Yara, Bossetti non era solo Si indaga su un secondo uomo

bossettida TGCOM24

Dalle indiscrezioni non emerge se il complice abbia partecipato al rapimento e al delitto della ragazzina o se abbia solo aiutato a nasconderne il cadavere

Il suo ruolo non è stato chiarito. Dalle indiscrezioni non emerge se abbia partecipato al rapimento e al delitto o se abbia solo aiutato a nascondere il cadavere. Di certo c’è che le indagini per l’identificazione di un secondo uomo sono in corso. Massimo Giuseppe Bossetti non sarebbe stato solo, quella sera, il 26 novembre del 2010, avrebbe avuto un complice. Ora, in questa seconda fase dell’inchiesta, è questo l’elemento più importante dell’indagine che punta a fare chiarezza sul delitto di Yara Gambirasio, la 13enne di Brembate Sopra.

Ci sono elementi forti in mano a chi indaga che danno l’assoluta certezza che la dinamica dell’assassinio non sia quella dell’omicida solo dall’inizio alla fine e quindi si lavora per completare il mosaico, mancante delle tessere più importanti. Quelle che delineano il movente e le complicità. Intanto Bossetti dal carcere chiede ancora una volta di vedere i figli, rivolge un pensiero al padre che l’ha cresciuto in questi 43 anni che si trova in gravi condizioni di salute e che vorrebbe vedere ancora una volta.

Dall’analisi del pc del muratore di Mapello, invece, emergono file hard memorizzati durante la navigazione internet. Ma secondo la procura si tratterebbe di elementi trascurabili, irrilevanti ai fini dell’inchiesta.

Mafia: Rostagno;condannati all’ ergastolo due boss

MAFIA: AL VIA REQUISITORIA PROCESSO UCCISIONE ROSTAGNOda ANSA.it

La Corte d’Assise di Trapani, presieduta da Angelo Pellino, ha condannato all’ergastolo i boss trapanesi Vincenzo Virga e Vito Mazzara, accusati dell’omicidio del sociologo Mauro Rostagno, assassinato a Valderice (Tp) il 26 settembre del 1988. 

La camera di consiglio dei giudici della Corte d’Assise è durata due giorni e mezzo.

Il collegio ha condannato i due imputati al risarcimento delle parti civili tra le quali l’Ordine dei giornalisti, la comunità Saman, di cui Rostagno era il fondatore, i familiari del sociologo e l’Associazione della stampa. La Corte ha anche disposto la trasmissione in Procura delle deposizioni di una serie di testimoni tra i quali l’ex sottufficiale dei carabinieri Beniamino Cannas e dell’editrice dell’emittente televisiva Rtc, Caterina Ingrasciotta, televisione privata dalla quale Rostagno denunciava cosa nostra e i suoi legami con la massoneria deviata.

Il processo si è protratto per 67 udienze durante le quali sono stati ascoltati 144 testi ed effettuate quattro perizie. Per entrambi gli imputati i pm Gaetano Paci e Francesco Del Bene avevano chiesto l’ergastolo.

Roma, omicidio nella notte: giovane ucciso dal padre della fidanzata

romada TGCOM24

L’uomo gli ha sparato al petto al culmine di una lite. La ragazza era ritornata dai genitori, dove il compagno l’aveva raggiunta

Omicidio nella notte a Marino, alle porte di Roma. Un giovane di 27 anni è stato ucciso da un colpo di arma da fuoco al petto. I carabinieri hanno fermato il padre della fidanzata della vittima, che gli ha sparato al culmine di una lite, uccidendolo. La compagna, che viveva con la vittima a Zagarolo, era ritornata dai genitori. Ma il fidanzato l’aveva raggiunta per riportarla a casa.

La ragazza con sè aveva portato il figlio di 20 mesi. Ma il ventisettenne era subito partito alla volta dell”abitazione dei suoceri. Ne è nato un litigio con i genitori della convivente, durante il quale il ventisettenne avrebbe anche impugnato un bastone minacciandoli.

Il padre della ragazza, un uomo di 54 anni, ha esploso un colpo di pistola contro il giovane centrandolo al petto e uccidendolo, poi si è allontanato in preda al panico. I carabinieri del nucleo radiomobile di Frascati e della stazione locale hanno rintracciato l’uomo per poi arrestarlo.

ragedia a Trastevere: musica troppo alta, ucciso con cacciavite nel petto da indiano

carabinieri-notte-2da Agi.it

Una lite per il volume troppo alto in auto per ascoltare la musica e’ finita con un omicidio. E’ avvenuto la notte scorsa in via Garibaldi, nel quartiere Trastevere di Roma.

La vittima e’ un romano trentenne ferito mortalmente al petto con un cacciavite da un indiano di 57 anni che viveva in una roulotte. La vittima, che lavorava in un albergo della zona, in compagnia del fratello si era fermata con l’auto proprio accanto alla roulotte dell’indiano.
Quest’ultimo infastidito dal volume troppo sostenuto della musica e’ sceso dal mezzo chiedendo di allontanarsi. Ne e’ nata una lite al termine della quale l’immigrato ha preso un cacciavite, che si trova sulla porta della roulotte e viene utilizzato come chiavistello, ed ha colpito il giovane al petto. Immediata la corsa verso il vicino ospedale dell’Isola Tiberina dove il trentenne e’ giunto cadavere. I carabinieri della compagnia di Trastevere hanno poco dopo bloccato il responsabile all’interno della roulotte che dovra’ ora rispondere di omicidio volontario. Ai militari l’uomo ha detto di non essersi reso conto della gravita’ della ferita inferta.
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enezia, anziana uccisa nel 2012: arrestata per omicidio la vicina

poliziada TGCOM24

La squadra mobile della Questura di Venezia ha arrestato una donna per l’omicidio di Lidia Pamio Taffi, 87enne di Mestre, assassinata nel 2012 con 40 coltellate nella sua abitazione.

Si tratta di una vicina di casa, una cinquantunenne, che è accusata di omicidio volontario aggravato e rapina.

Alla base dell’omicidio, dissapori fra le due donne che andavano avanti da parecchio tempo.

Il cadavere dell’anziana fu scoperto dal nipote, che era andato a trovarla per accompagnarla a una visita medica.

Omicidio-suicidio in Brianza: geloso uccide moglie e si impicca

brianzadaAGI.it

Omicidio-suicidio col movente della gelosia a Brugherio, comune della Brianza in provincia di Monza: a scoprire la tragedia il figlio della coppia, che si e’ recato nella villetta dei genitori come ogni domenica.

Quando e’ entrato nell’appartamento ha trovato la madre morta.

La donna, Lucia Bocci, 57 anni, era in camicia da notte, riversa sul pavimento della stanza da letto, con numerose ferite di arma da taglio all’addome e una ferita inferta con un corpo contundente alla testa.

L’uomo, sotto shock, si e’ messo alla ricerca del padre, il cui cadavere si trovava in cantina, appeso a un gancio.

Il padre si chiamava Vincenzo Zarba, pensionato 64enne, e ha lasciato un biglietto – definito “piuttosto confuso” dagli inquirenti – nel quale spiegava di aver ucciso la moglie al culmine di un litigio per ragioni di gelosia. (AGI) .

Omicidio Meredith. Sollecito in aula: «Resto in Italia»

sollecitoda Corriere.it

Lo aveva annunciato alla vigilia del processo Raffaele Sollecito: «Sarò in aula». Poi dopo aver ascoltato la requisitoria del pg Alessandro Crini, che chiedeva la condanna a 26 anni di reclusione per lui e 30 per Amanda Knox per l’omicidio di Meredith Kercher, era ritornato nell’ombra. C’era chi diceva che fosse ritornato ai Caraibi, dove aveva trascorso l’estate, chi lo voleva in Italia. A sorpresa, oggi, Raffaele capelli lunghi e sguardo basso, varca nuovamente il portone del Palagiustizia. Al suo fianco, il padre, che non lo ha mai abbandonato nel corso di questi anni. Nell’aula 32, tocca al suo difensore, l’avvocato Giulia Bongiorno prendere la parola.

«RESTO IN ITALIA» – «Resto in Italia» ha ribadito in una pausa del processo d’appello bis per l’omicidio della studentessa inglese uccisa il 1 novembre 2007 in un appartamento di Perugia. E lo ha confermato anche al termine dell’udienza fiume che si è conclusa solo nel tardo pomeriggio. Ci sarà alla lettura della sentenza che è prevista per il 30 gennaio, nel tardo pomeriggio.

«IL MISTERO DEL PROCESSO» – «Amanda e Raffaele sono i colpevoli ideali per l’omicidio di Meredith Kercher, ma non esistono elementi a loro carico. Il movente? I giudici hanno scelto quello che faceva meno paura a Perugia». È l’esordio dell’avvocato Giulia Bongiorno (ha intitolato la sua arringa «Il mistero del processo»). Parla piano, sfogliando le pagine dei suoi appunti raccolti in quattro faldoni. «Amanda illumina di indizi Raffaele Sollecito – incalza il legale – ma non dobbiamo dimenticare la sentenza della Cassazione, che per quanto ricca di errori ha un merito. Nella penultima pagina lancia un monito: non bisogna pensare che ogni elemento a carico di Amanda possa essere addebitato anche a Raffaele». «I due ragazzi – sottolinea Bongiorno – in realtà hanno condiviso solo una tenera storia d’amore durata 9 giorni e mezzo e non una storia alla nove settimane e mezzo».

LA DIFESA DI SOLLECITO – Non tralascia nulla l’avvocato Bongiorno. Esamina ogni elemento analizzato finora dal pg Alessandro Crini e dai difensori della famiglia della studentessa inglese. Apre i faldoni, lancia un’occhiata agli appunti e mostra ai giudici foto e risultati delle indagini che si succedono sullo schermo allestito nell’aula 32 (cinquanta schede in tutto). «Raffaele è finito in carcere per una impronta che non era sua. Bastava mettere a confronto le tracce di scarpe sporche di sangue lasciate nell’appartamento di via della Pergola per escludere la sua responsabilità». E aggiunge: «Anche nella confessione di Amanda, Raffaele non compare mai- ribadisce il difensore – Nel famoso memoriale della ragazza americana, parla sempre in prima persona singolare. Fa riferimento alla presenza di Lumumba nell’appartamento, mai di Raffaele».

IL MOVENTE – «Perugia ha paura dell’idea dello straniero che si intrufola in casa di studentesse», prosegue l’avvocato Bongiorno. Per questo, secondo il legale, gli inquirenti si innamorano della idea che siano stati Amanda e Raffaele a uccidere Meredith. «Peccato che nell’appartamento di via della Pergola spunti la traccia di Rudy Guede. Rudy vive di espedienti, ruba, molesta le ragazze. È allora, anziché dimenticare il primo amore, gli investigatori tentano di provare che Rudy conosca Amanda e Raffaele. Inutile dire che, a mio parere, quella conoscenza tra i tre non sia stata mai provata».

IL FESTINO EROTICO – «È difficile che Amanda, Raffaele e Meredith abbiano deciso di organizzare un gioco erotico con Rudy. E non per il colore della pelle ma perché il ragazzo non era gradito, non se lo filavano. E poi Amanda e Raffaele si erano messi insieme da qualche giorno facevano yunka yunka (il bacio all’esquimese) e non il bunga bunga. Non potevano certo pensare di dedicarsi a pratiche ricercate da coppie di cinquantenni stanchi della routine. Questo movente è privo di ancoraggio anche per il pg Crini, secondo il quale furono tensioni relative alle gestioni della casa a far scattare l’aggressione”. Ma anche questa ipotesi per Bongiorno, non è convincente.

LE IMMAGINI – Si succedono sullo schermo filmati e diapositive mentre l’avvocato Bongiorno prosegue la sua arringa. L’immagine si ferma sul reggiseno di Meredith ritrovato nell’appartamento di via della Pergola durante il secondo sopralluogo, che fu eseguito dalla polizia il 18 dicembre 2007, a distanza di quarantacinque giorni dal primo. C’è una traccia di Raffaele sul gancetto di quel reggiseno. «Ma il Dna – afferma Bongiorno -può essere prova certa a condizione che il sopralluogo degli agenti sia precoce, unico e preciso. La scena del delitto non deve essere alterata e inquinata. Invece, l’appartamento fu visitato dalla polizia per due volte a distanza di settimane. Nel mezzo, ci fu un viavai peraltro legittimo, di agenti che dovevano prendere ora un pc ora degli abiti». Le immagini che scorrono sullo schermo mostrano venti, trenta agenti che si muovono nella stanza della studentessa inglese. Vengono messe a confronto le foto del primo sopralluogo, in cui la casa è in ordine con quelle scattate il 18 dicembre, quando abiti e buste sono accumulate sul letto di Meredith e sulla sua scrivania. «Il gancetto – prosegue Bongiorno – fu trovato a distanza di un metro e mezzo dal reggiseno di Meredith. Qualcuno, involontariamente, lo pestò, trascinandolo sul pavimento. È lecito chiedersi se il profilo del dna di Raffaele su quell’indumento sia veramente leggibile?». Eppoi: «su quel gancetto non fu eseguito alcun accertamento sulla natura della traccia. I periti furono chiari al riguardo: non è sangue ma non si è mai accertato se sia saliva o altro»

LA SCENA DEL DELITTO – «È pacifico che la scena del delitto sia la stanza di Meredith. Il movente ipotizzato dall’accusa: il festino erotico finito male o, come elegantemente supposto dal pg Crini, il litigio per questioni di convivenza degenerato in un’aggressione”. Sfilano le foto di quella maledetta camera da letto sullo schermo mentre l’avvocato Bongiorno prosegue l’analisi di ogni elemento delle indagini. «In quella stanza, ci sono solo tracce di Rudy Guede: sul reggiseno, sulla borsa, sulla felpa della povera ragazza. Eppoi l’impronta della scarpa sporca di sangue sul pavimento accanto al cadavere. Nessuna traccia di Amanda, nessuna di Raffaele, se non quella, peraltro rilevata in maniera approssimativa, sul gancetto del reggiseno». Niente lascerebbe supporre la presenza di Amanda e Raffaele, secondo la difesa. «Eppure in una delle tante sentenze i giudici ritengono che i due ragazzi abbiano avuto il tempo di pulire la stanza e fatto sparire in maniera selettiva sangue ed impronte. Se così fosse, – ipotizza per assurdo il difensore – il metodo di pulizia andrebbe brevettato».

LA CONCLUSIONE DELL’ARRINGA – Ancora foto, ancora filmati. Scorrono sullo schermo le immagini: la casa di via della Pergola, la facciata con le sbarre alle finestre che sembrano un facile appiglio per i malintenzionati. È un’altra carta che si gioca la difesa in un processo puramente indiziario. Nessuna prova è schiacciante per Amanda Knox e Raffaele Sollecito, accusati di omicidio. «E’ Rudy Guede a introdursi nell’abitazione ancora vuota, intorno alle 20 – spiega l’avvocato Bongiorno – E’ sempre lì quando Meredith rientra. Non scappa, ma decide di aggredire Meredith. Tutto avviene nell’arco di un’ora, tra le 21 e le 22. Intanto Raffaele è a casa davanti al pc, guarda un cartone animato». Nell’aula, cala il silenzio. «Meredith è stata uccisa da una sola persona, che è stata già condannata: Rudy Guede. Amanda e Raffaele sono innocenti». L’arringa sembra terminata, in realtà l’avvocato si concede solo una pausa prima dell’ultimo affondo:«Un’ultima preghiera: considerate Raffaele per quello che è, non per i mezzi indizi proposti in questo processo, né per la sua storia con Amanda».

Triplice omicidio di Caselle, pregiudicato confessa nella notte: «Sì, sono stato io»

villettada Corriere.it

«Sì sono stato io». La svolta nella notte di ieri. Giorgio Palmieri, 56 anni, pregiudicato di Torino, è il responsabile del triplice omicidio consumato nella villetta di Caselle Torinese il 3 gennaio. Palmieri è il convivente della ex domestica, Dorotea De Pippo, allontanata dalla famiglia Allione alcuni mesi fa per il sospetto del furto di una collanina d’oro. L’uomo ha confessato il triplice delitto. Il killer conosceva sia la famiglia che la casa. Il movente va ricercato in questioni economiche. I carabinieri del nucleo investigativo di Torino lo hanno sottoposto a fermo.

LA DINAMICA – Venerdì scorso Palmieri si sarebbe introdotto nella villetta di Caselle per rapinare la famiglia Allione. Ma qualcosa è andato storto e alla fine Claudio Allione, 66 anni, ex impiegato Sagat, sua moglie, Maria Angela Greggio, professoressa in pensione di 65, e la madre di lei, Emilia Campo Dall’Orto, di 93 sono stati trovati morti da un amico del figlio e nipote delle vittime, Maurizio Allione. Le indagini sono state condotte dai carabinieri del nucleo investigativo di Torino, sotto la direzione della Procura di Torino e con la collaborazione dei carabinieri del Ros e del Ris di Parma. Adesso si cercano eventuali complici. Al vaglio anche la posizione di Dorotea De Pippo, la ex domestica.

LA SVOLTA – Palmieri sarebbe stato incastrato dall’analisi delle celle e dei tabulati telefonici che ha messo in evidenza la presenza piuttosto frequente nella zona di Caselle Torinese dove è avvenuto il delitto del cellulare appartenente al Palmieri, già sospettato, che non abita nella zona. La circostanza è stata ritenuta anomala dagli inquirenti e ha portato a concentrare l’attenzione degli inquirenti su questo nuovo personaggio che aveva avuto screzi con la famiglia Allione, attraverso la convivente. Proprio l’incrocio tra i dati dei tabulati telefonici e la testimonianza resa dal Palmieri ha convinto gli inquirenti che l’alibi di quest’ultimo non era a prova di bomba. Questa è la ragione dei lunghi interrogatori che si sono susseguiti fino a tarda ora nella caserma dei carabinieri di Torino. Almeno quattro le persone ascoltate in contemporanea. Poi la confessione.

IL FIGLIO – Martedì mattina Maurizio Allione, figlio di due delle vittime, sottoposto anche lui a lunghi interrogatori, ha indicato ai carabinieri un piccolo canale di scolo a circa 300 metri dalla casa del delitto: lì ha notato la presenza di una tazzina da caffè e di una caffettiera che erano state portate via dal luogo della strage. Maurizio ha raccontato agli inquirenti di aver trovato quegli oggetti casualmente mentre stava portando a passeggio i suoi due cani. Nello stesso canale dove è stata rinvenuta la tazzina è stato notato un guanto di lattice; anche questo oggetto è stato posto sotto sequestro. I carabinieri hanno subito sospettato che possa essere stato usato dall’assassino. Gli oggetti sono stati analizzati dal Ris. «I carabinieri e i magistrati hanno fatto un ottimo lavoro, non ho mai dubitato in loro» ha detto Maurizio Allione, il figlio e nipote delle tre vittime. «Sono sempre stato convinto – aggiunge Maurizio attraverso il suo avvocato, Stefano Castrale – che credessero nella mia innocenza».

CONFERENZA STAMPA – I dettagli dell’operazione saranno resi noti nel corso di una conferenza stampa che si terrà alle ore 12 presso la sede del comando provinciale dei carabinieri di Torino. (fonte: LaPresse)

Yara, interrogato un imprenditore: “Conosco l’assassino”

yarada Virgilio.it

A tre anni dalla morte della piccola Yara, il giallo potrebbe trovare una soluzione. C’è un giovane, infatti, fino ad ora mai sentito dagli inquirenti che avrebbe detto si conoscere l’assassino della ginnasta di Brembate di Sopra. Giovedì gli inquirenti lo hanno interrogato per oltre due ore. L’uomo, ha rivelato la trasmissione di Retequattro “Quarto Grado”, è un albergatore originario di un paese che dista cinque chilometri da Brembate di Sopra, e non era mai stato ascoltato dagli investigatori né era stato sottoposto al prelievo del Dna.

Il giovane, che non è formalmente indagato, ma sul quale sono in corso ulteriori accertamenti, ha dichiarato ai giornalisti di avere alcuni amici il cui Dna è stato confrontato con quello dell’assassino di Yara (“Ignoto 1”). Il ragazzo ha anche dovuto rispondere a domande su suoi conoscenti impiegati, ai tempi della scomparsa di Yara, nei lavori di costruzione del centro commerciale di Mapello.

CAPELLI E TESSUTI – La trasmissione ha inoltre svelato che tra i numerosi capelli, peli e tessuti epiteliali repertati sul corpo di Yara Gambirasio nel campo di Chignolo d’Isola, alcuni non appartengono alla giovane né sono di origine animale: la notizia è stata data venerdì mattina, in un incontro riservato durato tre ore, alla titolare delle indagini, il pubblico ministero Letizia Ruggeri, dal dottor Carlo Previderè, ricercatore del Dipartimento Medicina Legale e Scienze Forensi dell’Università di Pavia, nominato consulente della Procura di Bergamo. I reperti saranno ora ulteriormente analizzati per tentare di risalire ai gruppi etnici di appartenenza e, se lo stato di conservazione lo permetterà, all’individuazione di precisi profili genetici. Il professor Fabio Buzzi, direttore del Dipartimento di Pavia, a “Quarto Grado” ha però posto il problema dei costi: l’analisi di ogni singolo reperto costa circa 100 euro e i reperti sono migliaia.

Milano violenta: ammazzato ‘boss’ Pasquale Tatone, domenica ucciso il fratello

polizia-omicidio-notteda AGI.IT

A Milano e’ ormai guerra di mala: Pasquale Tatone, fratello dell’ex boss Emanuele Tatone, ucciso domenica scorsa insieme ad un’altra persona, e’ caduto vittima di un agguato stanotte. Pasquale era appena uscito da un locale in via Pascarella, angolo evia Lopez, zona Quarto Oggiaro, quando e’ stato freddato a colpi d’arma da fuoco nella sua auto. La famiglia Tatone e’ considerata uno dei maggiori ‘clan’ della gestione del traffico di droga in citta’. Il rapido susseguirsi degli agguati sembra quindi l’avvio di una feroce guerra aperta da qualche organizzazione rivale per il controllo dello spaccio. Pasquale Tatone era andato a vedere la partita in un locale di Quarto Oggiaro ed e’ uscito da solo. Quando e’ entrato nella sua vettura parcheggiata in via Pascarella, e’ stato colpito da diversi proiettili, pare di grosso calibro, forse di fucile.