Asti, uomo trovato morto carbonizzato vicino ad un supermercato: forse un barbone

di Il Messaggero

Il cadavere carbonizzato di un uomo è stato trovato nel vano delle scale di servizio, abituale ritrovo di senzatetto, che portano al parcheggio sotterrano di un supermercato di Asti. A dare l’allarme un passante. Sul posto, in corso Torino, stanno intervenendo i carabinieri del Comando provinciale guidati dal colonnello Fabio Federici.

I carabinieri, che stanno acquisendo i filmati delle telecamere della zona, hanno avviato gli accertamenti necessari per l’identificazione della vittima. Accanto al cadavere, vestito e coricato su un fianco, sono state trovate in mezzo alla sporcizia decine di bottiglie di alcolici. Il locale in cui è avvenuto il ritrovamento è spesso utilizzato, nei mesi freddi dell’anno, come ricovero da barboni e senzatetto. I militari dell’Arma non escludono che si sia trattato di un incidente, forse provocato dal tentativo di riscaldarsi accendendo un fuoco. La morte risalirebbe alla scorsa notte.

Bari, sorvegliato speciale ucciso a colpi di pistola davanti alla moglie

di Il Mattino

Un uomo di 59 anni, Nicola Lorusso, sorvegliato speciale, è stato ucciso stamane al quartiere San Girolamo a Bari in un agguato. Sull’episodio indaga la Squadra Mobile della Questura. L’agguato è avvenuto intorno alle 9,30 in via Van Westerhout.

L’uomo è stato raggiunto da numerosi colpi d’arma da fuoco. L’agguato in cui è stato ucciso stamani a Bari il sorvegliato speciale di 58 anni Nicola Lorusso, padre del capoclan Umberto, è avvenuto verso le 9,30 in via Van Westerhout. Secondo una prima ricostruzione, l’uomo era in compagnia della moglie alla guida di una Ford Fiesta e si stava recando in Questura per firmare la presenza. Lorusso si sarebbe accorto di essere seguito da un’altra auto e ha fatto scendere la moglie dalla vettura. Quindi ha proseguito la marcia ma poco dopo sarebbe stato affiancato e crivellato di proiettili da un killer che avrebbe sparato con un mitra kalashnikov.

Sembra che un uomo che transitava nella zona, uditi gli spari, abbia poi visto il cadavere a terra e abbia messo davanti un cassonetto dell’immondizia per evitare che il corpo venisse travolto dalle auto di passaggio. Sul posto si sono registrati momenti di tensione tra la polizia e i parenti dell’uomo ucciso giunti sul posto.

Udine, uccide finanziere che lo aveva denunciato per abusi e si toglie la vita

di La Repubblica

L’omicida, un gioielliere di 65 anni, era stato accusato dalla vittima di violenza sessuale ai danni di un familiare

Spara a un finanziere e poi si toglie la vita. Angelo Brochetta, 65 anni, gioielliere di Carlino – in provincia di Udine – si è presentato alla porta di casa di un finanziere di 47 anni, Franco Pavan, e lo ha ucciso con alcuni colpi di pistola, prima di suicidarsi. All’origine del delitto, secondo quanto ricostruito dalla Procura, una sorta di vendetta che il gioielliere covava nei confronti del militare. Brochetta era stato denunciato da Pavan per violenza sessuale ai danni di un familiare e condannato per l’episodio, in primo e in secondo grado, a 7 anni di reclusione, con sentenza del maggio scorso.

Il gioielliere è andato a casa del finanziere alle 8 del mattino, alla guida di un’auto presa a noleggio. Ha bussato alla porta. Ha minacciato la convivente dell’uomo che stava uscendo per portare il figlio, un bimbo di sette anni, a scuola. Le ha puntato contro l’arma, una calibro 9 regolarmente detenuta. Poi è salito al piano di sopra e ha esploso diversi colpi di pistola contro Pavan. Infine è tornato al pian terreno e si è tolto la vita sul pianerottolo del retro ingresso della villetta. Nell’auto con cui aveva raggiunto Piancada, i carabinieri hanno trovato anche un’accetta, del diluente e delle stoffe. Elementi che hanno portato gli inquirenti a ipotizzare che il gioielliere pensasse di compiere anche qualche altro crimine.

Litiga con due amici di suo figlio 31enne viene accoltellato al cuore

di Il Corriere

L’uomo incrocia i ragazzi all’ora di cena davanti alla chiesa. Lo colpiscono tre volte. Uno viene arrestato con l’accusa di tentato omicidio

Mentre passeggiava in centro con la sua famiglia ha riconosciuto quei due ragazzini, autori di presunti atti di bullismo nei confronti di suo figlio. Li ha fermati, ha intimato loro di smetterla ma la discussione è degenerata in rissa ed è stato accoltellato. Un colpo al cuore, due ai fianchi, e adesso è ricoverato all’ospedale in condizioni critiche. Protagonisti di un episodio piuttosto violento avvenuto nei pressi della chiesa di Musile di Piave lunedì sera all’ora di cena, un 31enne di Musile e due ragazzini stranieri, un tunisino di 14 anni e un moldavo di 15.

La vittima dell’accoltellamento, come ha raccontato la moglie ai carabinieri, stava passeggiando nel centro del paese insieme alla famiglia quando ha incrociato i ragazzini che, a suo dire, sarebbero stati responsabili di bullismo nei confronti del figlio (un dettaglio su cui stanno investigando le forze dell’ordine).

La discussione si è animata col passare dei minuti, fino a che il 14enne ha estratto un coltello e ha colpito il 31enne tre volte, per poi scappare lasciando l’uomo in un lago di sangue. I militari dell’Arma, intervenuti sul posto, dopo aver raccolto le varie testimonianze di chi aveva assistito alla scena hanno rintracciato nelle vicinanze i due giovanissimi che hanno ammesso quanto successo. Il 14enne è stato arrestato con l’accusa di tentato omicidio, mentre l’amico denunciato per rissa. Nel frattempo il 31enne è stato trasportato all’ospedale dell’Angelo di Mestre in gravi condizioni, dove è stato operato. Attualmente si trova ricoverato in terapia intensiva e la prognosi è riservata.

Prato, 19enne investito da un’auto e lasciato a morire in strada: caccia al “pirata”

di Il Messaggero

E’ stato trovato in fin di vita con il volto tumefatto su un marciapiede di via Valentini a Prato, ed è morto in ospedale.

Giancarlo Ravidà, 19 anni, originario di Foggia ma residente a Prato, sarebbe stato investito da un’auto pirata e sbalzato fino ad un’altra macchina parcheggiata. Le immagini di alcune telecamere presenti nella zona mostrerebbero un impatto con una vettura al momento sconosciuta. Sul posto sono intervenuti la polizia municipale e la polizia di Stato che stanno ora cercando di risalire al proprietario della vettura. A dare l’allarme alcuni giovani intorno alle 22.30.

Napoli, 79enne strangola la moglie malata: già due anni fa aveva tentato di ucciderla

di Il Corriere

La donna, di 69 anni, non era terminale come riferito dal marito alla poliza bensì aveva problemi di natura psichica

Ha strangolato e ucciso la moglie e poi ha chiamato la polizia. E’ accaduto a Napoli, nel quartiere di Secondigliano. Antonio Parisi, di 79 anni, ha riferito agli agenti che lo hanno arrestato di averlo fatto perché la donna non aveva più speranza di vita per la sua malattia. Tuttavia, come accertato dalla polizia, la vittima non era terminale bensì aveva problemi di natura psichica. Già due anni fa, nel maggio 2013, aveva tentato di ucciderla.

La donna, Paolina Gargiulo, di 69 anni, è stata strangolata dal marito con un filo elettrico. I due erano sposati da 42 anni e hanno tre figlie, due vivono a Milano ed un’altra nel quartiere napoletano di Scampia. La 69enne era in cura al centro di Igiene mentale, distretto di Secondigliano.

Parisi aveva già tentato di uccidere la moglie colpendola con un mattarello. Dopo il tentato omicidio di due anni fa, il 79enne fu arrestato e scontò quasi un anno ai domiciliari.

Giallo a Carini, donna strangolata in casa

di Repubblica

Secondo caso di femminicidio in una settimana dopo la morte della prostituta a Palermo. Sul posto carabinieri e magistrato. Rosalba Simonetti, 54 anni, era vedova. E’ stata uccisa con una calza

Una donna è stata trovata morta nella sua abitazione di Carini, a una ventina di chilometri da Palermo. Secondo i primi rilievi del medico legale, è stata strangolata con una calza serrata attorno al collo. Il corpo è stato trovato da personale del 118 nella casa al primo piano di una palazzina al numero 16 di via Palermo, nel centro del paese. Sul posto per le indagini i carabinieri e il sostituto procuratore della Repubblica Sergio De Montis. La donna, Rosalba Simonetti, 54 anni, separata dal marito da diversi anni, è stata trovata sul letto dalla figlia che ha allertato il 118.

La casa di via Città di Palermo non è stata trovata a soqquadro. La porta non presenta segno di scasso. Ad avvertire i carabinieri è stata la figlia che abitava assieme a lei. E’ il secondo femminicidio in una settimana dopo il caso della prostituta di 62 anni trovata morta a Palermo.

Svolta nel giallo sulla scomparsa di Denise. Aperta una nuova inchiesta per omicidio

di La Stampa

Mentre a Palermo si svolge il processo d’appello sulla scomparsa della piccola Denise Pipitone – in cui la sorellastra Jessica è imputata per concorso in sequestro di persona, dopo l’assoluzione in primo grado -, la procura di Marsala apre un’inchiesta per omicidio. La svolta arriva all’indomani della deposizione in aula di uno dei periti incaricati di trascrivere il contenuto della mole di intercettazioni ambientali.

Il fascicolo finora è contro ignoti, dice il procuratore capo Alberto Di Pisa, che oltre alla trascrizione ha chiesto il file audio in cui, l’11 ottobre 2004, parlando con la sorella minore Alice in casa della madre Anna Corona, Jessica bisbiglierebbe: «Eramu n’casa a mamma l’ha uccisa a Denise» (Eravamo a casa, la mamma ha ucciso Denise), intimando ad Alice di mantenere segreta la notizia.

Il perito Massimo Mendolìa non ha dubbi che la frase sia proprio questa, come ha detto ieri ai giudici della terza sezione della Corte d’appello di Palermo, presidente da Raimondo Lo Forti. A difendere Jessica, ora ventisettenne, sono gli avvocati Gioacchino Sbacchi e Fabrizio Torre, che contestano le conclusioni della perizia, affermando che la frase non né chiara né ben udibile.

Anna Corona – ex moglie di Piero Pulizzi, padre naturale di Denise – chiamata in causa nell’intercettazione, era stata indagata per concorso in sequestro di minore, insieme ad altri, nel processo di primo grado; la sua posizione era poi stata archiviata su richiesta della procura. «È terribile tutta questa vicenda – scrive su facebook Maria Angioni, uno dei primi pm della Procura di Marsala a indagare sulla scomparsa – troppi tasselli tutt’ora non quadrano. Si deciderà ora a parlare qualcuno?».

L’avvocato Giacomo Frazzitta, legale di parte civile, stigmatizza la diffusione della notizia: «Anche se il fascicolo è contro ignoti, è come mettere sull’avviso gli interessati». Sulla frase choc che a oltre dieci anni dalla scomparsa può cambiare le carte in tavola, Frazzitta dice che «allo stato può soltanto essere valutata come ulteriore conferma del coinvolgimento dell’imputata nel sequestro di Denise, che per l’accusa era già stato confermato dalla frase `Quannu eru cu Alice a casa c’ha purtà´ (Quando ero con Alice, a casa l’ha portata)», anche questa pronunciata da Jessica l’11 settembre 2004, in commissariato, a Mazara del Vallo, mentre attendeva di essere interrogata.

Le intercettazioni sono state il motore dell’inchiesta sin dal suo avvio. «Abbiamo raccolto una mole di dati – affermò il consulente della Procura Gioacchino Genchi durante il processo di primo grado a Marsala – che, a mia memoria, non ha precedenti nella storia giudiziaria internazionale. Dodici milioni di contatti telefonici intercettati e acquisizione delle mappe Bts (stazioni radio base)». Ciò nonostante, poche certezze, sempre a un passo dalla verità, ma alla fine in mano solo indizi, non prove certe e inconfutabili. Stavolta, però, la frase intercettata potrebbe rivelarsi decisiva. Ma l’inattesa svolta toglie speranze a Piera Maggio, la mamma di Denise, che si è chiusa nel silenzio.

«L’auto della madre a 50 metri dalla strada del delitto di Loris»

di Corriere

SANTA CROCE CAMERINA (Ragusa) – Sono le 9:27:08 di sabato scorso. La Polo nera di Veronica Panarello finisce nelle immagini del distributore Erg sulla strada comunale 35 che da Santa Croce Camerina conduce a Punta Secca. Guardando quelle immagini gli investigatori scrivono: «Si nota transitare l’autovettura riconducibile alla Volkswagen Polo della Panarello che, proseguendo per quella strada comunale, a distanza di qualche minuto, arriverà a completare il curvone sulla sinistra, scomparendo dal campo visivo della telecamera». «Va fatto rilevare – annotano polizia e carabinieri – che a circa 50 metri dal termine del sopracitato curvone, vi è l’ingresso della strada poderale che conduce al Mulino Vecchio». Nessuna telecamera vede la Polo prendere quella strada. Ma c’è un’ultima immagine, registrata dal sistema di un’azienda privata che si trova proprio sulla strada del Mulino Vecchio: l’orario è compatibile e vi si vede «un’autovettura di colore scuro che, senza minimamente rallentare la marcia, prosegue in direzione della strada» che si inoltra nella campagna.

Poche ore più tardi, proprio al Mulino Vecchio, in un canale nascosto da un canneto sarà ritrovato il corpo senza vita di Loris Andrea Stival, il figlio di Veronica. Aveva 8 anni ed è stato strangolato e buttato laggiù.
La svolta arriva alle nove e mezzo di ieri sera. Poco prima l’ennesimo vertice in Procura e le conclusioni di sette giorni di inchiesta raccolte in una informativa firmata da polizia e carabinieri. Sono pagine che accusano lei, Veronica. Ci sono i filmati che raccontano un’altra verità. E dicono, per esempio, che la macchina di Veronica, quella mattina, non è mai passata davanti alla scuola del bimbo. Lei giura da sette giorni di averlo portato vicino all’ingresso dell’istituto. E invece gli occhi elettronici della zona rivelano che lei da quelle parti non è passata affatto nei minuti in cui dice di averlo fatto.

La storia raccontata dall’informativa comincia alle 8.32 quando si vede lei con i due bambini uscire di casa. Loris a un certo punto rientra, la madre riparte da sola con l’altro figlio in direzione della ludoteca e poi torna indietro. Neppure si avvicina al plesso scolastico del primogenito. E alle 8.49 rientra a casa. Trascorrono 36 minuti, e alle 9.25 circa esce di nuovo. Dopo due minuti, un lasso di tempo compatibile con il tratto di strada da percorrere, la sua auto viene ripresa a una cinquantina di metri dal viottolo del mulino. Eppure la sua direzione era un’altra, il castello di Donnafugata dove poi in effetti partecipa a un corso di cucina.

Una testimone fissa il suo ingresso nella sala alle 9.55. Avrebbe impiegato quindi 30 minuti. Per un simile tragitto ne servirebbero tra i 15 e i 20, ad un’andatura normale, come hanno verificato gli stessi investigatori: «È possibile fare qualsiasi cosa in un lasso di tempo così piccolo? E come si calcolano tutte le variabili di un qualsiasi percorso in auto?», ribatte l’avvocato della donna, Francesco Villardita, che a proposito dei video che smentirebbero la sua assistita ha sempre detto che «prima di parlarne bisognerebbe almeno averli visti». E al momento li hanno visti solo gli inquirenti.

Ieri, inoltre, si è appreso che Loris sarebbe stato ancora vivo quando è stato gettato nel canalone: «Gli accertamenti ci suggeriscono che probabilmente non era clinicamente morto» ha rivelato al Corriere una fonte investigativa qualificata. Infine, l’arma del delitto, forse individuata. Si tratta di una fascetta di plastica. Potrebbe essere compatibile con i segni rinvenuti sul collo del bambino. E altri segni, ai polsi di Loris, sono emersi dagli esami medico-legali: non è escluso siano stati procurati da fascette simili a quella utilizzata per strangolarlo. Stringhe di questo tipo erano a casa di Loris. È stata sua madre a tirarle fuori e a consegnarle alle maestre che, lunedì, erano andate a trovarla per porgere le condoglianze.

Loris ucciso con una fascetta elettrica. La mamma: «L’ho lasciato a 500 metri da scuola», ma poi si contraddice

di Il Messaggero

Il piccolo Loris Stival è stato ucciso per strangolamento con una fascetta elettrica lunga e larga: sarebbe infatti questa «l’arma» utilizzata per uccidere il bimbo. È quanto emerge da indagini eseguite sul corpo e da successivi accertamenti investigativi. Secondo quanto si è appreso, la Procura di Ragusa ha disposto apposite ricerche durante perquisizioni e rilievi eseguiti e in corso.

Intanto stamattina è stato compiuto dalla Polizia di Stato un nuovo sopralluogo nella zona di Contrada di Mulino Vecchio, dove il 29 novembre scorso è stato trovato il corpo del bimbo.

Vi ha partecipato anche Vincenzo Nicolì, direttore della II Divisione del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato. Nella notte è stata perquisita anche l’abitazione di Orazio Fidone, il cacciatore che ha trovato il 29 novembre scorso il corpo di Loris Stival. L’uomo è indagato come atto dovuto, dalla Procura di Ragusa, per sequestro di persona e omicidio.

La perquisizione è stata eseguita subito dopo i rilievi fatti dalla polizia scientifica nella casa della mamma del bambino. Gli investigatori stanno lavorando giorno e notte per cercare di chiarire una morte dove ci sono ancora troppi misteri e bugie.

Nuovo sopralluogo percorso. Due auto della polizia con a bordo una telecamera sono partite dalla casa di Loris per ricostruire il percorso fino alla scuola, seguito dalla mamma il giorno della scomparsa del bambino. Non è escluso che sulla vettura ci fosse anche la donna. Le due auto sono già arrivate davanti alla scuola ‘Falcone-Borsellinò, dove il piccolo non è mai entrato.

La versione contraddittoria della mamma. Nelle dichiarazioni del 29 novembre scorso, messe a verbale alle 20.30 e dunque a quattro ore dal ritrovamento del cadavere del figlio, Veronica Panarello dice di aver lasciato il figlio «a circa 500 metri da scuola». Ma in quello successivo, del 30 novembre attorno alle 17, fa mettere a verbale: «Oltrepassavo l’ingresso della scuola, svoltavo a destra per Via Di Vittorio, e mi fermavo a poche decine di metri dall’ingresso della scuola».

La seconda incongruenza riguarda la sua partecipazione al corso di cucina nella Tenuta Donnafugata. Nel primo verbale la donna racconta infatti che «dopo aver accompagnato» il figlio piccolo alla ludoteca, «sono andata al Castello di Donnafugata, dove sono rimasta fino a mezzogiorno». Nel secondo verbale Veronica fornisce un’altra versione. «Lasciato il bambino» (il figlio più piccolo, ndr) «sono tornata a casa per sbrigare delle faccende domestiche. Alle 9.15 sono uscita di casa e sono andata al Castello di Donnafugata, dove sono rimasta fino alle 11.45».

La vicenda del sacchetto dei rifiuti che la donna avrebbe gettato, invece, viene considerata «strana» dagli investigatori perchè nel primo verbale la donna non ne fa alcuna menzione, mentre ne parla solo nel secondo. Tra l’altro il sacchetto viene gettato in un punto piuttosto vicino al luogo dove è stato trovato il corpo di Loris e in direzione opposta rispetto alla scuola.

E intanto per la prima volta dopo gli ultmi sviluppi parlano i genitori del bimbo: «Basta alle voci da cortile e alle bugie» che ci «hanno feriti e uccisi. Veronica Panarello e Dadide Stivali, in un colloquio con il quotidiano La Sicilia, chiedono «rispetto per una famiglia che soffre», sottolineando di avere «piena fiducia nella magistratura».

Lei conferma la sua verità su sabato scorso, che alcuni filmati sembrano incrinare: «Ma come ve lo devo dire? Io – sostiene – quella mattina Loris l’ho accompagnato vicino alla scuola. Era uscito di casa assieme a me e al fratellino, siamo arrivati in macchina e l’ ho lasciato. Poi, all’ uscita sono andato a prenderlo e non c’ era più. Le cose sono andate così, questa è la verità». «Noi non ci dobbiamo difendere da niente, non abbiamo nulla da nascondere», dice Davide Stival.

L’ unica cosa che vuole questo giovane padre, un autotrasportatore 29enne che sabato scorso era in viaggio fuori Sicilia, è cercare soltanto la verità, perchè noi vogliamo che venga trovato non un colpevole, ma il colpevole. Marito e moglie hanno fatto muro, contro le voci di cortile e le bugie che ci hanno feriti e uccisi.

Perché c’è un video che smentisce il racconto di Veronica Panarello, la mamma del piccolo Loris: la mattina di sabato 29 novembre il bambino non è mai arrivato a scuola, come ha sostenuto la donna, ma è rientrato a casa. Le immagini, registrate da una telecamere ad una cinquantina di metri dall’abitazione della famiglia, confermano dunque i dubbi di investigatori ed inquirenti che ora vogliono capire perchè Veronica ha raccontato loro una versione diversa da quella immortalata nei frame video. «Ho accompagnato Loris a scuola con la macchina e l’ho lasciato a poca distanza dal cancello» ha raccontato Veronica. Ma nelle immagini si vede invece che Loris, attorno alle 8.30, scende dalla Polo nera della mamma e va verso il portone di casa. Da quel momento in poi di Loris non ci sono più immagini, almeno tra quelle visionate finora dagli investigatori: ricompare, 8 ore dopo nel canalone a Mulino Vecchio. Morto. Tesi contestata dal legale della donna, l’avvocato Francesco Villardita: «la signora ha portato Loris a scuola, e ricordo a tutti – aggiunge – che non è indagata ed è parte lesa in un’inchiesta per omicidio».

«Esistono diversi video che sono allo studio. Ci sono 42 telecamere che hanno ripreso 24 ore e sono tutte interessanti e utili» si limita a dire il procuratore di Ragusa Carmelo Petralia sottolineando che in questa fase ogni notizia non ufficiale può «danneggiare in modo irreversibile» le indagini. Ma il procuratore aggiunge anche che «non ci saranno tempi lunghi per chiarire le prime cose». Il che significa che la svolta ancora non c’è ma che gli investigatori hanno imboccato una pista ritenuta molto interessante. Tra l’altro sul caso, afferma ancora il capo della procura, stanno lavorando «il meglio delle forze di polizia del Paese», lo Sco e gli stessi uomini del Ros e del Racis che hanno indagato su Yara: «davanti ad un fatto di inusitata gravità, la risposta dello Stato è stata molto forte».

Allo stato delle indagini sul registro degli indagati, con l’accusa di sequestro di persona e omicidio, rimane comunque il solo nome di Orazio Filone, il cacciatore che sabato pomeriggio ha trovato il corpo di Loris nel fosso a Mulino Vecchio. Un atto dovuto per consentire di fare gli accertamenti irripetibili sulla sua auto e sui suoi vestiti. La sua posizione resta dunque al vaglio degli inquirenti, che continuano a ritenere poco plausibile la spiegazione che l’uomo ha dato del perchè, appena saputo della scomparsa di Loris, si è diretto proprio in quel punto dove poi è stato trovato il corpo. Così come sono ancora da chiarire i rapporti dell’uomo con la famiglia del piccolo. Veronica Panarello, invece, al momento non è indagata e lo dice chiaramente il procuratore.

Ma è evidente che gli investigatori e gli inquirenti – che anche oggi hanno continuato a sentire diversi testimoni – vorranno quanto prima chiarire il perchè la donna ha mentito e fare una serie di atti ufficiali. Il primo è arrivato già nel pomeriggio quando una quindicina tra poliziotti e carabinieri si sono presentati su mandato della Procura in via Garibaldi e sono rimasti nell’abitazione di Loris fino a tarda sera. Gli uomini della scientifica e del Racis hanno operato anche con il Luminol, per rilevare la presenza di tracce non visibili ad occhio nudo, e hanno raccolto una serie di elementi che saranno poi analizzati dagli specialisti dello Sco della polizia e del Ros dei carabinieri. Tecnicamente, ha spiegato il procuratore, non si è trattato di una perquisizione ma di «atti specifici di polizia giudiziaria finalizzati all’acquisizione di elementi che potrebbero rivelarsi utili al proseguimento delle indagini».

Quali? Ad esempio un tablet o un telefonino che Loris usava, per capire con chi e se era in contatto con qualcuno, con chi scambiava messaggi. Oppure tracce della presenza di soggetti diversi dai familiari all’interno dell’abitazione o nel garage. Un aiuto importante, gli investigatori lo cercano anche nei tabulati telefonici: le telefonate effettuate dai familiari di Loris e da persone a loro vicine serviranno a ricostruire gli spostamenti di quella mattina e chiarire ulteriormente il racconto della donna. Non serviranno, invece, le due telecamere puntate proprio sull’ingresso della scuola: il temporale di un mese fa le ha danneggiate entrambe. «Se avessimo quelle immagini – sorride un investigatore – avremmo già chiuso il caso».