Droga e regolamenti di conti, sei arresti: sequestrati oltre 7 chili di stupefacenti

Sei persone sono finite in manette nell’ambito di una complessa operazione condotta dalla Squadra Mobile di Sondrio, che ha fatto luce su una serie di episodi criminali collegati, secondo gli investigatori, al mondo dello spaccio di droga. Le accuse, a vario titolo, comprendono due tentati omicidi, rapina aggravata, tentata estorsione, lesioni personali aggravate, traffico di stupefacenti e porto abusivo di arma da fuoco.L’indagine, sviluppata dagli uomini della Questura di Sondrio insieme ai colleghi di Crotone, ha consentito di individuare i presunti responsabili dell’agguato avvenuto il 2 luglio nella zona commerciale di Castione Andevenno. Gli investigatori avrebbero identificato sia la persona ritenuta all’origine del piano sia coloro che avrebbero materialmente messo in atto il tentato omicidio. Per arrivare alla ricostruzione dei fatti, gli inquirenti hanno utilizzato diversi strumenti investigativi: intercettazioni, esame dei movimenti telefonici e delle comunicazioni digitali, immagini registrate dalle telecamere di sorveglianza, oltre ad attività di osservazione sul territorio. A questi elementi si sono aggiunti il controllo dei profili social, pedinamenti e appostamenti, che avrebbero permesso di ricostruire i rapporti tra le persone coinvolte e la dinamica dell’agguato.L’inchiesta sarebbe partita dalla denuncia di un giovane, presentatosi in Questura dopo essere stato, a suo dire, aggredito con un coltello e minacciato ripetutamente di morte. Alla base della vicenda ci sarebbe stato un incarico legato al trasporto di una partita di droga, che il giovane non aveva però portato a termine. Da quella mancata consegna sarebbero poi scaturite le violenze e le minacce che hanno dato impulso agli accertamenti degli investigatori.

Dall’attività investigativa è emerso un quadro più ampio rispetto all’agguato del 2 luglio. La persona indicata come primo aggressore sarebbe stata successivamente presa di mira da quattro uomini, arrivati dalla Calabria nei giorni precedenti. L’episodio, secondo la ricostruzione degli inquirenti, sarebbe maturato nel contesto di contrasti legati a precedenti vicende di spaccio. L’aggressione si è consumata nell’area del centro commerciale. Il gruppo avrebbe fatto ricorso a spray al peperoncino e a un’arma da fuoco nel tentativo di bloccare l’uomo, che era alla guida dell’automobile sottratta in precedenza alla vittima. Nonostante l’attacco, è riuscito a rimettersi al volante e ad allontanarsi. Gli approfondimenti della polizia hanno consentito di andare oltre il singolo episodio, facendo emergere una serie di movimentazioni di droga tra diverse località. In particolare, gli investigatori hanno ricostruito presunte consegne di cocaina e hashish, alcune delle quali effettuate anche fuori dalla regione. A organizzare le spedizioni sarebbe stato il primo aggressore, mentre a occuparsi materialmente dei trasferimenti sarebbero stati il giovane che aveva denunciato l’aggressione e un’altra persona. L’inchiesta ha inoltre portato alla luce un secondo episodio di tentato omicidio, avvenuto pochi giorni prima del 2 luglio. Anche in questo caso, gli investigatori ipotizzano un collegamento con il traffico di stupefacenti e attribuiscono il fatto al medesimo soggetto già coinvolto nella prima vicenda. Importanti riscontri sarebbero arrivati anche dalle perquisizioni eseguite dagli agenti. Nel corso delle operazioni sono stati trovati e sequestrati circa 3,5 chili di cocaina e 4 chili di hashish, insieme a una scacciacani, due munizioni calibro 7,65, circa 2.500 euro in contanti e diversi dispositivi informatici. L’operazione ha richiesto un imponente dispiegamento di forze e ha interessato sette province: Sondrio, Crotone, Salerno, Verona, Bolzano, Roma e Aosta. Sul campo sono stati impiegati circa 70 poliziotti, tra personale delle Squadre Mobile, agenti della Polizia di frontiera di Tirano, operatori del Reparto Prevenzione Crimine e unità cinofile.

Direttore Umberto Buzzoni
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Cocaina per 10 milioni di euro: blitz della Polizia, due arresti

Un sequestro di oltre 25 chilogrammi di cocaina ha portato all’arresto di due cittadini albanesi, di 46 e 34 anni. L’operazione è stata portata a termine dalla Squadra Mobile di Rimini, insieme ai colleghi di Forlì-Cesena e agli agenti del Commissariato di Cesena, al termine di un’attività investigativa sviluppata attraverso controlli e osservazioni sul territorio. Il momento decisivo è arrivato a Morciano di Romagna, dove gli investigatori hanno notato i due uomini mentre movimentavano un grosso borsone. Il bagaglio, trasportato all’interno di una Citroen C3, ha attirato l’attenzione degli agenti, che hanno deciso di procedere al controllo. All’interno sono stati trovati 20 panetti di cocaina, per un peso superiore ai 22 chili. A quel punto per i due è scattato l’arresto.

Gli accertamenti sono poi proseguiti a Cesena, dove è stato individuato un immobile nella disponibilità di uno degli arrestati. Durante la perquisizione, gli agenti hanno scoperto un nascondiglio ricavato artigianalmente in un mobile porta televisore. Nel doppio fondo erano nascosti altri 2,7 chili circa di cocaina, insieme a 29.500 euro in contanti e al materiale utilizzato per il confezionamento della droga. Il bilancio dell’operazione supera quindi 25 chili di cocaina sequestrata, un quantitativo che, secondo le stime investigative, avrebbe potuto raggiungere un valore di circa 10 milioni di euro sul mercato illecito. I due uomini sono stati accompagnati nella casa circondariale di Rimini. Per entrambi l’accusa è di detenzione di droga ai fini di spaccio in concorso; al 34enne viene contestato anche il possesso della sostanza stupefacente trovata nell’abitazione di Cesena.

Direttore Umberto Buzzoni
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Operazione di rimpatrio con Frontex: 29 cittadini nordafricani lasciano l’Italia

Si è conclusa con il rimpatrio di 29 cittadini stranieri un’operazione organizzata nell’ambito delle attività della Direzione centrale dell’immigrazione e della polizia delle frontiere, realizzata con il supporto e il coordinamento dell’agenzia europea Frontex. Il trasferimento è avvenuto attraverso un volo charter predisposto per accompagnare fuori dal territorio nazionale le persone destinatarie dei provvedimenti di espulsione. A bordo dell’aereo si trovavano complessivamente 29 cittadini di origine nordafricana, tutti accompagnati da personale specializzato della Polizia di Stato appartenente agli Uffici centrali e alle strutture territoriali del Dipartimento della pubblica sicurezza, impegnato nelle procedure relative all’esecuzione dei provvedimenti di rimpatrio. Dalle informazioni relative alle persone coinvolte nell’operazione è emerso che la maggior parte aveva precedenti penali o di polizia, principalmente per episodi riconducibili a reati contro la persona e contro il patrimonio. Tra i cittadini rimpatriati figurava anche l’uomo coinvolto nell’episodio avvenuto a Benevento lo scorso 24 agosto, durante le celebrazioni dedicate a San Bartolomeo. La vicenda si era verificata nel centro cittadino, dove il cittadino nordafricano era stato fermato dalla Polizia di Stato dopo aver provocato ferite a un padre e al figlio utilizzando un collo di bottiglia. In seguito all’intervento degli agenti, nei suoi confronti era stata formalizzata una denuncia per lesioni personali. La posizione dell’uomo era stata successivamente presa in carico dalle autorità competenti e il prefetto di Benevento aveva disposto nei suoi confronti l’espulsione dal territorio italiano.

Il questore aveva quindi disposto il suo trattenimento presso il Centro di permanenza per il rimpatrio di Bari, dove lo straniero sarebbe rimasto in attesa dell’esecuzione del provvedimento di allontanamento. Durante la permanenza all’interno della struttura, l’uomo aveva manifestato la volontà di presentare una richiesta di asilo, dando così avvio alla procedura prevista per la valutazione della sua eventuale richiesta di protezione internazionale. La domanda è stata esaminata dalla Commissione territoriale competente, che ha ritenuto l’istanza non idonea. Una volta concluso l’iter previsto, le autorità hanno quindi proceduto con l’allontanamento dal territorio nazionale. Il cittadino nordafricano è stato così inserito nell’operazione di rimpatrio insieme agli altri 28 stranieri, lasciando l’Italia a bordo del volo charter predisposto per il trasferimento. L’intervento si è svolto nell’ambito delle attività di collaborazione tra le autorità italiane e Frontex, con il coinvolgimento del personale specializzato incaricato di seguire le procedure di accompagnamento e rimpatrio. Con la partenza del volo si è quindi conclusa l’operazione che ha interessato complessivamente 29 cittadini stranieri destinatari di provvedimenti di allontanamento dal territorio italiano.

Direttore Umberto Buzzoni
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Cocaina, marijuana e droghe sintetiche: maxi operazione della Polizia nel Nuorese

È stata un’operazione di vasta portata quella messa a segno dalla Polizia nelle prime ore di venerdì 25 settembre 2026 tra diversi comuni del Nuorese. L’attività investigativa, condotta dalla Squadra Mobile della Questura di Nuoro insieme al Commissariato di Gavoi e coordinata dalla Procura, si è conclusa con sette arresti, disposti tra carcere e domiciliari, e con due obblighi di dimora. L’inchiesta, sviluppata attraverso mesi di accertamenti, avrebbe permesso di ricostruire l’attività di due gruppi che, pur operando in territori differenti, sarebbero stati in contatto tra loro e avrebbero collaborato nella gestione del traffico di stupefacenti. Un primo gruppo avrebbe avuto il proprio principale ambito operativo tra Gavoi e Ollolai, dove si sarebbe occupato soprattutto della coltivazione e della successiva vendita di marijuana, mentre il secondo avrebbe fatto riferimento a Lula e sarebbe stato maggiormente coinvolto nel traffico di cocaina, destinata allo spaccio anche in altri centri della provincia di Nuoro. Nel corso delle indagini gli agenti hanno individuato una piantagione di marijuana e raccolto elementi utili, anche attraverso il materiale presente sui telefoni cellulari degli indagati, per ricostruire le diverse fasi dell’attività, dalla coltivazione alla raccolta fino alla distribuzione delle sostanze. Gli investigatori ritengono inoltre che durante i mesi estivi lo spaccio si sia concentrato anche lungo le località costiere della Baronia, con la presenza sul mercato di diverse tipologie di stupefacenti.

Il bilancio dei sequestri comprende circa un chilo di cocaina, tre chili di marijuana, hashish e sostanze sintetiche come MDMA ed ecstasy, oltre a circa 5 mila euro in contanti e munizioni detenute illegalmente. Tra le contestazioni mosse a uno degli arrestati figura anche la detenzione abusiva di un’arma da fuoco e un episodio relativo all’uccisione di un cane custodito in un ovile. Secondo la ricostruzione degli investigatori, l’animale sarebbe stato ucciso poco dopo aver partorito una cucciolata e l’intera scena sarebbe stata registrata in un video successivamente trovato nel telefono dell’indagato. Per l’esecuzione delle misure cautelari e delle numerose perquisizioni sono stati mobilitati oltre 70 operatori, con il coinvolgimento del Reparto Prevenzione Crimine “Sardegna”, delle unità cinofile della Polizia di Stato e della Polizia penitenziaria.

Direttore Umberto Buzzoni
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Blitz della Polizia a Manduria: 21 arresti e nuovi elementi su un omicidio del 2023

È scattata all’alba l’operazione della Squadra Mobile di Taranto che ha portato all’arresto di 21 persone, ritenute dagli investigatori appartenenti a una presunta organizzazione criminale di stampo mafioso radicata nel territorio di Manduria. Secondo quanto ricostruito nel corso dell’inchiesta, il gruppo avrebbe avuto nel comune tarantino una delle proprie basi operative e sarebbe stato impegnato in una serie di attività illecite. L’indagine ha consentito agli investigatori di ricostruire un quadro caratterizzato da numerosi episodi criminali, che si sarebbero verificati tra la fine del 2021 e i primi mesi del 2023. Tra le contestazioni figurano il traffico e lo spaccio di sostanze stupefacenti, oltre alla gestione e alla disponibilità illegale di armi. Agli indagati vengono contestati, in particolare, anche la detenzione di armi da guerra e del relativo munizionamento, il porto abusivo di armi comuni da sparo con matricola abrasa, la ricettazione e il trasporto o la disponibilità in luoghi pubblici di ordigni esplosivi. Nel quadro accusatorio compaiono inoltre episodi di rapina ed estorsione. Secondo la ricostruzione degli investigatori, le attività criminali sarebbero state accompagnate dalla capacità intimidatoria riconducibile al presunto vincolo associativo. Le contestazioni sono inoltre aggravate dall’ipotesi che gli autori abbiano sfruttato le condizioni di assoggettamento e omertà derivanti dall’appartenenza al clan, anche con l’obiettivo di rafforzarne e agevolarne le attività. Uno degli aspetti maggiormente emersi dall’inchiesta riguarda il presunto sistema di estorsioni messo in atto sul territorio. Tra le persone che sarebbero state costrette a versare denaro figurano imprenditori locali e occupanti abusivi di un complesso residenziale situato a Manduria. In quest’ultimo caso, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, sarebbe stato imposto il pagamento di somme di denaro con cadenza mensile. Chi non avesse rispettato le richieste avrebbe rischiato conseguenze particolarmente pesanti. Le minacce avrebbero infatti riguardato possibili aggressioni fisiche oppure il distacco delle utenze domestiche, utilizzato come ulteriore strumento di pressione nei confronti delle vittime. Le indagini hanno quindi permesso di delineare, secondo l’ipotesi accusatoria, una rete di attività che comprendeva il traffico di droga, la disponibilità di armi e il ricorso alla violenza e alle minacce per ottenere denaro. Gli elementi raccolti dalla Polizia hanno riguardato un arco temporale di oltre un anno, consentendo agli investigatori di documentare diversi episodi e di ricostruire i rapporti all’interno del presunto sodalizio. Gli arresti rappresentano l’esito dell’attività investigativa condotta dalla Squadra Mobile di Taranto, che ha concentrato gli accertamenti sulle dinamiche criminali sviluppatesi nel territorio di Manduria. Le accuse contestate dovranno ora essere valutate nelle sedi giudiziarie competenti e, come previsto dall’ordinamento, la responsabilità degli indagati dovrà essere accertata con sentenza definitiva.

L’indagine condotta dalla Polizia di Stato ha permesso di delineare anche il presunto ruolo di una delle figure storiche della criminalità organizzata presente nel territorio di Manduria e nei comuni limitrofi. Tra le persone raggiunte dalla misura cautelare in carcere figura infatti un uomo molto conosciuto, indicato dagli investigatori come uno dei fondatori e dei principali esponenti del gruppo criminale attivo nell’area. La sua figura, secondo quanto emerso dagli accertamenti, sarebbe stata legata per diversi decenni alle dinamiche della criminalità organizzata locale. Gli investigatori lo descrivono inoltre come un punto di riferimento strategico della Sacra Corona Unita, ruolo che avrebbe mantenuto nel tempo all’interno degli equilibri criminali della zona. Uno degli elementi ritenuti particolarmente significativi nell’ambito dell’inchiesta riguarda la capacità che l’uomo avrebbe avuto, secondo l’ipotesi accusatoria, di continuare a esercitare la propria influenza anche durante la detenzione. Nonostante fosse in carcere, avrebbe infatti mantenuto rapporti con l’esterno e continuato a impartire disposizioni agli appartenenti al gruppo. Le direttive, secondo la ricostruzione degli investigatori, sarebbero state trasmesse attraverso altri esponenti della criminalità locale e alcuni familiari, che avrebbero svolto il ruolo di intermediari. In questo modo, il presunto capoclan avrebbe cercato di preservare la propria posizione di vertice e di mantenere un controllo sulle attività dell’organizzazione. L’obiettivo sarebbe stato anche quello di conservare l’influenza del gruppo sull’area orientale della provincia di Taranto, evitando che la detenzione interrompesse i collegamenti e gli equilibri costruiti nel corso degli anni. Gli elementi raccolti dagli investigatori sono stati quindi inseriti nel più ampio quadro dell’inchiesta che ha portato all’esecuzione delle misure cautelari. Tra gli sviluppi investigativi più rilevanti figura anche la ricostruzione di un omicidio commesso il 23 febbraio 2023. Attraverso gli accertamenti svolti nel corso dell’indagine, gli investigatori avrebbero potuto chiarire la dinamica dell’episodio e ricostruire gli elementi ritenuti utili a comprendere quanto accaduto. L’attività investigativa non si è quindi limitata alla ricostruzione delle presunte attività dell’organizzazione, ma ha consentito, secondo la Polizia, di approfondire anche episodi di particolare gravità avvenuti nel periodo preso in esame. La ricostruzione dell’omicidio rappresenta uno degli elementi che si inseriscono nel complesso quadro investigativo sviluppato dagli inquirenti. Per portare a termine l’operazione è stato predisposto un articolato dispositivo di sicurezza, con la collaborazione di numerosi reparti della Polizia di Stato provenienti da diverse province. Alle attività hanno partecipato gli agenti dei Reparti Prevenzione Crimine di Lecce e Bari, chiamati a supportare le operazioni sul territorio. Un contributo è arrivato anche dalle unità cinofile specializzate nella ricerca di esplosivi e sostanze stupefacenti di Bari e Napoli. L’impiego dei cani specializzati ha consentito di rafforzare i controlli e le attività di ricerca svolte durante l’operazione. Il dispositivo è stato inoltre integrato dal personale delle Squadre Mobili di Avellino, Benevento, Brindisi, Lecce, Matera e Potenza, impegnate nelle attività investigative e nell’esecuzione dei provvedimenti nelle diverse località interessate. A completare il coordinamento operativo sono stati gli investigatori delle Sisco, le Sezioni investigative del Servizio centrale operativo, di Lecce, Napoli e Potenza. La partecipazione di strutture investigative provenienti da più territori ha consentito di organizzare un intervento articolato e coordinato. L’operazione rappresenta dunque il risultato di un’attività investigativa sviluppata nel tempo e caratterizzata dalla collaborazione tra diverse articolazioni della Polizia di Stato. Gli elementi raccolti dagli inquirenti sono ora al vaglio dell’autorità giudiziaria e, come previsto dalla legge, le responsabilità degli indagati dovranno essere accertate nell’ambito del procedimento e con eventuale sentenza definitiva.

Direttore Umberto Buzzoni
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Il contrasto alla pedopornografia online: l’operazione “Fly Trap” porta a 17 arresti.

L’operazione “Fly Trap” ha portato all’arresto di 17 persone coinvolte, secondo quanto emerso dalle indagini, in una rete criminale dedita alla circolazione e alla gestione di ingenti quantità di materiale pedopornografico. L’attività investigativa è stata coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia della Procura di Roma e affidata agli specialisti del Centro nazionale per il contrasto alla pedopornografia online della Polizia postale. Al centro dell’inchiesta è emersa una rete riservata sviluppatasi su Telegram, organizzata secondo modalità precise. Il gruppo, che contava più di un migliaio di membri, regolava l’ingresso e la permanenza degli utenti attraverso un sistema basato sia su piccoli versamenti in criptovaluta, presentati come “donazioni”, sia sulla condivisione di nuovo materiale illecito. L’accesso alla comunità poteva inoltre essere favorito dalla diffusione di specifici collegamenti destinati a coinvolgere nuovi partecipanti. Gli accertamenti erano partiti nel 2024, dopo alcune informazioni trasmesse agli investigatori italiani dalla Homeland Security Investigations statunitense. L’attenzione degli inquirenti si era concentrata in particolare sul gruppo denominato “New Saga”. L’esame delle operazioni effettuate in criptovaluta ha rappresentato uno degli elementi che hanno permesso di ricostruire la struttura della rete e di risalire a un 24enne residente in Campania, individuato tra le persone con funzioni di amministrazione. A quel punto è stata avviata un’attività investigativa sotto copertura. Gli operatori sono riusciti a inserirsi progressivamente nell’ambiente virtuale e a costruire rapporti di fiducia con i responsabili della rete. Questo ha permesso loro di ottenere credenziali con privilegi di “co-amministratore” nei diversi canali utilizzati dal gruppo. Per ostacolare le attività investigative e mantenere attiva la rete, i canali Telegram venivano frequentemente sostituiti o ricreati utilizzando nomi differenti dopo le operazioni di chiusura. Tale sistema consentiva ai partecipanti di continuare a comunicare e a condividere materiale, cercando al tempo stesso di preservare l’anonimato degli utenti e la continuità della struttura.

L’attività investigativa ha permesso di delineare un sistema caratterizzato da un’elevata organizzazione interna e da un uso articolato delle tecnologie digitali. La gestione della comunità non avveniva attraverso un unico spazio virtuale, ma mediante diversi ambienti riservati, tra i quali figurava anche “La Sala dei Re”. La rete disponeva inoltre di server virtuali, piattaforme di archiviazione online e strumenti di crittografia, affiancati da sistemi automatizzati destinati alla gestione delle conversazioni e degli utenti. Particolare attenzione è stata dedicata alle modalità con cui veniva regolata la partecipazione alla comunità. Gli utenti erano tenuti a rispettare determinati requisiti per conservare l’accesso, tra cui il versamento di somme in criptovaluta o la condivisione di nuovo materiale illecito. All’interno della rete venivano anche fornite indicazioni di natura tecnica finalizzate a rendere più difficile il rintracciamento dei contenuti e la loro acquisizione da parte delle autorità. L’attività sotto copertura ha consentito agli investigatori di raccogliere oltre 282 gigabyte di materiale, costituiti da più di 22.000 video e 34.000 immagini. Gli elementi raccolti durante l’inchiesta hanno successivamente consentito di individuare alcuni dei soggetti ritenuti maggiormente coinvolti nella gestione della comunità. Sono così stati emessi sei provvedimenti di custodia cautelare in carcere, riguardanti persone localizzate in diverse province italiane e in Svizzera. L’intervento giudiziario è stato accompagnato da una più ampia operazione di polizia finalizzata all’acquisizione di ulteriori elementi probatori. Nel corso dell’operazione sono state infatti effettuate 23 perquisizioni di carattere domiciliare e informatico in varie parti del territorio nazionale. Alle attività hanno partecipato più di 100 operatori della Polizia postale, supportati dalla Polizia scientifica e da personale della Homeland Security Investigations statunitense. Le perquisizioni hanno portato al sequestro di circa 200 dispositivi elettronici. In dieci casi, inoltre, gli interventi hanno portato ad arresti in flagranza: i soggetti, individuati in diverse province italiane, avrebbero conservato archivi digitali occultati e protetti attraverso sistemi di crittografia. Un ulteriore sviluppo dell’indagine è arrivato grazie alla cooperazione con le autorità svizzere. Le verifiche condotte oltreconfine hanno consentito di risalire a un altro presunto amministratore della rete, un 26enne incensurato residente in provincia di Cremona, nei cui confronti è stato adottato un provvedimento di fermo di indiziato di delitto. L’analisi complessiva dei dati raccolti ha infine evidenziato una dimensione internazionale della rete. Gli investigatori hanno individuato 996 utenze associate a Paesi stranieri e hanno trasmesso le relative informazioni alle autorità competenti attraverso Europol e Interpol. Lo scambio di dati tra gli organismi di polizia è stato finalizzato a consentire ulteriori identificazioni e ad adottare eventuali misure di protezione nei confronti dei minori coinvolti. Le informazioni acquisite nell’ambito dell’inchiesta hanno quindi dato origine a nuove attività investigative in diversi Paesi, con ulteriori interventi nei confronti di utenti riconducibili alla comunità. Parallelamente, il gruppo privato “New Saga” è stato definitivamente chiuso, ponendo fine all’operatività della struttura individuata dagli investigatori.

Direttore Umberto Buzzoni
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Rimpatri, 17 operazioni verso l’Egitto nel 2026: 400 cittadini rientrati

Un volo charter diretto in Egitto ha consentito di completare il rimpatrio di 19 cittadini egiziani, trasferiti oggi al Cairo sotto la vigilanza del personale della Direzione centrale dell’immigrazione e della Polizia delle frontiere. Il trasferimento è stato organizzato attraverso un dispositivo di sicurezza dedicato, con la presenza di operatori specializzati incaricati di accompagnare i cittadini stranieri durante il viaggio e di assicurare il regolare svolgimento delle procedure previste per il loro rientro. Alla base dei provvedimenti adottati nei confronti dei 19 cittadini vi sono, secondo gli accertamenti delle autorità, precedenti e segnalazioni di polizia, oltre a precedenti penali relativi a diverse fattispecie di reato. Tra queste figurano in particolare condotte illecite commesse ai danni delle persone e del patrimonio. Il rimpatrio è stato reso possibile anche dalla collaborazione instaurata tra le autorità italiane e quelle egiziane. I rapporti tra i due Paesi in materia di gestione dei flussi migratori sono regolati da un accordo che disciplina le procedure per la riammissione dei cittadini egiziani entrati irregolarmente nel territorio italiano. L’intesa consente inoltre di utilizzare collegamenti aerei dedicati, come i voli charter, per rendere più agevole l’organizzazione dei rimpatri. Si tratta di uno strumento che permette alle autorità di programmare i trasferimenti in maniera coordinata, predisponendo le necessarie misure di accompagnamento e sicurezza. L’operazione conclusa oggi al Cairo rappresenta, dunque, il risultato dell’attività congiunta delle strutture italiane impegnate nella gestione dell’immigrazione e della collaborazione con le autorità del Paese di origine. Il coordinamento internazionale assume infatti un ruolo centrale nell’attuazione dei provvedimenti di rimpatrio e nelle procedure di riammissione dei cittadini stranieri che non possono permanere regolarmente sul territorio nazionale.

La collaborazione tra Italia ed Egitto sul fronte della gestione dei flussi migratori prevede procedure specifiche finalizzate a rendere più rapide ed efficaci le attività di identificazione e di riammissione. Tra gli strumenti previsti dall’accordo bilaterale rientra anche la possibilità di svolgere gli accertamenti sull’identità dei cittadini per i quali viene richiesta la riammissione direttamente sul territorio egiziano. Questa modalità consente di agevolare il lavoro delle autorità competenti, soprattutto nei casi in cui sia necessario procedere alla verifica dell’identità e della nazionalità delle persone interessate dai provvedimenti. Una volta completati gli accertamenti, possono essere avviate le procedure necessarie per organizzare il rientro nel Paese di origine. All’interno di questo sistema di cooperazione, un ruolo importante è svolto dai voli charter predisposti per i rimpatri, che permettono di organizzare trasferimenti collettivi attraverso collegamenti aerei appositamente programmati. Si tratta di operazioni che richiedono un’attività di coordinamento tra le autorità italiane e quelle egiziane, oltre alla predisposizione di specifiche misure di sicurezza e accompagnamento. I dati relativi al 2026 evidenziano la continuità di questo tipo di attività. Con il volo effettuato oggi, sono complessivamente 17 le operazioni di rimpatrio con collegamenti charter organizzate dall’Italia verso l’Egitto nel corso dell’anno. Nel loro insieme, queste operazioni hanno consentito di procedere all’allontanamento di 400 cittadini stranieri. Il dato assume particolare rilievo se confrontato con quello registrato nel corso del 2025. Durante lo scorso anno, infatti, le autorità italiane hanno portato a termine 18 operazioni di rimpatrio attraverso voli charter diretti in Egitto, attraverso le quali sono stati complessivamente trasferiti nel Paese di origine 454 cittadini egiziani. Il confronto tra i due anni mostra quindi una sostanziale continuità nell’utilizzo dei voli charter come strumento operativo per l’esecuzione dei rimpatri. Nel 2026, nonostante il numero di operazioni sia al momento leggermente inferiore rispetto all’intero anno precedente, il numero complessivo delle persone rimpatriate ha già raggiunto quota 400. L’attività si inserisce nel più ampio quadro della cooperazione migratoria tra Italia ed Egitto, basata sul dialogo tra le rispettive autorità e sull’applicazione delle procedure previste dagli accordi bilaterali. L’obiettivo è quello di assicurare che le operazioni di riammissione possano essere svolte attraverso procedure definite e con un adeguato coordinamento istituzionale. La possibilità di effettuare le verifiche anagrafiche e di nazionalità direttamente in Egitto costituisce, in questo contesto, uno degli elementi che possono contribuire a semplificare le procedure di identificazione e a rendere più agevole l’organizzazione dei successivi trasferimenti. Il ricorso ai voli charter, inoltre, consente di concentrare in un’unica operazione il trasferimento di più persone, garantendo al contempo la presenza del personale incaricato dell’accompagnamento e della sicurezza. I numeri registrati nel 2025 e nel 2026 confermano dunque il ricorso costante a questo strumento nell’ambito della collaborazione tra i due Paesi.

 

Direttore Umberto Buzzoni
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Maxi deposito di stupefacenti scoperto a Roma: sequestrati 29 chili di cocaina

Un appartamento trasformato in un vero e proprio punto di stoccaggio della droga è stato scoperto dalla Squadra mobile di Roma nell’ambito di un’attività investigativa che ha portato all’arresto di tre persone, ritenute coinvolte nella detenzione di sostanze stupefacenti destinate allo spaccio. Gli accertamenti sono partiti dall’osservazione di un’automobile che procedeva ad alta velocità lungo la via Pontina. Gli investigatori hanno deciso di seguirne gli spostamenti, concentrando l’attenzione sul conducente, un ragazzo di 23 anni. Il giovane ha raggiunto un’abitazione ed è entrato nell’edificio, dove è rimasto per circa quaranta minuti. Al momento della sua uscita, gli agenti lo hanno fermato per sottoporlo a un controllo. Il comportamento particolarmente agitato e nervoso mostrato dal 23enne ha spinto i poliziotti ad approfondire gli accertamenti. I sospetti hanno trovato conferma durante la perquisizione del veicolo: all’interno dell’auto sono state rinvenute diverse buste utilizzate per il confezionamento delle dosi di stupefacente. Dai contenitori proveniva inoltre il caratteristico odore della droga. A quel punto l’attenzione degli investigatori si è spostata sull’abitazione frequentata poco prima dal giovane. Gli agenti hanno effettuato una perquisizione dei locali, scoprendo anche la presenza di un sistema di videosorveglianza. Secondo gli investigatori, le telecamere sarebbero servite a individuare per tempo eventuali controlli o passaggi delle Forze dell’ordine. All’interno dell’appartamento erano presenti un uomo e una donna. Durante l’intervento, i poliziotti hanno scoperto una consistente quantità di sostanze stupefacenti, facendo emergere il possibile utilizzo dell’abitazione come luogo destinato alla custodia della droga.

Un maxi sequestro di droga è stato effettuato dagli agenti all’interno dell’abitazione, dove erano stati predisposti diversi nascondigli per occultare le sostanze e il materiale destinato alla loro preparazione. Il quantitativo maggiore riguardava la cocaina: nella camera da letto, nascosto all’interno di un borsone sistemato nel letto contenitore, è stato rinvenuto un totale di 29 chilogrammi, distribuiti in 26 confezioni. Gli involucri erano caratterizzati da diversi marchi e raffigurazioni, tra cui una corona, una goccia e la bandiera colombiana. Un ulteriore quantitativo di stupefacente è stato individuato nel congelatore dell’appartamento. Qui erano stati nascosti 19 panetti di hashish, per un peso complessivo di circa due chilogrammi, contrassegnati da codici e particolari immagini decorative. Oltre alla droga, la perquisizione ha permesso di recuperare una serie di attrezzature che, secondo gli investigatori, sarebbero state utilizzate nelle varie fasi di lavorazione e confezionamento degli stupefacenti. Tra gli oggetti sequestrati figurano un roner, un frullatore, due apparecchi per il sottovuoto,una bilancia di precisione e altro materiale destinato alla suddivisione e preparazione delle dosi.La quantità complessivamente rinvenuta assume un valore economico particolarmente rilevante: una volta distribuita attraverso il mercato dello spaccio al dettaglio, la droga avrebbe potuto garantire un guadagno potenziale di diversi milioni di euro.

Direttore Umberto Buzzoni
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Cocaina tra Roma e la Tuscia, sgominata una presunta rete di spaccio: 21 arresti

Un’inchiesta coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma circa tre settimane fa ha portato all’esecuzione di 21 misure cautelari nell’ambito di un’indagine su una presunta organizzazione dedita al traffico e allo spaccio di cocaina tra la Capitale e il territorio della Tuscia. Diciannove persone sono state trasferite in carcere, mentre per altre due è stata disposta la detenzione domiciliare. Al centro dell’attività investigativa, condotta dal Commissariato di P.S. Flaminio Nuovo, ci sarebbe una rete criminale capace, secondo gli elementi raccolti dagli investigatori, di gestire circa 100 grammi di cocaina al giorno. Il giro economico legato alla presunta attività di spaccio sarebbe arrivato a sfiorare i 2 milioni di euro l’anno. L’indagine rappresenta anche uno sviluppo di un precedente procedimento giudiziario concluso nel 2022, quando erano state arrestate 16 persone. Dopo quella operazione, alcuni dei soggetti già coinvolti avrebbero ricostituito la propria struttura, individuando in Civita Castellana, nel Viterbese, il nuovo punto di riferimento per la gestione degli affari illeciti. Dalla cittadina della Tuscia, stando alle ricostruzioni investigative, sarebbero state impartite le direttive per rifornire e organizzare diverse piazze di spaccio, comprese quelle situate nella zona nord della periferia romana. Per ridurre il rischio di essere scoperti, il gruppo avrebbe adottato un sistema particolarmente articolato per la custodia della droga. Anziché conservare l’intera disponibilità di stupefacente in un unico luogo, la cocaina sarebbe stata distribuita in numerosi piccoli nascondigli. Gli spacciatori avrebbero recuperato soltanto la quantità necessaria per completare le singole cessioni. La frammentazione delle scorte avrebbe avuto anche lo scopo di rendere più difficile l’attività investigativa e limitare le conseguenze di eventuali controlli. In caso di perquisizione, infatti, il pusher avrebbe potuto essere trovato con una quantità ridotta di sostanza, circostanza che, secondo l’ipotesi investigativa, avrebbe potuto ricondurre la detenzione a un quantitativo destinato all’uso personale o comunque di lieve entità, lasciando al sicuro il resto della disponibilità di droga.

Un ponte pedonale trasformato in punto di osservazione, piccoli nascondigli disseminati sul territorio e una rete organizzata per distribuire la droga senza concentrare le scorte in un unico luogo. È questo il quadro ricostruito dagli investigatori nell’ambito dell’operazione che ha portato a 21 misure cautelari tra Roma e la provincia di Viterbo. L’indagine, condotta dal Commissariato di P.S. Flaminio Nuovo con il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, avrebbe permesso di ricostruire una struttura criminale operativa tra Prima Porta, Labaro e la bassa Tuscia. Delle 21 persone raggiunte dal provvedimento del Tribunale di Roma, 19 sono state condotte in carcere e 2 sottoposte agli arresti domiciliari. Secondo l’ipotesi accusatoria, l’organizzazione sarebbe stata in grado di gestire un traffico di circa 100 grammi di cocaina al giorno, per un giro d’affari che gli investigatori stimano in quasi 2 milioni di euro l’anno. Il gruppo, secondo quanto emerso, avrebbe avuto origine anche dagli sviluppi di una precedente inchiesta conclusa nel 2022 con 16 arresti. Dopo quell’operazione, alcuni degli indagati avrebbero ricostruito la propria rete, individuando in Civita Castellana il nuovo centro operativo. Da qui sarebbero state organizzate le attività nelle piazze di spaccio del Viterbese e nelle aree a nord della Capitale. Uno degli aspetti ritenuti più significativi dagli investigatori riguarda il sistema utilizzato per conservare la cocaina. La sostanza sarebbe stata distribuita in numerosi nascondigli di piccole dimensioni, evitando così di concentrare l’intero quantitativo.

Direttore Umberto Buzzoni
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Attenzione alla nuova truffa WhatsApp: il messaggio arriva da un contatto fidato

Ricevere un messaggio su WhatsApp da una persona presente nella propria rubrica non significa necessariamente essere al sicuro. A ricordarlo è la Polizia di Stato. Anche un contatto apparentemente affidabile potrebbe essere stato vittima di un furto di account e il suo profilo potrebbe essere utilizzato dai cybercriminali per mettere in atto una truffa. Uno degli scenari più frequenti è quello della richiesta di denaro. Il messaggio può arrivare improvvisamente e raccontare di un presunto problema urgente: una difficoltà con la banca, una spesa imprevista, un pagamento da effettuare subito o una situazione di emergenza che richiede un aiuto economico immediato. Il punto di forza di questo tipo di frode è proprio la credibilità del mittente. Se l’account compromesso appartiene a un familiare o a un amico, la vittima tende naturalmente a fidarsi e può essere portata a non mettere in discussione la richiesta. A rendere il fenomeno ancora più preoccupante sono alcune compromissioni riconducibili ai cosiddetti attacchi “zero-click”. In presenza di determinate vulnerabilità e di software non aggiornati, infatti, un dispositivo Apple può essere esposto a tecniche d’attacco che non richiedono necessariamente un’interazione diretta da parte dell’utente, come l’apertura di un link. Dopo aver ottenuto il controllo dell’account, il truffatore può quindi sfruttare le conversazioni e i rapporti di fiducia della vittima per assumere l’identità del legittimo proprietario. L’obiettivo è creare una situazione abbastanza convincente da indurre il destinatario a inviare denaro prima di rendersi conto dell’inganno. La fretta rappresenta uno degli strumenti principali utilizzati dai truffatori. Presentare il problema come estremamente urgente serve a impedire alla vittima di fermarsi, riflettere e verificare quanto sta accadendo. Di fronte a una richiesta insolita di denaro, quindi, è fondamentale non affidarsi esclusivamente al nome o alla foto del contatto. La soluzione più sicura consiste nel sospendere la conversazione e verificare l’identità della persona attraverso un canale diverso, ad esempio effettuando direttamente una telefonata. Un controllo di pochi secondi può essere sufficiente per smascherare la truffa e impedire che un account compromesso si trasformi in un danno economico.

La sicurezza di un account WhatsApp dipende anche dalle abitudini dell’utente. Una delle prime precauzioni consiste nel non aprire con leggerezza i collegamenti ricevuti nelle conversazioni. Un link può infatti condurre a una pagina costruita appositamente per sottrarre informazioni riservate, come password, credenziali, dati personali o codici necessari per accedere all’account. È altrettanto importante verificare che nessun dispositivo estraneo abbia ottenuto l’accesso al proprio profilo. Dalla sezione “Dispositivi collegati” è possibile controllare le connessioni attive e interrompere quelle che non risultano familiari. Tra le misure consigliate rientra anche l’attivazione della verifica in due passaggi, che aggiunge un ulteriore livello di protezione all’account. Per ridurre i rischi è inoltre opportuno prestare attenzione ai file ricevuti nelle chat, evitando quando possibile il download automatico di contenuti e allegati. Anche la protezione dello smartphone attraverso PIN, codice di sicurezza, Touch ID o Face ID rappresenta una barriera aggiuntiva contro accessi non autorizzati. Se si scopre che il proprio profilo è stato violato, la tempestività è fondamentale. Oltre a cercare di recuperare l’account attraverso le procedure ufficiali, è bene avvertire immediatamente le persone con cui si è soliti comunicare. In questo modo si può evitare che amici e familiari cadano a loro volta nella trappola, soprattutto nel caso in cui dal numero compromesso partano richieste di soldi o altri messaggi sospetti. Esiste poi una regola che non dovrebbe mai essere trascurata: i codici di verifica, i PIN, le password e le credenziali di accesso sono informazioni personali e non devono essere condivise con nessuno. Il fatto che una richiesta sembri arrivare da una persona conosciuta non è una garanzia sufficiente. Lo stesso principio vale per i dati inseriti online: se una pagina viene raggiunta attraverso un link ricevuto in chat, è meglio verificarne l’affidabilità prima di fornire qualsiasi informazione. In presenza di un comportamento sospetto, di un possibile furto dell’account o di un tentativo di truffa, è possibile rivolgersi ai canali ufficiali della Polizia Postale tramite il sito della Polizia di Stato e il portale Commissariato di PS Online.

Direttore Umberto Buzzoni
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