Erba, uccide la mamma malata di Alzheimer poi chiama il 112

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Un pensionato 60enne di Erba, nel Comasco, Massimo Rosa, ha ucciso la mamma 89enne, malata da tempo di Alzheimer, sparandole un colpo di pistola in testa e dopo qualche ora ha chiamato il 112. Poi ha esploso un colpo sul muro in camera del fratello Sandro, 61 anni, non si sa ancora se per ucciderlo. L’uomo è stato arrestato dai carabinieri.

Secondo quanto riporta la stampa locale, la donna era inferma da un decennio e le sue condizioni, a causa di problemi neurologici, erano peggiorate nell’ultimo periodo: il figlio, che era in un momento di difficoltà, non sarebbe riuscito a trovare una struttura che se ne occupasse.

L’omicidio è avvenuto poco prima delle 9 di mercoledì mattina. L’uomo le ha esploso contro un colpo con una pistola detenuta illegalmente, nella stanza dove la donna dormiva, al piano terra di un appartamento di due piani in una piccola corte. Quindi è salito al piano superiore, dove l’altro fratello, anche lui in pensione e con qualche problema, stava ancora dormendo non essendosi accorto di nulla. Qui ha esploso un altro colpo, non si sa se per colpirlo o in preda a un raptus. Poi, in stato confusionale, ha chiamato il 112. Quando sul posto sono giunti i soccorsi, per l’anziana non c’era più nulla da fare. I militari hanno bloccato il matricida, che non ha opposto resistenza.

Romano ferito a Napoli, la Digos esclude il coinvolgimento degli ultrà

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La Digos, dopo i primi accertamenti, esclude che il ferimento del 36enne romano, R.P., avvenuto martedì a Napoli, sia da collegare a rivalità tra tifosi. Proseguono le indagini per chiarire del tutto le modalità dell’episodio. Ascoltato dagli inquirenti anche l’uomo ha escluso che si sia trattato di una vendetta legata alla fede calcistica.

In un primo momento sembrava che l’uomo fosse stato ferito da un gruppo di persone che lo avrebbero preso di mira sentendolo parlare con accento romano, e che colpendolo avrebbero detto “questo è per Ciro”, in riferimento alla morte di Ciro Esposito, il tifoso partenopeo colpito gravemente fuori dello stadio Olimpico e morto dopo una lunga agonia.

La polizia ha raccolto altre testimonianze di persone vicine al ferito. Gli atti dell’interrogatorio verranno trasferiti alla Digos di Napoli che indaga sulla vicenda.

Incendi inspiegabili nel Messinese, da dieci anni il fenomeno si ripete

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Tornano a ripetersi i misteriosi incendi che da più di 10 anni vedono protagonista una cittadina in provincia di Messina, Canneto di Caronia, dove televisori e altri elettrodomestici prendono fuoco inspiegabilmente. Nonostante l’intervento di vigili del fuoco, tecnici dell’Enel e esperti della Protezione Civile, non è stata ancora trovata una spiegazione plausibile.

Il sindaco della cittadina Calogero Beringhi ha chiesto un intervento immediato al Presidente del Consiglio e al Presidente della Regione per cercare di indagare sui fenomeni che stanno interessando la zona. Da anni ci si interroga sull’origine dei roghi che, senza alcuna spiegazione plausibile, si verificano dal 2003 nelle abitazioni della borgata.

Bossetti: Yara fu vendetta su padre

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Il muratore Massimo Bossetti parla per la prima volta con ilgip Vincenza Marcora il 19 giugno, nel carcere di Bergamo, e come emerge dai verbali pubblicati oggi dal quotidiano “Repubblica” racconta la propria verità: “In cantiere dicevano tutti che Yara era stata uccisa per una vendetta contro il padre, Fulvio Gambirasio. Il dna mi incastra? Ma io giuro sui miei tre figli che Yara non l’ho mai né conosciuta, né vista, né incontrata”.

In 67 pagine di verbale il 43enne ricostruisce in maniera dettagliata la giornata del 26 novembre 2010: “Sono tornato a casa dopo il lavoro, ho fatto la doccia, ho cenato con moglie e figli, ho guardato un po’ i quaderni dei miei bambini, giocato con loro che vanno sempre a letto alle 21. Poi sono stato sul divano a guardare la televisione”. Davanti all’obiezione del giudice che a distanza di quasi quattro anni è difficile ricordare tanti particolari, il manovale si è difeso così: ” Sono un uomo metodico, un abitudinario. Faccio sempre le stesse cose: lavoro, doccia, cena, divano”.

E poi arriva la domanda su quella che è considerata la prova regina di tutto l’impianto accusatorio, quella sul Dna trovato sugli indumentidi Yara, quesito a cui Bossetti replica così: “E’ impossibile che sia stato trovato. Ma se venisse   dimostrato senza nessun dubbio che il Dna è mio, bisognerà  capire perché è stato trovato lì. Io non lo so”.

L’ex Ignoto 1 si proclama totalmente estraneo ai fatti. ” Fatemi pure tutte le domande che volete. Non ho niente da nascondere” dice subito e poi continua: “Io mi proclamo ancora innocente. Non ho mai fatto male a nessuno. Ho 43 annni,   ho la testa sulle spalle, un bel lavoro, una bella moglie e tre figli che mi aspettano a casa tutti i giorni. Mai avrei potuto fare una cosa così. Glielo posso giurare sui miei figli: non ho fatto niente”.
Il gip chiede a Bossetti di spiegare quando venne a conoscenza della scomparsa di Yara: “Penso il 27 novembre. Se è sparita il 26, hanno dato la notizia il giorno dopo, credo…”. Sulla sua presenza nella zona della palestra dimostrata dalle celle telefoniche, il muratore approfondisce con queste parole: “In quei giorni lavoravo  nel cantiere  di mio cognato Osvaldo Mazzoleni in via Prato Marone a Palazzago. Per tornare a casa percorrevo  il tragitto abituale e passavo anche davanti al centro sportivo di Brembate”. Ma a domanda più specifica è secco: “Non ci ho mai messo   piede”.”

Caserta, sparatoria a Castel Volturno Due immigrati gambizzati, è rivolta

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Sparatoria tra italiani e immigrati sul litorale Casertano. Due ivoriani sono stati gambizzati a colpi di pistola in località Pescopagano, a Castel Volturno. L’allarme è stato dato alle forze dell’ordine dopo una rissa. Dopo l’episodio è scoppiata la rivolta degli immigrati: una casa e cinque vetture sono state date alle fiamme. Due italiani, padre e figlio, sono stati fermati.

Numerosi i carabinieri e i poliziotti intervenuti sul posto, poi, fortunatamente, dopo un paio d’ore la situazione è tornata alla calma. I fatti si sono verificati quando in località Pescopagano, zona dove convivono non senza difficoltà la comunità italiana e una folta comunità africana, due ivoriani di 30 e 37 anni, sono stati feriti alla gambe, qualcuno dice mentre erano in bicicletta, da un italiano residente in zona, che sarebbe intervenuto per difendere il padre, un vigilante privato.

Entrambi sono stati fermati dalla polizia Il figlio ha raccontato agli investigatori che il padre si sarebbe avvicinato ai due ivoriani perché i due stavano portando un pacco, e avrebbe chiesto loro se l’avessero rubato; ne è nato un litigio. L’uomo, a quel punto, è intervenuto in difesa del genitore sparando i due alle gambe. L’episodio sarebbe avvenuto a pochi metri dalla sede di un’agenzia di vigilanza privata.

Sulla dinamica sono comunque in corso ulteriori accertamenti in quanto le due vittime non hanno confermato la versione dei fatti fornita dai due italiani; sembra infatti che l’uomo conoscesse i due ivoriani, con i quali aveva avuto in precedenza delle liti. I due ragazzi feriti sono stati ricoverati non in pericolo di vita, presso la clinica Pineta Grande di Castel Volturno.

Il fatto, riaccendendo forse vecchi rancori, ha scatenato la reazione rabbiosa degli amici delle due vittime che sono scesi in strada dando fuoco a 4 autovetture e un furgone; in uno dei mezzi è anche esplosa una bombola del gas. E’ stato inoltre danneggiato dalle fiamme il primo piano di una villetta a schiera, adiacente all’abitazione dell’aggressore, vero obiettivo degli manifestanti.

Le scene hanno portato alla memoria la rivolta scoppiata all’indomani della strage dei sei immigrati africani (il 18 settembre del 2008, ndr) da parte dell’ala stragista dei Casalesi guidata da Giuseppe Setola, quando decine di stranieri che chiedevano giustizia per i compagni uccisi misero a ferro e fuoco la Statale Domiziana. Per quella strage, Setola e gli altri killer sono stati condannati all’ergastolo con sentenza passata in giudicato.

Calabria, la Madonna delle Grazie “si inchina” davanti alla casa del boss

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Polemiche a Oppido Mamertina dove la processione dellaMadonna delle Grazie si è fermata davanti all’abitazione del boss della ‘ndrangheta Peppe Mazzagatti, di 82 anni, ai domiciliari per motivi di salute, scatenando le critiche delle autorità. Allo stop è seguito anche l’inchino della statua in onore del capo clan. Il gesto ha fatto irritare il comandante della stazione dei carabinieri del paese reggino, che si è allontanato in segno di dissenso.

Altri due carabinieri, invece, hanno documentato l’accaduto e gli esiti dei loro appunti sicuramente confluiranno in una relazione di servizio che sarà inviata alle autorità di ordine pubblico. Lo ha riportato il Quotidiano della Calabria. Il corteo religioso, giunto nei pressi dell’abitazione di Peppe Mazzagatti, condannato all’ergastolo per omicidio e associazione per delinquere, si è fermato per circa trenta secondi. La statua della Madonna delle Grazie, portata da numerose persone, era preceduta da alcuni sacerdoti e da un gruppo di amministratori locali.

La presidente della Commissione parlamentare Antimafia, Rosy Bindi, ha telefonato al maresciallo dei carabinieri, Andrea Marino, per ringraziarlo per la lealtà alle istituzioni e il senso dello Stato dimostrati in occasione della processione della Madonna delle Grazie a Oppido Mamertina. “Quanto è avvenuto nel corso della processione sconcerta e addolora – dichiara la Bindi – e la Commissione antimafia intende approfondire i fatti incontrando anche il maresciallo Marino”.

Solo 15 giorni fa, papa Francesco ha scomunicato i mafiosi – Sono trascorsi solamente quindici giorni da quando Papa Francesco, nel corso della messa nella spiana di Sibari, ha scomunicato i mafiosi. Papa Bergoglio, al termine della visita pastorale nella diocesi di Cassano allo Jonio, aveva lanciato la scomunica per i mafiosi e la richiesta di combattere la ‘ndrangheta perché adora i soldi e disprezza il bene. “Quando non si adora il Signore – aveva detto il Papa – si diventa adoratori del male, come lo sono coloro che vivono di malaffare, di violenza, la vostra terra, tanto bella, conosce le conseguenze di questo peccato. La ‘ndrangheta è questo: adorazione del male e disprezzo del bene comune. Questo male va combattuto, va allontanato, bisogna dirgli di no. La Chiesa che so tanto impegnata nell’educare le coscienze, deve sempre più spendersi perche’ il bene possa prevalere. Ce lo chiedono i nostri ragazzi”. “Quelli – aveva concluso – che non sono in questa strada di bene, come i mafiosi, questi non sono in comunione con Dio, sono scomunicati”.

Stalker scarcerati per decreto I magistrati: modificare il testo

stalkingda corriere.it

Palazzo di giustizia di Milano, due giorni fa. Il giudice dell’udienza preliminare ha davanti un imputato che ha deciso di condannare a due anni e otto mesi di reclusione per aver «commesso atti di violenza fisica e psicologica in modo continuativo e abituale» contro sua moglie e sua figlia. Fino a qualche giorno fa avrebbe potuto mandarlo in carcere. Adesso, con il nuovo decreto per il risarcimento dei detenuti (operativo dal 28 giugno), non può più farlo. Perché, dice la modifica dell’articolo 275: «Non può applicarsi la misura della custodia cautelare in carcere se il giudice ritiene che, all’esito del giudizio, la pena detentiva da eseguire non sarà superiore a tre anni». Esattamente come in questo caso. «Facciamo così», propone il giudice all’imputato. «Io le revoco la misura ma lei non si avvicina più a casa di sua moglie». Risposta: «E come faccio? Io non saprei dove altro andare». Un bel problema, in effetti. Risultato: si cercherà una comunità che possa accoglierlo per scontare la pena. E se per caso il condannato non seguirà le indicazioni del giudice o se tenterà di tornare da sua moglie, si riproporrà tutto daccapo. Perché nemmeno in quella circostanza sarà possibile arrestarlo.
«Io sono preoccupata» dice senza girare troppo attorno al problema la vicepresidente della casa delle donne maltrattate di Milano, l’avvocatessa penalista Francesca Garisto. Non è la sola. Esprime le perplessità di tutti i centri di aiuto per le donne che subiscono violenza. «Mi chiedo: quanto influirà questa modifica sui casi di stalking e di maltrattamento in famiglia che prevedono spesso pene attorno ai tre anni? Almeno prima il carcere era previsto per i più pericolosi. E paradossalmente credo che non gioverà nemmeno agli stalker, perché c’è il concreto rischio che proprio per tutelare la persona offesa i giudici possano essere indotti a decidere pene più alte di quelle che avrebbero deciso prima di questo decreto».
Come se ne esce? Il presidente dell’Associazione nazionale dei magistrati, Rodolfo Sabelli, annuncia che «sappiamo già come fare e stiamo preparando una proposta per la prossima audizione in Commissione Giustizia». Un parere che metta a fuoco tutte le «criticità», per dirla con le sue parole, di questo nuovo provvedimento ritenuto però «non difficile da correggere». Per riaggiustare il tiro basterebbe in sostanza, che nel convertirlo in legge, si escludesse di applicarlo per alcuni reati. «Adesso si parla semplicemente di divieto della custodia cautelare in carcere» dice Sabelli. «Chiederemo alla Commissione che il divieto non sia applicabile per reati come lo stalking aggravato, furti in abitazione, maltrattamenti, rapina aggravata».
Intanto, nei 60 giorni che dividono il decreto dalla sua conversione in legge, si prevede la corsa all’applicazione. A Milano, per esempio, si stanno valutando le posizioni di una sessantina di detenuti, e le richieste stanno arrivando a decine da ogni sede giudiziaria. «Secondo me questo decreto contiene principi che vanno visti con favore se si pensa che disciplinano la privazione della libertà delle persone», dice il professor Franco Coppi, uno dei più grandi penalisti d’Italia. «Certo – aggiunge – capisco i timori per i reati che riguardo le violenze sulle donne e penso che tutto sia perfettibile. Bisognerà vedere quale applicazione ne faranno i giudici sul terreno concreto prima di dire se funziona oppure no. Perché la norma è molto legata alla discrezionalità dei giudici». E infatti dice: niente carcere «se il giudice ritiene che, all’esito del giudizio, la pena detentiva da eseguire non sarà superiore ai tre anni». La questione, e in particolare i rischi legati alla non-carcerazione degli stalker, è stata posta informalmente dagli stessi magistrati al ministro della Giustizia Andrea Orlando. È successo a Milano a margine di una riunione tecnica convocata due giorni fa nell’ufficio del presidente del Palazzo di Giustizia Livia Pomodoro. I giudici hanno espresso al ministro «preoccupazione» mentre il presidente della sezione «misure di prevenzione», Fabio Roia, e il presidente della V sezione penale, Annamaria Gatto, gli hanno chiesto di abolire la norma sott’accusa. Secondo Roia il decreto appena approvato «segna un particolare punto di arresto nella tutela delle donne vittime di violenza».
Vista dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), la norma in questione può servire come argine contro il sovraffollamento delle celle. «Nel giro di un anno siamo riusciti a passare da 66 mila detenuti a 57.930 e credo che questo decreto ci aiuterà a scendere ulteriormente» dice il vicecapo vicario Luigi Pagano. «Il problema è che finora si è sempre parlato di carcere e invece dobbiamo provare a guardare, come in questo caso, all’esecuzione penale esterna al carcere. Non si tratta di numeri di detenuti, ma di una scelta di fondo».

Perugia, spara alla ex, all’amica e al figlio di 2 anni: poi tenta il suicidio

spara exda Corriere.it

Ha sparato alla ex compagna, al figlio e ad un’amica della donna. Poi ha tentato il suicidio, rivolgendo l’arma – una Beretta calibro 9 – contro di sé ed esplodendosi un colpo alla testa. La sparatoria è avvenuta intorno alle 10 a Ponte Valleceppi, località alla periferia nord di Perugia. I 4 sono ora ricoverati in gravissime condizioni all’ospedale Santa Maria della Misericordia della cittadina umbra. Il bimbo è stato invece portato in elicottero a ll’ospedale Meier di Firenze.

Secondo una prima ricostruzione, l’uomo, 31 anni, di professione carrozziere – avrebbe sparato alla ex compagna, 22, e al figlio, 2, oltre che a un’amica della donna, 34. I 3 si trovavano a bordo di una Citroen Xsara nera parcheggiata vicino casa e stavano andando in piscina, dove avevano intenzione di trascorrere la domenica. Il bimbo era in braccio alla madre quando il giovane ha aperto il fuoco. Poi si sarebbe sparato un colpo alla testa. «Ho sentito tre colpi. Poi ho visto un lago di sangue…», ha detto un anziano che si trovava lì vicino. «Ero a casa – racconta ancora l’uomo – quando ho sentito gli spari e sono sceso in strada. Ho visto le due donne e il bambino all’interno dell’auto. Poco lontano, in terra in strada, c’era l’uomo. Un lago di sangue incredibile…». Il movente ipotizzato dagli investigatori è quello di un dissidio all’interno della ex coppia: i due si erano lasciati da poco.

Pistoia: uccise la moglie, petizione perchè non percepisca pensione

OMICIDIO MONTECATINI:SOTTO UNGHIE UCCISA FORSE CHIAVE GIALLOda Ansa.it

Massimo Parlanti “non ha mai chiesto, né direttamente né per il tramite di suoi procuratori, di percepire quota parte della pensione della moglie, né è suo intendimento farlo, né per il passato né per il futuro, e comunque non ha mai percepito alcunché a detto titolo, né risulta che sia mai stato contattato dall’Inps a questo riguardo: è dunque del tutto improprio” affermare “che egli ne ‘percepisce’ la pensione”.

Lo precisano in una nota gli avvocati difensori di Parlanti, Luca Bisori ed Enrico Zurli. I due avvocati, che hanno diffuso la nota per precisare notizie apparse sulla stampa, non solo spiegano che Parlanti non ha mai chiesto nè avuto la pensione della moglie Beatrice Ballerini, ma, “al contrario ha da tempo offerto, in modo esplicito e formale, la massima disponibilità per facilitare in ogni modo la cura degli interessi patrimoniali dei figli. Occorre a questo proposito ricordare come egli abbia anche offerto, al curatore speciale dei figli nominato dal giudice tutelare, tutti i beni immobili che possiede, dichiarandosi disponibile all’immediato ed incondizionato trasferimento della proprietà in favore dei figli: l’offerta è ancora al vaglio degli organi tutelari competenti”. I legali rilevano inoltre che è “del tutto errato affermare che il giudice si sia ‘dimenticato’ di dichiarare la indegnità di Parlanti a succedere alla vittima: si tratta di un effetto giuridico legato per legge al passaggio in giudicato della sentenza, e dunque anche qualora il gip – che condannò Parlanti con rito abbreviato – avesse provveduto in tal senso, quella dichiarazione sarebbe rimasta priva di effetti, perché la sentenza di condanna in primo grado è stata impugnata”, da difesa e procura. “E’ la legge – aggiungono – a stabilire che l’indegnità a succedere abbia effetti dopo il definitivo accertamento della responsabilità: ciò vale sia quando la persona accusata di omicidio respinge le accuse, sia nel caso in cui, come per Parlanti, il reo abbia immediatamente ammesso la propria responsabilità, e si discuta sostanzialmente della sola pena. Nessuna richiesta è stata avanzata, né nei confronti del Parlanti direttamente, né nei confronti dei suoi familiari, né nei confronti dei suoi difensori, di formalizzare una rinuncia all’eredità onde accelerare le pratiche di successione nel senso auspicato dai familiari della vittima, nonostante la massima disponibilità manifestata a facilitare in ogni modo la cura degli interessi patrimoniali dei figli: è dunque sorprendente che si attribuisca al Parlanti di avere determinato, anche indirettamente, il ‘paradosso’ che si lamenta”.

‘Non date pensione mia sorella a suo assassino’, petizione  – “Vi sembra giusto che un assassino percepisca la pensione della donna che ha ucciso, ex moglie e madre dei suoi due bambini?”. E’ la domanda che ha portato Lorenzo Ballerini, fratello di Beatrice, bancaria a Prato e strangolata dall’ex marito Massimo Parlanti nel 2012, a lanciare una petizione on line per chiedere che la legge sia modificata per impedire quello che Ballerini definisce un “paradosso”. E’ quanto pubblicato oggi dal Tirreno.

Già 50mila adesioni per petizione a Renzi
La petizione, promossa su change.org, è indirizzata al premier Matteo Renzi e nei giorni scorsi aveva già superato le 50 mila adesioni, tra cui quella del vicepresidente del Senato Valeria Fedeli. ”Massimo Parlanti – racconta Ballerini – reo confesso è stato condannato con rito abbreviato a 18 anni di carcere per aver assassinato mia sorella. Probabilmente ne farà meno di 10 e ha fatto ricorso: vuole uscire ancora prima”. Per quanto riguarda la legge, Ballerini spiega: “Dall’Inps ho appreso che mentre i bambini di mia sorella, che noi stiamo accudendo, prendono il 40 per cento della pensione, a lui, l’omicida, spetta l’altro 60 per cento e ne avrà diritto a vita”. Per Ballerini si tratta di una vera beffa. “Questo accade perché non c’è un meccanismo automatico che prevede la dichiarazione di ‘indegnità a succedere’ per l’assassino del coniuge: gli spetta l’eredità della vittima”. Il giudice che ha emesso la sentenza non ha dichiarato Parlanti ‘indegno a succedere’ e quindi la pensione è automaticamente garantita.

Direttore Inps: “Non ci risulta non ci risulta, la legge lo vieta”
“Non può avvenire una cosa del genere perché il legislatore ha posto rimedio”. A dirlo è Gabriele Uselli, direttore centrale pensioni Inps, intervenuto su Radio 24. Uselli ha chiarito che all’Inps non risulta questa erogazione. “Nell’agosto del 2011 – ha proseguito – il legislatore ha stabilito che tutti coloro che sono condannati per omicidio, per omicidio preterintenzionale o omicidio determinato da altri fatti dolosi non può percepire la pensione di reversibilità o dei superstiti. Non può avvenire, proprio perché già nel 2011 a seguito della legge l’istituto aveva provveduto e nella fattispecie l’ufficio di Montecatini aveva sotto attenzione il fatto. La norma non prevede che possa essere pagata la pensione nel caso di uxoricidio. Non so quali informazioni siano state date ai famigliari”.

Difensori: “Mai avuta”
Massimo Parlanti “non ha mai chiesto, né direttamente né per il tramite di suoi procuratori, di percepire quota parte della pensione della moglie, né è suo intendimento farlo, né per il passato né per il futuro, e comunque non ha mai percepito alcunché a detto titolo, né risulta che sia mai stato contattato dall’Inps a questo riguardo: è dunque del tutto improprio” affermare “che egli ne ‘percepisce’ la pensione”, precisano in una nota gli avvocati difensori di Parlanti, Luca Bisori ed Enrico Zurli.

Omicidio Roma, il “tesoro” di Silvio Fanella trovato nascosto nella sua casa di Pofi

poliziada TGCOM24

Un vero e proprio tesoro fatto di diamanti, denaro e orologi preziosi è stato trovato in una delle abitazioni di Silvio Fanella, l’uomo ucciso giovedì a Roma. Fanella, 41 anni, è considerato dagli investigatori il cassiere di Gennaro Mokbel, l’imprenditore romano finito in carcere e condannato a 15 anni per il riciclaggio di due miliardi di euro ai danni dell’erario. Secondo i pm, Fanella sarebbe stato ucciso in un tentativo di sequestro finito male.

Le perquisizioni sono state eseguite nell’abitazione di Fanella a Pofi, in provincia di Frosinone, dai Carabinieri del Ros che con gli uomini della Squadra Mobile si stanno occupando del caso. L’operazione è coordinata dal pm Paolo Ielo. Gli inquirenti hanno trovato, nascosti nel sottotetto, 34 bustine contenenti diamanti, 284mila dollari in contanti e 118mila euro. Nel corso della perquisizione sono stati trovati inoltre 5 orologi preziosi tra cui un Rolex con diamanti incastonati.

Pm: “Non è stata esecuzione, ma tentativo di sequestro” – L’attività di indagine condotta in queste ore anche dagli uomini della Squadra mobile porta ad escludere che i tre killer si fossero recati in via Gandolfi per compiere un’esecuzione. Ad avvalorare questa tesi il ritrovamento, nell’appartamento teatro dell’omicidio, di una sacca contenente fascette e cerotti: tutti strumenti di norma utilizzati per effettuare un sequestro.

In base ad una prima ricostruzione, i tre avrebbero detto al citofono di essere della guardia di finanza. Una volta entrati nell’appartamento di Fanella sarebbe nata una discussione, confermata da un testimone, poi degenerata nella sparatoria. Chi indaga è convinto che intenzione degli assassini era sequestrare e torturare Fanella per ottenere da lui informazioni in merito al tesoro da lui tenuto nascosto nella casa di Pofi.