuti fondamentale passaggio per il trattamento educativo attraverso il quale si realizza il principio di rieducazione della pena, sancito dall’art 27 della Costituzione.
Delitto di Lignano, fratello e sorella si accusano E i verbali rivelano: buttati in mare i coltelli
Lui è nel carcere dell’Avana e accusa la sorella. Lei, rinchiusa a Trieste, ricambia la cortesia. I due sono fratello e sorella, cubani, Reiver Laborde Rico e Lisandra, entrambi coinvolti nell’omicidio dei coniugi Paolo Burgato e Rosetta Sostero, massacrati il 19 agosto a Lignano Sabbiadoro.
“Io c’ero quella sera ma i signori Burgato li ha uccisi mia sorella Lisandra”, dice il fratello agli ufficiali della polizia cubana, come scrive il “Corriere della Sera”. E Lisandra replica da Trieste: “Io c’ero ma a uccidere è stato mio fratello Reiver”. I due risultano dunque entrambi rei confessi, ma soltanto a metà. Reiver e Lisandra ammettono di aver architettato insieme la rapina dei coniugi e di averli poi aggrediti. Ma chi li ha materialmente uccisi? Su questo punto i due si scaricano vicendevolmente addosso la responsabilità.Non si tratta di una strategia per evitare la condanna, che è ormai scontata per entrambi. In gioco c’è però l’entità della pena. L’avvocato di Lisandra, Carlo Serpelloni, dice che potrebbe esserci spazio per individuare un “reato diverso da quello voluto”, mentre il legale di Reiver, Marco Florit, ipotizza: “Si potrebbe giocare sulla premeditazione” e quindi la non partecipazione al massacro potrebbe far cadere, appunto, la premeditazione.
Sull’altro fronte però gli inquirenti sono certi di poter dimostrare che Lisandra e Reiver erano pressenti entrambi sul luogo del delitto “e questo sarà sufficiente a scongiurare scappatoie”.
Reiver e Lisandra, le due versioni del delitto
Arrivano inoltre altri passaggi dell’interrogatorio di Reiver, che crolla e, davanti alla polizia cubana e agli inquirenti italiani, ammette: “Volevamo fare una rapina e abbiamo scelto i signori Burgato perché in giro si diceva che avevano dei soldi in casa”. E infatti c’erano 40mila euro nascosti dietro un battiscopa, 12mila nell’armadio, 60 milioni di vecchie lire in soffitta. Ecco allora il piano: il viso nascosto dietro i passamontagna, guanti neri, un coltello da cucina, due serramanico e un’altra arma, fratelli e sorella aspettano all’esterno della villetta i coniugi, che stanno rientrando, e li portano dentro casa.
Reiver racconta di aver intimato loro di consegnare i soldi, tenendoli in bagno, mentre la sorella cercava, inutilmente, il denaro nelle altre stanze. Loro negavano di avere soldi in casa, ed ecco quindi che scatta l’aggressione, culminata nel massacro. Lisandra rivela che il signor Burgato aveva riconosciuto il fratello e che a quel punto “lui non ci ha visto più”. Ma Reiver ha una versione diversa: “Non mi sembra che mi abbia riconosciuto. Io tenevo Burgato, che poi è finito a terra. Lisandra ha colpito prima la donna e poi l’uomo. Io sono andato via e lei mi ha seguito”.
I coltelli buttati in mare
Poi, i due si tolgono i vestiti sporchi di sangue, infilano tutto in uno zainetto, si buttano in mare dove gettano i coltelli. Martedì mattina i sommozzatori andranno a cercare l’arma del delitto esattamente nel luogo indicato da Reiver. Il caso del delitto di Lignano non è ancora chiuso.
Il mistero di una persona sull’auto del marito. Il supertestimone del caso Ragusa
«Sull’auto di Antonio Logli, la notte del delitto, c’era un’altra persona, che però non ho riconosciuto». Parola di supertestimone che, secondo le indiscrezioni filtrate dalle indagini, avrebbe testimoniato (con tanto di firma del verbale davanti al magistrato) di aver visto il marito di Roberta Ragusa, 44 anni, la mamma scomparsa il 13 gennaio a Gello, una frazione di San Giuliano Terme (Pisa), uscire di casa intorno alle 1 di notte, particolare che se accertato smentirebbe il racconto dell’uomo che ha sempre detto di essere andato a dormire e di essersi accordo della sparizione della moglie soltanto la mattina.
LE INSIDIE – E’ un sentiero minato quello che stanno percorrendo in questi giorni gli investigatori; pieno d’insidie (i molti millantatori) ma anche capace di portare alla verità e risolvere finalmente un giallo apparentemente inestricabile che dura da più di un anno. La sensazione però è che una svolta sia veramente dietro l’angolo. Il procuratore di Pisa, Ugo Adinolfi, convinto di trovarsi di fronte a un omicidio premeditato e non d’impeto, ha lanciato un appello («Se qualcuno quella notte ha visto qualcosa ce lo faccia sapere») e intanto gli investigatori stanno cercando di ricostruire il mosaico ancora troppo frammentato delle testimonianze a disposizione e dei pochi indizi. Ammesso e non concesso che il supertestimone, un vicino di casa, abbia preso un abbaglio, adesso la domanda sulla quale si concentrano gli investigatori è una sola: chi c’era su quell’auto accanto ad Antonio Logli, 49 anni? L’amante Sara, 29 anni? Un parente?
IL MISTERO – O addirittura Roberta uscita insieme al marito per chiarire una volta per tutte il loro rapporto ormai in crisi e segnato dai continui tradimenti del marito? Altri testimoni, ai quali però i carabinieri danno meno valore, avrebbero visto una donna non identificata dopo le 1 di notte scendere da un’auto e salire su una Citroen C3 grigia. Qualcuno avrebbe poi riportato le parole di un altro ipotetico testimone che per due volte, la notte del 13 gennaio del 2012, avrebbe visto Logli uscire di casa a bordo della sua Escort verde station wagon. L’avvocato di Antonio Logli, Roberto Cavani, ancora una volta parla di fantasie di millantatori e di un’inchiesta a senso unico. «Perché non si è indagato anche su un possibile allontanamento volontario della signora? E soprattutto per quale motivo non si è investigato sull’ipotesi del suicidio?», si chiede il legale.
LA DIFESA – Poi la difesa di Logli svela un po’ della sua eventuale strategia difensiva. «Durante questi mesi abbia raccolto elementi capaci di dimostrare l’eventuale estraneità dei mio assistito al presunto omicidio. Aspettiamo la conclusione delle indagini, ma se il pm vorrà ascoltarci noi siamo pronti». Intanto la prossima settimana dovrebbero ripartire le ricerche del corpo della donna. Sarà scandagliato anche il lago di Massaciuccoli di Puccini, quello di Massaciuccoli a pochi chilometri da Gello.














