Omicidio Meredith, parte processo appello. Lumumba: “Amanda in fuga? È colpevole”

sollecitoda Repubblica.it

È iniziato questa mattina il nuovo processo di appello per l’omicidio di Mederdith Kercher, la studentessa britannica uccisa il primo novembre 2007. Imputati la statunitense Amanda Knox e il suo ex fidanzato Raffaele Sollecito. I due sono stati condannati in primo grado a 26 e 25 anni di carcere e poi assolti in appello il 3 ottobre 2011(VIDEO). Quest’ultima sentenza è stata però annullata il 26 marzo scorso dalla Corte di Cassazione, secondo cui l’assoluzione è stata minata da “carenze, contraddizioni” e conclusioni “illogiche”. La Corte d’appello di Firenze deve ora riesaminare le prove forensi e determinare se Knox e Sollecito furono responsabili dell’omicidio assieme a Rudy Guede, condannato a 16 anni con il rito abbreviato per concorso in omicidio e violenza sessuale. Assenti in aula Raffaele e Amanda, dichiarati contumaci dal presidente della Corte d’assise d’appello, Alessandro Nencini.

Assente anche la famiglia di Meredith, assistita dagli avvocati Francesco Maresca e Serena Perna. La pubblica accusa è affidata al pm fiorentino Alessandro Crini.

Presente all’udienza Patrick Lumumba, datore di lavoro di Amanda al tempo dell’omicidio e da lei indicato come l’autore del delitto, poi ‘scagionato’ dalla testimonianza di un professore universitario svizzero che ne confermò l’alibi.

Accolta dalla Corte la richiesta di Lumumba di costituirsi parte civile, nonostante le difese degli imputati, gli avvocati Giulia Bongiorno e Carlo Dalla Vedova, si fossero opposti. Ora per la studentessa statunitense, già condannata in via definitiva per calunnia, la Corte d’appello di Firenze dovrà determinare se calcolare anche la circostanza aggravante del fatto che Amanda abbia mentito per far deragliare l’indagine e proteggere se stessa dalle accuse. L’avvocato di Lumumba sostiene che all’uomo siano dovuti oltre 103mila euro di spese legali. In aula presente il padre di Raffaele Sollecito, Francesco.

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Lumumba: “Amanda in fuga perché colpevole”. “Amanda penso che sia scappata perché c’entra con la morte di Meredith. È colpevole sennò non mi avrebbe calunniato”, ha Lumumba entrando in corte d’assise d’appello a Firenze. “Non voleva essere punita e voleva depistare le indagini – ha aggiunto Lumumba -. La corte di appello le ha dato la possibilità di scappare. Ma la povera Meredith merita giustizia. Io sono qui, sono ovunque si cerchi la verità su questa vicenda in cui ci sono due vittime, la prima é la povera Meredith, la seconda sono io”. Alle accuse di Lumumba risponde la difesa di Knox: “Respingiamo l’idea che, visto che Amanda non è venuta, allora Amanda è colpevole, sta usando una strategia. Amanda ha sempre detto di essere un’amica di Meredith e ha sempre rispettato il sistema di giustizia italiano”, ha detto Luciano Ghirga, avvocato difensore di Knox.

Legali Kercher: “Imputati erano su scena del crimine”.  “Siamo ancora convinti della presenza di tutti e tre gli imputati sulla scena del crimine”, ha dichiarato Francesco Maresca, avvocato della famiglia di Meredith Kercher. “Penso che (Amanda Knox, ndr) stia parlando troppo, sinceramente, e questo continuo atteggiamento nel fare la vittima è inappropriato”, ha aggiunto il legale.

Parolisi: amavo Melania anche se la tradivo

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“Nella sua deposizione Parolisi ha ribadito la sua innocenza. Riguardo a Melania, ha detto che le voleva bene, anche se la tradiva”. Lo ha riferito Michele Rea, fratello di Melania, uscendo dall’aula del Tribunale de L’Aquila dove è in corso la seconda udienza del processo d’Appello a Salvatore Parolisi. L’ex caporalmaggiore è stato condannato in primo grado per l’omicidio della moglie.

“Per la prima volta ha indirizzato il suo sguardo verso di noi, dopo due anni non so come ha fatto – ha aggiunto Michele Rea -. Il tutto per ringraziarci del fatto che noi facciamo tutto per la bambina. Delle bugie e dei trans non si è parlato per niente, Parolisi ha parlato cinque minuti. Per me lui rappresenta il nulla, non mi fa né caldo né freddo, mi dispiace solo per quella povera bambina che comunque un giorno dovrà sapere e mi dispiace anche per Melania che ha avuto a che fare con questa persona”.

Il padre di Melania: “Salvatore è indifendibile” – In aula c’era anche il padre di Melania, Gennaro, il quale ha sottolineato di aver ascoltato con indifferenza la deposizione di Parolisi che è “una persona indifendibile”. “Mi aspetto giustizia piena quindi con la conferma dell’ergastolo”, ha aggiunto. Gennaro Rea ha assistito al dibattimento a porte chiuse insieme al figlio e ai due zii di Melania.

La difesa: “Parolisi estraneo, non era sul luogo dell’omicidio” – “Abbiamo dimostrato, proprio attraverso la documentazione di orari, di celle, di testimonianze, di telefonate, che non può aver commesso né l’omicidio, né il depistaggio, non era presente sul luogo dell’omicidio perché non c’è niente sul luogo dell’omicidio che può ricondurre a Parolisi”. Così l’avvocato Walter Biscotti, legale dell’ex militare. “Abbiamo dimostrato documentalmente – ha aggiunto il difensore – che la ricostruzione del giudice, almeno dalle 14.55 in poi, non regge. Pertanto abbiamo invocato che la decisione non può non essere la dichiarazione di Salvatore Parolisi come estraneo a tutti i fatti contestati”.

Femminicidio, braccialetto elettronico per tenere sotto controllo gli stalker

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Aumentano le misure per contrastare la violenza contro le donne. Con l’approvazione alla Camera di un emendamento del Pd al decreto sul femminicidio, è stato introdotto l’utilizzo del braccialetto elettronico per tenere lontani gli stalker delle vittime. L’emendamento, che prevede anche l’estensione delle intercettazioni telefoniche al reato di stalking, è stato approvato a larga maggioranza.

Il testo prevede che il giudice possa disporre, per chi sia stato allontanato dalla casa familiare per stalking o maltrattamenti, previo consenso dell’imputato, il “controllo mediante mezzi elettronici o altri strumenti tecnici”, che in questo momento coincidono con il braccialetto elettronico. Le commissioni hanno approvato altre due proposte di modifica, una che prevede il gratuito patrocinio e che sia informata la parte offesa, l’altra che esclude la possibilità di applicare l’allontanamento dalla casa familiare nei casi di lesioni lievi.

Il killer di Lodi riapre il caso di Yara Gambirasio

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Per la Procura ci sono attinenze tra il ritrovamento della prostituta romena e quello della piccola Gambirasio. Gli investigatori lodigiani hanno inviato i reperti con le tracce di Dna ai colleghi di Roma per un confronto

Andrea Pizzocolo  riapre il caso di Yara Gambirasio. Lavinia Simona Aiolaiei, la prostituta di 18 anni uccisa dal ragioniere dalla doppia vita, di giorno padre e marito, di notte regista e killer del sesso estremo, potrebbe infatti non essere l’unica sua vittima. Per gli investigatori di Lodi ci sono delle attinenze tra il ritrovamento del cadavere della romena e quello della piccola Yara, trovate entrambe in un campo agricolo.

Come scrive Il Giorno, ora si attendono i risultati del test del Dna che mette a confronto il codice genetico di Pizzocolo con quello trovato nei reperti della 16enne ma anche dei casi rimasti insoluti negli anni scorsi. In Procura infatti sono arrivate alcune denunce di prostitute che hanno dichiarato di essere sfuggite alla follia omicida del ragioniere. Che la mano del killer di lucciole uccise e ritrovate in Lombardia abbiano lo stesso volto? Gli inquirenti non escludono nessuna pista.

Femminicidio, donne salvate “Così la legge ha fermato il mio stalker”

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Storie di sopravvissute. Di incubi interrotti. Per ora. Sono 51 le donne perseguitate che grazie al decreto dell’agosto scorso hanno visto arrestare i loro carnefici. Ma l’approvazione del testo in Parlamento è a rischio. Una corsa contro il tempo. E quegli uomini potrebbero tornare liberi. Ricominciando le violenze

Ci sono 51 donne salvate, almeno per ora, dal decreto legge sul femminicidio. E ci sono 51 potenziali carnefici, in carcere o ai domiciliari, che rischiano di uscire per finire quello che avevano iniziato. Perché quel decreto varato dal Consiglio dei ministri l’8 agosto, che prevede per i reati di stalking l’arresto obbligatorio in flagranza (prima era facoltativo), l’allontanamento d’urgenza e l’irrevocabilità della querela, potrebbe non diventare mai legge. Il testo è in discussione alla Camera nelle commissioni congiunte Affari costituzionali e Giustizia, zavorrato da 414 proposte di modifica, piovute da destra e da sinistra. “Punta troppo sui provvedimenti punitivi e poco sul sostegno alle vittime”, dicono i critici. “E non poter revocare la querela scoraggerà le denunce”. Arriverà in aula la settimana prossima, poi il passaggio al Senato per l’approvazione definitiva entro il 15 ottobre. Tempi strettissimi, forse troppo. E però quel decreto, sicuramente perfettibile, un risultato l’ha prodotto. Da quando è entrato in vigore, il 17 agosto scorso, sono stati arrestati in flagranza 51 uomini. Sorpresi e ammanettati mentre erano aggrappati al balcone della casa della ex, nascosti sotto il letto con un coltello da sub in mano (è successo ad agosto a Marina di Ravenna), davanti a una stazione dei carabinieri mentre cercavano di impedire alla loro vittima di sporgere denuncia.

DOINA LA PRIMA – Doina non era nemmeno a casa quando il suo ex marito, 43 anni, disoccupato, albanese come lei ma di 7 anni più grande, si era di nuovo avvicinato troppo. Fino a un anno fa vivevano insieme, a Tortona. “Poi ci siamo lasciati  –  racconta  –  lui troppo possessivo. Ma non riusciva ad accettarlo. Prima ha cominciato a minacciarmi, poi le percosse, le vessazioni psicologiche, la macchina rigata e danneggiata con lo zucchero nel serbatoio. Alla fine l’ho querelato, anche perché volevo difendere i nostri due figli piccoli”. Ecco, i figli. Erano nella casa di un parente di Doina, accuditi da due amici, la sera del 19 agosto quando di nuovo lui è apparso, infischiandosene del divieto di avvicinamento. Ai suoi occhi, i due erano estranei che non avevano il diritto di stare dove stavano. La rabbia sale, comincia a urlare, aspetta il rientro di Doina. “Ma per fortuna i miei amici hanno chiamato i carabinieri, che lo hanno trovato ed arrestato”. Ora è in carcere, ad Alessandria, in attesa del processo. Uno dei pochi casi in cui la detenzione in prigione non è durata solo pochi giorni, l’arco di una speranza. Ma che succederà se il decreto non venisse convertito in legge? “Beh  –  ragiona Maria Carla Bocchino, primo dirigente del Servizio Centrale Operativo della Polizia  –  è chiaro che ogni avvocato proverà a chiedere la scarcerazione. Ma non è detto che il gip la conceda”.

MARTA E TOSCA, CORAGGIO E DISILLUSIONE – Marta amava un uomo che non esisteva. Non era un padre single, non aveva avuto una figlia con una modella straniera che lo aveva lasciato, nemmeno viveva a Bologna, come invece recitava la storiella che le aveva servito per due lunghi anni. Figuriamoci se le aveva detto di quel cellulare segreto che teneva sopra la credenza. “Ho scoperto i suoi tradimenti per caso, ritrovando il telefonino e decine di messaggi di donne sconosciute  –  dice Marta, 51 anni, un lavoro e una casa sulla riviera romagnola  –  l’ho lasciato, ma lui non l’accettava. Un anno fa sono partite le molestie, le telefonate ossessive, le minacce. Io non ci potevo credere, avevo dormito con lui per due anni e non aveva mai alzato un dito”. E invece Marta una mattina si ritrova con la faccia sull’asfalto, perché il “suo” Marco, 45 anni, l’aveva spinta dalla macchina in corsa. Epilogo dell’ennesimo vano tentativo di convincerla a rimettersi con lui. “Sono andata dai vigili urbani e nemmeno mi hanno dato ascolto  –  racconta  –  mi dicevano di aspettare a fare la denuncia, di pensare alla ditta che aveva, che lo potevo rovinare. Cose così”. Fino all’ultimo sfregio, ai primi di settembre. Un topo sgozzato lasciato sullo zerbino di casa. Un messaggio che non aveva bisogno di didascalie. “Il coraggio di denunciarlo l’ho avuto solo dopo aver letto cosa prevedeva il nuovo decreto. Mi ha fatto sentire tutelata”. Qualcuna lo è davvero. Ma non tutte. “Non voglio raccontare proprio niente”, urla al telefono Tosca, da Ventimiglia. La sua disgrazia non è ancora finita, ha solo trovato una tregua momentanea il 9 settembre, quando l’ex compagno, manovale di 60 anni, è stato trascinato via di peso dai carabinieri mentre ubriaco distruggeva a calci l’auto di lei. Arrestato in flagranza, dopo una sfilza di denunce che non avevano portato a niente. “Ma che tutelata? Quello tra un mese esce e io faccio la fine delle altre…”, dice, prima che il suono metallico della linea che cade segnala che la conversazione è finita. È vero?

PUNTI DEBOLI E PUNTI DI FORZA – “Con il decreto svuota-carceri  –  spiega ancora Maria Carla Bocchino  –  la custodia in cella in effetti si traduce spesso nei domiciliari. E anche l’allontanamento d’urgenza del presunto stalker da casa sconta il fatto che nessuno poi riesce a controllare che sia rispettato”. Dunque? “Il decreto rimane uno strumento validissimo. L’irrevocabilità della querela, ad esempio, impedisce che poi la vittima, sotto minaccia, ci ripensi. Si sono anche accelerati i tempi della giustizia. Perché ora l’atto persecutorio viene trattato dai magistrati con la priorità dei reati di mafia, terrorismo e omicidio”. Carla, di San Martino Sannita, 31 anni, queste cose non le sa. Nemmeno le interessa. Troppo impegnata ad arrabattarsi con la vita, tra un lavoro precario e un ex marito che le ha torturato la mente negli ultimi tre anni, dal giorno in cui si sono separati. “Nemmeno la mia famiglia mi credeva quando raccontavo loro di cosa era capace quell’uomo “, ha detto ai poliziotti a cui alla fine, quest’estate, si è rivolta. “Mi ha picchiato pure durante una festa di paese e nessuno dei presenti fece qualcosa per fermarlo”. Lui alcolizzato, disoccupato, violento. Carla ignora che è anche grazie a quel decreto legge che il 13 settembre la polizia lo ha arrestato. Con un coltello a molletta nascosto nei calzini, si era fiondato sotto casa. L’ha bloccata in strada e l’ha minacciata di morte, con lo stesso coltello con cui le aveva rigato la macchina. Poi si era calmato, grazie all’intervento della sorella di Carla. Senza l’arresto obbligatorio previsto dal decreto, forse i poliziotti non sarebbero andati fino a casa sua per arrestarlo. È salva, per ora. All’Onu il premier Enrico Letta dice che “il rispetto dei diritti umani è fondamentale, la nostra attenzione va ai più deboli, alle donne, ai bambini”. Ma il persecutore di Carla in carcere c’è stato appena tre giorni. Ora è ai domiciliari. E nessuno vigilerà.

Milano: identificato assassino di piazza Tripoli, e’ in Egitto

carabinierida Agi

Era stato identificato poche ore dopo l’omicidio l’uomo che il 12 settembre scorso ha ucciso Parvis Gorzjian, il venditore di tappeti iraniano 78enne ritrovato morto nel suo negozio di Piazza Tripoli Si tratta di Mohamed Attia Rafat, un 27enne egiziano con precedenti per droga e furto. L’uomo e’ riuscito a fuggire al Cairo nelle poche ore tra il delitto, commesso nella tarda mattinata, e il ritrovamento del cadavere, che e’ stato rinvenuto dal figlio della vittima solo in serata. I carabinieri guidati dal tenente colonnello Alessio Carparelli hanno individuato le impronte digitali di Rafat sul luogo dell’omicidio e le hanno confrontate con quelle rilevate nella sartoria poco distante, in cui l’egiziano lavorava. Secondo gli inquirenti il movente dell’omicidio andrebbe rintracciato in una rapina finita male.
Il colpevole ha portato via con se’ il cellulare e il portafoglio della vittima. Tra Egitto e Italia e’ in vigore un accordo bilaterale per l’estradizione e le autorita’ stanno procedendo attraverso l’Interpol per rintracciare l’omicida, ma le turbolente condizioni politiche dell’Egitto di questi mesi rendono piu’ difficile la cattura.

Scavi per rifiuti tossici nel Napoletano

Rifiuti:scavi nel Napoletano per trovare 'tossici' interratida Ansa

Ruspe al lavoro da stamani nel Comune di Qualiano, in provincia di Napoli, in località “cavuncelle” di masseria La Grotta, dove i carabinieri sono alla ricerca di rifiuti tossici interrati nell’ex discarica autorizzata “Campanile”.

Sul posto si sono recati anche sindaco e vice sindaco di Qualiano. L’appezzamento di terreno dove si sta scavando si trova alle spalle di una casa di risposo per anziani, nei pressi della circumvallazione esterna di Napoli, tra Qualiano e Giugliano.

L’urlo di Crocetta: la mafia mi vuole morto

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«Sono un presidente condannato a morte. Un pentito ha riferito che la condanna può essere cancellata solo da chi l’ha emessa, ma chi l’ha emessa è deceduto, il boss Daniele Emanuello, ucciso in un conflitto a fuoco con la polizia sei anni fa; dunque la mafia mi sta addosso». L’ha detto il presidente della Regione siciliana, Rosario Crocetta, intervenendo a Gela alla festa del «Megafono», il movimento ispirato proprio dal governatore.

SCHIAFFO AL PD – Crocetta non parteciperà oggi, lunedì, alla direzione regionale del Pd. «Non vado al teatrino della politica quando c’è un servitore dello Stato che rischia la vita», ha detto Crocetta, che oggi pomeriggio si recherà nell’ospedale Cannizzaro, a Catania, per stare a fianco di Tony Gricoli, 45 anni, ed Enzo Zerbo, 50 anni, feriti nel grave incidente della sua scorta lungo l’autostrada Siracusa-Gela.

LA SOLITUDINE DI SCILABRA – Il governatore difende il lavoro della sua giunta e legge dal suo telefono cellulare un sms inviatogli dall’assessore regionale alla Formazione, Nelli Scilabra. «Solo tu puoi capire e darmi risposte, lotto per questa nostra rivoluzione. Vorrei non sbagliare e non farti sbagliare – scrive l’assessore – Ma ormai da mesi provo solo la solitudine. Scusa lo sfogo, ma lo posso fare solo con te. Non fa niente anche se non rispondi, notte presidente». Crocetta quindi legge la risposte che le ha inviato sempre per sms. «Fregatene, ti voglio bene. Notte». «Dopo le sue denunce, non può più condurre una vita normale – dice Crocetta – Nelli lo urla. Ma perchè i giovani non dobbiamo metterli alla prova? Così non avranno mai un’esperienza». Poi l’affondo: «Invece di fare fregare i soldi a Genovese (il deputato nazionale del Pd indagato a Messina nell’inchiesta sulla formazione professionale), perchè non li investiamo sui giovani?».

Il direttore del Mensilepoliziadistato con il Vice Dirigente della squadra mobile della Questura di Isernia

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Il direttore del Mensilepoliziadistato Umberto Buzzoni (a destra) in compagnia del Vice Dirigente della Squadra Mobile di Isernia Emilio Cocco (a sinistra) e dell’assistente capo Alberto Iaciancio (al centro)

La Questura di Isernia da circa 2 anni si è trasferita dalla vecchia sede di Via Kennedy ed attualmente è operativa presso la nuova sede di C.da Nunziatella in Via Palatucci.

Presso la Questura di Isernia, una delle  più all’avanguardia del centro sud,  svolgono la propria attività investigativa dirigenti ed operatori altamente qualificati che, negli ultimi anni, sono stati protagonisti di brillanti operazioni anticrimine.

Questi gli orari di apertura al pubblico:

dalle ore 09.00 alle ore 12.00, dal lunedì al venerdì, dalle ore 15.00 alle ore 17.30 del Giovedì Ufficio Passaporti, Porto d’armi e Immigrazione;
– dalle ore 09.00 alle ore 13.00, dal lunedì al sabato, Divisione Anticrimine;
– dalle ore 00.00 alle ore 24.00, dal lunedì alla domenica, Ufficio Denunce.
Per ogni ulteriore informazione è possibile contattare il centralino al nr. 0865.4451

Schettino accusa in aula il timoniere

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L’ex comandante della Costa Concordia Francesco Schettino parla per la prima volta in aula al processo che lo vede imputato per il naufragio al Giglio. E lo fa per accusare il timoniere indonesiano di non aver eseguito correttamente i suoi ordini. Dunque scaricare la colpa su di lui: «Nel momento in cui ho chiesto al timoniere di mettere i timoni a sinistra – spiega in aula – l’errore è stato di non farlo, in quel momento la nave aveva un’accelerazione a destra».

Secondo Schettino, che per tutta l’estate ha studiato le carte con i suoi avvocati: «Se non ci fosse stato l’errore del timoniere, di non posizionare i timoni a sinistra, ovvero l’errore di scontrarsi, cioè di evitare la derapata non ci sarebbe stato quello schiaffo». La difesa dell’ex comandante aveva già insistito sugli errori del timoniere indonesiano sollecitando i periti del gip a puntualizzarli.

Con l’ordine di virare a sinistra, ha detto Schettino, «volevo ridurre la velocità angolare della poppa della Costa Concordia rispetto alla rotazione, ottenendo quindi una contro-rotazione, forse con un impatto più verso prua, certo con meno rotazione a destra. Addirittura se la nave si fosse fermata passava via liscia. Ma la manovra errata non lo permise». «Mettere il timone a sinistra – ha proseguito Schettino nella sua spiegazione – significava mettere velocità angolare della prua quindi l’avanzo sarebbe stato privilegiato rispetto al moto rotatorio» verso destra, che la faceva scodare di poppa verso la prua. Schettino, in sostanza, evidenziando l’errore del timoniere indonesiano, ha voluto dire che tentò di allineare la nave agli scogli, cercando di rimetterla in parallelo, comunque attenuando il più possibile l’angolo di impatto che si stava delineando di lì a poco. Ma l’errore al timone, secondo l’ex comandante, vanificò questo tentativo. I periti del gip hanno comunque sottolineato che l’impatto ci sarebbe stato lo stesso.

In aula si sono ascoltati i periti anche sulla questione del generatore di emergenza della nave che quella notte «non funzionò». Quanto quest’avaria ha influito sulla tragedia? «Non ha avuto influenza alcuna sull’evento. I timoni rimasero sempre a 35 gradi e la nave era comunque ingovernabile: non erano possibili manovre alternative»: ha detto il collegio dei periti del gip. «L’impatto sugli scogli ci sarebbe comunque stato, l’azione sul timone fu nulla», hanno proseguito i periti che, confermando il non funzionamento del generatore d’emergenza dopo l’urto contro gli Scogli hanno, però, anche escluso che fossero possibili manovre d’emergenza. «Non abbiamo riscontrato la causa dell’avaria» al generatore d’emergenza della Costa Concordia, hanno anche detto i periti, «abbiamo constatato che ci furono dei surriscaldamenti che causarono il blocco dell’impianto ma non ne abbiamo determinato la causa». Ai periti del gip è anche risultato che «le verifiche periodiche» previste «siano (rpt, siano) state fatte». Intanto la procura ha impugnato i cinque patteggiamenti, compreso quello al timoniere.