Camorra: arresti e sequestri nel clan dei Casalesi

Oltre ai 24 arresti eseguiti dagli uomini dalla Squadra mobile di Caserta e da quelli dei Carabinieri di Napoli questa mattina c’è stato anche l’importante sequestro di un intero centro commerciale a Caserta del valore di 60 milioni di euro riconducibile direttamente a Michele Zagaria noto boss dei Casalesi.

Tra gli arrestati anche imprenditori, amministratori, funzionari del comune e professionisti accusati di associazione a delinquere di stampo camorristico, concorso esterno in associazione mafiosa, intestazione fittizia di beni, riciclaggio, estorsione, falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, abuso d´ufficio, truffa, turbata libertà degli incanti.

Il centro commerciale serviva per riciclare il denaro sporco frutto dell’attività illecita del clan camorristico.

fonte Polizia di Stato

Agrigento: presi 13 estorsori delle famiglie mafiose

Associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione, detenzione illegale di armi e detenzione di sostanze stupefacenti sono i reati di cui sono accusate le 13 persone fermate dagli agenti delle Squadre mobili di Palermo e Agrigento al termine dell’operazione “Icaro“.

L’attività investigativa si è conclusa questa mattina con l’arresto di 10 affiliati alle cosche palermitane e agrigentine di Cosa Nostra. Sei di loro sono finiti in carcere e quattro ai domiciliari mentre per altri tre indagati è stata predisposta la misura dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

L’indagine è il seguito dell’operazione “Break Point” del 2013 che portò all’arresto di dieci persone.

Con “Icaro” gli investigatori hanno avuto la conferma di come il vincolo tra Cosa Nostra palermitana e agrigentina in realtà non si sia mai spezzato, come dimostrato dai numerosi summit che si svolgevano nelle campagne agrigentine.

Gli uomini della Mobile sono inoltre riusciti a ricostruire la mappa del pizzo che veniva imposto alle imprese, facendo emergere il modo in cui le organizzazioni mafiose tentavano di estorcere denaro a diverse aziende del settore edile, alcune delle quali impegnate nella costruzione del rigassificatore di Porto Empedocle, nella ristrutturazione delle case popolari e altre attive nel settore del calcestruzzo. Sono emersi anche alcuni tentativi di condizionare il trasporto da e per l’isola di Lampedusa.

Le indagini hanno interessato Agrigento, e in particolare hanno permesso agli investigatori di scoprire la pianta organica di Cosa nostra nella parte occidentale della città; in particolare sono stati raccolti numerosi elementi a carico dei capi famiglia delle cosche di Agrigento e Porto Empedocle.

Tra gli indagati anche altri affiliati all’associazione, compresi quelli incaricati di organizzare gli incontri con gli esponenti delle altre famiglie locali.

fonte Polizia di Stato

“Questo sarà l’ultimo Papa”: arrestati jiadisti kosovari

Bloccati nelle prime ore di questa mattina un gruppo di cittadini kosovari accusati di apologia di terrorismo e istigazione all’odio razziale. Gli arresti sono avvenuti in alcune città italiane e in Kosovo.

L’operazione, denominata “Van Damme” è stata condotta dagli agenti della Direzione centrale della polizia di prevenzione e da quelli della Digos della questura di Brescia, unitamente alla Polizia kosovara.

Il gruppo terrorista scoperto stamattina propagandava l’ideologia jihadista anche attraverso l’uso dei social network. Molti gli aspetti di pericoloso fanatismo religioso estremistico individuati dai poliziotti durante le indagini. Sul web gli arrestati si mostravano con armi e in atteggiamenti da combattenti dello Stato islamico.

Nelle chat analizzate c’erano anche minacce nei confronti del Papa; gli investigatori hanno trovato anche frasi del tipo “questo sarà l’ultimo Papa“. Altro materiale web è ancora in fase di indagine.

Il capo della Polizia Alessandro Pansa si è complimentato con il questore di Brescia per il brillante risultato e per portare a tutti i poliziotti che hanno condotto l’operazione, anche il plauso del ministro dell’Interno Angelino Alfano.

fonte Polizia di Stato

Operazione “Triangle”: presi in Nigeria 3 leader dei cybercriminali

Grazie alle informazioni raccolte dalla Polizia postale e delle comunicazioni italiana, gli investigatori nigeriani dell’Economic and financial crimes commission (Efcc) sono riusciti ad arrestare i tre cybercriminali sfuggiti al blitz conclusivo dell’operazione “Triangle“.

I tre hacker, tutti elementi di vertice dell’organizzazione, riuscirono a sottrarsi alla cattura rifugiandosi in Nigeria, loro Paese di origine.

Il 9 giugno scorso circa 750 uomini della polizia italiana, spagnola, polacca, inglese, belga, georgiana, turca e camerunense, con il supporto di Europol ed Interpol, e con il coordinamento di Eurojust, arrestarono gran parte degli appartenenti all’organizzazione criminale responsabile di numerose truffe commesse ai danni di piccole e medie imprese sparse in tutto il mondo.

In particolare gli indagati erano specializzati nel riciclaggio di denaro, oltre 6 milioni di euro, proveniente da operazioni di phishing realizzate con la tecnica del “man in the middle” (uomo in mezzo).

La truffa avveniva attraverso l’accesso informatico abusivo a caselle di posta elettronica di aziende italiane ed estere grazie al quale gli hacker si inserivano nei rapporti commerciali tra aziende, all’insaputa delle stesse, indirizzando i reciproci pagamenti su conti correnti dell’organizzazione.

I tre arrestati sono un ingegnere meccanico e due proprietari di piccole imprese. Nelle loro case sono stati trovati e sequestrati computer, telefoni cellulari, sim card, vari supporti di memoria, oltre a una notevole quantità di documenti bancari comprovanti l’attività fraudolenta.

Si tratta di un’operazione molto importante anche per i risvolti di collaborazione internazionale. Infatti per la prima volta, Polizia italiana e Autorità governative nigeriane hanno lavorato fianco a fianco nel contrasto al cyber crime internazionale, condividendo in maniera trasparente le loro conoscenze sul fenomeno e consentendo così di intercettare la cellula nigeriana del gruppo criminale.

fonte Polizia di Stato

Catania: le cosche si alleano per lo spaccio

Erano già in carcere 3 dei 5 spacciatori ai quali la Squadra mobile di Catania ha notificato le ordinanze di custodia cautelare emesse alla fine dell’indagine denominata “ticket“. Oltre ai tre detenuti, sono finite in carcere altre due persone, una delle quali era agli arresti domiciliari.

L’attività di spaccio è documentata almeno fino al 2011, grazie alle indagini e alle intercettazioni telefoniche effettuate degli investigatori.

Il particolare che è emerso dall’inchiesta è che ormai le cosche sono diventate “liquide”; membri di clan diversi si associano tra loro per l’acquisto di droga poi si spartiscono il territorio e infine depositano in una cassa comune i guadagni dello spaccio. Ormai le guerre di mafia non convengono e risulta più redditizio fare delle joint venture grazie alle quali massimizzare i guadagni e contenere i rischi.

In particolare l’operazione “ticket” ha messo in luce i legami tra appartenenti a diverse cosche: il clan “Mazzei“, il clan “Santapola-Ercolano” ed il clan “Pillera -Puntina“.

Tutti insieme acquistavano all’ingrosso cocaina e marijuana che veniva poi spacciata con una rigorosa divisione del territorio.

Due i gruppi: uno spacciava nella parte nord di Catania nonché nei comuni di Misterbianco e Paternò, località della provincia e di Augusta in provincia di Siracusa; il secondo gruppo invece aveva esteso la propria attività nei territori messinesi di Taormina e Giardini Naxos.

Gli arrestati si erano già messi in evidenza per il loro spessore criminale: ad uno di loro in passato erano state sequestrate ben 62 armi da fuoco tra cui fucili a pompa, armi da guerra e pistole di ogni tipo.

Per un altro invece il curriculum criminale annovera precedenti per traffico di sostanze stupefacenti, detenzione e spaccio, estorsione, rapina, furto e reati in materia di armi.

fonte Polizia di Stato

Presi 4 trafficanti di schiave del sesso, le minacciavano con il voodoo

Una foto, ciocche di capelli, peli e unghie erano gli elementi usati dai “Baba-loa” per sottoporre a rito voodoo le giovani ragazze prima di imbarcarle per l’Europa e farle diventare schiave del sesso da vendere sui marciapiedi.

Al termine dell’operazione “Baba-loa“, coordinata dal Servizio centrale operativo, la Squadra mobile di Ragusa ha messo le manette a quattro persone, un uomo e tre donne, accusati di far parte di un’organizzazione internazionale dedita alla tratta di giovani donne nigeriane, illegittimamente introdotte nel nostro Paese con lo scopo di sfruttarle avviandole alla prostituzione. I reati sono inoltre aggravati dal fatto che il gruppo criminale agiva in più Stati, in particolare Libia, Nigeria e Italia.

Gli arresti sono stati effettuati a Novara, Ferrara e Napoli in collaborazione con le locali Squadre mobili.

Gli sfruttatori approfittavano dello stato di estrema povertà delle vittime e delle loro famiglie, riuscendo facilmente ad ingannarle con il miraggio di un lavoro lecito con il quale avrebbero ripagato il costo del trasferimento (circa 400 euro) e inviato soldi a casa.

L’indagine è iniziata nel febbraio scorso quando, durante uno dei tanti sbarchi di migranti nel porto di Pozzallo (Ragusa), gli uomini della Mobile ragusana hanno notato la presenza di moltissime giovani donne di origine nigeriana.

Grazie anche all’aiuto di una giovane interprete nigeriana, anche lei sbarcata qualche anno fa a Pozzallo e sottratta dalla Polizia alla vita da marciapiede, i poliziotti sono riusciti a convincere una delle migranti a raccontare la sua storia agli investigatori.

Come tutte le altre ragazze cadute nella rete, anche lei sperava di poter studiare e lavorare come baby sitter o badante, prima di rendersi conto, quando ormai era troppo tardi, che in realtà il suo futuro sarebbe stato quello di vendersi sui marciapiedi italiani per “restituire” all’organizzazione un debito di circa 30mila euro.

Il rito voodoo con il quale il Baba-loa le aveva benedette prima di partire, si rivelava in realtà l’arma principale con la quale le vittime venivano terrorizzate e soggiogate, insieme a vere e proprie minacce fisiche a loro e alle loro famiglie. Il “Baba-loa” è una figura religiosa tradizionale molto diffusa e rispettata, soprattutto nelle zone della Nigeria meridionale, con tanto di albo professionale di categoria.

La ragazza aveva imparato a memoria un numero di telefono di una donna, la “maman” che l’avrebbe prelevata e inserita nel meccanismo dell’organizzazione. Proprio mettendo sotto controllo quel numero di telefono gli investigatori sono risaliti agli altri membri del gruppo criminale e alla sua struttura organizzativa.

Alcune delle vittime diventavano esse stesse carnefici e diventavano delle “maman”, in modo da estinguere il debito senza prostituirsi.

L’attività investigativa ha portato all’individuazione di tre diramazioni italiane dell’organizzazione, proprio nelle città dove sono stati effettuati gli arresti.

fonte Polizia di Stato

Palermo: operazione “Stirpe” arrestati esponenti di spicco di “Cosa Nostra”

Oltre al capo cosca, anche altri esponenti di spicco della famiglia mafiosa Santa Maria di Gesù sono stati arrestati, questa mattina, dalla Squadra mobile di Palermo nell’operazione chiamata “Stirpe“. Sei persone sono finite in manette mentre due sono state poste ai domiciliari.

Il boss mafioso indicato da alcuni collaboratori di giustizia come “uomo d’onore” già destinatario di numerose condanne per associazione di tipo mafioso, estorsione e traffico di sostanze stupefacenti, fu arrestato per la strage di via d’Amelio dove venne assassinato il magistrato Paolo Borsellino e la sua scorta.

Nel 2011 venne scarcerato a seguito della revisione del processo.

Non appena è stato rimesso in libertà, l'”uomo d’onore” ha ripreso le redini del mandamento radunando i suoi affiliati e alcuni stretti congiunti per riprendere la gestione degli affari della consorteria mafiosa.

Il riconoscimento del suo ruolo e del suo “peso mafioso” è stato sin da principio incondizionato, avallato pure da altri esponenti mafiosi di spicco, che, come documentato dalle indagini, hanno affermato la posizione di supremazia del boss, sottoponendosi al “rito del bacio in fronte”.

Le indagini iniziate dal 2012, grazie alle intercettazioni telefoniche, ambientali e tradizionali hanno permesso di documentare le attività criminali, di varia natura, gestite dal mandamento mafioso.

fonte Polizia di Stato

Campagna Blackfin: la Polizia in “pista” per la sicurezza informatica

fonte Polizia di Stato

fonte Polizia di Stato

L’Operazione Blackfin, la campagna sulla cyber-consapevolezza, è iniziata il 10 e proseguirà fino a domani 13 novembre, negli aeroporti di Roma Fiumicino e Milano Malpensa.

Nelle aree attigue ai gate del Terminal 1, ai passeggeri in transito, gli specialisti della Polizia postale e delle comunicazioni, operatori dell’Unità Europol italiana che dipende dal Servizio per la cooperazione internazionale di polizia e rappresentanti delle maggiori società di cyber security, forniscono informazioni e consigli sulla sicurezza informatica.

L’operazione si svolge contemporaneamente anche in altri Paesi europei, e non solo, con iniziative differenti in ogni location, ma con l’obiettivo comune di dare al pubblico indicazioni utili per proteggere i propri dispositivi di accesso alla rete quindi contrastare il furto di dati personali e finanziari da parte dei criminali informatici.

Roberto Di Legami, direttore del Servizio polizia postale e delle comunicazioni, ha commentato “L’impegno della Polizia di Stato per sensibilizzare gli utenti all’uso consapevole della rete è iniziato più di 15 anni fa. Come protagonisti istituzionali nella sicurezza informatica, siamo convinti che rendere il web più sicuro con tecnologie innovative e sempre più sofisticate sia un nostro obiettivo primario per contribuire ad uno sviluppo sostenibile della rete Internet e dei suoi servizi a beneficio di tutti gli utenti”.

di Umberto Buzzoni

Guerra di camorra: 3 arresti nel clan dei Quaqquaroni

Il 24 aprile 2009 tentarono di uccidere Franco Cortese, affiliato al clan dei Belforte di Marcianise, detti i Mazzacane, contrapposti al loro gruppo, quello dei Piccolo, attivo nello stesso comune della provincia di Caserta.

Questa mattina gli agenti della Squadra mobile casertana hanno arrestato tre affiliati al clan dei Piccolo, detto dei Quaqquaroni, con l’accusa di tentato omicidio, detenzione e porto illegale di armi, estorsione e danneggiamento, tutti reati aggravati dal metodo mafioso e dal fine di agevolare l’organizzazione camorristica.

L’indagine della Mobile, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, è stata supportata dalle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia che aveva confessato di aver personalmente esploso i colpi di pistola che raggiunsero al torace Franco Cortese, ferendolo gravemente.

L’uomo ha raccontato di aver raggiunto la vittima a bordo di uno scooter insieme a un suo complice, e di aver agito su commissione dell’allora reggente del clan Piccolo.

Il tentato omicidio fu l’apice della lotta tra clan, fatta di atti intimidatori e danneggiamenti, che in quel periodo era in atto nella zona e con la quale il clan dei Piccolo voleva affermare la propria egemonia sul territorio. In particolare il tentato omicidio avvenne perché la vittima aveva chiesto il pizzo ad un imprenditore edile, impegnato nella realizzazione della piscina comunale di S. Nicola la Strada (Caserta), che già pagava i Quaqquaroni.

Durante l’indagine gli investigatori hanno anche ricostruito numerose estorsioni poste in essere dagli indagati, in particolare tra il 2009 e il 2010, ai danni di imprenditori e commercianti.

fonte Polizia di Stato

Immigrazione clandestina: 36 arresti a Palermo con “Golden circus”

Arrivavano in Italia come artisti circensi o ballerini, per essere assunti da compagnie di circo e teatrali, ma nella maggior parte dei casi nemmeno passavano sotto i tendoni o sui palcoscenici dei teatri.

Con l’operazione “Golden circus” gli agenti della Squadra mobile di Palermo hanno interrotto l’attività di un’organizzazione criminale specializzata nel favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, aggravata dalla transnazionalità dei reati. Per qualcuno anche l’accusa di corruzione di pubblico ufficiale, falso materiale e ideologico. Coinvolti anche numerosi impresari operanti nel circuito circense italiano.

La Mobile palermitana ha eseguito 36 delle 41 ordinanze emesse dalla Procura della Repubblica nei confronti degli appartenenti all’organizzazione che aveva un giro d’affari stimato nell’ordine di 7 milioni di euro.

Almeno 500 i cittadini indiani, bengalesi e pakistani arrivati irregolarmente nel nostro Paese grazie all’attività del gruppo criminale che ruotava intorno alla figura fondamentale di un dipendente pubblico infedele.

L’uomo, dipendente dell’Assessorato regionale della famiglia, delle politiche sociali e del lavoro, faceva ottenere la documentazione necessaria agli immigrati per ottenere il visto d’ingresso per ragioni di lavoro.

Ogni immigrato pagava almeno 15mila euro: 2 o 3mila, a seconda che lo straniero fosse assunto veramente o solo fittiziamente, finivano nelle tasche degli impresari circensi compiacenti. Un’altra parte andava ai procacciatori di clienti, che agivano nei loro Paesi di origine, mentre una buona fetta andava al dipendente dell’assessorato regionale.

L’uomo, responsabile dell’Ufficio speciale di collocamento per i lavoratori dello spettacolo, produceva dei falsi nulla osta al lavoro per prima occupazione o visti d’ingresso per cittadini extracomunitari, necessari per ottenere, da parte delle ambasciate, il visto d’ingresso nel territorio nazionale.

Gli impresari circensi inoltravano la domanda di assunzione dello straniero all’ufficio dove lavorava il dipendente corrotto, il quale predisponeva, pure in mancanza dei presupposti, il “nulla osta al lavoro per prima occupazione o visto d’ingresso cittadini extracomunitari“.

Per ottenere la documentazione servivano una copia del passaporto del cittadino straniero, il certificato di sana e robusta costituzione, alcune referenze lavorative e il nulla osta dell’Ufficio immigrazione della questura. Quando non riusciva ad ottenere il nulla osta per le vie regolari, l’uomo faceva ricorso a due stratagemmi alternativi: utilizzava un falso timbro dell’Ufficio immigrazione della questura di Palermo, oppure emetteva direttamente un provvedimento dell’Assessorato che attestava, falsamente, la presenza agli atti del nulla osta della Questura.

Per sveltire le “pratiche amministrative”, il dipendente pubblico infedele ad un certo punto ha deciso di mettersi in proprio. Mantenendo il suo incarico alla regione ha aperto un suo ufficio privato, attraverso il quale ottenere diretti contatti con gli imprenditori circensi.

In questo “nuovo contesto lavorativo” ha coinvolto anche la moglie e i suoi due figli, che hanno messo a disposizione conti correnti e postepay su cui far confluire le cifre pagate dagli imprenditori circensi.

fonte Polizia di Stato