Yara, test del dna sul killer di Cene

yarada Corrire.it

Poche parole, le primissime, mentre veniva soccorso nella sua baracca sul Monte Bue, a Cene, con l’addome sanguinante. «Abbiamo litigato e l’ho colpita con una bottiglia, lei mi ha ferito con un coltello», ha quasi rantolato Isaia Schena, l’autotrasportatore di 37 anni in stato di fermo, all’ospedale Papa Giovanni XXIII, per l’omicidio di Madalina Palade, 27 anni, rumena. Lei era senza vita su una brandina, con le ferite alla testa e un taglio alla gola, lui era rannicchiato sotto una trapunta accanto al letto, ferito ma non in pericolo di vita. Sono parole, quelle, che non valgono ai fini giuridici, perché non c’era un avvocato ad assisterlo, ma che gli investigatori hanno annotato nelle carte. Bisognerà vedere se oggi vorrà parlare, come da rigorosa procedura, alla presenza dell’avvocato Roberto Bruni che con i colleghi di studio lo aveva già assistito nel processo in cui è stato condannato a 3 anni di carcere per lesioni aggravate e tentata violenza sessuale ai danni di un’altra ragazza rumena. Stamattina il giudice delle indagini preliminari Alberto Viti lo interrogherà nell’ospedale alla Trucca e deciderà se metterlo in cella. Sarebbe la prima volta, perché Schena è formalmente incensurato (la condanna è in fase di appello quindi non definitiva) e per il precedente episodio non era mai finito dietro le sbarre. Aveva solo l’obbligo di firma dai carabinieri, in un primo periodo tutti i giorni, poi la frequenza è scesa a tre volte alla settimana e, infine, a una.

Venerdì mattina, inoltre, verrà eseguita l’autopsia sul corpo della giovane rumena. Alla luce delle ferite rilevate anche ad un esame superficiale — oltre alle bottigliate ce ne sarebbero anche di arma da taglio — non dovrebbero emergere grosse sorprese sulla modalità del delitto. Resta un quesito: quando è stata uccisa? Lunedì, giorno del ritrovamento, oppure la domenica? Più elementi farebbero ipotizzare che quanto meno l’incontro risalga al giorno prima. Come l’appuntamento che Schena aveva con la sua fidanzata storica, italiana, sette anni di relazione. Avrebbero dovuto incontrarsi domenica pomeriggio, poi però si erano sentiti al telefono e lui aveva disdetto l’incontro con una scusa. Doveva già incontrare Madalina? Forse. Quel pomeriggio era andato al bar degli anziani, a Cene, dove vive e qualcuno ricorda che con lui c’era anche una ragazza bionda con i capelli lunghi. Lunghi e biondi come quelli della rumena. E, ancora, domenica notte non era rientrato a casa, in via Enrico Toti, dove vive con la madre e lei lunedì pomeriggio lo aveva cercato proprio nel bar delle partite di bigliardo e di qualche giocata a carte, ma non lo aveva trovato. Di sicuro lunedì mattina era nella baracca. La sua Audi A3 nera ostruiva il cancello dei vicino, che non è riuscito ad uscire per andare al lavoro. La sera l’auto è ferma nello stesso punto. C’è anche un altro dettaglio da chiarire: ha la fiancata destra distrutta, le gomme di quel lato erano staccate e la vettura era stata alzata con un cric. Quando Schena ha avuto l’incidente? Ha cercato di scappare dopo il delitto? Un elemento, questo, che giustificherebbe la convalida del fermo, possibile per il pericolo di fuga. Se il gip non dovesse convalidarlo, può sempre e comunque disporre una misura cautelare per il pericolo di reiterazione del reato, di inquinamento delle prove, o entrambi. Anche la Opel nera di Madalina era lì, a 300 metri dalla baracca, segno che ci è arrivata da sola.

Questo omicidio si incrocia con l’indagine di un altro delitto, quello di Yara Gambirasio. Modalità e contesti diversi. Da un lato la giovane rumena che frequentava il Notturna club di Vertova dove è probabile che abbia conosciuto Schena, dall’altro una bambina tutta casa, scuola e centro

Per scrupolo il pm Ruggeri ha disposto che il dna venga confrontato con il presunto killer della 13enne di Brrembate

sportivo dove si allenava in una squadra di ginnastica artistica. Ma per scrupolo il pubblico ministero Letizia Ruggeri ha disposto che il dna del fermato venga confrontato con quello di «Ignoto 1», il presunto killer della tredicenne di Brembate Sopra, così come già fatto per quasi 18.000 profili genetici. È la conferma che, in questo vicolo cieco, si tenta il tutto per tutto. Era già successo lo scorso settembre, quando era stato comparato anche il Dna del killer di Lodi, il ragioniere di 41 anni arrestato per l’omicidio di Lavinia Simona Ailoaiei, ragazza romena di 18 anni. Esito: negativo. Intanto si attende ancora l’esito del test del Dna sulla salma di Giuseppe Guerinoni, l’autista ritenuto il padre di chi ha ucciso Yara, un figlio illegittimo. L’anatomopatologa Cristina Cattaneo aveva già chiesto un mese di proroga. Ieri, scaduto il termine, ha chiesto altri 30 giorni. Manca solo qualche dettaglio, non si prevedono sorprese.

 

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