Andrea Loris Stival, oggi l’autopsia. Testimone: “L’ho visto in paese da solo”

di Il Fatto Quotidiano

Il corpo di Andrea Loris Stival, otto anni, è stato trovato nel pomeriggio del 29 novembre in un canneto a 4 chilometri dalla scuola dove la madre lo aveva lasciato. Gli investigatori: “Nessuna traccia di violenza, solo una piccola lesione sul volto, ma aspettiamo l’esito degli accertamenti”. Appello delle forze dell’ordine: “Chi ha visto qualcosa ce lo segnali“. Si cerca il suo zainetto

Mentre è in corso, nella mattinata di domenica all’obitorio dell’ospedale Ragusa Ibla, l’autopsia sul corpo di Andrea Loris Stival, il bambino di 8 anni trovato morto ieri nel Ragusano, fonti investigative fanno sapere che un testimone avrebbe visto il piccolo camminare in paese, già senza zaino, poco dopo le nove del mattino. Gli investigatori hanno anche visionato le riprese del sistema di sorveglianza di un panificio verificando che la mamma, dopo aver accompagnato a scuola il figlio maggiore, ha portato all’asilo quello di quattro anni. Carabinieri e polizia, però, continuano a specificare che “non può essere esclusa alcuna ipotesi”. Iniziati, intanto, nuovi sopralluoghi nell’area del ritrovamento per ricercare elementi utili alle indagini. Tra le piste prese in considerazione, anche il sequestro da parte di un pedofilo. Le forze dell’ordine raccomandano a tutti i cittadini di fornire eventuali dettagli utili alle indagini “mediante segnalazioni, anche anonime, ai numeri d’emergenza 112 e 113 o recandosi presso un qualunque ufficio di Polizia”.
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Il corpo di Andrea è stato trovato in un canalone in cemento, profondo due metri e mezzo, che costeggia un vecchio mulino abbandonato di Santa Croce di Camerina. Il bimbo non era entrato a scuola, nonostante la madre, una casalinga di 25 anni, con un altro figlio piccolo, lo avesse accompagnato e lasciato a 10-20 metri dall’ingresso. E’ stata la donna a lanciare l’allarme quando, quattro ore dopo, alle 12.30 è andato a riprenderlo. E’ in quel lasso di tempo che si concentrano le indagini. I bidelli, le maestre e i compagni di classe della terza elementare non lo avevano visto entrare. Dopo una decina di minuti la mamma è andata dai carabinieri per denunciarne la scomparsa. Il padre, 30 anni, lavora come autotrasportatore, e per non farlo preoccupare, è stato informato alcune ore dopo, nella speranza di non farlo allarmare e di trovare il ragazzino, come qualche altra volta era accaduto. Oggi, però, è stato sentito come testimone in Questura, mentre la moglie darà la sua versione tra qualche giorno, quando avrà superato lo shock per l’accaduto.

I carabinieri controllano anche le immagini del sistema di videosorveglianza della scuola, ma Andrea Loris Stival non è inquadrato da alcuna parte. Eppure alcuni vigili urbani ricordano bene di averlo visto assieme alla madre e salutarla vicino l’istituto. A trovare il corpo senza vita, poco prima delle 17, è un cacciatore uscito di casa sollecitato dalla moglie a partecipare alle ricerche scattate dopo l’allarme e che hanno coinvolto tutto il paese, in un canneto distante quattro chilometri dalla scuola. “Mi sono affacciato su un canalone tra le canne – ricostruisce Orazio Fidone – e ho visto il cadavere. Ho gridato prima a squarciagola e poi ho telefonato ai carabinieri: erano le 16:55. Nel frattempo è arrivata un’auto della polizia. Se avessi potuto dargli la mia vita lo avrei fatto”.

Al momento del ritrovamento, il bambino aveva indosso tutti i vestiti, asciutti: un paio di jeans, calze rosse, scarpe blu, una maglietta bianca e un giubbotto marrone. Non ci sono tracce di sangue o segni di violenza evidenti, tranne una piccola lesione sul volto con un ematoma. I detective di polizia e carabinieri stanno continuando a perlustrare la zona in cerca dello zainetto blu, a forma di ovetto, con cinghie gialle, che Andrea portava con sé quando è uscito di casa. “Nessuna ipotesi investigativa certa sarà possibile prima di domani” dopo “un attento esame del corpo”, spiega il procuratore di Ragusa, Carmelo Petralia, anche perché “non è stata trovata alcuna traccia di sangue”. “Stiamo lavorando a tutto campo – aggiunge – e non tralasciamo alcuna pista, ma per avere certezze occorrerà un esame medico legale attento”. Certo, osserva il magistrato, “non è impossibile, ma sembra difficile pensare che abbia percorso quattro chilometri a piedi e sia andato lì, in quel posto, da solo”. Parole che lasciano aperti scenari violenti, come un omicidio,ed evocano la pedofilia. “Al momento – precisa Petralia, che coordina l’inchiesta assieme al sostituto Marco Rota – non ci sbilanciamo però, perché qualunque ipotesi è prematura. Certo stiamo valutando tutte le tesi possibili – conclude il procuratore di Ragusa – come è giusto e doveroso che sia davanti alla morte di un bambino di otto anni”.

Il presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta ha fatto visita alla famiglia del piccolo Andrea. Il governatore è stato già nel municipio del paese e ha incontrato le forze dell’ordine. “Mi sento angosciato, come se fosse morto mio figlio, anche se non ho figli. Quando ho appreso ieri la notizia ho interiorizzato il dolore e ho sentito la necessità di partecipare di persona il mio dolore e la mia vicinanza”. Ha detto il governatore della Sicilia dopo un sopralluogo nella zona in cui è stato trovato il corpo del piccolo.

Lodi, terrore sulla A1: camion a fuoco, ma l’assalto al portavalori non va a segno

di Repubblica.it

Un commando composto da una ventina di uomini armati, probabilmente italiani, ha cercato di assaltare alle 6.40 un furgone portavalori provocando il caos sulla A1 a pochi chilometri da Lodi. Nessuno è rimasto ferito. Ed è un miracolo, visto che c’è stata una sparatoria: questo almeno è ciò che sostengono alcuni automobilisti. Non solo colpi di pistola, ma anche mezzi incendiati e messi di traverso per sbarrare il passo al portavalori e chiodi gettati sul selciato per distruggergli le ruote. Nel mirino uno dei blindati del gruppo Battistolli, che però è riuscito a evitare blocchi, chiodi e spari. Fino alle prime ore del pomeriggio la situazione è rimasta critica: code chilometriche hanno bloccato per ore camionisti e automobilisti.

Sull’Autostrada del Sole sono le 6.40 del mattino. Il traffico è molto sostenuto ed è fatto soprattutto di mezzi pesanti. La banda entra in azione: semina chiodi sulla carreggiata – siamo al chilometro 34 in direzione sud – dà fuoco a due autocarri e a un’auto e li mette di traverso per bloccare blindato, scorta e tutto il resto del traffico. Stessa scena sull’altra carreggiata – al chilometro 24 in direzione nord – dove vengono incendiati due camion.

La rapina fallisce, però, perché solo il mezzo della scorta rimane bloccato dai chiodi: quello che custodisce i valori riesce a fuggire e ad arrivare in una delle basi del gruppo Battistolli intorno alle 9. Un blindato della stessa azienda aveva subito un altro assalto nel 2013 lungo l’autostrada A9: il colpo aveva fruttato 10 milioni di euro. I rapinatori sono scappati su alcune auto (ci sono testimoni che parlano di tre uomini su un’automobile nera) sfruttando un varco nella recinzione: gli investigatori della polizia stanno analizzando le immagini della società Autostrade. A Graffignana, sempre nel Lodigiano, hanno abbandonato le auto. E poco più avanti hanno fermato e rapinato dell’auto una donna facendo perdere le proprie tracce.

Automobilisti e camionisti che si sono trovati a passare per tutta la mattinata sull’autostrada A1 hanno subito disagi enormi. I due tratti autostradali sono rimasti bloccati per ore per consentire alla Scientifica di compiere tutti i rilievi, ma anche perchè l’asfalto andava ripulito dai chiodi. Il tratto compreso fra Lodi e Casalpusterlengo in direzione di Bologna è stato riaperto intorno alle 10.40. Quello tra Fiorenzuola e l’allacciamento con l’A21 è ancora bloccato, invece, perché la Scientifica non ha ancora terminato il lavoro. Qui si registrano cinque chilometri di coda.

Bologna, uccide la moglie dopo una lite: muore pensionata di 79 anni

di Repubblica.it

Erano sposati da 60 anni. Lui l’ha uccisa sparandole almeno un colpo di pistola, all’apice di una discussione in cucina. Questa la ricostruzione degli investigatori per il delitto avvenuto stasera – poco dopo le 18.30 – alla periferia di Bologna, in via San Donato.

Il sospettato dell’omicidio è Luciano Zironi, 79 anni, la stessa età della moglie, Bruna Belletti. I due hanno una figlia. Non sembrano esserci dubbi sulla dinamica del delitto.

Il pensionato è stato fermato dalla polizia e portato in questura per essere interrogato dal pm. Nel corso dell’interrogatorio l’uomo ha ammesso le responsabilità in un racconto interrotto spesso dal pianto.

Secondo il medico legale, l’anziana è stata uccisa con un colpo sparato a distanza ravvicinata. Dopo una malattia, hanno detto i vicini, il pensionato era depresso.

L’uomo deteneva regolarmente alcune armi ed è stato lui stesso a dare l’allarme chiamando i soccorsi. La figlia della coppia viveva in famiglia ma non era in casa al momento dell’omicidio.

Neonata uccisa, la mamma crolla e confessa: “Non volevo quella gravidanza”

di Repubblica.it

Le sue prime parole: “Non respirava, ecco perché l’ho buttata via”. Interrogatorio di tre ore del pm Nino Di Matteo, che segue l’inchiesta. La donna aveva nascosto a tutti la gravidanza, al Cervello è arrivata con il cognato. Ordinata l’autopsia sulla piccola

E’ terminato nel reparto di ginecologia dell’ospedale Cervello l’interrogatorio di Valentina Pilato, la mamma di 30 anni che ieri ha gettato nei rifiuti la figlia appena partorita. La donna, indagata per infanticidio e piantonata dai carabinieri, si è presentata ieri pomeriggio nell’ospedale per un’emorragia. Nella notte è stata sedata, e ora si trova in una stanza in isolamento. A interrogarla è il sostituto procuratore Nino Di Matteo che è entrato da una porta secondaria dell’ospedale. “Non mi sono resa conto che ero incinta fino al nono mese, sono molto depressa. Non avrei voluto portare a termine quella gravidanza”. Queste le prime parole che la donna ha riferito al magistrato Nino Di Matteo che l’ha sentita in ospedale per tre ore. Tra le lacrime ha detto di essere disperata. “Non lo so perché l’ho fatto, ma dove sono i miei bambini?” ha chiesto a un certo punto. Durante l’interrogatorio, molto confuso, la signora ha anche ripercorso il parto e poi il momento in cui ha deciso di gettare nei rifiuti la figlia. “Ho fatto tutto da sola e l’ho messa nel cassonetto perché credevo che non respirasse più”. “Mi sono pentita subito e volevo tornare indietro, ma ormai era troppo tardi”. La donna è difesa dall’avvocato Enrico Tignini. Il magistrato ha chiesto di mantenere ricoverata ancora Valentina Pilato, almeno fino a domani mattina. Da Udine è arrivato a Palermo il marito che è un militare dell’esercito. L’uomo, che ancora non sa nulla, è partito ieri dal Friuli in auto. Il militare ha partecipato anche a missioni all’estero. La famiglia si era trasferita dal Veneto al Friuli sette mesi fa.

Valentina ha fatto tutto da sola. Voleva nascondere al marito una gravidanza indesiderata? Oppure fare sparire una “figlia della colpa”? Domande alle quali non risponde questa mamma che si è trasformata in assassina in una mattina di fine novembre e che adesso è accusata di omicidio volontario. Dice soltanto: “Non la sentivo respirare, l’ho avvicinata al petto e mi sembrava morta”. Ma nessuno le crede. Tanti i perché ai quali gli investigatori stanno cercando di dare risposte. Uno su tutti: perché non ha chiamato i soccorsi e ha chiuso la sua neonata in un borsone? Non ha nemmeno avvolto la piccola in una coperta e l’ha abbandonata dentro quel cassonetto vicino a casa sua. Accanto alla piccola i medici del 118 hanno trovato solo un paio di scarpe da donna nel borsone color rosso e un lenzuolino bianco. Tutto gettato tra i rifiuti come roba vecchia.

Ma chi è questa mamma che ha confessato quel gesto orribile: aver gettato la figlia nell’immondizia? Di lei si sa poco. Valentina Pilato ha 30 anni e fino a ieri era un’irreprensibile madre di tre figli, una casalinga come tante. Gli investigatori hanno chiesto ai medici di sistemarla in una stanza da sola per timore che qualche altra mamma, nel reparto di Ginecologia, potesse aggredirla. Valentina è una donna che alcuni anni fa ha deciso di seguire il marito al Nord. La coppia si è trasferita a Gemona, in Friuli. Il marito è un militare che presta servizio a Udine. Qualche settimana fa era tornata in città, per una vacanza. Forse proprio perché la gravidanza volgeva già al termine. Il marito era rimasto in Friuli e l’avrebbe raggiunta nei prossimi giorni.

Ieri mattina, alle 5,30, la donna ha partorito la piccola. Era sola a casa, racconta. Poco dopo ha messo in atto quel piano assurdo. Ha dato alla luce su un tappeto la sua bambina. È stata lei a tagliare il cordone ombelicale. In un sacchetto ha infilato anche la placenta e in quel borsone da palestra la piccola che i testimoni diranno di aver sentito piangere. “Ho avvertito un gemito”, ha riferito un rottamaio, e l’ha ripetuto davanti ai carabinieri.

La donna è arrivata in via Ferdinando Di Giorgi, una strada non lontana da via Uditore, e in quel cassonetto ha buttato la sua bambina, chiudendo il coperchio e sperando di cancellare le prove del suo gesto. Invece le telecamere di una pizzeria avevano ripreso tutta la scena. Tornata a casa, poco distante da via Di Giorgi, quella mamma che ha già tre figli di 8, 6 e 2 anni, ha fatto finta di niente. Almeno fino alle 18, quando un’emorragia l’ha costretta a guardare in faccia la realtà. Ha chiamato al cellulare il cognato, un vigile del fuoco di Palermo, e gli ha chiesto di accompagnarla all’ospedale Cervello. Lì, ai medici, ha confessato tutto, e pochi minuti dopo in ospedale sono arrivati anche i carabinieri. “Ero in preda al panico, non sapevo che fare, il suo cuore non batteva”, ha detto sotto shock.

Poi si è chiusa in un silenzio impenetrabile, nonostante le domande pressanti degli investigatori. Davanti alla porta i carabinieri, domani l’interrogatorio da parte del magistrato. Accanto a lei solo la sorella: è una donna robusta che con le lacrime agli occhi parla al telefono con i familiari. Si allontana da chi vuol chiederle il perché di tutto questo. Dietro la porta a vetri dell’ospedale, tante future mamme con il pancione ascoltavano quella storia. “Tutto assurdo – dice una donna al nono mese di gravidanza – e mi chiedo perché non l’ha lasciata dietro la porta di casa di qualcuno. Tra poco partorirò la mia bambina e spero di non vedere questa donna orribile”. Lei, intanto, resta sul letto e ripete, chiudendo gli occhi: “Il cuore non batteva, il cuore non batteva”. Sperando, forse, che quella verità che non riesce a confessare nemmeno a se stessa possa cancellarsi per sempre.

Uscire dall’A27 senza pagare: ecco come agiscono i furbetti dell’autostrada

di Il Mattino

TREVISO – L’autostrada veneta A27 ha circa 100mila euro di danni l’anno, provocati da pedaggi non pagati. A fare la stima è stata la polizia stradale, pubblicata sul Mattino. Uscire senza pagare l’autostrada non è impossibile come sembra.

Le strategie principali sono due. La prima è quella di entrare da una porta a pagamento, ritirare il biglietto, e uscire sulla scia di un veicolo che si serve del Telepass. Il secondo metodo prevede l’uscita da una porta automatizzata. Dopo aver inserito una tessera viacard esaurita c’è la possibilità di chiedere l’apertura delle sbarre, di ritirare lo scontrino, e di pagare in contanti o sul sito internet della società entro una settimana. Una ditta di Milano non ha pagato pedaggi per un importo di 17mila euro e potrebbe addirittura rischiare il pignoramento degli automezzi.

Genova, rissa fuori da una discoteca, ucciso un ragazzo

di Repubblica.it

E’ morto a vent’anni per una coltellata al cuore. Una megarissa davanti ad una discoteca di periferia: trenta giovani ecuadoriani, divisi in due fazioni contrapposte, si sono litigati neppure ricordavano bene perché. E’ spuntato il cotello. Quando sono arrivate le volanti, sulla strada era rimasto un ventenne agonizzante, un suo amico, coetaneo, ferito in maniera grave, ed una ragazza che sanguinava dal volto. Tutti gli altri ragazzi erano fuggiti al suono delle di sirene della Polizia. Ma grazie alle parole del ferito, la polizia ha rintracciato un connazionale della vittima, anch’egli di vent’anni, che avrebbe sferrato il colpo mortale.

La vittima abitava a Rivarolo, in via Teglia, in un edifcio popolare come il suo amico ferito. Nel locale erano entrati ieri sera, ma la rissa e l’omicidio è di stamane, alle 7. La discoteca Las Vegas è un ritrovo abituale di giovani sudamericani, spesso teatro di violente liti e per questo chiusa dal questore per motivi di sicurezza. L’ultimo provvedimento di sospensione della licenza è di qualche settimana fa. Ieri sera era la prima sera di riapertura dopo un periodo di obbligata chiusura.

Nel verbale della polizia, è scritto che la rissa è scoppiata per ‘futili motivi’: una frase fatta che riassume forse qualche apprezzamento pesante verso una ragazza del gruppo, un giudizio azzardato sul comportamento di un amico, qualche spintone di troppo. Il tutto alterato dall’alcol che anche ieri sera era corso abbondante e aveva annebbiato la mente di molti.

“Avevamo capito che il clima era impossibile”, spiegano i buttafuori della discoteca, ” e per questo avevamo preferito spingerli fuori dal locale”. Ma la lite, inziata sulla pista da ballo, è proseguita in strada. Urla, insulti, provocazioni che hanno risvegliato la gente dei palazzi vicini e hanno indotto alcuni a telefonare al 113. Troppo tardi. La coltellata, una sola, ha colpito Pablo Trivino Magas al petto e l’ha ucciso. Il suo compagno ferito, Armando Veliz Arcalle, è stato operato nell’ospedale di Sampierdarena: se la caverà.

Grazie alle dichiarazioni rese dal ferito prima di entrare in sala operatoria, gli agenti della Omicidi hanno  rintracciato nella zona di Campi il ragazzo ecuadoriano di 20 anni che avrebbe accoltellato il connazionale: è in una cella di sicurezza della questura.

Pediatri corrotti, spingevano per latte in polvere. Arresti e perquisizioni

Fonte ANSA. Bottle-feedingUn giro di mazzette per centinaia di migliaia di euro utilizzati per pagare i “regali” ai medici (smartphone, computer, condizionatori, televisori) e viaggi in rinomate mete turistiche (Sharm el Sheik, India, Stati Uniti, Parigi, Londra, Istanbul e Crociere nel Mediterraneo e nord Europa). E’ quanto scoperto dai carabinieri del Nas di Livorno nell’inchiesta che ha condotto all’arresto di una dozzina di pediatri, di 5 informatori scientifici e di un dirigente d’azienda con l’accusa di corruzione. Secondo le accuse i “regali” servivano perchè i medici inducessero le mamme ad usare latte in polvere anzichè quello materno.

Tra i 12 pediatri raggiunti da ordinanza cautelare ai domiciliari ci sono anche due primari. Per loro, secondo gli investigatori del Nas di Livorno, sarebbe stato più facile convincere le neomamme ad utilizzare latte artificiale anzichè quello materno. Coinvolti nell’inchiesta anche medici pediatri di base, convenzionati con le rispettive Asl. Eseguite in totale 18 ordinanze di custodia cautelare agli arresti domiciliari per corruzione e 26 decreti di perquisizioni in Toscana, Lombardia, Marche e Liguria.

Sulla vicenda è intervenuta Beatrice Lorenzin, ministro della Salute, che ha parlato di azioni di “enorme gravità”. “Mi chiedo come possano medici pediatri andare contro l’etica della professione, contro unanimi pareri scientifici e contro le indicazioni del Ministero della Salute per convincere le mamme ad usare latte artificiale in polvere al posto di quello materno – afferma il ministro -. Il tutto per guadagnare regali di lusso e viaggi gratuiti, sulla pelle di bambini appena nati”. “Non bastano gli aggettivi per descrivere la gravità di questo genere di azioni – aggiunge – e ringrazio i Nas di Livorno che, in collaborazione con la Procura di Pisa, hanno eseguito 18 arresti tra cui due primari e 10 pediatri, dopo una lunga indagine che ha avuto il suo epicentro in Toscana”.

Comportamenti “inaccettabili” per Enrico Rossi, presidente della Toscana. “Gli arresti dei pediatri che avrebbero ricevuto benefit pilotando le madri all’acquisto di latte artificiale di certe ditte, così come le accuse rivolte ad alcuni cardiologi di ricevere anch’essi doni e favori in cambio di determinati dispositivi medici, al di là degli sviluppi giudiziari, che ci auguriamo siano tempestivi – ha detto -, rivelano un quadro di comportamenti inaccettabili e denunciano un costume civile e morale che deve essere censurato, contrastato e cambiato”.

L’INCHIESTA – E’ stata una segnalazione anonima arrivata ai carabinieri del Nas di Livorno nel giugno dell’anno scorso a far scattare l’indagine che ha scoperto un giro di medici e informatori scientifici corrotti che facevano acquistare latte artificiale alle neomamme per l’allattamento dei figli anche se non ce n’era bisogno. Gli investigatori, coordinati dal pm Giovanni Porpora della procura di Pisa, hanno individuato un’agenzia di viaggi compiacente della città della Torre che effettuava false fatturazioni a pediatri per congressi ai quali non avevano mai partecipato ottenendo invece in cambio altri buoni per soggiorni-vacanza da usufruire personalmente. Agli arresti domiciliari sono finiti un dirigente di una casa farmaceutica residente a Limbiate (Monza), cinque informatori scientifici (quattro residenti in Toscana e uno in provincia di Ascoli Piceno) e 12 pediatri, per lo più della provincia di Pisa e tra i quali il primario dell’ospedale del Levante ligure di La Spezia e il primario dell’ospedale San Giuseppe di Empoli (Firenze). L’attività investigativa del Nas toscano è giunta ad accertare una consolidata e diffusa pratica corruttiva che alcune note ditte di alimenti per l’infanzia praticavano per indurre numerosi pediatri a prescrivere latte artificiale ai neonati dietro elargizione di tangenti – sottoforma di costosi viaggi e regali di lusso – e aumentarne così le vendite. Le aziende avevano architettato un complesso sistema per giustificare gli ingenti esborsi di denaro sostenuti per finanziare gli atti corruttivi: gli informatori scientifici dei noti marchi prendevano contatti con i pediatri per “sollecitarli” a prescrivere latte artificiale ai neonati, contravvenendo agli unanimi pareri scientifici sulla necessità di promuovere l’uso del latte materno. Coinvolti i pediatri di base convenzionati con le Asl ma anche i due primari ospedalieri che avevano il compito, secondo quanto accertato dagli inquirenti, di convincere le neo mamme in dimissione a utilizzare latte artificiale per l’alimentazione dei propri bambini.

Sarah, Sabrina e Cosima restano in carcere

Carabinieri-via-Deledda

Foto da Aciclico.com

Fonte ANSA. Sabrina Misseri e la madre Cosima Serrano resteranno in carcere per l’intera durata del processo di appello per l’omicidio di Sarah Scazzi. La Corte di assise di appello di Taranto, dinanzi alla quale si sta celebrando il processo di secondo grado, ha disposto la sospensione dei termini di custodia cautelare in carcere per le due imputate, condannate all’ergastolo, e confermato l’obbligo di dimora per Michele Misseri.

La Corte, nella sua ordinanza, ha motivato la decisione con la complessità del processo, la gravità delle imputazioni e l’ampiezza dei motivi di appello (acquisizione di documenti, perizie, esame imputati, molteplicità dei fatti da esaminare tra di loro collegati, richiesta di sopralluoghi).

Concetta: ”Michele e Cosima vogliono parlare? Lo facciano” – “Sentiamo cosa ha da dire Michele”. Così Concetta Serrano, madre di Sarah Scazzi uccisa il 26 agosto 2010 ad Avetrana (Taranto), ha risposto ai cronisti che le chiedevano un’opinione sulla richiesta del collegio difensivo, al processo d’appello per l’omicidio della quindicenne, di risentire in aula Michele Misseri. Oggi è prevista la seconda udienza del processo dinanzi alla Corte di assise di appello di Taranto. In primo grado Sabrina Misseri e la madre Cosima Serrano sono state condannate all’ergastolo per l’omicidio, mentre Michele Misseri è stato condannato ad otto anni per soppressione di cadavere. Quanto ad una eventuale volontà di Cosima Serrano di parlare in aula, Concetta ha commentato: “Che parlasse”. E sulla sua reazione nel rivedere Sabrina e Cosima, ha aggiunto: “Sono reazioni che non si possono spiegare”.

Corte, no a nuovo esame Michele Misseri – Non ci sarà un nuovo esame in aula di Michele Misseri: la Corte di assise di appello di Taranto, dinanzi alla quale si celebra il processo di secondo grado per il delitto di Sarah Scazzi, ha respinto le richieste difensive di perizia e di interrogatorio dell’agricoltore di Avetrana (Taranto). La Corte ha inoltre disposto la perizia trascrittiva di alcune telefonate, parte delle quali intercorse tra Sabrina Misseri e il padre Michele nelle prime ore del 7 ottobre 2010, quando l’agricoltore fece ritrovare i resti di Sarah Scazzi in un pozzo nelle campagne di Avetrana. Disposta anche l’acquisizione di alcuni documenti e sentenze, mentre la Corte non ha sciolto la riserva sulla richiesta dei difensori di Cosima Serrano di compiere un sopralluogo nella villetta dei Misseri ad Avetrana, scenario del delitto.

Eternit: difesa, non si può processare due volte

Fonte ANSA. Ilogo_eternitl processo per omicidio a Stephan Schmidheiny non si può fare perché “si scontra con il principio che non si può essere giudicati due volte per lo stesso fatto”. E’ quanto sottolinea il professor Astolfo Di Amato, avvocato difensore dell’imprenditore svizzero. Il principio indicato dal professore, che assiste Schmidheiny insieme al collega Franco Coppi, è noto fra i giuristi con la locuzione latina ‘ne bis in idem’. “I fatti elencati dalla procura di Torino nell’inchiesta per omicidio volontario – spiega Di Amato – sono gli stessi che sono stati portati al vaglio della Cassazione nell’ambito del processo per disastro doloso. Vengono solo riproposti in modo diverso”. “In ogni caso – precisa il professore – anche queste accuse sono infondate nel merito. Schmidheiny si è sempre adoperato per la protezione dei lavoratori della Eternit e delle popolazioni delle città in cui sorgevano gli stabilimenti”.

“E’ una tragedia per la gente che soffre e piange i suoi morti. La giustizia deve dare segni concreti di fiducia e speranza”. L’arcivescovo di Torino, mons.Cesare Nosiglia, chiede alla politica “di mettere subito in agenda la riforma della giustizia e delle norme sulla prescrizione”. Parla anche l’ex procuratore capo a Torino: “Provo una sensazione di fortissimo disagio. Bisogna aspettare le motivazioni per capire di più, ma resta il fatto gravissimo di tremila morti che fino a questo momento non hanno avuto giustizia”.

Camusso, promessa premier diventi decreto – Sulla prescrizione del processo Eternit il segretario generale della Cgil Susanna Camusso auspica che ”la promessa del presidente del Consiglio non rimanga tale ma si trasformi in decreto” sulla prescrizione. ”Di decreti se ne fanno tanti – aggiunge – per una volta potremmo essere felici dello strumento della decretazione”.

Oncologi, troppi ritardi in eliminazione amianto – L’eliminazione dell’amianto in sicurezza ”procede con eccessiva lentezza nel nostro Paese, anche per l’esiguità delle risorse. È necessario accelerare i tempi. È forte infatti la preoccupazione per questo minerale presente ancora in grandi quantità e in varie forme in edifici, pubblici e privati, in tutte le nostre Regioni, con la lunga scia di morti per tumore e, in particolare, per mesotelioma”. Lo afferma Carmine Pinto, presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), sottolineando la necessità di affrontare la problematica del riconoscimento della malattia professionale per i lavoratori già esposti. “Ogni anno nel nostro Paese sono circa 1200 le nuove diagnosi di mesotelioma – rileva Pinto -. Anche se tale tumore è stato inserito nell’elenco delle malattie professionali, vi sono ancora inconcepibili ritardi nel riconoscimento previdenziale. Vanno inoltre garantiti uguali diritti ai pazienti con mesoteliomi insorti dopo esposizioni ambientali ad amianto, ai familiari dei lavoratori e alla popolazione generale”. L’AIOM, sottolinea Pinto, ”è impegnata perché con un approccio sempre più multidisciplinare tutti i pazienti affetti da mesotelioma possano ricevere con equità e qualità in tutto il Paese i migliori approcci diagnostici, terapeutici e cura dei sintomi e perché, anche per il mesotelioma, si sviluppi la migliore ricerca biologica e clinica”. Il prossimo gennaio, annuncia il presidente AIOM, ”organizzeremo la III Consensus Nazionale per il controllo del mesotelioma della pleura a Bari, una delle aree a ‘rischio’. È fondamentale sensibilizzare le istituzioni e i cittadini sulla gravità e l’impatto della malattia”.

Da ministero Ambiente ulteriore milione a Casale – Dopo gli oltre tre milioni di euro stanziati lo scorso settembre, il dicastero guidato da Gian Luca Galletti, con un decreto firmato nella giornata di oggi, assegna 1 milione e 104 mila euro a Casale Monferrato. Lo rende noto il dicastero sottolineando che “prosegue l’impegno del ministero dell’Ambiente per la bonifica dall’amianto a Casale Monferrato”.

Parma, contestazioni e tafferugli in piazza tra polizia e centri sociali prima dell’arrivo di Renzi

di Il Messaggero

Mentre il premier Renzi era in visita alla Pizzarotti costruzioni, alle porte di Parma, si sono registrati scontri nel centro della città fra la polizia e i centri sociali. Alcuni manifestanti hanno provato a sfondare il cordone di polizia che ha risposto con una carica. Renzi ha incontrato il sindaco Federico Pizzarotti e gli altri primi cittadini del parmense.

Nella centrale strada Mazzini di Parma alcuni collettivi, tra cui lo spazio popolare Sovescio, hanno organizzato una manifestazione per protestare contro le politiche del governo, a pochi metri dalla sede del Comune, protetta da un cordone di polizia. Prima dell’arrivo di Renzi i manifestanti hanno provato ad avvicinarsi al Comune, tentando di sfondare il cordone. A quel punto è partita una carica della polizia che ha respinto i manifestanti, che hanno però continuato a protestare nella strada che dà accesso al palazzo comunale.