Federica Giacomini, esami su corde e fil di ferro con cui era stata legata

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Continuano a tappeto gli esami per riunire i pezzi del puzzle sul delitto di Federica Giacomini. Gli inquirenti non lasciano nulla al caso e faranno esaminare anche corde e fil di ferro con cui lapornostar, originaria di Brescia, era stata legata all’interno della cassa ripescata martedì sul fondo del lago di Garda dai sommozzatori della polizia.

La 43enne, scomparsa da circa 5 mesi, potrebbe anche essere stata sedata o drogata prima dell’omicidio. A rivelarlo sarà presto il Ris, a cui l’Istituto di medicina legale di Padova ha spedito i tamponi effettuati durante gli esami autoptici.

Sull’identità di Federica Giacomini invece ormai non ci sono più dubbi, anche alla luce di alcune sue caratteristiche morfologiche che ne hanno facilitato il riconoscimento (l’assenza della falange del quarto dito della mano destra); ma proseguiranno comunque nei prossimi giorni ulteriori indagini per avere un riscontro più certo possibile anche dal punto di vista del Dna.

Accoltella passanti nel Milanese, Frigatti “era disperato per amore”

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Era disperato” per la fine della storia con la sua fidanzata.

Lo ha raccontato un parente di Davide Frigatti, il 34enne che il 17 giugno ha aggredito a coltellate tre passanti, uccidendone uno, nel Milanese. Sarebbe stata proprio questo sentimento di disperazione ad aver acceso la miccia del raptus omicida nel ragazzo. “Mai, però, ci saremmo immaginati una reazione del genere”, ha aggiunto il familiare.

“Ci ha detto che era un periodo difficile, a causa della fine di una relazione – ha spiegato -. Lunedì sera ha dormito a casa nostra, diceva di aver trovato speranza nella religione, una forza interiore”. “Siamo distrutti – ha concluso -, non troviamo una spiegazione a quanto accaduto”.

Omicidio Yara, arrestato il presunto assassino: è un muratore incensurato con tre figli

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Il suo nome è Massimo Giuseppe Bossetti, ha tre figli, è sposato e vive a Mapello, ed è il presunto assassino di Yara Gambirasio, la tredicenne di Brembate di Sopra uccisa tre anni e mezzo fa.
Il presunto assassino. L’uomo che è stato arrestato è un muratore sposato, ha 45 anni e tre figli. E’ nato da una relazione clandestina tra l’autista Giuseppe Guerinoni (morto nel ‘99) e una donna del luogo, che faceva le pulizie a casa di Yara Gambirasio. Il presunto killer, che ha anche una sorella gemella, è stato identificato grazie al Dna lasciato sul corpo della vittima. L’ultima conferma sull’analisi scientifica era arrivata nell’aprile scorso contenuta nella relazione dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo, la stessa esperta che aveva eseguito l’esame sulla salma della giovane vittima uccisa a Brembate il 26 novembre 2010.

Un normale controllo stradale, ieri sera, durante il quale è stato sottoposto al test dell’etilometro: con questo espediente i carabinieri hanno estratto il Dna di Massimo Giuseppe Dossetti, che è risultato «perfettamente coincidente» con quello trovato sugli slip di Yara Gambirasio.

Nel corso dell’interrogatorio di fronte agli inquirenti nella caserma del Comando provinciale dei carabinieri di Bergamo, Massimo Giuseppe Bossetti si sarebbe avvalso della facoltà di non rispondere. In caserma è stata convocata anche la moglie. L’uomo è titolare di una piccola azienda edile. Gli investigatori gli hanno sequestrato una Volvo.

La scienza non lasciava dubbi: l’autista di Gorno è il padre del presunto killer della 13enne il cui corpo fu trovato esattamente tre mesi dopo la scomparsa in un campo di Chignolo d’Isola. La relazione dimostrava che la probabilità che Guerinoni fosse il padre del cosiddetto ‘Ignoto 1’ è del 99, 9999987 per cento, un dato che era stato estratto dalla polizia scientifica. Una paternità della quale probabilmente nessuno in paese ne era a conoscenza. L’indagine è stata effettuata dalla polizia scientifica insieme con i carabinieri del Ros che hanno incrociato le informazioni e sono arrivati a Massimo Bossetti.

I familiari del fermato. «Non è il momento»: risponde così, al telefono della casa di Mapello, una donna, molto probabilmente la moglie, di Massimo Giuseppe Bossetti.

I vicini di casa di Bossetti. «Un bravo ragazzo, un muratore in proprio che conduceva una vita tranquilla». Così i vicini di casa di Giuseppe Massimo Bossetti. «Non è di qua», tengono a sottolineare i vicini, «è arrivato qui e si è sposato con una ragazza del posto. Speriamo solo che non sia vero», concludono.

La conferma del fermo è arrivata direttamente dal ministro dell’Interno Angelino Alfano. L’uomo è ora in caserma per l’interrogatorio. «Siamo in una fase delicatissima», si è limitato a dire il procuratore della Repubblica di Bergamo, Francesco Dettori.

Il ministro Alfano. «Le Forze dell’Ordine, d’intesa con la Magistratura, – afferma Alfano – hanno individuato l’assassino. Ringraziamo tutti, ognuno nel proprio ruolo, per l’impegno massimo, l’alta professionalità e la passione investiti nella difficile ricerca di questo efferato assassino che, finalmente, non è più senza volto». Complimenti al comandante generale dei carabinieri Leonardo Gallitelli e al capo della Polizia Alessandro Pansa sono arrivati anche dal presidente del Consiglio Matteo Renzi che li ha ringraziati per l’impegno dei loro uomini eper la grande sinergia nelle indagini che hanno portato al fermo. «L’Italia è un Paese dove chi uccide e chi delinque viene arrestato e finisce in galera – ha aggiunto Alfano – Può passare del tempo o può finirci subito. Ma questo è il destino che attende i criminali. Oggi, due successi che dedichiamo ai familiari delle vittime e agli italiani onesti».

Le indagini – Il presunto assassino di Yara Gambirasio ha 45 anni, è sposato e ha tre figli. Vive a Mapello, un paese vicino a Brembate. Lo stesso luogo dove si sono concentrate a lungo le indagini perché proprio lì si spegne definitivamente il cellulare di Yara. Sempre a Mapello si trova il cantiere dal quale sono partite le indagini che avevano portato sulle tracce, poi risultate sbagliate, del lavoratore immigrato.

Il sindaco di Brembate Sopra. «Se è vero siamo felici, era un atto dovuto alla famiglia e a tutta la comunità». Lo ha detto all’ANSA il sindaco di Brembate Sopra (Bergamo). «Da quando è scomparsa da casa, a Brembate, e da quando è stata trovata uccisa a Chignolo Po (Bergamo), attendevamo questo momento. Ringrazio tutti quelli che hanno messo tante risorse in campo per arrivare a questo risultato».

Il parroco. «Penso a questa persona. Spero che ora non prevalgano sentimenti di vendetta nei suoi confronti. Questa comunità in questi anni è stata molto matura. Pur impaurita e ferita non ha ceduto a sentimenti di vendetta. Il papà di Yara mi ha detto che se lei è morta è perchè noi diventassimo più buoni. Se ora questa notizia verrà confermata cosa facciamo nei confronti del presunto assassino? Invochiamo la pena di morte? No, certo. A me interessa che Yara sia stata e continui ad essere un dono per la nostra comunità». Queste le prime parole di don Corinno Scotti, il parroco di Brembate di Sopra, alla notizia dell’individuazione dell’assassino di Yara Gambirasio, date al sito di Famiglia Cristiana. «Ho tirato un sospiro di sollievo ma ancora non so nulla di preciso», dice. «Proprio quindici giorni fa abbiamo inaugurato qui in oratorio un monumento in ricordo di Yara che ho voluto chiamare stele di luce. Perchè comunque andrà a finire questa dolorosa vicenda Yara è così che deve essere ricordata: come un dono, un dono prezioso».

L’avvocato di Fikri. Per Mohamed Fikri, il marocchino che era stato fermato qualche giorno dopo la scomparsa di Yara Gambirasio, rilasciato dopo 2 giorni e definitivamente scagionato dall’accusa di omicidio poco più di un anno fa, il fermo del presunto assassino della ragazza «è una ulteriore riabilitazione, perchè c’era qualcuno che ancora nutriva dubbi nei suoi confronti». Lo ha spiegato il suo legale, l’avvocato Roberta Barbieri.

Strage di Motta Visconti, il marito ha confessato: amava una collega

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In caserma, Lissi è stato sentito per ore, con gli investigatori che non hanno mai smesso di confrontare le sue dichiarazioni con quelle di parenti e testimoni. Alla fine la confessione: ha ucciso perché travolto dalla passione per una collega. Le ultime parole della moglie, mentre lui la colpiva: “Carlo perché mi fai questo?”

E’ stato fermato con l’accusa di triplice omicidio Carlo Lissi, il marito di Cristina Omes, la donna trovata uccisa con i suoi due figli nella villa di famiglia a Motta Visconti,nel Milanese. Dopo una notte di interrogatori, l’uomo ha confessato: ha ammazzato moglie e figli perché travolto dalla passione per una collega di lavoro. Dopo la strage, hanno rivelato gli investigatori, Lissi è andato a vedere la partita come se nulla fosse accaduto.

Nella confessione, il 31enne, prendendo la testa fra le mani, ha detto agli investigatori:“Voglio il massimo della pena”. L’uomo ha quindi ripetuto le proprie ammissioni davanti al pm. La miccia che ha scatenato la furia omicida di Lissi contro i suoi familiari forse è stata accesa dal rifiuto della collega, che ha confermato ai carabinieri le intenzioni dell’uomo, che le si era da poco dichiarato. La moglie, tra l’altro, non ne era a conoscenza. La sera della strage, infatti, Lissi e la donna avevano fatto l’amore. Le ultime parole di Cristina Omes, pronunciate mentre lui la colpiva, sono state: “Carlo perché mi fai questo?”. La 38enne colta di spalle, mentre guardava la tv, ha anche cercato di divincolarsi e reagire; ma lui l’ha colpita con un pugno.

Gli investigatori hanno poi trovato l’arma dei delitti in un tombino di Motta Visconti. A rivelare dove fosse il coltello è stato lo stesso 31enne, durante l’interrogatorio. L’assassino è stato trasferito al carcere di Pavia prima dell’alba.

Cristina Omes, 38 anni, e i suoi due bambini, Giulia di 5 anni e Gabriele di 20 mesi, eranostati sgozzati sabato notte in una abitazione a Motta Visconti (Milano).

In caserma, Lissi è stato sentito per ore, con gli investigatori che non hanno mai smesso di confrontare le sue dichiarazioni con quelle di parenti e testimoni, richiamandolo più volte in caserma. Da qui la decisione di arrestarlo con l’accusa di triplice omicidio.

Nella casa dell’orrore la scena ai soccorritori era apparsa raccapricciante: sangue ovunque e i corpi della bambina nella sua cameretta, del piccolo nel letto matrimoniale e della donna, in soggiorno, martoriati. La cassaforte aperta e i contanti in essa contenuti, una cifra di non particolare entità, pare, spariti, ma senza segni di effrazioni evidenti sul forziere o sulla porta. Forse una messinscena. Proprio l’accanimento e l’assassinio del bimbo più piccolo, avevano fatto propendere i carabinieri di Milano, che conducono le indagini, verso un ambito privato.

I militari infatti, pur in una pluralità di ipotesi, hanno cominciato a propendere per la pista familiare subito dopo le prime fasi di indagine. Il fatto stesso che nella strage non fosse stato risparmiato nemmeno il più piccolo dei due bambini, di appena 20 mesi, rendeva meno credibile la pista esterna, di una sanguinosa rapina, e il mancato ritrovamento dell’arma del delitto nelle immediate vicinanze dei cadaveri rendeva difficileuno scenario di omicidio-suicidio.

Lissi, risentito più volte, non aveva convinto gli inquirenti con la sua versione, e soprattutto erano emersi possibili gravi tensioni nella coppia.

Milano, entra in metropolitana con l’auto per fuggire dalla polizia: arrestato

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Tragedia sfiorata a Milano dove un uomo, in fuga dalla polizia a bordo di una Fiat Stilo, ha imboccato a tutta velocità l’ingresso della nuova stazione metropolitana di Affori Nord.

Inseguito dagli agenti, l’uomo si è infilato nella galleria che porta ai tornelli, pensando che si trattasse di un sottopassaggio ciclopedonale. In pochi secondi si è invece ritrovato sul mezzanino, riuscendo miracolosamente a frenare prima di sfondare la cabina dell’agente di stazione. Inutile il tentativo di fuga a piedi: l’uomo è stato bloccato e arrestato.

Automobilista speronato e ucciso in tangenziale a Milano, caccia ai banditi

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Continua la ricerca dei tre banditi che giovedì pomeriggio hanno ucciso un automobilista sulla tangenziale di Milano mentre scappavano dopo aver forzato un posto di blocco dei carabinieri. La vittima era un architetto milanese di 48 anni, Paolo Armenise: è stato speronato alla guida della sua Jeep ed è morto sul colpo prima dell’arrivo dei soccorsi. Le ricerche sono state estese a tutto il territorio della provincia di Milano.

I malviventi, sembra tre nordafricani, a bordo di un’Audi A4, hanno forzato un posto di blocco dei carabinieri.

La fuga a tutta velocità, inseguiti dalle forze dell’ordine, è finita in pochi minuti, sul tratto iniziale della Milano-Napoli che collega San Donato Milanese a piazzale Corvetto. In corrispondenza di una leggera curva, l’auto ha perso aderenza e ha travolto la Jeep guidata dall’architetto. Inutili i soccorsi per il 48enne. I tre banditi, invece, sono riusciti a fuggire a piedi prima che sul posto arrivassero i militari.

Napoli, volume della tv troppo alto Uccide il vicino con 5 colpi di pistola

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Ha ucciso il vicino di casa con cinque colpi di pistola dopo l’ennesima lite scoppiata, questa volta, per il volume della tv troppo alto. Protagonista un pensionato di 64 anni, Giovanni Chianese, di Villaricca, nel Napoletano. La vittima si chiamava Davide Elia Miccio, 29 anni, ucciso in un vero e proprio agguato ieri sera. L’anziano ha raccontato di aver aspettato Miccio nella strada che di solito percorreva per tornare a casa.

L’arma del delitto è una pistola calibro 7,65 regolarmente detenuta dal killer.

Dopo l’omicidio, Chianese si è nascosto in un terreno di sua proprietà, dove è stato rintracciato dai carabinieri. Portato in caserma, l’uomo ha confessato affermando di aver perso la testa: dopo l’ennesima lite ha preso la pistola ed è andato sul corso Europa, strada che usualmente la vittima percorreva per tornare a casa. Quando l’ha visto passare a bordo della sua Peugeot 307 ha sparato cinque colpi dal marciapiede, tutti andati a segno.

Davide Elia Miccio è stato raggiunto al petto, alle gambe e al braccio dai proiettili. E’ morto all’ospedale di Giugliano in Campania.

Uccise con 90 coltellate le tre figlie Lecco, ha tentato il suicidio in carcere. Salvata da un agente

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Il 9 marzo aveva ucciso con novanta coltellate nella sua abitazione del quartiere Chiuso, a Lecco, le sue tre figlie di 3, 10 e 13 anni.

Edlira Dobrushi, 37 anni, originaria dell’Albania, ha tentato il suicidio all’interno della cella del carcere Bassone di Como, dove dal giorno del triplice omicidio, dopo una breve permanenza in psichiatria, si trova rinchiusa.

E’ stata salvata da un’agente penitenziaria.

Quest’ultima, scrutando all’interno della cella, si era accorta di qualcosa di strano e a un’occhiata più approfondita si è resa conto di quanto stava accadendo: la detenuta aveva cercato di strangolarsi con un paio di calze di nylon. Edlira Dobrushi è stata ricoverata all’ospedale Sant’Anna di Como, controllata a vista, sebbene non abbia riportato ferite.

Mare Nostrum: 8 militari marina positivi al test della Tbc

Immigrazione: 600 militari impegnati centri Sicilia-Calabriada ANSA.IT

Ci sono otto militari della Marina positivi al test della tubercolosi, “ma non sono malati”. Lo ha precisato il capo di Stato Maggiore della forza armata, ammiraglio Giuseppe De Giorgi, dopo gli allarmi diffusi negli ultimi giorni sul diffondersi di malattie tra gli uomini che partecipano all’operazione Mare Nostrum.

L’ammiraglio De Giorgi ha sottolineato che “non abbiamo contagiati né malati, bensì solo persone che non hanno sintomi della malattia ma sono positivi al test: una condizione che spesso finisce da sola o con cure ordinarie. Ora andranno fatti ulteriori accertamenti. Noi – ha aggiunto – facciamo test affidabili in modo massiccio e bisogna anche considerare che in un mondo così globalizzato tutti siamo esposti ed il numero di positivi tra il personale della Marina è comunque sensibilmente inferiore alla media nazionale”.

Quello della protezione della salute delle forze dell’ordine e dei militari che partecipano alle operazioni di soccorso dei migranti è un tema da tempo all’attenzione dei ministeri coinvolti. Proprio la settimana scorsa c’è stato un incontro al dicastero della Salute e altri seguiranno con l’obiettivo di individuare rapidamente, anche e soprattutto col previsto incremento estivo di sbarchi di migranti, un protocollo unico per tutti gli operatori in divisa finalizzato ad individuare un’unica profilassi e strumenti adeguati al fine di garantire un requisito minimo di sicurezza sanitaria. Tra la popolazione soccorsa sono stati segnalati casi di tubercolosi, di scabbia ed altre patologie. L’argomento ha ulteriormente infiammato la polemica politica.

“Ma cosa aspetta il Governo – chiede Maurizio Gasparri (Fi) – a fermare Mare Nostrum? Forse che i militari della nostra Marina muoiano infettati dalla tubercolosi contratta durante le operazioni di soccorso? Renzi e il suo governo favoriscono un disastro sociale e umanitario. Stop agli sbarchi. Basta clandestini. Ora c’è anche un’emergenza sanitaria da affrontare”. Roberto Caon (Lega Nord) ricorda che “quando la Lega Nord diceva che i clandestini avrebbero portato malattie e morte i benpensanti gridavano allo scandalo, ora che le nostre preoccupazioni sono state confermate il governo e le istituzioni si trincerano dietro un silenzio imbarazzante”. Anche il presidente nazionale di Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale, Giorgia Meloni invita a fermare Mare Nostrum, “soprattutto dopo le allarmanti notizie che arrivano dalla Marina Militare sugli otto casi di positività ai test tbc”.

Caso Uva, la Procura di Varese chiede il proscioglimento di Cc e agenti

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La Procura di Varese ha chiesto il proscioglimento dall’accusa di omicidio preterintenzionale e altri reati dei carabinieri e dei poliziotti imputati per la morte di Giuseppe Uva, l’artigiano di 43 anni morto nel giugno 2008.

Sorpresa da parte del legale dei familiari della vittima. “E’ una cosa inaspettata. Non se lo aspettavano – ha ribadito l’avvocato – neanche gli imputati. Confidiamo nella decisione del giudice”.

Chiesto inoltre per gli imputati il rinvio a giudizio con l’accusa di abuso di potere nei confronti di arrestati: reato che, secondo i difensori, “non ha alcuna attinenza con l’evento morte” secondo il pm.

Uva morì nel giugno di sei anni fa, dopo essere stato portato in caserma dai carabinieri. La sorella di lui, Lucia, che è stata presente a tutte le udienze del processo, è apparsa visibilmente scossa dalla decisione e non ha voluto rilasciare dichiarazioni.

Per i sei poliziotti e il carabiniere l’udienza preliminare riprenderà il 30 giugno. Qualunque sia la decisione del giudice in merito alla richiesta della Procura, comunque, un processo in Corte d’Assise ci sarà dal momento che un altro carabiniere imputato ha chiesto il giudizio immediato, cioè di andare subito al dibattimento senza passare per l’udienza preliminare.