Camorra, sequestrati 130 milioni di euro

di Il Corriere

L’operazione, condotta dal Nucleo investigativo di Padova, coinvolge 400 uomini. Sotto provvedimento: metà palazzo Belvedere, il palazzo «Onda», un centro direzionale e un Castello a Ponte nelle Alpi

PADOVA Beni per 130 milioni di euro sono stati sequestrati in otto regioni dai Carabinieri del Nucleo investigativo di Padova, alle prime ore di venerdì, a un campano, Francesco Manzo, nato nel 1944 a Nocera Inferiore, in provincia di Salerno, ma residente a Padova, pregiudicato, legato a un noto clan della camorra, sospettato di riciclaggio di ingenti somme di denaro. I militari dell’Arma hanno dato esecuzione a un decreto di sequestro preventivo d’urgenza, emesso dal Tribunale di Padova, su proposta della Direzione distrettuale antimafia di Venezia. Tra i beni sequestrati spiccano: il palazzo «Onda» davanti alla Città della Speranza a Padova, metà del palazzo Belvedere di fronte alla Stazione, sempre di Padova, un centro direzionale in via Cile e il Castello Bortoluzzi di Ponte nelle Alpi, nel Bellunese.

L’operazione vede impegnati circa 400 carabinieri, che stanno operando, con il supporto dei comandi provinciali interessati, nelle province di Padova, Vicenza, Treviso, Belluno, Ferrara, Bologna, Siena, Roma, Napoli, Salerno, Taranto, Matera, Cosenza e Varese. I dettagli dell’operazione sono stati illustrati in una conferenza stampa tenuta nel Comando provinciale Carabinieri di Venezia. Presente tra gli altri il procuratore distrettuale antimafia Luigi Delpino, il procuratore aggiunto Adelchi D’Ippolito e il comandante della Legione Veneto dei Carabinieri, generale Maurizio Mezzavilla.

Il sequestro riguarda l’intero patrimonio riconducibile a Manzo, balzato agli occhi per l’evidente sproporzione tra quanto risultava all’erario per lui e i suoi famigliari (10mila euro all’anno) e quanto invece era nelle sue disponibilità. A Manzo sono stati sequestrati: beni mobili e immobili per 130 milioni. Di cui: 350 unità immobiliari, 15 terreni, 1 fabbricato rurale, 52 società con capitale sociale di 1.450.000 euro, 224 rapporti bancari e 52 autovetture. Proprio la palese sproporzione tra lo stile di vita di Manzo e quanto dichiarato, unito ai suoi precedenti penali hanno fatto scattare le indagini e i provvedimenti. Sono inoltre in corso altre 42 perquisizioni.

Sgominata baby gang, carabiniere ferito

di La Repubblica

Scontro nella notte a Poggioreale tra un auto inseguita dalla polizia e un’altra con a bordo un militare dell’Arma: ne avrà per 30 giorni. Arrestati in quattro, tre dei quali minorenni, per possesso di arnesi atti allo scasso

Non si fermano a un controllo e nel corso dell’inseguimento in auto finiscono per scontrarsi con un’altra auto a bordo della quale c’è un carabiniere: è finita così la scorsa notte a Napoli la fuga di quattro giovani, di cui uno solo maggiorenne da pochi giorni mentre il più piccolo ha 15 anni. I quattro sono stati arrestati dalla polizia.

I fatti: gli agenti della sezione Volanti nel corso dei normali servizi di prevenzione e controllo del territorio hanno imposto l’alt agli occupanti di una Fiat Stilo che, con fare sospetto, si aggiravano in zona Poggioreale. Il conducente, invece di fermarsi, è fuggito a tutta velocità in direzione via Stadera ma in prossimità del restringimento della carreggiata l’autovettura si è schiantata contro un’altra auto condotta da un militare dell’Arma dei Carabinieri che si stava recando a lavoro. L’auto del militare è stata sbalzata contro un pilastro: la vittima, ricoverata in ospedale, ne avrà per 30 giorni.

I quattro giovani, uno solo dei quali non ha precedenti di polizia, sono residenti a Pollena Trocchia (Napoli) e nel quartiere napoletano di Ponticelli. In macchina nascondevano arnesi atti allo scasso di dubbia provenienza. Alla guida dell’auto, vi era uno dei tre minori. I tre minori sono stati arrestati perché responsabili, in concorso tra loro, di tentato omicidio e denunciati, in stato di libertà, per i reati di resistenza a pubblico ufficiale, ricettazione e possesso di arnesi atti allo scasso. Il maggiorenne, invece, è stato arrestato perché responsabile dei reati di ricettazione e resistenza a pubblico ufficiale e denunciato, in stato di libertà, per possesso di arnesi atti allo scasso.

Le mani della ‘Ndrangheta sull’Emilia, carabinieri arrestano 117 persone

di La Repubblica

Altri 46 fermi in altre regioni. Ramificazioni all’estero. Cutro (Crotone) il centro dell’organizzazione. Chiesto sequestro di beni per 100 milioni di euro. In manette anche consigliere comunale forzista di Reggio Emilia. Agli arresti alcuni imprenditori, tra cui il padre del calciatore Vincenzo Iaquinta

I tentacoli della ‘Ndrangheta sono arrivati fino in Emilia. E’ in corso in queste ore una maxi operazione dei carabinieri, denominata Aemilia, che ha condotto all’arresto di 117 persone, per la maggior parte in Emilia. Si tratta di soggetti ritenuti responsabili a vario titolo di associazione di tipo mafioso, estorsione, usura, porto e detenzione illegali di armi da fuoco, intestazione fittizia di beni, riciclaggio, emissione di fatture false. Il clan al centro dell’inchiesta è quello dei Grande Aracri di Cutro (Crotone), di cui è documentata da tempo l’infiltrazione nel territorio emiliano, soprattutto nella zona di Brescello dove vivono esponenti di spicco della cosca calabrese. Alcuni dei reati hanno carattere transnazionale, interessano Austria, Germania, San Marino. Chiesto il sequestro di beni per 100 milioni di euro.

“Un intervento che non esito a definire storico, senza precedenti. Imponente e decisivo per il contrasto giudiziario alla mafia al nord”. Queste le parole utilizzate dal Procuratore nazionale Antimafia Franco Roberti in conferenza stampa. Poi ha aggiunto: “Non ricordo a memoria un intervento di questo tipo per il contrasto a un’organizzazione criminale forte e monolitica e profondamente infiltrata”.

Una parte consistente dell’inchiesta riguarda, come detto, gli appalti della ricostruzione post terremoto e alcuni imprenditori emiliani. In particolare la “Bianchini costruzioni Srl” di Modena è riuscita ad ottenere “numerosissimi appalti” del Comune di Finale Emilia in relazione – si legge nell’ordinanza – ai lavori conseguenti il sisma del maggio 2012 e altri in materia edile e di smaltimento rifiuti. Per questo Augusto Bianchini è finito in carcere, Alessandro Bianchini è invece ai domiciliari. Tra gli arrestati anche l’imprenditore Giuseppe Iaquinta, padre dell’ex calciatore della Juventus e campione del mondo Vincenzo Iaquinta.

Tra le persone colpite dai provvedimenti di custodia, il consigliere comunale di Reggio Emilia Giuseppe Pagliani, di Forza Italia. I carabinieri lo hanno prelevato dalla sua abitazione di Arceto di Scandiano, vicino a Reggio Emilia. Tra gli indagati c’è anche Giovanni Paolo Bernini, ex presidente del Consiglio comunale di Parma, allora appartenente a Forza Italia. Per lui la procura aveva chiesto l’arresto, ma il Gip non l’ha concesso. L’accusa a suo carico è di “aver contribuito pur senza farne parte al rafforzamento e alla realizzazione degli scopi dell’associazione mafiosa”, perché “richiedeva e otteneva dagli associati voti a suo favore in relazione alla campagna elettorale 2007 per l’elezione del sindaco e del consiglio comunale di Parma”.

Agli arresti anche Nicolino Sarcone considerato anche da indagini precedenti il reggente della cosca su Reggio Emilia. Sarcone, già condannato in primo grado per associazione mafiosa, è stato recentemente destinatario di una misura di prevenzione patrimoniale che gli aveva bloccato beni per 5 milioni di euro. Dalle carte dell’inchiesta emergerebbe anche il sostegno elettorale imposto dai Grande Aracri ad alcuni candidati emiliani durante le amministrative.

L’indagine è condotta dalla procura distrettuale antimafia di Bologna che ha ottenuto dal gip del Tribunale le 117 custodie cautelari in Emilia, ma anche Lombardia, Piemonte, Veneto, Sicilia. Contestualmente si stanno muovendo le procure di Catanzaro e Brescia che hanno emesso 46 provvedimenti.

Nella lista dei nomi colpiti dall’ordinanza di custodia sono finiti anche Ernesto e Domenico Grande Aracri, i fratelli del boss già detenuto Nicolino Grande Aracri, detto “Mano di gomma”. Domenico è un avvocato penalista, il suo arresto è stato disposto dalla Dda di Bologna, mentre per Ernesto si è mossa la Dda di Catanzaro. Il centro di questa organizzazione è Cutro, piccola cittadina del crotonese: Nicolino Grande Aracri aveva intenzione di costituire una grande provincia in autonomia a quella reggina.

“Grande Aracri – ha spiegato il procuratore di Catanzaro Vincenzo Antonio Lombardo – si atteggia a capo di una struttura al di sopra dei singoli locali. E’ sostanzialmente il punto di riferimento anche delle cosche calabresi saldamente insediate in Emilia Romagna dove c’era una cellula dotata di autonomia operativa nei reati fine. I collegamenti tra Emilia Romagna e Calabria erano comunque continui e costanti e non si faceva niente senza che Grande Aracri lo sapesse e desse il consenso”.

Intanto emergono dettagli sui tentativi di intimidazione che il clan aveva messo in atto nell’area emiliana. Non solo su imprenditori e istituzioni, ma anche su giornali. Nelle carte dell’inchiesta vengono ricostruite le minacce a una giornalista di un quotidiano, mentre un altro giornalista è finito agli arresti. In manette anche sei “talpe”, che informavano i Grande Aracri. Si tratta di tre ex carabinieri in congedo e tre poliziotti. Sul campo sono impiegati al momento un migliaio di militari con il supporto anche di elicotteri.

Sequestro sventato dai carabinieri Obiettivo: figlio di imprenditrice

di Il Corriere

Un ristoratore padovano indebitato aveva assoldato due polesani. Il colpo doveva scattare mentre la donna portava il 13enne a scuola. «Pensavo fosse Scherzi a parte»

VICENZA Sventato dai Ros dei carabinieri il sequestro del figlio di un imprenditore vicentino a Thiene. Tre le persone arrestate dai carabinieri di cui si attende la convalida. L’operazione è scattata alle prime ore di martedì e ha visto impegnati anche i carabinieri di Vicenza e di Rovigo. Perquisizioni sono in corso. Tutto nasce quando un ristoratore padovano indebitato, Massimo Silvestrin, 41 anni, di Este (Padova) assolda due polesani, Gianfranco Galani, 68 anni, autotrasportatore, e il figlio Antonio, 43, anni, per sequestrare il figlio di un’imprenditrice vicentina. I due studiano i movimenti della famiglia e si preparano a rapirlo mentre la madre lo accompagna a scuola al mattino. Nel mirino dei malviventi era finito il figlio tredicenne della titolare (con il nonno) di un’azienda di import export di bevande e catering L’intervento dei Ros è scattato martedì mattina poco dopo le sette quando la signora e il figlio stavano per uscire in auto da casa per andare a scuola.

I malviventi sono stati bloccati mentre attendevano le loro vittime in un parcheggio vicino. Per rapire il giovane vicentino avrebbero simulato una rapina. L’operazione degli investigatori era stata coordinata e avviata da settimane senza che la famiglia ne fosse al corrente ma creandole attorno un cordone di protezione. All’origine dell’inchiesta il fermo di una rodigina, ora indagata, che avrebbe rifiutato proposte di affiliazione alla banda avanzate degli organizzatori del rapimento. Sarebbero stati dei gravi problemi finanziari dei tre arrestati, in particolare di un ristoratore padovano che aveva assoldato i due polesani, all’origine del progetto di sequestro del giovane thienese. Il leader del gruppo criminale, secondo la procura, è un imprenditore padovano dell’area estense che conosceva la famiglia thienese e che aveva un cumulo di debiti anche con questa. Gli altri due arrestati sono padre e figlio residenti a Occhiobello (Rovigo) e Ferrara: il terzetto, rimasto in silenzio dopo le manette, sarebbe stato intenzionato a chiedere un riscatto tra uno o due milioni e aveva organizzato il nascondiglio del rapito in un casolare abbandonato. La signora si è detta incredula ed ha chiesto ai carabinieri se tutto fosse reale o non si trovasse davanti a una sorta di film o di «Scherzi a parte». Il giovane non sarebbe riuscito a trattenere le lacrime.

Assalto al caveau, raffiche di kalashnikov contro i carabinieri

di Repubblica

L’episodio a Quinto Vercellese. I banditi con una ruspa hanno preso di mira il deposito di un istituto di vigilanza. Diverse strade ancora bloccate. I rapinatori nella fuga hanno incendiato cinque auto. Forse un collegamento con l’assalto a un furgone portavalori avvenuto più tardi nell’Astigian.

Un vero assalto armato in stile paramilitare. È stato definita così dalle forze dell’ordine la tentata rapina che questa notte ha trasformato Caresanablot, piccolo paese alle porte di Vercelli, in un vero e proprio campo di battaglia. Con tanto di conflitto a fuoco. Un colpo, quello alla sede della Fidelitas, sulla strada che da Caresanablot porta a Quinto Vercellese, studiato nei minimi dettagli dal commando di dieci persone che, armati di pistole e kalashnikov, hanno esploso almeno una cinquantina di colpi all’indirizzo dei carabinieri, con 27 bossoli ritrovati in strada. “Sembrava il set di un film americano”, raccontano alcuni cittadini svegliati dalla raffica di colpi esplosi dai banditi in fuga. ”Siamo scesi in strada per capire cosa fosse successo. Abbiamo avuto molta paura”.

Tutto è iniziato intorno alle 2,30 di notte quando i banditi alla guida di auto, furgoni e di una ruspa, tutti mezzi rubati, hanno raggiunto da direzioni diverse l’edificio della società di vigilanza. Prima però, per poter assaltare l’agenzia in tutta sicurezza, i banditi hanno bloccato le strade di accesso alla zona dando fuoco ad alcune vetture rubate: dalla strada per Olcenengo a quella del ponte sull’Elvo, a Collobiano, fino alla provinciale per Vercelli. Almeno 11 le auto date alle fiamme e usate come diversivo dai malviventi. Poi, arrivati davanti al cancello della ditta hanno messo in moto la ruspa e l’hanno lanciata contro il muro della Fidelitas, più precisamente contro la “sala della conta”, ossia il caveau, dove è custodito il denaro che la ditta ha il compito di custodire per conto di terzi. Sono bastati pochi secondi perché il personale di turno della vigilanza si vedesse crollare il muro addosso e sentisse scattare l’allarme. Poi il far west in strada: i carabineri e i banditi aprono il fuoco. A quel punto il commando capisce che la rapina è fallita, risale sui mezzi rubati e riparte in direzione di Villarboit. A conferma ci sono le immagini delle telecamere di videosorveglianza che si trovano in zona. Una fuga fino a Greggio e Balocco dove vengono ritrovate altre auto incendiate, forse per cancellare le impronte e ogni indizio.

È probabile che i banditi abbiano percorso a piedi la stradina che porta al piazzale dell’Autogrill situato sull’autostrada Torino-Milano dove, probabilmente, ad attenderli c’erano delle auto ‘pulitè per la fuga finale. Non ci sono dubbi che si tratti di una banda di professionisti che arriva da fuori, probabilmente anche collegata all’assalto avvenuto a Lodi il 28 novembre scorso quando una decina di malviventi dopo aver cosparso l’asfalto di chiodi e bloccato la circolazione con auto e furgoni messi in mezzo alla strada e dati alle fiamme, aveva tentato un assalto un furgone portavalori. Al momento non si esclude nemmeno un collegamento con un colpo avvenuto stamatina alle 8 nell’Astigiano. A Pontesuero tre banditi hanno bloccato il conducente di un furgone di una ditta di Alessandria, che trasportava le monetine delle slot-machine. Lo hanno picchiato e si sono messi alla guida del mezzo. Il furgone è stato poi ritrovato due chilometri dopo in strada Valgera. I banditi si sono dati alla fuga con un bottino di circa 5mila euro.

Carabinieri e polizia di Vercelli stanno svolgendo le indagini visionando anche le immagini delle telecamere di sicurezza sia della ditta che quelle comunali. Del fatto è stata informata anche la procura di Vercelli.

Crimine informatico

Fonte Ministero Interno

Fonte Ministero Interno

Un computer, una rete o un dispositivo hardware possono essere l’agente, il mezzo o l’obiettivo del crimine

I continui progressi delle nuove tecnologie, la vasta diffusione di apparati digitali e la sempre più estesa e frequentata rete di social media vedono crescere in termini esponenziali il numero di utenti che accedono al mondo di internet. Una società sempre più introdotta nel mondo digitale, e che gestisce informaticamente gran parte della propria vita di relazione, fa avvertire pressante l’esigenza di una sicurezza di settore sempre più qualificata, specializzata e vicina al cittadino.

Accanto a fenomeni storici quali la pedopornografia online, che tende sempre più a celarsi nel mondo sommerso del web anche attraverso complessi sistemi di anonimizzazione della navigazione, si manifestano nuove attività predatorie gestite da agguerrite organizzazioni criminali transnazionali che colpiscono i servizi di e-commerce e home banking e anche attacchi pianificati a banche dati o ancora aggressioni sofisticate contro infrastrutture critiche istituzionali.

Per rispondere al meglio alla sfida e per affinare adeguatamente il bagaglio professionale, la Polizia delle Comunicazioni ha avviato innovative partnership con i migliori centri universitari e di ricerca per acquisire contributi formativi e concorrere a realizzare efficaci strategie operative di contrasto.

Per venire incontro alle esigenze di sicurezza e assistenza dei sempre più numerosi cittadini utenti della rete, è stato realizzato il portale del Commissariato di P.S. on line che, ponendosi come una vera volante del web, è costantemente operativo per monitorare la rete, diramare allarmi in caso di insidie, raccogliere le più varie istanze di aiuto e assistenza. Di pari passo sono state avviate speciali campagne di sensibilizzazione dei ragazzi per un uso consapevole del web.

Fonte: Ministero Interno

Archeologia, scoperto traffico internazionale di reperti: avevano rubato anche in una domus di Pompei

da Repubblica.it

Gli oggetti rubati provenivano da importanti insediamenti in Campania. Ritrovate le 4 superfici affrescate che erano state rimosse dal sito archeologico più visitato al mondo

 foto da Repubblica

foto da Repubblica

Un’associazione per delinquere finalizzata allo scavo illecito e al traffico internazionale di reperti provenienti dai più importanti siti archeologici campani è stata smantellata dai carabinieri della stazione di Calvi Risorta (Caserta) e dai colleghi del nucleo tutela patrimonio culturale di Napoli.

L’operazione “Dedalo”, coordinata dalla procura di Santa Maria Capua Vetere, ha portato a 19 arresti nelle province di Caserta, Napoli, Salerno, Frosinone e Latina. Recuperati oltre 1.500 reperti archeologici di diversa natura e datazione nonché numerosi reperti contraffatti per un valore complessivo di un milione e 600mila euro.

Ci sono anche affreschi pompeiani, per fortuna ora recuperati, nel bottino della banda di tombaroli. Nel corso di una perquisizione effettuata a Pompei nell’area della civita Giuliana, adiacente agli scavi più famosi del mondo, nel giardino di una abitazione è statoscoperto uno scavo clandestino che portava a un ambiente di una villa romana le cui quattro superfici affrescate erano già state rimosse.

Ora quei reperti sono stati recuperati, e sono tra quei beni di elevato valore archeologico: nel materiale figurano anche un cratere a campana di grandi dimensioni del IV-II secolo a.C., un’anfora della Magna Grecia con coperchio e una a due anse verticali, tutti e tre attribuiti al pittore Assteas di Paestum.

Lotta alle mafie

Falcone-e-BorsellinoArticolo dal sito del Ministero degli Interni

Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene (Paolo Borsellino)

Le politiche di lotta alle mafie prevedono un’azione integrata che affianca alla prevenzione e alla repressione, azioni sistematiche che colpiscono con sequestri e confische i beni mafiosi per destinarli a fini sociali. Tali beni sono gestiti dall’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata.

​Elenco dei latitanti di massima pericolosità
Nelle attività di contrasto alla criminalità, il ministero dell’Interno adotta strategie di ricerca e cattura dei latitanti più pericolosi e di gestione dei collaboratori di giustizia. L’elenco dei latitanti viene costantemente aggiornato e condiviso con gli uffici di polizia di tutto il mondo.

Fondo di rotazione per la solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso
Affianca la politica di prevenzione e contrasto delle mafie, la strategia solidaristica che il Governo mette in campo a sostegno delle vittime dei reati mafiosi. Un apposito Fondo, gestito dal Commissario per il coordinamento delle iniziative di solidarietà per le vittime dei reati di tipo mafioso, nominato dal Consiglio dei ministri su proposta del ministro dell’Interno, è alimentato da un contributo annuale dello Stato, da somme derivanti dalla vendita dei beni confiscati alle organizzazioni mafiose e da una quota, definita annualmente con decreto del ministro dell’Interno, del contributo devoluto al Fondo di solidarietà per le vittime delle richieste estorsive e dell’usura sui premi assicurativi.

Vittime del dovere
Attività solidaristica appositamente dedicata agli operatori di polizia e altri dipendenti pubblici deceduti o che abbiano subìto un’invalidità permanente in attività di servizio o nell’espletamento delle funzioni di istituto.

Caserta, ospedale gestito dai boss della camorra: blitz contro i casalesi, 24 arresti

di Il Messaggero

Ventiquattro persone sono state arrestate in un’operazione della Dia di Napoli nell’ambito di un’inchiesta coordinata dalla Procura di Napoli su appalti truccati delle Asl di Caserta aggiudicati a imprese del clan dei Casalesi, con l’appoggio di politici e amministratori pubblici. Sequestrate anche società e beni.

L’operazione è scattata nelle prime ore di stamani. Gli arresti sono stati fatti nelle provincie di Caserta, Napoli e Verona. I reati ipotizzati, a vario titolo, sono associazione per delinquere di tipo mafioso, corruzione, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente e abuso d’ ufficio. L’inchiesta riguarda una serie di presunti appalti truccati indetti dall’ Azienda Sanitaria Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta.

Dall’indagine è emerso che l’ex sottosegretario all’Economia e coordinatore del Pdl in Campania, Nicola Cosentino, è stato «referente politico del sistema criminale» operante nell’ospedale di Caserta dal 2008 «fino al momento del suo arresto, avvenuto nel marzo 2013».

Il sodalizio criminale oggi disarticolato, così ricostruiscono la vicenda i pm partenopei, nasce nel 2006, quando Francesco Zagaria, cognato dell’allora latitante e in quel momento uno dei capi del clan dei Casalesi Michele Zagaria, «supportato politicamente dal segretario politico dell’Udeur regionale dell’epoca, riuscì a far nominare un suo uomo di fiducia quale dirigente generale del S. Anna e S. Sebastiano, Luigi Annunziata, recentemente scomparso». Da quel momento, secondo l’ordinanza cautelare, Zagaria assunse il controllo delle assegnazione dei lavori pubblici nell’ospedale casertano, dando vita ad un cartello di imprese mafiose ancora oggi operante.

Secondo la ricostruzione condivisa dal gip, nel 2006 vi fu «un duplice avvicendamento politico-mafioso» all’interno dell’ospedale di Caserta determinato «dall’implosione dell’Udeur e conseguentemente alla caduta del Governo Prodi»: nel 2008 gli Zagaria «cercarono e trovarono la necessaria la necessaria copertura politica nel Pdl campano e, più in particolare, nel suo (allora) capo indiscusso, Nicola Cosentino, rimasto referente politico del sistema criminale operante nel nosocomio casertano fino al momento del suo arresto, avvenuto nel marzo 2013».

Nell’Azienda Ospedaliera «Sant’Anna e San Sebastiano» di Caserta vi era «la piena operatività» del clan di Zagaria, e «una pervasiva e consolidata rete di connivenze e collusioni venutasi a creare, sotto la regia dei boss della camorra casertana, tra appartenenti al mondo della pubblica amministrazione, della politica e dell’imprenditoria».

Nell’operazione sono state inoltre poste sotto sequestro preventivo quattro ditte (Odeia srl, R.D. Costruzioni, Luigi Iannone e Salvatore Cioffi), 18 immobili, undici terreni, un box auto, tre autovetture e quote societarie per un valore di 12 milioni di euro.

Secondo le indagini – si apprende dalla Dda e dalla Dia – attraverso connivenze e collusioni, il sistema degli Zagaria riusciva a controllare e gestire, in regime di assoluto monopolio, gli appalti e gli affidamenti diretti di lavori all’interno dell’Ospedale casertano. Negli ultimi anni – stando sempre ai risultati delle indagini – il clan si era infatti gradualmente infiltrato nel tessuto politico-amministrativo della struttura sanitaria casertana, trasformandosi in «un complesso apparato in grado di gestire gli affidamenti dei lavori pubblici in assoluta autonomia, potendo contare sul potere derivante dalla preminente matrice mafiosa».

Le attività del clan nella struttura sanitaria è stata ricostruita dagli investigatori con testimonianze, documenti, intercettazioni telefoniche e ambientali, registrazioni audio e video.

Fra le persone arrestate dalla Dia di Napoli nel blitz contro il clan dei Casalesi vi è anche Elvira Zagaria, sorella del boss. Secondo gli investigatori, Elvira Zagaria svolgeva un ruolo centrale nelle attività del clan all’interno dell’Azienda sanitaria casertana. Alla donna, dopo l’arresto di tutti i membri maschi della famiglia e dopo la morte del marito, Francesco Zagaria, negli ultimi due anni era toccato il compito di gestire gli ingenti capitali illeciti derivanti dalle attività delle imprese del clan. Dalle indagini è emerso che Francesco Zagaria dava anche indicazioni sugli esponenti politici da sostenere nelle campagne elettorali.

Roma, 31 arresti per ‘ndrangheta Un pentito: legami con Mafia Capitale

di Il Corriere

Secondo la Dda la coop Edera, citata da Salvatore Buzzi nelle carte di Mafia Capitale, assicurava lavoro ai detenuti. Scoperto il «Codice di San Luca» con i meccanismi del rito di affiliazione. Le indagini partite dall’omicidio di Vincenzo Femia.

 Un quaderno contenente degli appunti che, una volta decifrati, svelano i meccanismi arcaici che regolano il rito di affiliazione alle ‘ndrine. È la scoperta fatta nel corso del blitz di martedì mattina, in cui 450 poliziotti e finanzieri hanno arrestato 31 appartenenti a un clan attivo nella Capitale collegato alla ‘ndrangheta di San Luca, nel reggino. Il documento, chiamato Codice di San Luca, è considerato eccezionale: «La sua veridicità era sospesa tra verità e leggenda», spiega un investigatore.

La coop di Buzzi
Nel corso dell’operazione sono stati sequestrati circa 600 chili di droga (cocaina e hashish) e armi. Perquisizioni in diverse città fra cui, a Roma, anche nei confronti della coop Edera, citata da Salvatore Buzzi nelle carte dell’inchiesta Mafia Capitale come una delle aziende che partecipava alla spartizione degli appalti. «La Edera – ha spiegato il procuratore aggiunto Michele Prestipino, capo della Dda – assicurava lavoro ai detenuti, presupposto per misure alternative alla detenzione. Grazie alla cooperativa alcuni indagati sono appunto riusciti a ottenere questi benefici. Tra loro anche l’attuale collaboratore di giustizia Gianni Cretarola e l’indagato Antonio Pizzata», accusato di aver fatto parte del commando che il 24 gennaio 2013 ha ucciso Vincenzo Femia, eliminato proprio perché, secondo gli inquirenti, si era opposto alla costituzione di una cellula della ‘ndrangheta nella Capitale. È il delitto da cui è partita l’indagine.

La rete del clan
I capi dell’organizzazione vivevano da anni nella Capitale, in particolare nei quartieri Appio, San Giovanni, Centocelle, Primavalle e Aurelio, dove potevano contare su una fitta rete di connivenze in grado di garantire il completo anonimato e fornire il supporto logistico ai latitanti calabresi. Il gruppo aveva basi logistiche a Genova, Milano e Torino, necessarie per stoccare le partite di droga importate. Pizzata avrebbe costituito un gruppo di fuoco con Cretarola e Massimiliano Sestito: i tre sarebbero responsabili di ferimenti e gambizzazioni. Oltre al delitto e alle lesioni, gli altri reati contestati all’organizzazione sono l’associazione a delinquere, il traffico internazionale di droga (con l’aggravante mafiosa e del reato transnazionale), la ricettazione, l’estorsione, il danneggiamento, il favoreggiamento, la simulazione di reato, il possesso e la fabbricazione di documenti falsi e il porto e la detenzione abusiva di armi.

L’intercettazione: «Roma è il furturo»
Roma per la ‘ndrangheta è «strategica», ha sottolineato Prestipino. E anche se «allo stato non possiamo dire che ci sia una presenza stabilizzata con una “locale” come al nord Italia, è altrettanto pericolosa». La ‘ndrangheta, ha aggiunto il capo della Dda, «considera la Capitale in modo serio: qualcuno intercettato in un’altra inchiesta ha detto che “Roma è il futuro”».