Mille immigrati soccorsi in 24 ore

immigratida TGCOM24

Le navi della Marina Militare hanno soccorso tra il pomeriggio di mercoledì e questa notte numerosi barconi di immigrati provenienti dalle coste del nord Africa, portandone in salvo circa 1.000 persone in meno di 24 ore.

Sono state impegnate per tutta la notte la nave anfibia San Giusto, le fregate Maestrale e Zeffiro e il pattugliatore Sirio. A supporto delle operazioni della Marina Militare anche la Capitaneria di Porto.

Taranto, il bimbo sopravvissuto ai killer: “In auto mi sono finto morto”

killerda TGCOM24

“Ho fatto finta di essere morto”. Così il bimbo di 6 anni, scampato alla strage di mafia nel Tarantino, racconta alla zia come sia riuscito a sfuggire ai killer che hanno ammazzato, invece, alla periferia di Palagiano, il compagna della madre, Cosimo Orlando, di 43 anni, Carla Maria Fornari, di 30, e il loro fratellino, Domenico, di appena due anni e mezzo.

L’uomo, detenuto in semilibertà”, potrebbe essere stato punito per uno sgarro.

“Domenico dov’è?” – I due fratellini pensavano che la madre fosse svenuta. Così hanno detto ai parenti e anche ai primi soccorritori che si sono fermati pensando che fosse un incidente. Ora, sotto shock, chiedono di Domenico, il più piccolo. Chiedono ai parenti come sta il fratellino ucciso con tre colpi alla testa. La sua colpa è stata quella di stare in braccio all’obiettivo dei sicari. Chi ha premuto il grilletto, almeno 13 volte, tante quanto il numero dei bossoli recuperati dagli investigatori sull’asfalto di quella bretella della statale ionica 106, ha mirato sempre contro chi era alla guida e chi gli sedeva accanto, infischiandosene del fatto che nell’abitacolo ci fossero bambini.

Un triplice delitto sulla cui matrice ci sono molte cose da chiarire. Potrebbe essersi trattato della vendetta nei confronti di Orlando, che stava ancora scontando una condanna per un duplice omicidio del 1998. Oppure di una punizione decisa dal clan rivale per aver tentato di riprendere il controllo dei traffici di droga approfittando della semilibertà concessagli da alcuni mesi. Non viene esclusa neanche la pista che porta alla compagna di Orlando: anche grazie alla sua testimonianza, infatti, gli assassini di suo marito Domenico Petruzzelli, sono stati condannati in primo grado all’ergastolo. Qualcuno potrebbe aver dunque voluto punire proprio quella testimonianza.

Roma, uccide la moglie con un martello davanti ai loro due gemelli di nove anni

romada TGCOM24

Un uomo di 53 anni, Eraldo Marchetti, ha ucciso la moglie, Maria Manciocco, a colpi di martello davanti ai due gemelli di 9 anni, durante una lite nella loro casa. L’episodio è accaduto a Segni, alle porte di Roma.

La vittima aveva 47 anni e si stava separando dal marito.

Sono stati i due figli a dare l’allarme chiamando i parenti, che poi hanno allertato il 118. La donna è morta in ospedale: era in condizioni disperate.

Sono da poco passate le 9, quando Eraldo Marchetti torna a casa per prendere le ultime cose prima di salutare la moglie, Maria Manciocco, con cui erano in corso le pratiche per la separazione. Dell’idea di lasciare la famiglia, però, proprio non riusciva a farsene una ragione. E così la discussione cominciata con l’ormai ex moglie è degenerata finendo nel sangue, davanti ai due gemelli di nove anni. L’uomo ha afferrato il martello che era in casa e si è scagliato contro la donna colpendola violentemente in testa per quattro volte, fino a farla crollare incosciente sul pavimento. Poi si è avviato in commissariato. “Ho ucciso mia moglie”, ha detto ai poliziotti con le mani ancora sporche di sangue. L’uomo, un sottufficiale dell’Aeronautica, è stato arrestato dagli agenti del commissariato di polizia di Colleferro. La vittima lavorava come insegnante in una scuola.

Il bimbo alla zia: “Mamma non si muove” – A dare l’allarme sono stati i due figli della coppia che erano in casa al momento dell’omicidio. “Mamma non si muove. Venite ad aiutarla”, ha detto uno dei due al telefono con la zia, terrorizzato e tra le lacrime.

I vicini: “Litigavano spesso” – “Maria ed Eraldo non andavano d’accordo, ma si erano riconciliati. Poi 7-8 mesi fa avevano deciso di avviare le pratiche per la separazione. Spesso li sentivamo litigare. Lei era una bella donna e lui probabilmente era molto geloso”. Lo riferiscono alcuni vicini di casa. In passato la vittima aveva anche denunciato i metodi violenti del marito acuiti nel corso della separazione. Nei prossimi giorni l’uomo sarà sentito dai magistrati ai quali dovrà rispondere di omicidio volontario, mentre i due bambini sono stati affidati alla zia. Davanti alla porta di casa, in corso Vittorio Emanuele, c’è una rosa bianca. “Riposa in pace e proteggi i tuoi ragazzi”, recita il bigliettino.

Yara, test del dna sul killer di Cene

yarada Corrire.it

Poche parole, le primissime, mentre veniva soccorso nella sua baracca sul Monte Bue, a Cene, con l’addome sanguinante. «Abbiamo litigato e l’ho colpita con una bottiglia, lei mi ha ferito con un coltello», ha quasi rantolato Isaia Schena, l’autotrasportatore di 37 anni in stato di fermo, all’ospedale Papa Giovanni XXIII, per l’omicidio di Madalina Palade, 27 anni, rumena. Lei era senza vita su una brandina, con le ferite alla testa e un taglio alla gola, lui era rannicchiato sotto una trapunta accanto al letto, ferito ma non in pericolo di vita. Sono parole, quelle, che non valgono ai fini giuridici, perché non c’era un avvocato ad assisterlo, ma che gli investigatori hanno annotato nelle carte. Bisognerà vedere se oggi vorrà parlare, come da rigorosa procedura, alla presenza dell’avvocato Roberto Bruni che con i colleghi di studio lo aveva già assistito nel processo in cui è stato condannato a 3 anni di carcere per lesioni aggravate e tentata violenza sessuale ai danni di un’altra ragazza rumena. Stamattina il giudice delle indagini preliminari Alberto Viti lo interrogherà nell’ospedale alla Trucca e deciderà se metterlo in cella. Sarebbe la prima volta, perché Schena è formalmente incensurato (la condanna è in fase di appello quindi non definitiva) e per il precedente episodio non era mai finito dietro le sbarre. Aveva solo l’obbligo di firma dai carabinieri, in un primo periodo tutti i giorni, poi la frequenza è scesa a tre volte alla settimana e, infine, a una.

Venerdì mattina, inoltre, verrà eseguita l’autopsia sul corpo della giovane rumena. Alla luce delle ferite rilevate anche ad un esame superficiale — oltre alle bottigliate ce ne sarebbero anche di arma da taglio — non dovrebbero emergere grosse sorprese sulla modalità del delitto. Resta un quesito: quando è stata uccisa? Lunedì, giorno del ritrovamento, oppure la domenica? Più elementi farebbero ipotizzare che quanto meno l’incontro risalga al giorno prima. Come l’appuntamento che Schena aveva con la sua fidanzata storica, italiana, sette anni di relazione. Avrebbero dovuto incontrarsi domenica pomeriggio, poi però si erano sentiti al telefono e lui aveva disdetto l’incontro con una scusa. Doveva già incontrare Madalina? Forse. Quel pomeriggio era andato al bar degli anziani, a Cene, dove vive e qualcuno ricorda che con lui c’era anche una ragazza bionda con i capelli lunghi. Lunghi e biondi come quelli della rumena. E, ancora, domenica notte non era rientrato a casa, in via Enrico Toti, dove vive con la madre e lei lunedì pomeriggio lo aveva cercato proprio nel bar delle partite di bigliardo e di qualche giocata a carte, ma non lo aveva trovato. Di sicuro lunedì mattina era nella baracca. La sua Audi A3 nera ostruiva il cancello dei vicino, che non è riuscito ad uscire per andare al lavoro. La sera l’auto è ferma nello stesso punto. C’è anche un altro dettaglio da chiarire: ha la fiancata destra distrutta, le gomme di quel lato erano staccate e la vettura era stata alzata con un cric. Quando Schena ha avuto l’incidente? Ha cercato di scappare dopo il delitto? Un elemento, questo, che giustificherebbe la convalida del fermo, possibile per il pericolo di fuga. Se il gip non dovesse convalidarlo, può sempre e comunque disporre una misura cautelare per il pericolo di reiterazione del reato, di inquinamento delle prove, o entrambi. Anche la Opel nera di Madalina era lì, a 300 metri dalla baracca, segno che ci è arrivata da sola.

Questo omicidio si incrocia con l’indagine di un altro delitto, quello di Yara Gambirasio. Modalità e contesti diversi. Da un lato la giovane rumena che frequentava il Notturna club di Vertova dove è probabile che abbia conosciuto Schena, dall’altro una bambina tutta casa, scuola e centro

Per scrupolo il pm Ruggeri ha disposto che il dna venga confrontato con il presunto killer della 13enne di Brrembate

sportivo dove si allenava in una squadra di ginnastica artistica. Ma per scrupolo il pubblico ministero Letizia Ruggeri ha disposto che il dna del fermato venga confrontato con quello di «Ignoto 1», il presunto killer della tredicenne di Brembate Sopra, così come già fatto per quasi 18.000 profili genetici. È la conferma che, in questo vicolo cieco, si tenta il tutto per tutto. Era già successo lo scorso settembre, quando era stato comparato anche il Dna del killer di Lodi, il ragioniere di 41 anni arrestato per l’omicidio di Lavinia Simona Ailoaiei, ragazza romena di 18 anni. Esito: negativo. Intanto si attende ancora l’esito del test del Dna sulla salma di Giuseppe Guerinoni, l’autista ritenuto il padre di chi ha ucciso Yara, un figlio illegittimo. L’anatomopatologa Cristina Cattaneo aveva già chiesto un mese di proroga. Ieri, scaduto il termine, ha chiesto altri 30 giorni. Manca solo qualche dettaglio, non si prevedono sorprese.

 

Floriani: “Incontrai la baby squillo, ma non immaginavo fosse minorenne”

mussolinida TGCOM24

Le prime ammissioni, parziali, sono arrivate davanti ai magistrati di Roma: “Lo confermo, sono stato con quella ragazza un paio di volte”. Mauro Floriani, l’ex ufficiale della Guardia di Finanza e dirigente di Trenitalia, nonché marito di Alessandra Mussolini, indagato nello scandalo delle baby squillo dei Parioli, si è presentato in Procura per spiegare la sua posizione e ribadire: “Non immaginavo fosse minorenne”.

Accompagnato dal suo legale, scrive il Corriere, Floriani ha spiegato come arrivò alla ragazza. “La trovai attraverso l’annuncio sul sito Bakecaincontri, dove specificava di avere 19 anni. Certamente non immaginavo ne avesse 15”. La sua ricostruzione non convince però i magistrati, che parlano di “dati incontrovertibili” a suo carico. I tabulati riportano ben più di due contatti tra il manager e la baby squillo. E anche sull’età, i dubbi non mancano: “Molti clienti se ne andarono dopo essersi resi conto che si trattava di una ragazzina, come fece lui a non accorgersene?”, si chiedono gli inquirenti.

L’uomo, che è accusato di prostituzione minorile, è andato di propria iniziativa dal procuratore aggiunto Maria Monteleone, coadiuvata dal sostituto Cristiana Macchiusi. Con lui, tra i venti presunti clienti delle due ragazzine coinvolti nell’inchiesta, ci sarebbero personaggi facoltosi, diversi professionisti, e forse altri nomi noti che finora non sono emersi. Il provvedimento di chiusura delle indagini potrebbe arrivare già nelle prossime settimane.

Roma, frate cerca di rivendere iPad rubato: arrestato per ricettazione

romada TGCOM24

Ha chiesto 150 euro per restituire l’iPad rubato alla legittima proprietaria. Per questo un frate domenicano, vicario della basilica di Santa Maria Sopra Minerva a Roma, è stato arrestato. Il religioso si è giustificato davanti ai carabinieri dicendo che lui quel tablet l’aveva comprato in un mercatino e rivoleva solo indietro i soldi spesi. Ora è accusato di estorsione.

Secondo quanto riporta Il Messaggero, “l’alloggio di padre Andrea, presso la Casa dei frati domenicani, accanto alla Basilica, è stato messo sotto sequestro su ordine della procura di Roma”. In quell’appartamento i miliari avrebbero scoperto “centinaia di oggetti di telefonia e informatica di dubbia provenienza”. Il giudice Tiziana Gualtieri ha convalidato l’arresto in flagranza e ha respinto la misura cautelare ai domiciliari chiesta dal pm.

Era stato il frate a mettersi in contatto con la ragazza, senza però rivelarle di essere un religioso: “Ho comprato un iPad a un mercatino, ritengo che sia tuo. Sono disposto a restituirlo, ma rivorrei i soldi spesi, 150 euro”, riporta il quotidiano della Capitale. La studentessa napoletana ha chiamato i carabinieri. Ora il frate è tornato libero ma resta indagato per estorsione e per ricettazione.

Scontata la pena di 26 anni, torna in libertà la “mantide” Gigliola Guerinoni

da guerinoniTGCOM24

Dopo aver scontato la pena di 26 anni di carcere per l’omicidio del suo amante Cesare Brin, è tonata definitivamente libera Gigliola Guerinoni, 69 anni. Il caso della “mantide” di Cairo Montenotte, così fu soprannominata, appassionò l’opinione pubblica e i media a partire dall’estate del 1987. Sulla sua vicenda fu girato anche un film.

A dichiarare estinta la pena è stato il tribunale di sorveglianza di Roma, che ha accolto un’istanza dell’avvocato Nino Marazzita. Nel provvedimento si legge: “Si prende atto del comportamento sufficientemente partecipativo della donna durante l’affidamento in prova ai servizi sociali nel corso del quale si è dedicata con continuità al proprio lavoro, aderendo alle prescrizioni senza mai assumere atteggiamenti polemici”.

In semilibertà dal 2002 – Nel 2002 Guerinoni aveva ottenuto la semilibertà e lavorava in un albergo nel centro di Roma come stiratrice. La sera rientrava nel carcere di Rebibbia.

Nel 1987 uccise l’amante – L’omicidio di Cesare Brin, 56enne farmacista di Cairo Montenotte e presidente della locale società di calcio, avvenne la notte tra il 12 e il 13 agosto 1987. Legato clandestinamente alla Guerinoni, all’epoca dei fatti 42enne e titolare di una galleria d’arte, l’uomo fu ucciso dopo essere stato colpito violentemente alla testa con un oggetto contundente. Il cadavere fu trovato una settimana dopo su un’altura di Cairo.

Per l’omicidio, in concorso con la “mantide”, fu condannato a 15 anni di reclusione anche Ettore Geri, anziano convivente della Guerinoni. Nelle motivazioni alla sentenza della Cassazione che, il 17 dicembre 1991, confermò le condanne inflitte dalla corte di Assise di Savona, si affermava che il delitto avvenne in casa della Guerinoni. Sullo sfondo una storia caratterizzata da sesso, ricatti e frequentazioni ambigue.

Droga: operazione “Sesse’ 2” nella Locride, 11 arresti

locrideda Agi

Sette persone sono state arrestate e condotte in carcere dai carabinieri del Nucleo operativo di Roccella Jonica ed altre 4 sono finite ai domiciliari, nell’ambito di un’operazione denominata “Sesse’ 2” che vede impegnati oltre 200 militari con l’aiuto di unita’ cinofile antidroga e delle unita’ speciali dei Cacciatori di Calabria, tuttora impegnati in posti di controllo e posti di blocco. Le perquisizioni a carico di soggetti coinvolti sono 32.
L’indagine trae origine da un’altra avviata nel dicembre 2010 dal Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Roccella Jonica (RC), a seguito del ritrovamento dell’agenda personale di un soggetto coinvolto in una precedente indagine (la prima “Sesse'”, in cui furono arrestate 12 persone). In quel caso fu possibile delineare un quadro chiaro sull’attivita’ di spaccio su buona parte della costa Jonica della Locride, partendo dal popoloso comune di Marina di Gioiosa Jonica. Alcuni degli indagati, nonostante fossero gia’ sottoposti a misure cautelari per reati in materia di droga, hanno proseguito la loro attivita’ criminale, altri hanno preteso da giovani tossicodipendenti prestazioni sessuali come pagamento per la cessione di sostanze stupefacenti. Sono state quindi notificate, 7 ordinanze di custodia cautelare in carcere; 4 ordinanze di custodia cautelare agli arresti Domiciliari; 3 sottoposizioni all’obbligo di dimora e 2 all’obbligo di presentazione alla p.g..

Tragedia di Lecco, il papà: “Ha ucciso le mie figlie, non la perdonerò mai”

C_4_articolo_2031605_upiImageppda TGCOM24

Era una brava madre, eppure ha ucciso le mie bambine. Non potrò mai perdonarla”.

Parla così, al suo ritorno dall’Albania in Italia dopo la strage di Edlira Copa che ha ucciso le sue tre figlie, Bashkim Dobrushi, ex marito della madre assassina e padre di Simona, Keisi e Sidny.

“Non voglio neppure provare a capirla”, dice, appena arrivato a Lecco, periferia sud, dove fino a qualche mese fa viveva con la sua famiglia.

Bashkim era appena partito per l’Albania con la sua nuova compagna, una ragazza più giovane che voleva presentare alla sua famiglia d’origine. Ad avvertirlo era stato il fratello, che al telefono gli aveva detto: “Devi rientrare, c’è un problema. I carabinieri dicono che devi rientrare”. A quel punto, lui ha subito intuito, come racconta un amico. “Le ragazze? E’ successo qualcosa alle mie figlie?”, ha subito chiesto.

E ancora: “Le mie bambine erano meravigliose e lei era una brava madre. Brava come tutte le madri. Anche se avevamo spesso litigato, anche se non andavamo più d’accordo, non avrei mai immaginato che potesse fare del male a quelle bambine. La vedevo sempre, quasi tutti i giorni”.

Intanto, Elira è stata ancora perata per le conseguenze della ferita all’addome che si è procurata nel tentativo di suicidio. La donna non era in cura per patologie psicologiche e non risulta che abusasse di farmaci. Saranno ora gli psichiatri a dover chiarire i disturbi che l’avevano fatta credere che le sue figlie fossero destinate a “un futuro di miseria e di prostituzione”. Tanto da affermare, dopo il triplice omicidio: “Ho fatto la cosa giusta”.

Sorelline uccise dalla mamma a Lecco, una di loro provò a chiamare il 112

sorellineda TGCOM24

Una chiamata arrivata ai centralini del 112 di Lecco nella notte tra sabato e domenica, poco dopo le due e un quarto. L’operatore riesce a distinguere solo urla e voci concitate: alla cornetta non risponde nessuno e dopo pochi secondi la telefonata si interrompe. Proprio in quei minuti, a Lecco, Edlira Dobrushi, 37 anni, stava uccidendo le tre figlie: a chiamare i soccorsi sarebbe stata una delle tre giovani vittime.

Proprio in quegli istanti, riporta il Corriere della Sera, un vicino sentì provenire delle urla dall’appartamento della famiglia e uscì sul pianerottolo. L’uomo decise però di non chiamare i carabinieri: “Non era la prima volta che accadeva e non mi sembrò strano”. Passeranno altre quattro ore prima della chiamata al 118 da parte di un altro vicino, l’uomo a cui la madre ha bussato, sotto shock e ricoperta di sangue, all’alba di domenica.

La donna è ora piantonata in ospedale, dove è stata ricoverata, ferita e in stato confusionale, dopo aver tentato il suicidio. Nelle prossime ore gli investigatori dovrebbero interrogare il marito, Bashkim Dobrushi, padre delle tre bimbe uccise. L’uomo, che aveva iniziato una relazione con un’altra donna, era tornato in Albania.

E intanto dai social network emergono le ultime frasi postate da Simona Dubroshi, la maggiore delle tre sorelle uccise. Una ragazzina sveglia, che non aveva paura a rispondere a tono anche alle domande più scomode. Come quando qualcuno, su Ask.fm, le chiese: “Come distinguere una persona buona da una cattiva?”. E lei: “Come fai a distinguere un piatto buono da uno cattivo? Assaggiandolo, no? Quindi bisognerebbe conoscerla quella persona, prima di giudicare”. Sul sito, così come su Facebook, non era registrata con il suo vero nome, ma come Simona Gomez, in omaggio all’attrice e cantante Selena Gomez, che era il suo idolo insieme a Justin Bieber.

Una tredicenne determinata che, ignorando cosa le avrebbe riservato il futuro, alla domanda “Cosa faresti oggi se non ci fosse un domani?” rispondeva “Cercherei di realizzare i miei sogni”. Oggi resta solo un grande vuoto, e la disperazione di chi la conosceva. Su Facebook la cugina, registrata come Olivia, la ricorda così: “Eri la cugina migliore di sto mondo.. come hai potuto lasciarmi in questa merda? cos’hai fatto di male per esserti capitato ciò? già mi manchi e le lacrime che sto buttando ora nemmeno te le immagini”.