Soffoca nel sonno figlio adottivo Pescara, 47enne: è stato un raptus

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Massimo Maravalle ha ammesso le sue responsabilità. L’uomo soffriva era sotto controllo per problemi psichiatrici. Agli agenti ha detto di essere stato colto da un raptus. Sotto shock la madre del piccolo, che aveva solo 5 anni, e i parenti dell’uomo

La polizia di Pescara ha fermato un uomo di 47 anni, Massimo Maravalle, che ha confessato di aver soffocato nel sonno il figlio adottivo di cinque anni. Gli agenti sono intervenuti nell’appartamento dopo l’allerta del 118, chiamato dalla madre. Il 47enne, che era sotto controllo sanitario per delle patologie psichiatriche, ha detto di essere stato colto da un raptus. Sotto shock la donna e i parenti dell’uomo. L’accusa è di omicidio aggravato.

A insospettire prima il 118, chiamato dalla madre, poi la volante intervenuta, è stato l’atteggiamento “stranamente impassibile” dell’uomo e le diverse ecchimosi sul collo del piccolo. Maravalle soffre infatti di psicosi atipica e aveva interrotto i farmaci da quattro giorni. La piccola vittima si chiamava Maxim ed era stata adottata nel maggio del 2012. Era un bambino tranquillo che non dava nessun tipo di problemi, ancor meno da scatenare quel tipo di reazione nel padre.

Il racconto di un vicino di casa
– I vicini di casa dei Maravalle sono ancora increduli e non riescono a spiegarsi come sia stata possibile una tragedia del genere. “Siamo stati insieme a Maxim e alla mamma fino a dopo mezzanotte – ha detto all’Ansa uno degli inquilini dei coniugi – per la festa di compleanno di una ragazza di 17 anni che abita nella palazzina. Erano felicissimi. Maxim giocava e sorrideva con tutti. Non c’era il papà, ma loro sono stati con noi fino alla fine. Era tardi, ma Maxim era contento. E’ una tragedia che non riesco a spiegarmi. Una famiglia a modo. Lui tecnico informatico, lei avvocato. Due genitori che stravedevano per il figlio”. “Lo avevano adottato che aveva due anni e mezzo. Avevano fatto tanti sacrifici per averlo. Erano stati più di una volta in Russia per le pratiche di adozione. Ma soprattutto il papà viveva per il figlio. Gli comprava regali in continuazione. Vivevano uno per l’altro. Per questo tremo ancora a pensare quello che è successo”, ha spiegato. L’inquilino ha poi raccontato di aver saputo solo questa mattina, vedendo la polizia sotto casa, della tragedia. “Non pensavo veramente quello che poi mi hanno detto. Stentavo a crederci. Mi sono sentito male e i poliziotti mi volevano portare al pronto soccorso”. “Questa notte un’altra inquilina, la ragazza che abita al piano di sotto mi ha detto che la mamma di Maxim l’ha chiamata a casa, dicendo che il figlio non stava bene. La giovane lo ha guardato e ha visto che non si muoveva, che era morto. Il papa’ era nervoso, e camminava avanti e indietro, ma non diceva nulla. Poi mi ha detto che è arrivata la polizia”, ha concluso.

Yara, Bossetti non era solo Si indaga su un secondo uomo

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Dalle indiscrezioni non emerge se il complice abbia partecipato al rapimento e al delitto della ragazzina o se abbia solo aiutato a nasconderne il cadavere

Il suo ruolo non è stato chiarito. Dalle indiscrezioni non emerge se abbia partecipato al rapimento e al delitto o se abbia solo aiutato a nascondere il cadavere. Di certo c’è che le indagini per l’identificazione di un secondo uomo sono in corso. Massimo Giuseppe Bossetti non sarebbe stato solo, quella sera, il 26 novembre del 2010, avrebbe avuto un complice. Ora, in questa seconda fase dell’inchiesta, è questo l’elemento più importante dell’indagine che punta a fare chiarezza sul delitto di Yara Gambirasio, la 13enne di Brembate Sopra.

Ci sono elementi forti in mano a chi indaga che danno l’assoluta certezza che la dinamica dell’assassinio non sia quella dell’omicida solo dall’inizio alla fine e quindi si lavora per completare il mosaico, mancante delle tessere più importanti. Quelle che delineano il movente e le complicità. Intanto Bossetti dal carcere chiede ancora una volta di vedere i figli, rivolge un pensiero al padre che l’ha cresciuto in questi 43 anni che si trova in gravi condizioni di salute e che vorrebbe vedere ancora una volta.

Dall’analisi del pc del muratore di Mapello, invece, emergono file hard memorizzati durante la navigazione internet. Ma secondo la procura si tratterebbe di elementi trascurabili, irrilevanti ai fini dell’inchiesta.

Ruby, Berlusconi assolto in Appello Ribaltata la condanna in primo grado

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I giudici hanno accolto la tesi della difesa. Sull’accusa della concussione “il fatto non sussiste”, mentre per quella di prostituzione minorile “non costituisce reato”

I giudici della seconda Corte d’Appello di Milano hanno assolto Silvio Berlusconi, imputato per concussione e prostituzione minorile nel processo Ruby, per entrambi i capi di imputazione. Sull’accusa di concussione, i magistrati dicono che il fatto non sussiste, mentre, a proposito di quella di prostituzione minorile, “il fatto non costituisce reato” secondo quanto si legge nella sentenza.

Non si può dare per scontato, secondo i giudici, che ci siano stati rapporti intimi tra Berlusconi e Ruby perché la giovane ha trascorso alcune notti ad Arcore. E questo ha sempre sostenuto anche la diretta interessata.

E’ stata dunque assoluzione su tutta la linea, che segna la vittoria dei legali del leader di Forza Italia. Per Berlusconi il sostituto procuratore di Milano, Piero De Petris, aveva chiesto di confermare i sette anni di carcere della sentenza di primo grado, mentre la difesa aveva presentato richiesta di assoluzione proprio per insussistenza dei fatti contestati.

Berlusconi lascia Cesano senza una parola – Silvio Berlusconi era alla Sacra famiglia di Cesano Boscone quando è stata diffusa la notizia. Il leader di Forza Italia ha lasciato la casa di riposo senza parlare. Ha solo fatto fermare l’auto e abbassato il finestrino per salutare la “pasionaria” che, alla notizia dell’assoluzione, aveva “festeggiato” proprio fuori dalla struttura innalzando un cartello con la scritta: “Mai si ruba e nessuno ‘Ruby’ la pace a Silvio. Giustizia fatta e dovuta”.

Coppi: “Sentenza oltre le più rosee aspettative” – Molto soddisfatto l’avvocato Franco Coppi, che ha commentato così la sentenza: “Una decisione che va oltre le più rosee previsioni”. E aggiunge che uno dei motivi dell’assoluzione dal reato di prostituzione minorile, cioè che “il fatto non costituisce reato”, potrebbe essere che Berlusconi non era a conoscenza che Ruby fosse minorenne. Coppi ha anche chiarito che questa “era una delle nostre tesi”. Si potrebbe dunque pensare insomma, secondo Coppi, alla “mancanza dell’elemento soggettivo”, ossia la consapevolezza della minore età.

In ogni caso, però, ha chiarito il legale, “questa è una formula di assoluzione che può essere adottata anche in altri casi e non mi azzardo dunque a dare una certezza, posso solo dire che questa era una delle nostre tesi e non so però se i giudici hanno preso in considerazione proprio questo elemento”.

In relazione, invece, all’assoluzione dalla concussione, ossia dall’accusa di aver fatto pressioni sui funzionari della Questura per ottenere il rilascio di Ruby, Coppi ha spiegato che la formula “perché il fatto non sussiste” è più semplice, perché significa che la condotta non ha integrato alcun reato. Con la recente sentenza delle sezioni unite della Cassazione che ha fissato i paletti sulle nuove normative del reato di concussione, inoltre, secondo Coppi “era impossibile anche derubricare la concussione per costrizione in concussione per induzione, perché quest’ultima forma richiede un vantaggio per il concusso”.

Dinacci: “Finalmente è stato applicato il diritto” – “Finalmente è stato applicato il diritto, ha vinto la giustizia”. Così Filippo Dinacci, uno dei difensori di Berlusconi, ha commentato la sentenza di assoluzione. Il legale ha aggiunto “io penso che il diritto è fatto di equilibrio e buon senso e che questa è stata una vicenda personale che non riguarda il diritto penale”.

Sms di Emilio Fede a Berlusconi: “Sono pazzo di gioia” – “E’ finalmente venuta fuori la verità che io ho sempre saputo, e io sapevo bene come sono andate le cose perché ci sono sempre stato”. Lo ha detto il direttore Emilio Fede, a sua volta condannato in primo grado nel cosiddetto processo Ruby bis. “Lui non sapeva che la ragazza fosse minorenne come del resto non lo sapevo io – ha proseguito – e comunque in quelle feste non si faceva nulla di quello che è stato oggetto del processo”. “Gli ho mandato subito sms ‘Sono pazzo di gioia’”, ha aggiunto Fede.

Maroni: “Ora Berlusconi faccia atto di generosità per il centrodestra” – “Ora Berlusconi ha più autorità e l’autorevolezza per fare un atto di generosità e lungimiranza e aprire una fase nuova del centrodestra”. Lo ha detto Roberto Maroni commentando la sentenza Ruby. “Sono contento per Berlusconi, personalmente, perché gli sono amico e questa era veramente una ingiustizia anche se all’epoca lo avevo criticato per il fatto che avesse telefonato lui di persona. Anche a Milano c’è una giustizia che sa giudicare bene, con serenità”, ha aggiunto il governatore della Lombardia.

Brunetta: “Sentenza impone la grazia a Berlusconi” – “Innocente! E adesso la Commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti oscuri che hanno stravolto con un golpe la democrazia in Italia. Questa sentenza impone di riscrivere la storia di questi anni. Ed impone, come minimo risarcimento, la grazia subito per Silvio Berlusconi, se esiste un po’ di decenza”. Così il capogruppo di Forza Italia alla Camera Renato Brunetta.

Erba, uccide la mamma malata di Alzheimer poi chiama il 112

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Un pensionato 60enne di Erba, nel Comasco, Massimo Rosa, ha ucciso la mamma 89enne, malata da tempo di Alzheimer, sparandole un colpo di pistola in testa e dopo qualche ora ha chiamato il 112. Poi ha esploso un colpo sul muro in camera del fratello Sandro, 61 anni, non si sa ancora se per ucciderlo. L’uomo è stato arrestato dai carabinieri.

Secondo quanto riporta la stampa locale, la donna era inferma da un decennio e le sue condizioni, a causa di problemi neurologici, erano peggiorate nell’ultimo periodo: il figlio, che era in un momento di difficoltà, non sarebbe riuscito a trovare una struttura che se ne occupasse.

L’omicidio è avvenuto poco prima delle 9 di mercoledì mattina. L’uomo le ha esploso contro un colpo con una pistola detenuta illegalmente, nella stanza dove la donna dormiva, al piano terra di un appartamento di due piani in una piccola corte. Quindi è salito al piano superiore, dove l’altro fratello, anche lui in pensione e con qualche problema, stava ancora dormendo non essendosi accorto di nulla. Qui ha esploso un altro colpo, non si sa se per colpirlo o in preda a un raptus. Poi, in stato confusionale, ha chiamato il 112. Quando sul posto sono giunti i soccorsi, per l’anziana non c’era più nulla da fare. I militari hanno bloccato il matricida, che non ha opposto resistenza.

Romano ferito a Napoli, la Digos esclude il coinvolgimento degli ultrà

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La Digos, dopo i primi accertamenti, esclude che il ferimento del 36enne romano, R.P., avvenuto martedì a Napoli, sia da collegare a rivalità tra tifosi. Proseguono le indagini per chiarire del tutto le modalità dell’episodio. Ascoltato dagli inquirenti anche l’uomo ha escluso che si sia trattato di una vendetta legata alla fede calcistica.

In un primo momento sembrava che l’uomo fosse stato ferito da un gruppo di persone che lo avrebbero preso di mira sentendolo parlare con accento romano, e che colpendolo avrebbero detto “questo è per Ciro”, in riferimento alla morte di Ciro Esposito, il tifoso partenopeo colpito gravemente fuori dello stadio Olimpico e morto dopo una lunga agonia.

La polizia ha raccolto altre testimonianze di persone vicine al ferito. Gli atti dell’interrogatorio verranno trasferiti alla Digos di Napoli che indaga sulla vicenda.

Incendi inspiegabili nel Messinese, da dieci anni il fenomeno si ripete

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Tornano a ripetersi i misteriosi incendi che da più di 10 anni vedono protagonista una cittadina in provincia di Messina, Canneto di Caronia, dove televisori e altri elettrodomestici prendono fuoco inspiegabilmente. Nonostante l’intervento di vigili del fuoco, tecnici dell’Enel e esperti della Protezione Civile, non è stata ancora trovata una spiegazione plausibile.

Il sindaco della cittadina Calogero Beringhi ha chiesto un intervento immediato al Presidente del Consiglio e al Presidente della Regione per cercare di indagare sui fenomeni che stanno interessando la zona. Da anni ci si interroga sull’origine dei roghi che, senza alcuna spiegazione plausibile, si verificano dal 2003 nelle abitazioni della borgata.

Caserta, sparatoria a Castel Volturno Due immigrati gambizzati, è rivolta

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Sparatoria tra italiani e immigrati sul litorale Casertano. Due ivoriani sono stati gambizzati a colpi di pistola in località Pescopagano, a Castel Volturno. L’allarme è stato dato alle forze dell’ordine dopo una rissa. Dopo l’episodio è scoppiata la rivolta degli immigrati: una casa e cinque vetture sono state date alle fiamme. Due italiani, padre e figlio, sono stati fermati.

Numerosi i carabinieri e i poliziotti intervenuti sul posto, poi, fortunatamente, dopo un paio d’ore la situazione è tornata alla calma. I fatti si sono verificati quando in località Pescopagano, zona dove convivono non senza difficoltà la comunità italiana e una folta comunità africana, due ivoriani di 30 e 37 anni, sono stati feriti alla gambe, qualcuno dice mentre erano in bicicletta, da un italiano residente in zona, che sarebbe intervenuto per difendere il padre, un vigilante privato.

Entrambi sono stati fermati dalla polizia Il figlio ha raccontato agli investigatori che il padre si sarebbe avvicinato ai due ivoriani perché i due stavano portando un pacco, e avrebbe chiesto loro se l’avessero rubato; ne è nato un litigio. L’uomo, a quel punto, è intervenuto in difesa del genitore sparando i due alle gambe. L’episodio sarebbe avvenuto a pochi metri dalla sede di un’agenzia di vigilanza privata.

Sulla dinamica sono comunque in corso ulteriori accertamenti in quanto le due vittime non hanno confermato la versione dei fatti fornita dai due italiani; sembra infatti che l’uomo conoscesse i due ivoriani, con i quali aveva avuto in precedenza delle liti. I due ragazzi feriti sono stati ricoverati non in pericolo di vita, presso la clinica Pineta Grande di Castel Volturno.

Il fatto, riaccendendo forse vecchi rancori, ha scatenato la reazione rabbiosa degli amici delle due vittime che sono scesi in strada dando fuoco a 4 autovetture e un furgone; in uno dei mezzi è anche esplosa una bombola del gas. E’ stato inoltre danneggiato dalle fiamme il primo piano di una villetta a schiera, adiacente all’abitazione dell’aggressore, vero obiettivo degli manifestanti.

Le scene hanno portato alla memoria la rivolta scoppiata all’indomani della strage dei sei immigrati africani (il 18 settembre del 2008, ndr) da parte dell’ala stragista dei Casalesi guidata da Giuseppe Setola, quando decine di stranieri che chiedevano giustizia per i compagni uccisi misero a ferro e fuoco la Statale Domiziana. Per quella strage, Setola e gli altri killer sono stati condannati all’ergastolo con sentenza passata in giudicato.

Calabria, la Madonna delle Grazie “si inchina” davanti alla casa del boss

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Polemiche a Oppido Mamertina dove la processione dellaMadonna delle Grazie si è fermata davanti all’abitazione del boss della ‘ndrangheta Peppe Mazzagatti, di 82 anni, ai domiciliari per motivi di salute, scatenando le critiche delle autorità. Allo stop è seguito anche l’inchino della statua in onore del capo clan. Il gesto ha fatto irritare il comandante della stazione dei carabinieri del paese reggino, che si è allontanato in segno di dissenso.

Altri due carabinieri, invece, hanno documentato l’accaduto e gli esiti dei loro appunti sicuramente confluiranno in una relazione di servizio che sarà inviata alle autorità di ordine pubblico. Lo ha riportato il Quotidiano della Calabria. Il corteo religioso, giunto nei pressi dell’abitazione di Peppe Mazzagatti, condannato all’ergastolo per omicidio e associazione per delinquere, si è fermato per circa trenta secondi. La statua della Madonna delle Grazie, portata da numerose persone, era preceduta da alcuni sacerdoti e da un gruppo di amministratori locali.

La presidente della Commissione parlamentare Antimafia, Rosy Bindi, ha telefonato al maresciallo dei carabinieri, Andrea Marino, per ringraziarlo per la lealtà alle istituzioni e il senso dello Stato dimostrati in occasione della processione della Madonna delle Grazie a Oppido Mamertina. “Quanto è avvenuto nel corso della processione sconcerta e addolora – dichiara la Bindi – e la Commissione antimafia intende approfondire i fatti incontrando anche il maresciallo Marino”.

Solo 15 giorni fa, papa Francesco ha scomunicato i mafiosi – Sono trascorsi solamente quindici giorni da quando Papa Francesco, nel corso della messa nella spiana di Sibari, ha scomunicato i mafiosi. Papa Bergoglio, al termine della visita pastorale nella diocesi di Cassano allo Jonio, aveva lanciato la scomunica per i mafiosi e la richiesta di combattere la ‘ndrangheta perché adora i soldi e disprezza il bene. “Quando non si adora il Signore – aveva detto il Papa – si diventa adoratori del male, come lo sono coloro che vivono di malaffare, di violenza, la vostra terra, tanto bella, conosce le conseguenze di questo peccato. La ‘ndrangheta è questo: adorazione del male e disprezzo del bene comune. Questo male va combattuto, va allontanato, bisogna dirgli di no. La Chiesa che so tanto impegnata nell’educare le coscienze, deve sempre più spendersi perche’ il bene possa prevalere. Ce lo chiedono i nostri ragazzi”. “Quelli – aveva concluso – che non sono in questa strada di bene, come i mafiosi, questi non sono in comunione con Dio, sono scomunicati”.

Stalker scarcerati per decreto I magistrati: modificare il testo

stalkingda corriere.it

Palazzo di giustizia di Milano, due giorni fa. Il giudice dell’udienza preliminare ha davanti un imputato che ha deciso di condannare a due anni e otto mesi di reclusione per aver «commesso atti di violenza fisica e psicologica in modo continuativo e abituale» contro sua moglie e sua figlia. Fino a qualche giorno fa avrebbe potuto mandarlo in carcere. Adesso, con il nuovo decreto per il risarcimento dei detenuti (operativo dal 28 giugno), non può più farlo. Perché, dice la modifica dell’articolo 275: «Non può applicarsi la misura della custodia cautelare in carcere se il giudice ritiene che, all’esito del giudizio, la pena detentiva da eseguire non sarà superiore a tre anni». Esattamente come in questo caso. «Facciamo così», propone il giudice all’imputato. «Io le revoco la misura ma lei non si avvicina più a casa di sua moglie». Risposta: «E come faccio? Io non saprei dove altro andare». Un bel problema, in effetti. Risultato: si cercherà una comunità che possa accoglierlo per scontare la pena. E se per caso il condannato non seguirà le indicazioni del giudice o se tenterà di tornare da sua moglie, si riproporrà tutto daccapo. Perché nemmeno in quella circostanza sarà possibile arrestarlo.
«Io sono preoccupata» dice senza girare troppo attorno al problema la vicepresidente della casa delle donne maltrattate di Milano, l’avvocatessa penalista Francesca Garisto. Non è la sola. Esprime le perplessità di tutti i centri di aiuto per le donne che subiscono violenza. «Mi chiedo: quanto influirà questa modifica sui casi di stalking e di maltrattamento in famiglia che prevedono spesso pene attorno ai tre anni? Almeno prima il carcere era previsto per i più pericolosi. E paradossalmente credo che non gioverà nemmeno agli stalker, perché c’è il concreto rischio che proprio per tutelare la persona offesa i giudici possano essere indotti a decidere pene più alte di quelle che avrebbero deciso prima di questo decreto».
Come se ne esce? Il presidente dell’Associazione nazionale dei magistrati, Rodolfo Sabelli, annuncia che «sappiamo già come fare e stiamo preparando una proposta per la prossima audizione in Commissione Giustizia». Un parere che metta a fuoco tutte le «criticità», per dirla con le sue parole, di questo nuovo provvedimento ritenuto però «non difficile da correggere». Per riaggiustare il tiro basterebbe in sostanza, che nel convertirlo in legge, si escludesse di applicarlo per alcuni reati. «Adesso si parla semplicemente di divieto della custodia cautelare in carcere» dice Sabelli. «Chiederemo alla Commissione che il divieto non sia applicabile per reati come lo stalking aggravato, furti in abitazione, maltrattamenti, rapina aggravata».
Intanto, nei 60 giorni che dividono il decreto dalla sua conversione in legge, si prevede la corsa all’applicazione. A Milano, per esempio, si stanno valutando le posizioni di una sessantina di detenuti, e le richieste stanno arrivando a decine da ogni sede giudiziaria. «Secondo me questo decreto contiene principi che vanno visti con favore se si pensa che disciplinano la privazione della libertà delle persone», dice il professor Franco Coppi, uno dei più grandi penalisti d’Italia. «Certo – aggiunge – capisco i timori per i reati che riguardo le violenze sulle donne e penso che tutto sia perfettibile. Bisognerà vedere quale applicazione ne faranno i giudici sul terreno concreto prima di dire se funziona oppure no. Perché la norma è molto legata alla discrezionalità dei giudici». E infatti dice: niente carcere «se il giudice ritiene che, all’esito del giudizio, la pena detentiva da eseguire non sarà superiore ai tre anni». La questione, e in particolare i rischi legati alla non-carcerazione degli stalker, è stata posta informalmente dagli stessi magistrati al ministro della Giustizia Andrea Orlando. È successo a Milano a margine di una riunione tecnica convocata due giorni fa nell’ufficio del presidente del Palazzo di Giustizia Livia Pomodoro. I giudici hanno espresso al ministro «preoccupazione» mentre il presidente della sezione «misure di prevenzione», Fabio Roia, e il presidente della V sezione penale, Annamaria Gatto, gli hanno chiesto di abolire la norma sott’accusa. Secondo Roia il decreto appena approvato «segna un particolare punto di arresto nella tutela delle donne vittime di violenza».
Vista dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), la norma in questione può servire come argine contro il sovraffollamento delle celle. «Nel giro di un anno siamo riusciti a passare da 66 mila detenuti a 57.930 e credo che questo decreto ci aiuterà a scendere ulteriormente» dice il vicecapo vicario Luigi Pagano. «Il problema è che finora si è sempre parlato di carcere e invece dobbiamo provare a guardare, come in questo caso, all’esecuzione penale esterna al carcere. Non si tratta di numeri di detenuti, ma di una scelta di fondo».

Perugia, spara alla ex, all’amica e al figlio di 2 anni: poi tenta il suicidio

spara exda Corriere.it

Ha sparato alla ex compagna, al figlio e ad un’amica della donna. Poi ha tentato il suicidio, rivolgendo l’arma – una Beretta calibro 9 – contro di sé ed esplodendosi un colpo alla testa. La sparatoria è avvenuta intorno alle 10 a Ponte Valleceppi, località alla periferia nord di Perugia. I 4 sono ora ricoverati in gravissime condizioni all’ospedale Santa Maria della Misericordia della cittadina umbra. Il bimbo è stato invece portato in elicottero a ll’ospedale Meier di Firenze.

Secondo una prima ricostruzione, l’uomo, 31 anni, di professione carrozziere – avrebbe sparato alla ex compagna, 22, e al figlio, 2, oltre che a un’amica della donna, 34. I 3 si trovavano a bordo di una Citroen Xsara nera parcheggiata vicino casa e stavano andando in piscina, dove avevano intenzione di trascorrere la domenica. Il bimbo era in braccio alla madre quando il giovane ha aperto il fuoco. Poi si sarebbe sparato un colpo alla testa. «Ho sentito tre colpi. Poi ho visto un lago di sangue…», ha detto un anziano che si trovava lì vicino. «Ero a casa – racconta ancora l’uomo – quando ho sentito gli spari e sono sceso in strada. Ho visto le due donne e il bambino all’interno dell’auto. Poco lontano, in terra in strada, c’era l’uomo. Un lago di sangue incredibile…». Il movente ipotizzato dagli investigatori è quello di un dissidio all’interno della ex coppia: i due si erano lasciati da poco.