Catania: operazione “Auto Market” con 26 arresti

fonte Polizia di Stato

Con l’operazione “Auto Market” i poliziotti a Catania hanno arrestato, questa mattina, 26 persone tutte pregiudicate specializzate nei furti di auto; altre due sono ricercate.

Gli indagati, di cui otto già detenuti, devono rispondere a vario titolo, dei reati di associazione per delinquere finalizzata ai furti, ricettazione ed estorsione.

Le indagini della Squadra mobile, iniziate dal dicembre 2011, hanno consentito di individuare quattro distinte associazioni criminali, radicate nei rioni cittadini di Picanello, Cibali, Trappeto-Balatelle e Cappuccini, che avevano come attività prevalente i furti di autovetture.

Dalle riprese di una telecamera si vede uno degli arrestati all’opera mentre commette il furto.

Dal furto si passava poi alla ricettazione, alla vendita anche solo di parti dei veicoli, sino alle richieste estorsive nei confronti dei proprietari per ottenere la restituzione del mezzo.

Nel caso in cui il furto era finalizzato ad estorcere denaro ai proprietari per la restituzione del mezzo, c’era la spartizione dei soldi tra chi ricercava l’autovettura per conto della vittima e coloro che la detenevano o, in alternativa, erano in grado, comunque, di reperirla.

Le indagini hanno evidenziato, infatti, che i gruppi seppur autonomi, risultavano agire secondo una “rete” relazionale basata sulla conoscenza reciproca dei singoli appartenenti ai diversi gruppi, sull’interscambio di informazioni – attraverso un lessico convenzionale comune – ed anche dei mezzi di esecuzione dei reati.

Si trattava di un vero e proprio “sistema” operativo con ramificazione in comuni dell’hinterland etneo e della provincia di Enna dove avveniva il riutilizzo dei pezzi smontati.

Agli arrestati sono stati complessivamente contestati 21 episodi di estorsione, 53 di ricettazione e 3 furti.

L’arresto dell’imbroglione che chiedeva soldi in cambio di «assunzioni alla Regione Piemonte»

Torino – «Servono 530 euro per sveltire le questioni burocratiche e per oliare gli ingranaggi». Così diceva Nicola Impeduglia, 50 anni, imbroglione professionista, a due disoccupati torinesi di 27 e 37 anni, promettendo loro di farli assumere come uscieri della Regione Piemonte, spacciandosi per amico di un funzionario pubblico.

Tutto falso, l’uomo è stato arrestato dai carabinieri della stazione Torino Po Vanchiglia. La truffa del lavoro fantasma è andata in scena in un bar, dove Impeduglia ha avvicinato le sue vittime Incantandole con false promesse e vantando di di avere amicizie «molto importanti» in grado di dare una svolta alle loro vite. I soldi servivano a facilitare l’inserimento dei loro nomi in una banca dati per le assunzioni. Dopo diversi incontri, i due ragazzi e amici tra di loro, hanno capito di essere stati truffati e hanno organizzato insieme ai carabinieri un nuovo incontro con Impeduglia durante il quale i militari lo hanno arrestato subito dopo aver ricevuto il denaro.

Altre indagini sono in corsa per accertare se l’uomo sia responsabile di altre truffe simili. Di certo ha già avuto guai del genere in passato. A ottobre del 2012, Impeduglia si era spacciato per ispettore, in grado di garantire un posto di polizia a un disoccupato. Il truffatore era stato arrestato dagli agenti del Commissariato Barriera Nizza di Torino con le accuse di truffa, millantato credito, sostituzione di persona e usurpazione di titolo.

fonte Il Secolo XIX

Svaligiarono caveau, raffica di arresti a Foggia

I banditi presero di mira 160 delle 400 cassette di sicurezza della filiale del Banco di Napoli e rubarono l’hard disk del sistema di videosorveglianza per cancellare le tracce del loro passaggio. Coinvolto un pregiudicato della banda della Magliana

Quattordici persone arrestate (nove in carcere, cinque ai domiciliari), e due obblighi di dimora notificati. E’ questo il bilancio dell’operazione di polizia denominata “Goldfinger“, coordinata dalla procura di Foggia e messa a segno all’alba di oggi, per sgominare due distinte organizzazioni criminali, una delle quali, nel marzo del 2012, avrebbe svaligiato il caveau della filiale del Banco di Napoli, in piazza Puglia. Rubati i “tesori di famiglia” dei foggiani: perlopiù documenti sensibili, gioielli e denaro custoditi nel cuore blindato della filiale di piazza Puglia, le cui cassette di sicurezza furono forzate con sostanze acide, altamente corrosive, ed i più avanzati strumenti di effrazione. Un furto eccellente, particolarmente ingente, stimato per difetto sui 15milioni di euro, ma mai quantificato con esattezza: i ladri ripulirono oltre 160 delle 400 cassette di sicurezza presenti, portando via l’hard disk del sistema di videosorveglianza per cancellare ogni traccia del loro passaggio. Ad accorgersi dell’avvenuto furto furono i dipendenti dell’istituto di credito il lunedì seguente, alla riapertura della filiale dopo la chiusura fine settimanale.

Nel fascicolo d’inchiesta aperto dagli inquirenti della procura foggiana sono confluite sue distinte organizzazioni, frutto di una fusione di elementi della criminalità foggiana e di quella romana, specializzate la prima nei furti ai caveau di istituti di credito, la seconda in rapine/assalto a furgoni portavalori con tecniche paramilitari. A capo del primo filone d’inchiesta, secondo gli agenti della squadra mobile di Foggia e gli inquirenti della procura, vi era il foggiano Olinto Bonalumi, 56 anni, già coinvolto in vicende simili. A semplificare il grosso lavoro di intelligence criminale preparatorio al colpo nel caveau, la collaborazione di due guardie particolari giurate, all’epoca dei fatti in servizio presso l’istituto di credito che avrebbero favorito sopralluoghi, accessi in orari non consentiti e fornito informazioni tecniche sulla struttura da colpire. I due sono destinatari della misura dell’obbligo di dimora. Altre tre persone – Venturo Ricchiuti, Antonio Caputo e Patrizia Di Biase – sono accusati di aver riciclato il denaro proveniente dal furto del caveau, di cui poco o nulla è stato recuperato. Il tesoro foggiano, infatti, potrebbe essere stato convertito in immobili o altri beni di lusso, o più semplicemente trasferito in piccole tranche di conto corrente in conto corrente, disperdendosi in un articolato sistema di scatole cinesi.

Per il furto al Banco di Napoli, sono stati raccolti elementi di colpevolezza a carico dei foggiani Olinto Bonalumi, Federico De Matteis, Gennaro Rendine e Domenico Di Sapio e del romano Paolo Izzi, ma il gip ha ritenuto sussistente l’ipotesi associativa solo per la triade foggiana Bonalumi – De Matteis – Ricchiuti. Questi tre, insieme a Ruggero Racano, Stefano Virgili, Franco Papa, Vincenzo Facchini, Paolo Izzi, Gianluca Contini e Vincenza Dalessandro sono accusati di aver tentato un furto milionario ai danni delle gioiellerie “Follie D’Oro” presenti all’interno del centro commerciale “Mongolfiera”, sempre a Foggia. Furto programmato per la notte tra il 26 e 27 agosto del 2012 e sventato da un’operazione di polizia. In questa circostanza emerge il nome del romano Stefano Virgili, 63enne meglio noto come “il mago delle vedove” (ovvero delle cassaforti), esperto nel violare anche i sistemi di allarme più complicati, ritenuto in passato contiguo alla “banda della Magliana” e coinvolto nel clamoroso furto al caveau del Palazzo di Giustizia di Roma, compiuto nel luglio 1999, col boss romano Massimo Carminati.

Il secondo filone d’indagine, seguito dal Servizio Centrale Operativo e dalle squadre mobili di Foggia, Bari e Lecce, ha permesso di raccogliere elementi di colpevolezza a carico di uno dei vertici di un gruppo criminale composto da pregiudicati baresi e foggiani coinvolti nell’assalto al furgone portavalori della NP Service avvenuto il 6 dicembre del 2013 a Cerignola, lungo la A14. Dopo un fitto conflitto a fuoco furono sottratti 1,5 milioni di euro.

Altri tre componenti del commando erano stati già arrestati nel gennaio 2014. Gli indagati sono accusati a vario titolo di associazione a delinquere finalizzata ai furti, al riciclaggio, alle rapine e al porto abusivo di armi da guerra. Il maxi-furto del Banco di Napoli ricorda, per tipologia e modalità, quello avvenuto poche settimane fa, all’interno del caveau della Unicredit di Corso Vittorio Emanuele, sempre a Foggia. Centosettanta le cassette di sicurezza svaligiate per un bottino non ancora quantificato, ma certamente ingente. Anche per questo episodio sono in corso le indagini di polizia. I due episodi, al momento, non appaiono in nessun modo collegati tra loro.

fonte La Repubblica

“Aggancio” riuscito contro banda specializzata in furti ai Tir

fonte Polizia di Stato

Usavano un sistema pratico e veloce per impossessarsi dei carichi trasportati dai Tir: agganciavano il semirimorchio carico di merce a un trattore stradale e in pochi minuti lo trasferivano in un luogo sicuro dove poi scaricavano la merce che conteneva.

Così una banda specializzata in furti riusciva a rubare la merce dai Tir fermi nelle aree di sosta autostradali e doganali nel Nord Italia, ma gli uomini della polizia Stradale di Bologna e di Napoli li hanno individuati e arrestati.

Sono dodici le ordinanze di custodia cautelare emesse dal tribunale di Bologna ed eseguite questa mattina nei confronti di pregiudicati campani nell’operazione denominata Towed, “aggancio“. Gli indagati, di cui 6 finiti in carcere, 5 ai domiciliari ed uno con l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, devono rispondere di associazione per delinquere finalizzata al furto aggravato.

Le indagini, iniziate nel febbraio 2013 dopo una denuncia da parte di una società di logistica operante presso l’interporto bolognese, hanno permesso d’identificare i 23 componenti complessivi del gruppo e la tecnica utilizzata per i furti.

Nel novembre 2013, a seguito del furto di un semirimorchio carico di prodotti farmaceutici nel piacentino, vennero arrestati in flagranza tre malviventi appartenenti allo stesso gruppo criminale.

Gli investigatori hanno accertato almeno 12 furti attribuibili ai criminali avvenuti nel Centro e Nord Italia di svariate tipologie di merci come televisori, prodotti farmaceutici, detersivi, pneumatici, polimeri plastici per le lavorazioni industriali e ferro per un valore commerciale stimato intorno ai 2 milioni di euro.

Tre i capannoni industriali sequestrati nel corso dell’indagine nella zona portuale di Napoli, a Casalgrande (Reggio Emilia) e a Carinaro (Caserta) dove era stata nascosta la merce rubata, in attesa di essere riciclata attraverso circuiti commerciali compiacenti.

In questi depositi è stata recuperata merce per un valore di 600 mila euro.

“Vittime e carnefici”: baby gang scoperta a Forlì Cesena

fonte Polizia di Stato

Erano “vittime” e “carnefici” allo stesso tempo ma la Squadra mobile di Forlì e Cesena ha smascherato il loro gioco, denunciandoli.

Si tratta di una baby gang composta da 10 minorenni e 2 appena maggiorenni che avevano escogitato un sistema per ricattare adulti adescati su Internet al fine di estorcergli denaro.

L’indagine, partita la scorsa estate sulla base di una segnalazione per prostituzione minorile di due quattordicenni, ha messo in luce una vera e propria attività criminale.

La banda composta da femmine e maschi di età compresa tra i 15 e i 18 anni, prima contattava adulti sui social network intrecciando con loro un rapporto digitale fatto di scambio di foto di parti intime, messaggi in chat ed altro, e poi faceva partire le esose richieste di denaro, di telefoni cellulari e d’abbigliamento.

Al rifiuto degli “adescati” i giovanissimi estorsori minacciavano denunce per pedofilia con tanto di prove certe.

Il gruppetto era capeggiato da una ragazza che era riuscita ad allargare i suoi propositi criminali coinvolgendo tutto il gruppo di coetanei con cui poi divideva i proventi delle estorsioni.

‘Ndrangheta: presi i killer del boss Patania

fonte Polizia di Stato

Con l’operazione “San Michele”, conclusa questa mattina, le Squadre mobili di Vibo Valentia e Catanzaro, insieme agli uomini del Servizio centrale operativo (Sco) di Roma, hanno arrestato tre persone e notificato due misure cautelari di obbligo di dimora ad altrettante persone.

I cinque indagati sono accusati, a diverso titolo, di omicidio, porto abusivo di armi, favoreggiamento e rapina, aggravati dal metodo mafioso.

Gli arresti sono stati effettuati a Vibo Valentia, Milano e in provincia di Bologna.

L’indagine, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, è stata avviata subito dopo l’omicidio di Fiorillo Michele Mario, avvenuto nel comune di Francica (Vibo Valentia), il 16 settembre 2011.

Appena due giorni dopo, mentre si stavano svolgendo i funerali, due sicari, con il volto coperto da passamontagna e armati, fecero irruzione all’interno del distributore gestito dalla sua famiglia e uccisero Fortunato Patania, ritenuto responsabile dell’omicidio avvenuto due giorni prima. Uno dei due fece fuoco con numerosi colpi di pistola mentre il complice teneva sotto controllo i presenti con il suo Kalashnikov.

Subito dopo i killer si dileguarono a bordo di un’auto, risultata frutto di una rapina, che venne poi ritrovata bruciata. Al suo interno gli investigatori trovarono una pistola semiautomatica calibro 9×21 con matricola abrasa, completa di caricatore privo di cartucce.

L’uomo ucciso era considerato il capo storico del clan Patania, attivo nel comune di Stefanaconi (Vibo Valentia), e la sua uccisione fu l’immediata e violenta vendetta del gruppo antagonista dei Piscopisani, col quale era in lotta per il controllo delle attività illecite della zona.

I due episodi furono l’origine di una cruenta faida tra i due gruppi criminali della ‘Ndrangheta, che, da settembre 2011 a luglio 2012, determinò cinque omicidi e sei tentati omicidi. Una delle vittime dalla faida fu Davide Fortuna, elemento di vertice dei Piscopisani, ucciso il 6 luglio 2012 sulla spiaggia di Vibo Marina.

Dalle indagini è emerso inoltre che per combattere la guerra la cosca Patania si avvalse anche di killer professionisti provenienti dell’Europa dell’Est.

Omicidi e gambizzazioni a Roma: sei arresti grazie a un killer pentito

I delitti sono avvenuti tra il 2013 e il 2014. In manette indagati coinvolti negli assassini Di Meo, Corvini e Musci. Il tariffario per sparare: 25mila euro per uccidere, 3 o 4mila per ferire

Prendeva fino a 25 mila euro per ammazzare e 3-4 mila per gambizzare. Era un killer a contratto Giancarlo Orsini, autore di alcuni degli omicidi compiuti a Roma e dintorni tra il 2013 e il 2014. Ingaggiato da clan di trafficanti di droga o da piccoli capi criminali per eliminare o punire i rivali. Spietato nello sparare a bruciapelo dopo essersi presentato alle vittime come ufficiale giudiziario, se erano ai domiciliari. Il sicario, incastrato a luglio scorso per il delitto di Roberto Musci del gennaio 2014, ha confessato di aver eseguito o partecipato ad altri due assassinii e a tre gambizzazioni. E ha rivelato il suo ‘tariffario’.

Ex buttafuori da discoteca, Orsini, 48 anni, è stato tradito da uno scooter rubato usato per un’omicidio e poi da un altro criminale per una rapina. Da un occhiale da sole sporco del sangue di Musci e da una pistola usata per il delitto, trovati in casa di Orsini.

L’operazione del Nucleo investigativo dei carabinieri e della squadra mobile di Roma – coordinati dal procuratore aggiunto della Direzione antimafia (Dda) Michele Prestipino – ha portato in carcere con l’aggravante mafiosa 4 tra mandanti ed esecutori dei vari fatti di sangue. Altri due sono ancora ricercati. L’assassino ha deciso di collaborare quando i carabinieri del colonnello Lorenzo Sabatino hanno raccolto prove sufficienti ad accusarlo dell’omicidio di Roberto Musci, ucciso a Casalotti, periferia di Roma, il 23 gennaio 2014. Sei colpi alla testa e al torace dopo che aveva aperto il cancelletto esterno della casa dove stava ai domiciliari a quello che al citofono si era presentato come un ufficiale giudiziario.

Orsini, casco e occhiali da sole, venne anche ripreso da una telecamera installata da Musci, ma non era riconoscibile. A lui i carabinieri sono arrivati dopo aver individuato lo scooter Yamaha usato anche per una rapina da Massimiliano Leoni – che gli aveva commissionato il delitto -, amico e complice di Orsini. L’immagine di Orsini è stata poi sovrapposta a quella dell’assassino con il casco, resa in parte visibile. Il killer ha poi confessato di aver ucciso il 24 settembre 2013 a Velletri (Roma) Federico Di Meo con cinque colpi di pistola alla testa a al torace, ancora una volta dopo essersi presentato come ufficiale giudiziario. Ha indicato come mandante il boss albanese Elvis Demce, arrestato dalla squadra mobile la scorsa notte. Il complice di Orsini fu Carlo Gentile, latitante. Demce avrebbe dato 17 mila euro al primo e 3 mila al secondo.

Ruoli invertiti nell’omicidio di Sesto Corvini a Casalpalocco?, periferia sud di Roma, il 9 ottobre 2013, con Gentile a sparare contro il parabrezza del furgone della vittima, uccidendola, e Orsini in appoggio. E ancora le gambizzazioni di Mirco Maccarinelli, Giulio Morelli e Cinzia Pugliese, 61/enne ferita da Orsini nel suo centro estetico all’Ardeatino il 24 luglio 2013. Con Demce e Leoni sono stati arrestati Andrea Useli e Massimiliano Prosperi, già detenuto. Ancora latitanti Gentile e Massimiliano Alfano.

fonte La Repubblica

Operazione “Tris”: 8 arresti a Taranto

fonte Polizia di Stato

Avevano messo in piedi una vera e propria attività criminale i cui componenti, medici, avvocati e liberi professionisti truffavano le assicurazioni con falsi incidenti stradali. Otto persone sono state arrestate e 139 denunciate dagli uomini della Sezione polizia stradale di Taranto.

L’operazione “Tris” è la terza, in ordine di tempo, che gli uomini della Sezione della polizia stradale di Taranto concludono nell’arco di pochi anni ai danni delle assicurazioni.

L’indagine, partita nel 2010, ha consentito di analizzare e verificare l’abilità del gruppo che aveva imbastito una holding delle truffe assicurative.

Secondo i riscontri investigativi, in pochi anni le truffe avevano fruttato oltre due milioni di euro ai danni di 18 diverse compagnie assicurative.

Un ruolo determinante nell’organizzazione era svolto dal capo tecnico radiologo, in servizio nel reparto di radiologia dell’ospedale SS. Annunziata di Taranto, il quale organizzava esami diagnostici contraffatti (Tac ed Ecg), da utilizzare nelle pratiche risarcitorie.

Singolare è apparso da subito agli investigatori il linguaggio criptato utilizzato dall’organizzazione: con il termine “partita di calcio” era indicata la data d’accesso al pronto soccorso,” l’allenatore” era il medico di turno che avrebbe rilasciato il referto e con il termine “maglietta” s’intendeva il referto medico.

Polizia aggredita con mazze dai nomadi: blitz nel campo, arresto e denunce

Intervento della polizia nel campo di via Monte Bisbino dopo l’episodio che ha visto due agenti minacciati e circondati da una decina di nomadi al termine di un inseguimento

Baranzate – Armati di mazze ferrate e bastoni avevano circondato e aggredito i poliziotti che, al termine di un inseguimento, avevano fermato un rom di trent’anni per guida senza patente e senza assicurazione. Una decina di nomadi serbi, appartenenti a una delle ultime famiglie rimaste nell’accampamento di via Monte Bisbino, tra Milano e Baranzate.

L’altro giorno, al termine di un blitz da parte del Commissariato Rho-Pero, del Commissariato di Quarto Oggiaro con l’ausilio del Reparto mobile e di unità cinofile, sono stati identificati e denunciati. Si tratta di cinque serbi tra i 16 e 48 anni, denunciati a piede libero per resistenza a pubblico ufficiale, minacce aggravate e due di loro anche per tentato omicidio. In manette invece è finito un trentenne serbo, trasferito a San Vittore perché aveva rilasciato false generalità. Inoltre, grazie a comparazioni delle impronte digitali, gli agenti hanno scoperto che era destinatario di un divieto di dimora in tutti i comuni della Lombardia.

Questi i fatti: il 20 febbraio una Volante del commissariato rhodense aveva intercettato in via De Gasperi un’auto di grossa cilindrata guidata un uomo noto ai poliziotti. All’alt il rom era scappato a folle velocità verso l’accampamanento. Inseguito, è stato bloccato dopo un scontro tra le due auto all’ingresso del campo. Il rom, pregiudicato per reati contro il patrimonio, non aveva la patente né l’assicurazione.

Gli agenti a quel punto chiamano un carro attrezzi per sequestrare la macchina e spiegano all’uomo che deve essere accompagnato in ufficio e denunciato. Mentre sono in corso i primi accertamenti, dal campo nomadi escono una decina di rom, tutti uomini, con mazze ferrate e bastoni. Circondano i poliziotti e li aggrediscono. Solo l’arrivo di altre Volanti da Rho e da Milano evita il peggio. A quel punto i nomadi scappano e si rifugiano nel loro campo, inseguiti salgono su una scarpata, attraversano l’autostrada A4 fino a dileguarsi nei campi. I poliziotti di Rho-Pero però li riconoscono, sono tutti appartenenti alla famiglia Milenkovic, il fermato senza patente e senza assicurazione è uno di loro.

L’altra mattina all’alba il blitz nel campo nomadi dove ne sono stati identificati 16. Per uno è scattato l’arresto e per altri denunce, il campo è stato controllato a tappeto fino a tarda sera con unità cinofile e metal detector.

fonte Il Mattino

Merce contraffatta, inseguimento e arresto: in manette due macedoni

Genova – Sei borsoni ripieni di profumi contraffatti, portafogli, borselli e orologi, tutto rigorosamente griffato, nonché un kit per la riparazione degli orologi e 31 pile. È questo il materiale sequestrato dalla Polizia a due persone, entrambe di nazionalità macedone dopo un inseguimento in auto. La volante stava transitando in viale Brigate Partigiane, impegnata in controllo di routine, quando i due agenti hanno notato qualcosa di strano: il conducente di un’auto vicina, individuata l’auto della polizia, cambia repentinamente direzione, effettuando una pericolosa manovra e imboccando una strada contromano.

I due poliziotti del Commissariato Prè, insospettitisi, si sono messi subito all’inseguimento dell’auto, bloccandola dopo poche centinaia di metri.

I due sospettati, uno di 29 anni, l’altro di 25, all’inizio i due hanno cercato di giustificare il loro comportamento con alcune scuse, senza riuscire a convincere i due agenti. Approfondito il controllo sul sedile gli agenti hanno notato uno zaino occultato da una giacca all’interno del quale hanno trovato numerose confezioni sigillate di profumi di marche famose. Una volta aperto il bagagliaio dell’auto i due non sono stati in grado di fornire alcuna plausibile giustificazione riguardo il possesso della merce. Il conducente, risultato senza fissa dimora e clandestino è stato sottoposto a Fermo di per ricettazione e commercio di prodotti con segni falsi in concorso, mentre l’altro è stato segnalato in stato di libertà per i medesimi reati.

fonte Il Secolo XIX