Droga: operazione “Sesse’ 2” nella Locride, 11 arresti

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Sette persone sono state arrestate e condotte in carcere dai carabinieri del Nucleo operativo di Roccella Jonica ed altre 4 sono finite ai domiciliari, nell’ambito di un’operazione denominata “Sesse’ 2” che vede impegnati oltre 200 militari con l’aiuto di unita’ cinofile antidroga e delle unita’ speciali dei Cacciatori di Calabria, tuttora impegnati in posti di controllo e posti di blocco. Le perquisizioni a carico di soggetti coinvolti sono 32.
L’indagine trae origine da un’altra avviata nel dicembre 2010 dal Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Roccella Jonica (RC), a seguito del ritrovamento dell’agenda personale di un soggetto coinvolto in una precedente indagine (la prima “Sesse'”, in cui furono arrestate 12 persone). In quel caso fu possibile delineare un quadro chiaro sull’attivita’ di spaccio su buona parte della costa Jonica della Locride, partendo dal popoloso comune di Marina di Gioiosa Jonica. Alcuni degli indagati, nonostante fossero gia’ sottoposti a misure cautelari per reati in materia di droga, hanno proseguito la loro attivita’ criminale, altri hanno preteso da giovani tossicodipendenti prestazioni sessuali come pagamento per la cessione di sostanze stupefacenti. Sono state quindi notificate, 7 ordinanze di custodia cautelare in carcere; 4 ordinanze di custodia cautelare agli arresti Domiciliari; 3 sottoposizioni all’obbligo di dimora e 2 all’obbligo di presentazione alla p.g..

Tragedia di Lecco, il papà: “Ha ucciso le mie figlie, non la perdonerò mai”

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Era una brava madre, eppure ha ucciso le mie bambine. Non potrò mai perdonarla”.

Parla così, al suo ritorno dall’Albania in Italia dopo la strage di Edlira Copa che ha ucciso le sue tre figlie, Bashkim Dobrushi, ex marito della madre assassina e padre di Simona, Keisi e Sidny.

“Non voglio neppure provare a capirla”, dice, appena arrivato a Lecco, periferia sud, dove fino a qualche mese fa viveva con la sua famiglia.

Bashkim era appena partito per l’Albania con la sua nuova compagna, una ragazza più giovane che voleva presentare alla sua famiglia d’origine. Ad avvertirlo era stato il fratello, che al telefono gli aveva detto: “Devi rientrare, c’è un problema. I carabinieri dicono che devi rientrare”. A quel punto, lui ha subito intuito, come racconta un amico. “Le ragazze? E’ successo qualcosa alle mie figlie?”, ha subito chiesto.

E ancora: “Le mie bambine erano meravigliose e lei era una brava madre. Brava come tutte le madri. Anche se avevamo spesso litigato, anche se non andavamo più d’accordo, non avrei mai immaginato che potesse fare del male a quelle bambine. La vedevo sempre, quasi tutti i giorni”.

Intanto, Elira è stata ancora perata per le conseguenze della ferita all’addome che si è procurata nel tentativo di suicidio. La donna non era in cura per patologie psicologiche e non risulta che abusasse di farmaci. Saranno ora gli psichiatri a dover chiarire i disturbi che l’avevano fatta credere che le sue figlie fossero destinate a “un futuro di miseria e di prostituzione”. Tanto da affermare, dopo il triplice omicidio: “Ho fatto la cosa giusta”.

Sorelline uccise dalla mamma a Lecco, una di loro provò a chiamare il 112

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Una chiamata arrivata ai centralini del 112 di Lecco nella notte tra sabato e domenica, poco dopo le due e un quarto. L’operatore riesce a distinguere solo urla e voci concitate: alla cornetta non risponde nessuno e dopo pochi secondi la telefonata si interrompe. Proprio in quei minuti, a Lecco, Edlira Dobrushi, 37 anni, stava uccidendo le tre figlie: a chiamare i soccorsi sarebbe stata una delle tre giovani vittime.

Proprio in quegli istanti, riporta il Corriere della Sera, un vicino sentì provenire delle urla dall’appartamento della famiglia e uscì sul pianerottolo. L’uomo decise però di non chiamare i carabinieri: “Non era la prima volta che accadeva e non mi sembrò strano”. Passeranno altre quattro ore prima della chiamata al 118 da parte di un altro vicino, l’uomo a cui la madre ha bussato, sotto shock e ricoperta di sangue, all’alba di domenica.

La donna è ora piantonata in ospedale, dove è stata ricoverata, ferita e in stato confusionale, dopo aver tentato il suicidio. Nelle prossime ore gli investigatori dovrebbero interrogare il marito, Bashkim Dobrushi, padre delle tre bimbe uccise. L’uomo, che aveva iniziato una relazione con un’altra donna, era tornato in Albania.

E intanto dai social network emergono le ultime frasi postate da Simona Dubroshi, la maggiore delle tre sorelle uccise. Una ragazzina sveglia, che non aveva paura a rispondere a tono anche alle domande più scomode. Come quando qualcuno, su Ask.fm, le chiese: “Come distinguere una persona buona da una cattiva?”. E lei: “Come fai a distinguere un piatto buono da uno cattivo? Assaggiandolo, no? Quindi bisognerebbe conoscerla quella persona, prima di giudicare”. Sul sito, così come su Facebook, non era registrata con il suo vero nome, ma come Simona Gomez, in omaggio all’attrice e cantante Selena Gomez, che era il suo idolo insieme a Justin Bieber.

Una tredicenne determinata che, ignorando cosa le avrebbe riservato il futuro, alla domanda “Cosa faresti oggi se non ci fosse un domani?” rispondeva “Cercherei di realizzare i miei sogni”. Oggi resta solo un grande vuoto, e la disperazione di chi la conosceva. Su Facebook la cugina, registrata come Olivia, la ricorda così: “Eri la cugina migliore di sto mondo.. come hai potuto lasciarmi in questa merda? cos’hai fatto di male per esserti capitato ciò? già mi manchi e le lacrime che sto buttando ora nemmeno te le immagini”.

Sardegna, trovato cadavere di donna senza testa sulla spiaggia

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Il cadavere di una donna, senza testa, è stato ritrovato nella notte sulla spiaggia di Scivu, nel Comune di Arbus (Medio Campidano), sulla costa sud-occidentale della Sardegna. Il corpo sarebbe stato portato dalle onde del mare. Dai primi riscontri del medico legale la morte potrebbe risalire a circa due-quattro mesi fa.

A scoprire il corpo sono stati i carabinieri della compagnia di Iglesias, intervenuti dopo una segnalazione al 112. Sul posto sono giunti anche gli uomini della Capitaneria di porto di Oristano. I militari hanno avviato le indagini per cercare di ricostruire quanto accaduto. Su disposizione dell’autorità giudiziaria è stata posta sotto sequestro la salma e disposta l’autopsia.

Dall’esame medico legale si dovrebbero stabilire le cause del decesso e le modalità, mentre dall’esame del Dna si dovrebbe risalire all’identificazione della vittima, probabilmente straniera. Intanto sono state attivate le procedure che interessano le Capitanerie di porto italiane, francesi e spagnole per appurare se negli ultimi giorni sono state lanciate da comandanti di imbarcazioni degli sos per persone cadute in mare.

La mancanza della testa dovuta all’aggressione dei pesci – Il cadavere  della donna potrebbe non avere la testa a causa dell’azione del mare e della sua fauna. La parte mancante potrebbe essere stata strappata dopo che la fauna marina ne ha distrutto i tessuti molli. Il lavoro di identificazione risulta ancora molto difficile poiché il cadavere è in avanzato stato di saponificazione.

Sul corpo non ci sono segni di violenza – Sul cadavere della vittima non sarebbero stati riscontrati segni di violenza. Per i medici legali potrebbero essere stati cancellati dall’azione del mare o comunque essere stati nelle parti mancanti (come un eventuale colpo di pistola).

Marghera, donna muore travolta dal rimorchio di un tir guidato dal figlio

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Una donna è morta in un incidente accaduto in via dell’Azoto, a Marghera (Venezia). E’ finita sotto il rimorchio di un tir in manovra guidato dal figlio. Sul posto sono stati chiamati i vigili del fuoco, ma quando la squadra è giunta la vittima era già deceduta. I due si erano lasciati in ufficio dopo il disbrigo di alcune pratiche nell’azienda di trasporti del figlio.

L’uomo stava preparando il tir con il rimorchio sul piazzale della ditta e non si sarebbe accorto della madre che usciva. La tragedia è avvenuta verso le 19 nel cortile della sede della “Bottazzo eredi Walter”, azienda a conduzione familiare che si occupa di trasporti e logistica.

Secondo il quotidiano La Nuova Venezia, “pochi minuti prima due contitolari, figlio e mamma, avevano finito di preparare i documenti per la spedizione”. Il mezzo era stato messo in moto dal figlio che aveva iniziato a fare manovra nel cortile. Non si capisce se la donna si sia fermata per sbrigare altro formalità oppure per un malore. Il figlio non l’ha più vista presumendo che lei fosse tornata in ufficio e ha mosso l’autoarticolato, ma il rimorchio ha colpito la donna, investendola e schiacciandola.

Ilva:Pm Taranto chiedono processo per 53, anche Vendola

ROMA: RIUNIONE NAZIONALE DI SINISTRA ECOLOGIA E LIBERTA' CON NICHI VENDOLAda Ansa.it

La Procura della Repubblica di Taranto ha chiesto all’ufficio del gip il rinvio a giudizio per 50 persone e tre società nell’inchiesta sul disastro ambientale che sarebbe stato causato dall’Ilva. Tra coloro che rischiano il processo, oltre alla famiglia Riva, c’è il governatore della Puglia, Nichi Vendola, accusato di concussione aggravata.

La richiesta di rinvio a giudizio, firmata dal procuratore, Franco Sebastio, dal procuratore aggiunto, Pietro Argentino, e dai sostituti procuratori Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile, Remo Epifani e Raffaele Graziano, riguarda tutti i 53 indagati ai quali il 30 ottobre scorso era stato notificato dalla Guardia di finanza di Taranto l’avviso di conclusione delle indagini preliminari. Oltre ad Emilio, Fabio e Nicola Riva e a Vendola, la richiesta riguarda vertici vecchi e nuovi dell’Ilva prima del commissariamento, un assessore regionale (Lorenzo Nicastro), un deputato ed ex assessore della Puglia (Nicola Fratoianni), consiglieri regionali, l’ex presidente della Provincia di Taranto Giovanni Florido, il sindaco del capoluogo ionico, Ippazio Stefàno, dirigenti e funzionari ministeriali e della Regione Puglia, un poliziotto, un carabiniere, un sacerdote, nonché uno stuolo di dirigenti ed ex dirigenti del Siderurgico tarantino. Tra questi figurano i cosiddetti ‘fiduciari’, cioè un gruppo di persone non alle dipendenze dirette dell’Ilva che però in fabbrica, secondo l’accusa, avrebbe costituito un ‘governo-ombra’ che prendeva ordini dalla famiglia Riva. Ad 11 indagati la Procura contesta il reato di associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale e a reati contro la pubblica amministrazione, nonché l’avvelenamento di acque e sostanze alimentari. Tra le imputazioni, anche quella di omicidio colposo per due ‘morti bianche’ all’Ilva.

Milano, madre e figlio sgozzati: arrestato l’omicida, ha confessato

milanoda TGCOM24

Un 37enne è stato fermato per l’omicidio della dominicana Libanny Mejia e di suo figlio Leandro, 3 anni e mezzo, sgozzati martedì a Milano. Il fermato, Victor Hugo Menjivar, è un salvadoregno amico di famiglia della vittima che ha confessato il duplice delitto dopo un lungo interrogatorio davanti al procuratore aggiunto Alberto Nobili e al pm Gianluca Prisco. Pare che l’omicida avesse tentato delle avance nei confronti della donna, venendo però respinto.

Stando a quanto ricostruito, il salvadoregno, amico della donna, sposato e con un altro figlio in arrivo, era andato a cena lunedì a casa di lei portando anche suo figlio che giocava spesso con il bimbo della dominicana. La donna era anche amica della moglie del fermato.

Dopo aver mangiato e bevuto, e mentre i bimbi erano in un’altra stanza, l’uomo ha iniziato a tentare un approccio sessuale con lei, ma è stato respinto. Ha insistito a lungo e all’ennesimo rifiuto ha preso un coltello dalla cucina. La donna allora ha cercato di salvarsi la vita offrendosi a lui, ma l’uomo, che come ha detto agli inquirenti aveva perso la testa ed era molto ubriaco, a quel punto l’ha sgozzata.

Ha cercato poi di nascondere il cadavere dietro al divano per non farlo vedere ai bambini, che intanto avevano sentito le urla. Poi la decisione di sgozzare anche il figlio di lei. Dopo il duplice omicidio è uscito dalla casa e ha gettato il coltello in via Primaticcio e, dopo la confessione, l’ha fatto ritrovare agli investigatori.

Tra i particolari emersi dall’interrogatorio è che il fermato quella sera aveva bevuto più di 20 birre. L’uomo avrebbe poi detto agli inquirenti di aver ucciso il piccolo Leandro perché era un testimone scomodo, in quanto aveva visto il 37enne uccidere la donna.

I pm hanno chiesto la convalida del fermo e la custodia cautelare in carcere con le accuse di duplice omicidio volontario aggravato dai motivi abietti e futili e dal fatto che il secondo omicidio, quello del bimbo, è stato commesso per cercare di sfuggire alle responsabilità per il primo. Ora spetterà al gip interrogare il fermato e decidere sulla convalida e la misura cautelare.

‘ndrangheta, blitz della polizia: decine di arresti in Lombardia

blitzda TGCOM24

La polizia ha eseguito circa trenta arresti in Lombardia e in altre regioni italiane al termine di un’indagine nei confronti di presunti appartenenti alla ‘ndrangheta operanti in Brianza. Perquisizioni e sequestri di beni mobili, immobili e società per un valore di decine di milioni di euro.

Gli arrestati sono accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, riciclaggio, usura, estorsione, corruzione, esercizio abusivo del credito, intestazione fittizia di beni e società.

L’organizzazione, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, avrebbe più volte fatto ricorso all’intimidazione e alla violenza mentre in più occasioni sarebbe intervenuta per pacificare i dissidi sorti all’interno della stessa ‘ndrina “locale” o con altre organizzazioni criminali.

A Seveso una vera e propria banca clandestina – Nell’ambito delle indagini, gli investigatori hanno scoperto a Seveso (Monza) una vera e propria banca clandestina, in cui venivano riciclati i proventi delle estorsioni e dell’usura, grazie ad un’ampia rete di società ma anche alla collusione di imprenditori e di impiegati postali e bancari.

I capitali accumulati, hanno inoltre accertato gli inquirenti e gli investigatori, oltre ad essere esportati in Svizzera e a San Marino venivano reimpiegati dall’organizzazione attraverso l’acquisizione di attività economiche nel settore edilizio, negli appalti e nei lavori pubblici, nei trasporti, nella nautica, nelle energie rinnovabili e nella ristorazione.

Secondo gli inquirenti, inoltre, i membri dell’organizzazione avevano anche organizzato una raccolta di denaro per sostenere i familiari di ‘ndranghetisti detenuti.

Allarme antrace Agenzia Entrate Reggio Emilia

agenziada Ansa.it

Allarme antrace ieri mattina all’Agenzia delle entrate di Reggio Emilia. Negli uffici è arrivata una lettera con offese e minacce all’Ente e una bustina trasparente contenente polvere bianche con scritto sopra “Antrace per voi”.

Sono intervenuti i vigili del fuoco, che hanno inviato la busta all’Arpa di Bologna per le analisi. Quattro impiegati sono stati portati in via precauzionale in ospedale e sottoposti alla profilassi prevista in questi casi.

Franceschi morto in carcere A processo medico e due infermieri

daniele franceschida Help Consumatori

Sono passati tre anni da quella morte terribile e misteriosa e durante tutto questo tempo una madre ha lottato con la forza della disperazione, rischiando anche d’essere incarcerata in Francia, per conoscere la verità sulla fine del figlio Daniele Franceschi, 36 anni, carpentiere, padre di una bambina piccola. Adesso tre persone sono state rinviate a giudizio insieme ai vertici amministrativi dell’ospedale francese di Grasse.

INDAGINI – L’accusa è «homicide involontaire», che equivale all’omicidio colposo in Italia, un reato che prevede nel codice francese pene sino a cinque anni di reclusione. Gli incriminati sono il medico del carcere di Grasse (dove Daniele era detenuto perché sorpreso con una carta di credito non valida) Jean Paul Estrade e due infermiere François Boselli e Stephanie Colonna. Ma a livello civile è stato rinviato a giudizio anche tutto il vertice amministrativo dell’ospedale civile di Grasse dove il giovane doveva essere trasportato e ricoverato.

LE PROVE – La svolta nelle indagini, secondo quanto ha dichiarato al Corriere l’avvocato francese Luc Febbraro, si è avuto quando il procedimento penale è stato affidata al giudice Christoph Morgan. Schiaccianti sarebbero le prove contro il medico e i due infermieri di turno il 25 agosto del 2010 quando Daniele accusò l’ultima crisi è morì in cella senza alcun soccorso. Cira Antignano, la mamma coraggio di Daniele (si è incatenata davanti all’Eliseo per chiedere giustizia e ha scritto a Carla Bruni che le ha risposto garantendo il suo impegno) è convinta però che la fine di suo figlio non sia attribuibile solo all’incuria e alla negligenza di un giorno. La signora Cira parla di un diario del figlio con le pagine strappate dove probabilmente erano state annotate le angherie subite e di una lettera scritta poche ore prima della morte da Daniele e nascosta tra le pieghe di un maglione di lana. Nell’ultima missiva, datata 25 agosto 2010, Franceschi scrive alla madre di sentirsi male e di aver deciso di rinunciare al lavoro in carcere anche se, come gli ha detto la psicologa, gli costerà molto.

IL PROCESSO – Intanto da Viareggio si aspetta la data del processo. «Il dibattimento si svolgerà al Tribunale correzionale di Grasse – spiega l’avvocato Aldo Lasagna – che equivale ad una sorta di nostro tribunale collegiale».