Asti: catturati i responsabili di una sparatoria

fonte Polizia di Stato

Sono stati arrestati questa mattina dagli uomini della Squadra mobile di Asti i responsabili di una sparatoria avvenuta lo scorso 13 maggio.

Sono due esponenti di spicco della malavita albanese e appartenenti a una banda ritenuta particolarmente violenta che vuole imporsi nella gestione dello spaccio di droga e della prostituzione cittadina.

I due sono ritenuti responsabili di aver partecipato alla sparatoria tra due bande contrapposte avvenuta davanti un circolo culturale cittadino dove nell’occasione rimase ferito lievemente un passante.

Sono accusati di tentato omicidio e detenzione illecita di armi.

Rimini: arriva dal Caucaso la nuova immigrazione clandestina

fonte Polizia di Stato

Associazione per delinquere e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina sono i reati di cui devono rispondere 17 persone a conclusione dell’operazione “Chechen Tourist”. Tre di loro sono state arrestate e le altre 14 sono state denunciate in stato di libertà; per alcune di queste ultime è stata avviata la richiesta di rogatoria internazionale.

Le indagini, iniziate alla fine del 2012 dalla Polizia di frontiera di Rimini, hanno permesso di scoprire un’organizzazione internazionale specializzata nell’immigrazione clandestina di caucasici.

A insospettire gli investigatori sono stati alcuni nuclei familiari, composti anche da diversi minorenni, provenienti da Cecenia, Daghestan, Ossezia e Inguscezia che, dopo aver fatto ingresso con visti turistici all’aeroporto di Rimini, facevano perdere le loro tracce.

Gli stessi, dopo aver distrutto i documenti e cambiato le generalità, ricevevano una prima accoglienza presso alberghi della riviera in attesa che l’organizzazione criminale consentisse loro di raggiungere il Belgio, i Paesi Baschi, la Germania, l’Austria, la Norvegia, la Svezia e la Francia dove richiedevano lo status di rifugiato politico.

L’organizzazione criminale, con base stabile in Russia e un’affiliata residente nella città di Rimini, agiva come una vera e propria “travel agency”. Dalle intercettazioni è emerso infatti che la banda chiedeva ai clandestini di affrettarsi a contattarli per poter abbassare il prezzo dei biglietti per i viaggi verso gli altri Paesi. Gli stranieri intenzionati a stabilirsi in Europa illegalmente pagavano somme di 40 mila – 50 mila rubli, pari a circa 1.500 euro a testa.

L’attività di indagine è stata condotta anche con pedinamenti all’estero per monitorare le modalità di trasferimento degli stranieri, l’itinerario utilizzato, la destinazione finale degli stranieri ed avere un quadro chiaro della organizzazione e dei fiancheggiatori.

Benevento: 4 in manette per estorsione

fonte Polizia di Stato

Insolita la modalità riscontrata dagli investigatori nel modus operandi dei quattro componenti del gruppo criminale arrestati, questa mattina, dagli uomini della Squadra mobile di Benevento per estorsione aggravata dalla modalità mafiosa.

Il capo e tre affiliati, tutti del clan Sparandeo, sono finiti in manette per avere commesso atti intimidatori ai danni di commercianti della zona con lo scopo di farsi pagare il pizzo.

Gli investigatori hanno riscontrato, infatti, che prima avveniva il danneggiamento attraverso azioni incendiarie e successivamente avveniva la richiesta del denaro che doveva essere versato in tre tranche: Pasqua, Ferragosto e Natale.

La richiesta variava a seconda dell’attività commerciale, ad esempio i supermercati dovevano pagare 6 mila euro all’anno, mentre per altre attività erano previsti degli sconti a seconda del giro d’affari.

Ogni tranche doveva ammontare dai 1.500 ai 2 mila euro e, in alcune occasioni, i commercianti sono stati costretti a fare pagamenti straordinari fuori dai periodi classici.

Milano: presi 14 trafficanti di clandestini

fonte Polizia di Stato

L’indagine conclusa questa mattina dalla Squadra mobile di Milano ha fatto luce sull’attività di un’organizzazione criminale specializzata nel favorire l’immigrazione clandestina di cittadini eritrei. Al termine dell’operazione “Sahel” sono finite in carcere 14 persone, tutte straniere, con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Secondo le indagini, la rete di criminali aveva trasformato in business l’emergenza umanitaria presente nel Paese africano, utilizzando l’Italia come punto di passaggio per i profughi diretti verso il nord Europa, in particolare Germania, Svezia e Norvegia.

Gli investigatori della Mobile si sono attivati nel settembre 2013, in seguito all’arresto di un “passeur” brasiliano effettuato a Monza. L’uomo era stato fermato mentre trasportava, a bordo di un’autovettura, cinque clandestini eritrei diretti in Germania.

La successiva attività investigativa ha consentito di scoprire l’attività del gruppo criminale operante a Milano e a Monza, con ramificazioni in Sicilia, Calabria, Libia, Grecia ed Eritrea, luogo di origine della maggior parte degli appartenenti al gruppo.

Alcuni degli indagati, che agivano in Sicilia e Calabria, avevano il compito di reclutare i clandestini eritrei, appena sbarcati, da inviare a Milano, vero e proprio centro di smistamento per i disperati in fuga.

Arrivati nel capoluogo lombardo, i clandestini venivano ospitati, anche per diversi giorni, in case gestite da altri membri del gruppo criminale. Fino al giorno della partenza verso la destinazione finale, i clienti erano ospiti dell’organizzazione che forniva loro anche cibo e vestiti. Per chi doveva proseguire il viaggio in aereo, c’erano anche passaporti contraffatti muniti di falso visto Schengen, fatti arrivare dalla Grecia.

Naturalmente il servizio era a pagamento: il viaggio in treno fino in Svizzera costava 200/300 euro; per un passaggio in auto servivano da 450 a 600 euro; il viaggio su voli di linea con documenti falsi poteva costare da 900 a 1.300 euro.

Alcuni appartenenti all’organizzazione agivano ad Atene (Grecia) e avevano il compito di fabbricare e spedire a Milano i documenti falsi necessari ai clandestini.

Le notevoli somme accumulate con l’attività illecita venivano trasferite utilizzando il sistema clandestino “Hawala”, ma anche con i tradizionali circuiti di money transfer.

Durante l’indagine, gli uomini della Mobile hanno documentato 17 episodi di trasporto di clandestini e, per tre volte, hanno intercettato le spedizioni di passaporti contraffatti con visto Schengen.

Mafia, gli imprenditori denunciano gli estortori: 27 arresti a Palermo

di Il Fatto Quotidiano

Tra le persone finite in carcere anche il consigliere comunale Giuseppe Faraone, de Il Megafono di Rosario Crocetta. Il sindaco Leoluca Orlando annuncia che il Comune si costituirà parte civile contro di lui

Un cantiere che esponeva il cartellone dell’associazione antiracket Libero Futuro e un esponente politico del Megafono, il movimento del governatore antimafia Rosario Crocetta. Simboli della lotta a Cosa Nostra utilizzati soltanto come facciata, che sono andati in pezzi nell’ultima inchiesta della procura di Palermo. Tra le ventisette persone finite in manette nell’operazione Apocalisse 2 ( tra queste, ventidue erano già in carcere), condotta dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri, dalla Squadra Mobile e dal Nucleo Speciale di Polizia Valutaria, c’è anche Giuseppe Faraone, consigliere comunale di Palermo, esponente del Megafono, lista personale del governatore regionale: per lui l’accusa è di tentata estorsione aggravata.

L’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Vittorio Teresi e dai sostituti Roberto Tartaglia, Francesco Del Bene, Dario Scaletta e Annamaria Picozzi, ha ricostruito come Faraone abbia fatto da tramite tra i clan di San Lorenzo e un cantiere che esponeva il logo di Libero Futuro: nonostante facesse bella mostra dell’iscrizione all’associazione antiracket, il direttore tecnico del cantiere Antonino Arnone si è guardato bene dal denunciare la richiesta di pizzo. “Le indagini hanno evidenziato il tentativo degli indagati di avviare un contatto con Arnone mediante Giuseppe Faraone, già assessore alla Provincia di Palermo con deleghe ai Beni culturali, monumentali e artistici, alla Polizia provinciale ed ai controlli ambientali, nonché consigliere comunale di Palermo dal maggio 2012” scrivono gli inquirenti. L’inchiesta ha documentato i contatti tra Faraone e Fabio D’Alessandro, reggente del clan di San Lorenzo, finito in manette nella prima tranche dell’inchiesta Apocalisse, quella che nel giugno scorso aveva fatto scattare le manette ai polsi di un centinaio di boss: tra loro anche Vito Galatolo, il picciotto dell’Acquasanta, che ha poi deciso di “saltare il fosso” e collaborare con la magistratura, svelando il piano di morte per assassinare il pm Nino Di Matteo.

“Prima di scendere dall’auto, D’Alessandro telefonava a Faraone Giuseppe e, nell’ambito della telefonata gli riferiva di trovarsi presso il suo ufficio” scrivono gli inquirenti, che poi spiegano che l’ufficio altro non era che la sede della commissione urbanistica del consiglio comunale palermitano. Partito nei socialisti, poi migrato nell’Udeur, nell’Udc, e nella Margherita, Faraone ha un passato da cambiacasacca imperterrito: tra il 2008 e il 2010 è stato assessore ai beni culturali della provincia di Palermo, in una giunta di centro destra. Poi, nel maggio del 2012, fu eletto a Sala delle Lapidi, raccogliendo 896 voti con la lista Amo Palermo, emanazione dei Popolari d’Italia Domani di Saverio Romano, che durante la campagna elettorale perse un candidato al consiglio comunale, Vincenzo Ganci, arrestato per concorso esterno a Cosa Nostra. In quel caso sia il partito di Romano, che l’Udc (alleato del Pid) smentirono di avere indicato la candidatura di Ganci.

Uno scaricabarile che non andrà in onda questa volta, dato che dopo l’elezione, Giuseppe Faraone ha aderito al Megafono di Crocetta, candidandosi alle elezioni regionali dell’ottobre del 2012: un’elezione mancata nonostante gli oltre duemila voti raccolti, dato che alla fine Faraone fu il primo dei non eletti. Il suo nome era già saltato fuori nel giugno del 2014, quando D’Alessandro era finito in manette. Gli investigatori legavano il nome di Faraone a quello di Arnone, titolare di un’azienda che commercia macchine agricole: dopo il blitz Addiopizzo sospese la società che aveva aderito all’associazione antiracket senza però denunciare le richieste estorsive. “Io – si era difeso Faraone in un’intervista – non possono negare di conoscere D’Alessandro, dato che siamo entrambi di San Lorenzo ed è capitato di prendere un caffè al bar. Ho conosciuto Arnone per motivi di lavoro, ma non lo vedo da anni. Io non ho mai fatto incontrare nessuno, non avrei avuto alcun interesse a fare da mediatore. Per questo le dico che non posso e non potrò essere indagato. Se mi dovessero convocare spiegherò tutto”. Tra poche ore potrà fornire il suo punto di vista ai pm nell’interrogatorio di garanzia.

Padova, libico accoltella due carabinieri: sentenza choc, il giudice lo libera

di Il Messaggero

Accoltella due carabinieri, il giudice lo libera. Quattro espulsioni alle spalle, mai ottemperate, 3 pagine di precedenti penali, dalla rapina, allo spaccio, alla violenza, il tutto condito da numerosi alias. L’uomo, un libico di trentacinque anni, l’altra notte dopo aver tentato di vendere cocaina a due carabinieri in borghese, a Padova, è stato arrestato.

Per non farsi prendere, però, non ha esitato ad accoltellare i militari, rimasti feriti a una gamba e a un braccio. Oggi all’udienza in tribunale il libico, accusato di tentato omicidio, è stato liberato dal giudice del patavino, Domenica Gambardella, che ha convalidato l’arresto, dandogli un semplice divieto di dimora.

Tutto è cominciato giovedì notte, quando nei pressi del centro di Padova, il libico (ignaro di chi fossero) ha avvicinato tre carabinieri in borghese, offrendo al gruppetto della cocaina. I militari dopo essere stati inizialmente al gioco, hanno deciso di procedere all’arresto.

Una volta identificati, però, la reazione del libico è stata violenta. L’uomo ha tirato fuori un coltello, menando fendenti a destra e a manca. Una coltellata ha ferito un appuntato al braccio, l’altra ha colpito il collega a una gamba, dopo avergli sfiorato un rene. Il libico, clandestino senza fissa dimora, così è stato arrestato per tentato omicidio. All’udienza il giudice ha convalidato l’arresto, disponendo la liberazione dell’imputato e imponendogli il divieto di dimora a Padova.

‘Ndrangheta, perquisizione a casa di Vincenzo Iaquinta

di Il Corriere

Il padre, Giuseppe Iaquinta, era tra i 117 arrestati dell’inchiesta sulla presenza della ‘Ndrangheta in Emilia.

BOLOGNA – Nell’ambito dell’indagine Aemilia della Dda di Bologna è in corso una perquisizione a casa di Vincenzo Iaquinta, ex attaccante della nazionale azzurra campione del mondo di calcio. Il padre, Giuseppe Iaquinta, era tra i 117 arrestati. A quanto si apprende, l’abitazione dell’ex calciatore oggetto della perquisizione dei carabinieri è a Quattro Castella comune del Reggiano.

Al centro dell’inchiesta due pistole trovate ieri in un’altra perquisizione, in una cassaforte a casa del padre Giuseppe. Le armi sarebbero regolarmente detenute dall’ex calciatore, ma il padre, in seguito ad un divieto, non poteva averle in casa.

LA PERQUISIZIONE – La perquisizione a casa di Giuseppe Iaquinta è stata delegata dalla Dda di Bologna e le due pistole, una calibro 38 e una calibro 7,65, sono state trovate all’interno di una cassaforte, in un sottoscala nel seminterrato. Le due armi dovevano essere detenute a Quattro Castella, dove l’ex calciatore risiede. Il divieto di porto d’armi per il padre fu deciso dalla prefettura di Reggio Emilia, dopo la cena del 21 marzo 2012, in un ristorante della città: è la cena alla quale parteciparono oltre al politico Giuseppe Pagliani di Forza Italia (anche lui tra gli arrestati dalla Dda come il padre di Iaquinta) anche altre persone ritenute vicine alla `ndrangheta e secondo gli investigatori in quell’occasione fu siglato un patto tra il politico e le cosche. In seguito al ritrovamento delle pistole, oggi sono scattate ulteriori perquisizioni a casa di Iaquinta e di due fratelli

L’ORDINANZA – Nell’ordinanza del giudice si legge che «pur non essendo coinvolto nella consumazione di reati fine, Giuseppe Iaquinta è un soggetto di rilievo all’interno dell’organizzazione criminale. Egli, innanzitutto, è in stretto contatto con i vertici dell’associazione.» Il giudice scrive che sono state infatti accertate «frequentazioni con Grande Aracri Nicolino (il clan presente nel Reggiano, ndr) e nel luglio 2011 dopo un summit in Cutro a cui ha partecipato anche Gualtieri Antonio, è stato coinvolto nel progetto di realizzazione di un pool di imprese reggiane (vicine o contigue al sodalizio) per andare ad acquisire importanti appalti nella zona di Cutro o comunque in Calabria».

LA CARRIERA DI IAQUINTA – Iaquinta, oggi 35enne, è nato a Crotone e ha chiuso con il calcio a giugno 2013. Era nella spedizione azzurra del 2006 che vinse la Coppa del Mondo battendo in finale la Francia ai rigori. Nel Mondiale di Germania, Iaquinta fu uno dei grandi protagonisti con 5 presenze e una rete messa a segno contro il Ghana nella partita d’esordio vinta 2-0 dall’Italia. L’attaccante disputò anche la finale che consegnò la coppa ai ragazzi di Lippi. Con la maglia della Nazionale giocò anche lo sfortunato Mondiale del 2010. Iaquinta dopo aver giocato nel Padova e nel Castel di Sangro è passato all’Udinese, dove è rimasto per 7 stagioni prima di passare alla Juventus con cui è rimasto per cinque stagioni.

L’IMPRENDITORE – Sempre nell’ambito dell’inchiesta uno dei destinatari delle 117 misure di custodia cautelare della Dda di Bologna contro la `Ndrangheta, l’imprenditore Palmo Vertinelli, risulta latitante. Si tratta di un imprenditore, accusato tra l’altro di associazione a delinquere di tipo mafioso e ritenuto uno dei prestanome delle cosche nel Reggiano. Nel garage della sua abitazione sono state trovate auto di lusso. Secondo quanto si apprende, poi, dalla mattinata sono in corso altre perquisizioni collegate all’inchiesta Aemilia, e sono state sequestrate armi, munizioni e documenti. Vertinelli, 54 anni, nato a Cutro, viene definito dall’ordinanza del giudice Alberto Ziroldi – che si rifà a dichiarazioni di pentiti – «la forza economica» di Nicolino Grande Aracri in Emilia. L’imprenditore, proprio in ragione della vicinanza alla cosca, «era in grado di aggiudicarsi appalti nel settore dell’edilizia» e, di conseguenza, corrispondeva a Grande Aracri una parte dei suoi proventi, aiutandolo a sostenere le spese degli avvocati

Cocaina dalla camorra per Pescara due arresti della polizia e 24 indagati

di Il Messaggero

PESCARA – Stroncato dalla Polizia un traffico di droga tra Campania e Abruzzo: la squadra Mobile di Pescara, insieme a quelle di Chieti, Teramo e Napoli, stamani ha portato a termine l’operazione ‘Pitbull’, contro un gruppo criminale di matrice campana che, con cadenza settimanale, trasportava consistenti partite di cocaina, acquistate a Napoli e poi rivendute ad una rete di spacciatori attivi sulla costa abruzzese. Due le misure cautelari e 24 le persone complessivamente denunciate nell’indagine. Sono stati sottoposti ad obbligo dimora due napoletani di 51 anni, considerati i vertici del gruppo.

Eseguite, inoltre, una dozzina di perquisizioni, in quattro province, nei confronti dei componenti della rete di spacciatori di secondo livello – attivi tra Pescara, Montesilvano (Pescara), Silvi (Teramo) e Ortona (Chieti) – di cui facevano parte non solo rom locali, ma anche diversi insospettabili, tra cui il titolare di un bar, un’impiegata e un rivenditore di auto. L’indagine ‘Pitbull‘ – così si faceva chiamare uno degli spacciatori – è partita dall’arresto, a marzo del 2013, di un 43enne pescarese, nella cui abitazione, in pieno centro, furono trovati 600 grammi di cocaina. L’uomo era il referente locale del gruppo campano e si occupava della custodia e dello smistamento delle partite di cocaina, nonchè della riscossione dei proventi delle vendite; nel giorno dell’arresto fu trovata una lista contenente la contabilità del gruppo, il cui esame, insieme ad intercettazioni telefoniche, ha permesso di ricostruire le attività illecite.

In fuga dai carabinieri si schiantano con l’auto: due morti e tre feriti

di Corriere della Sera

I cinque ladri, tutti nomadi milanesi, avevano tentato di far saltare un bancomat: l’incidente sulla Paullese in direzione Tangenziale Est.

Un grave incidente stradale si è verificato nella notte tra venerdì e sabato a Milano quando, dopo un tentato furto nell’hinterland, la macchina dei ladri in fuga dai carabinieri è uscita di strada ribaltandosi. Due uomini sono morti e tre sono rimasti feriti.

Colpo fallito
L’episodio è accaduto intorno alle 3 della notte a Peschiera Borromeo (Milano), quando, secondo le prime ricostruzioni investigative, i cinque hanno tentato di far saltare un bancomat utilizzando il sistema dell’esplosione con una bomboletta di gas. Fallito il colpo si sono allontanati, ma sono stati intercettati dai carabinieri. Ne è nato un inseguimento durante il quale, sulla Paullese in direzione Tangenziale Est all’immissione con la Statale Paullese, i ladri hanno perso il controllo della vettura.

Auto rubata
I cinque ladri rimasti coinvolti nel grave incidente stradale che ha visto la morte di due occupanti dell’auto e il ferimento degli altri tre, viaggiavano su una vettura rubata. Lo hanno accertato le prime indagini dei carabinieri intervenuti dopo un allarme giunto in centrale operativa. I cinque sono tutti nomadi milanesi. Lo hanno confermato i carabinieri che procedono agli accertamenti senza escludere che i ladri appartengano tutti allo stesso nucleo famigliare allargato. I due deceduti avevano 42 e 24 anni. I tre feriti, che al momento si trovano piantonati in ospedale (due sono in condizioni gravi) hanno 23, 37 e 40 anni e si trovano ricoverati, rispettivamente, al S.Raffaele e a Niguarda di Milano, e alla clinica Humanitas di Rozzano (Milano). L’auto da loro guidata a folle velocità era rubata: si tratta di una Audi S6, una vettura molto potente, che viaggiava con una targa falsa sovrapposta a quella vera. I cinque hanno tentato di far saltare il Bancomat di un’agenzia della Banca popolare dell’Emilia Romagna, a Peschiera Borromeo. Il tentativo è però fallito, mentre l’esplosione della bomboletta di gas usata per tentare di sradicare lo sportello, ha creato allarme tra i residenti. Molte le chiamate al 112, che ha fatto convergere sul posto cinque pattuglie dell’Arma. Tutto si è poi svolto in pochi minuti, anche per via dell’alta velocità con cui la vettura percorreva le strade semivuote. Una gazzella dei carabinieri li ha intercettati e, proprio per non mettere a rischio l’incolumità di altri automobilisti, si è limitata a inseguirli senza perderli, e contemporaneamente predisponendo il loro blocco grazie al coordinamento con le altre pattuglie in zona. Prima che questo potesse accadere, però, la vettura, un’Audi S6 rubata, appena dopo essersi immessa dalla Tangenziale Est sulla strada Paullese, è uscita di strada ribaltandosi più volte. Erano le 2.58 quando il 118 è accorso, constatando la morte di due degli occupanti e il ferimento di altri tre, che sono stati portati alla clinica Humanitas di Rozzano (Milano), e al Niguarda e al S.Raffaele di Milano. Attualmente sono piantonati dai carabinieri. Nessun altro è rimasto coinvolto nell’incidente. Sul posto si è formata una coda a causa delle operazioni di rimozione dei pezzi dell’auto, e per la pulitura della strada.

Polizia postale, attenzione al virus Cryptoclocker

di ANSA

Un virus che blocca l’intero contenuto del Pc e di tutti gli eventuali apparecchi collegati in rete, e che viene rimosso da chi lo ha inviato solo dietro pagamento di un riscatto: è la nuove frode che circola su Internet e che ha già colpito centinaia di utenti. L’allarme arriva dalla polizia postale, che sta indagando sulla truffa per cercare di risalire agli ideatori del virus che sta già provocando danni economici significativi a cittadini e imprese.

Lo scenario è il seguente: l’utente di Internet riceve sulla propria posta elettronica un messaggio che fornisce informazioni su presunte spedizioni a suo favore oppure un testo che contiene un link relativo ad un acquisto effettuato online o ad altri servizi internet. Cliccando sul link incluso nella mail o aprendo l’allegato (solitamente un pdf), il gioco è fatto e il computer riceve una variante del virus “Cryptoclocker”.

Questo virus, spiega la polizia postale, è un programma che rende immediatamente illeggibili tutti i documenti presenti sia sul computer attaccato che sugli altri pc collegati in rete. Per rimuovere il virus è necessaria una procedura di decriptazione che solo chi ha creato l’infezione può attivare. Ed è qui che si realizza il ricatto: una schermata chiede infatti il pagamento di alcune centinaia di euro per riavere i documenti.

Quali sono le misure per contrare la minaccia? “In primo luogo – concludono gli esperti – occorre avere il software installato nel proprio computer sempre aggiornato e munirsi di un buon antivirus. E inoltre sempre buona norma avere un backup, una “copia d’emergenza” dei propri file e, infine, mai aprire mail non attese“.