Trento: aggredivano anziane, arrestati minorenni

da Polizia di Stato
 
La banda specializzata in scippi è stata fermata stamattina dalla Squadra mobile di Trento. Le aggressioni, circa una ventina, hanno avuto come vittime donne anziane.

Le persone venivano individuate alle fermate dei mezzi pubblici, seguite a bordo degli autobus e aggredite, una volta scese, mentre si dirigevano verso casa.

La scelta delle vittime era effettuata con grande cura: l’attenzione verso persone non più giovanissime, dava modo ai criminali di non rischiare una reazione energica e pericolosa e limitava la possibilità di essere riconosciuti successivamente all’intervento delle forze dell’ordine.

La banda aveva un’organizzazione ben definita: ogni componente aveva il proprio compito e l’uno sapeva perfettamente le funzioni dell’altro.

Il profitto consisteva nella divisione, a ciascuno per la sua parte di merito, delle somme di denaro ricavate dalla vendita dei gioielli rubati.

In un occasione la banda, dopo aver rubato un’autovettura Bmw da un’abitazione privata di Povo (Trento), ha speronato un equipaggio della Squadra volante, in località Mattarello, riuscendo a dileguarsi nel buio delle campagne.

Dalle indagini è emerso anche che il gruppo criminale ha effettuato furti in appartamento e in grandi magazzini di abbigliamento.

Arrestato Antonio Zagaria, fratello del boss Michele

da Polizia di Stato

Erano specializzati nell’estorcere denaro agli imprenditori che  entravano nella loro rete e non ne uscivano più.

La Squadra mobile Caserta, con l’ausilio degli uomini del Reparto prevenzione crimine ha arrestato Antonio Zagaria, ritenuto dagli investigatori  l’erede al trono del clan lasciato dal fratello, il boss Michele, elemento di primo livello dei Casalesi, arrestato il 7 dicembre dello scorso anno  dopo una latitanza di oltre 16 anni. Insieme a lui è finito in carcere anche suo cugino Filippo Capalbo.

Entrambi sono tutti accusati di estorsione aggravata dal metodo mafioso per aver agito al fine di agevolare l’organizzazione di stampo mafioso del  clan dei Casalesi, gruppo Zagaria.

L’indagine, denominata “Thunderball 2”, ha permesso di fare luce su due episodi estorsivi di cui era stato vittima un imprenditore casertano, posti  in essere dai due criminali arrestati.

La vittima aveva preso dei soldi in prestito dalla famiglia e, avendo avuto difficoltà nel pagare le somme pretese a titolo di interessi  usurari, la obbligarono, sotto minaccia di morte, a estinguere il debito anche sottoscrivendo cambiali per oltre 150 milioni delle vecchie lire e  svendendo alcuni beni strumentali e attrezzature di sua proprietà.

Antonio Zagaria e Filippo Capalbo sarebbero stati, insieme agli altri due fratelli del boss Carmine, Pasquale (entrambi già in carcere), i  protagonisti anche del secondo episodio estorsivo nel quale lo stesso imprenditore fu costretto a “ripulire” 500 milioni di lire del clan. L’uomo  fu obbligato a restituire una somma, ricevuta a titolo di caparra per un affare non andato a buon fine, suddivisa in contanti e assegni di importo  inferiore ai 20 milioni, anziché con bonifico postale, modalità con cui l’aveva ricevuta.

Anche in questo caso gli arrestati furono autori delle minacce di morte e percosse che “convinsero” la vittima a versare la somma secondo le  modalità pretese.

L’indagine degli investigatori, che ha accertato il passaggio di alcune di quelle tranches di denaro proprio nelle mani dei membri del clan, si  inserisce nel contesto dell’operazione “Thunderball” che il 3 ottobre scorso portò all’arresto di sei esponenti del clan Zagaria, sempre per  reati di estorsione.

Pescara: la cocaina arriva dalla Spagna

da Polizia di Stato

Importavano droga dalla Spagna per poi  rivenderla nelle province dell’Abruzzo, specialmente a Pescara.

Sette persone sono state arrestate stamattina dalla Squadra mobile di Pescara per detenzione a fine di spaccio di sostanze stupefacenti.

L’operazione, denominata “Persistenza”, ha bloccato l’organizzazione che operava tra il Lazio, dove risiede un nucleo familiare di cinque persone  proveniente dalla ex Jugoslavia, e Pescara, dove erano attive due rom che vivono a Rancitelli e Fontanelle.

L’indagine, che ha preso il via dalla denuncia di un tossicodipendente, ha evidenziato il ruolo di spicco svolto dalle due nomadi pescaresi nello  smercio di cocaina sulla piazza locale, a conferma di una prassi consolidata tra le famiglie rom, quella cioè di far svolgere le  attività di spaccio dalle donne e dai figli minori, mentre gli uomini provvedono ai contatti con i fornitori.

L’anno scorso i poliziotti della Mobile avevano fermato un corriere, panettiere insospettabile, a bordo di un autovettura alla frontiera di  Ventimiglia (Imperia). L’uomo aveva con sé un chilo e cento di cocaina nascosti nella parte posteriore dell’auto, in una nicchia predisposta  vicino gli ammortizzatori. L’uomo fermato aveva ammesso agli agenti di aver compiuto 10-11 viaggi in un anno per il gruppo fermato stamattina e,  per ogni viaggio effettuato, veniva pagato tremila euro.

Razzismo e antisemitismo sul web: 4 arresti

da Polizia di Stato

Utilizzavano la Rete per istigare il razzismo e l’antisemitismo: con l’accusa d’incitamento alla violenza per motivi  razziali, 4 cittadini italiani residenti in varie regioni d’Italia sono stati arrestati e 17 sono stati denunciati, all’alba di questa mattina,  dagli uomini della Digos della questura di Roma e dal Servizio polizia postale e delle comunicazioni.

Gli investigatori nel corso dell’indagine sono riusciti a individuare sul Web un gruppo “consacrato” alla supremazia della razza bianca che  diffondeva le sue “idee” sull’odio razziale e sul compimento di atti i discriminatori, attraverso un forum online.

Durante l’operazione, condotta in tutta Italia, sono state effettuate 17 perquisizioni nel corso delle quali sono stati sequestrati: materiale  informatico, pubblicazioni, manifesti e volantini cartacei ed oggetti legati alla “sottocultura” nazi-fascista, armi bianche e armi improprie.

Gli arresti sono stati effettuati a Milano, Frosinone e Pescara.

Operazione “Paglia e fieno”: 22 arresti per droga a Palermo

da Polizia di Stato

La cocaina e l’hashish in gergo venivano indicati con il nome di “Paglia e fieno”. Ma l’utilizzo di parole in codice non è bastato a capi e membri di un’organizzazione criminale che importava, trafficava e spacciava stupefacenti nella zona di Palermo.

Ieri mattina infatti la Squadra mobile di Palermo ha eseguito 22 misure cautelari nei confronti dei componenti della banda.

L’attività investigativa, durata due anni, ha rilevato che alcuni degli arrestati erano legati, da tempo, alla criminalità organizzata locale e ha permesso di sequestrare 700 chili di droga, tra cocaina, eroina, marijuana e hashish.

Banconote quasi vere, arrestato falsario

da Polizia di Stato

Aveva allestito una vera e propria zecca clandestina nel suo  appartamento, all’interno quale stampava banconote quasi perfette, che anche un occhio esperto aveva difficoltà a distinguere.

Gli agenti del commissariato milanese Garibaldi-Venezia hanno arrestato il truffatore mentre era ancora all’opera nel suo laboratorio. L’accusa nei  suoi confronti è di falsificazione di monete, spendita e introduzione nello Stato di euro contraffatti.

Si tratta di un 57enne siciliano con precedenti per  reati analoghi. Nel suo appartamento sono state trovate banconote già “confezionate” e macchinari professionali per la realizzazione del  denaro.

In particolare gli agenti hanno trovato alcune matrici in magnesio, lampade per la trasmissione delle sfumature di colore, carta filigranata,  stampanti fotografiche di altissimo valore e una pressa capace di imprimere l’ologramma a caldo sulla banconota finita. Il tutto realizzato con  software professionali di computer grafica.

L’arresto è frutto di un’indagine “vecchio stile” partita da un’operazione legata alla ricerca di armi clandestine durante la quale un  confidente aveva rivelato l’esistenza di questo falsario di particolare bravura che agiva nella zona di Pavia.

La successiva attività degli investigatori, fatta di appostamenti e pedinamenti, ha permesso di individuare l’uomo e di conseguenza il suo  appartamento e un capannone in zona Casarile.

La qualità del lavoro era così elevata che anche le macchine di alcuni distributori automatici di carburante, che normalmente  riconoscono le banconote false, le prendevano per buone.

Nell’appartamento sono state sequestrati circa 9mila euro di banconote, probabilmente false; lo si saprà con sicurezza dopo gli accertamenti  della polizia scientifica

In manette la “New generation” della droga

da Polizia di Stato

Gli agenti del commissariato di Canosa, nella provincia di Barletta-Andria-Trani, hanno messo in manette 16 spacciatori, tutti pugliesi, che rifornivano i tossicodipendenti della zona prevalentemente di cocaina e marijuana.

Gli arrestati sono accusati di detenzione e cessione di sostanze stupefacenti, possesso illegale di armi e, per uno di loro, anche favoreggiamento personale finalizzato alla divulgazione di notizie riservate coperte da segreto istruttorio. Durante l’indagine è infatti emerso che l’uomo, impiegato presso una copisteria utilizzata dalle forze dell’ordine, aveva appreso che un suo amico sarebbe stato arrestato in un’operazione dei Carabinieri e lo ha avvertito, consentendogli di sfuggire alla cattura.

Durante l’esecuzione degli arresti gli agenti hanno sequestrato un chilo di marijuana e mezzo di cocaina, oltre a tutto l’occorrente per tagliare e confezionare le dosi di droga.

L’indagine del commissariato, denominata “New generation”, ha preso il via nel 2010 in seguito alle notizie relative all’attività di spaccio acquisite dagli agenti sul territorio.

Dopo aver individuato alcuni pusher che agivano nel centro di Canosa, gli agenti li hanno “attenzionati”, hanno cioè iniziato a tenerli sotto osservazione con pedinamenti, intercettazioni telefoniche e ambientali, utilizzando anche microfoni nascosti nelle loro auto.

L’indagine ha fatto emergere l’attività di un gruppo di spacciatori, la maggior parte dei quali già noti alle forze dell’ordine, che si riforniva nella vicina Cerignola. È emerso inoltre che alcuni degli indagati avevano a disposizione armi, delle quali però non è stato documentato l’utilizzo.

Gli arresti sono stati eseguiti in collaborazione con gli uomini della Squadra mobile di Bari.

Foggia: in galera il “Clan del papa”

da Polizia di Stato

Estorcevano denaro  ai negozianti nel centro di Foggia con minacce e percosse, ma stamattina i criminali sono stati fermati dalla Squadra mobile di Foggia che ha  arrestato 7 persone responsabili di estorsione aggravata in concorso.

Si tratta di un’operazione che ha colpito due gruppi distinti: uno riconducibile a Giosuè Rizzi detto il “Papa di Foggia”, ucciso il 10  gennaio scorso, e l’altro che conta tra gli esponenti principali Rossana Trisciuoglio, figlia del noto boss Federico, attualmente agli arresti  domiciliari.

Il “Papa di Foggia”, così definito da un noto collaboratore di giustizia, è stato l’indiscusso capo della mafia foggiana sin dagli  anni 80 ed era tornato in libertà nel novembre 2010, dopo aver scontato una pena a 26 anni di detenzione perché ritenuto l’autore  della cosiddetta strage del Bacardi; riacquistata la libertà, il boss aveva immediatamente chiamato al suo fianco alcuni fedelissimi per  gestire in autonomia il racket delle estorsioni.

Proprio da un episodio in cui è stato protagonista è scaturita l’indagine, con l’acquisizione di immagini video, riprese all’esterno  di un noto negozio di abbigliamento del centro di Foggia, in cui venivano registrate le percosse inferte da Rizzi e dai suoi fiancheggiatori, nei  confronti del titolare dell’attività commerciale.

Ad una delle vittime era stato quasi completamente devastato il locale con alcuni ordigni esplosivi. Le somme richieste alle vittime si aggiravano  dai 50 mila ai 100 mila euro, per la cosiddetta protezione da parte del gruppo malavitoso.

Sulmona: occhio al “colpo di frusta”

da Polizia di Stato

Al pronto soccorso di Sulmona le persone coinvolte negli incidenti erano sempre le stesse e accusavano sempre lo stesso disturbo. È questo che ha insospettito i poliziotti del commissariato, che dopo una lunga indagine, durata 14 mesi, hanno denunciato 47 persone per truffa alle assicurazioni.

Tra di esse anche due medici che collaboravano con l’agenzia di infortunistica stradale.

Analizzando i referti del pronto soccordo locale, gli agenti sono risaliti agli incidenti stradali dove, regolarmente, venivano coinvolte due o tre autovetture con quattro o cinque persone ferite che si trovavano all’interno della vettura tamponata.

Sentendo le persone coinvolte, i poliziotti del commissariato si sono resi conto che le persone coinvolte non si conoscevano tra loro e non sapevano fornire alcuna indicazione dull’incidente stradale o rilasciavano versioni contrastanti tra loro.

Punto in comune, in tutti i casi, era la gestione della pratica infortunistica da parte della stessa agenzia di Sulmona.

Gli investigatori hanno scoperto che il titolare dell’agenzia e due suoi conoscenti, individuavano le persone da coinvolgere, promettendo guadagni facili o favori di altro tipo, e organizzavano il finto incidente, sfruttando il fatto che è obbligatoria la sola perizia sul veicolo che ha subito il sinistro e non su quello che lo ha causato.

Quindi, utilizzando auto già danneggiate o danneggiandole appositamente, riuscivano a farsi riconoscere il risarcimento da parte delle assicurazioni.

Solo in due occasioni i periti si sono resi conto di trovarsi di fronte a casi sospetti: nel primo, il perito ha chiesto di visionare il veicolo che aveva causato il sinistro, e verificato che non c’erano danni compatibili con la dinamica, ha sospeso il risarcimento; nel secondo, la compagnia ha addirittura dato mandato ad un investigatore privato per poter far luce sull’incidente.

Ciascun falso incidente ha fruttato tra i 16 mila e i 20 mila euro di risarcimento.