TRAGEDIA DELL’IMMIGRAZIONE A LAMPEDUSA

tragedia-a-lampedusadi GRAZIA DE MARCO                

Quella avvenuta lo scorso 3 Ottobre a Lampedusa senza dubbio è una vera e propria tragedia dell’immigrazione che non ha precedenti. Sono trascorsi solo pochi giorni dal drammatico sbarco avvenuto a Scicli (Ragusa), in cui hanno perso la vita 13 persone, e subito si torna a parlare dell’ennesimo naufragio nelle acque siciliane.  Questa volta però le vittime, tra morti e dispersi, si contano a centinaia, anche se i dati sono in costante aggiornamento, perché  decine di cadaveri attendono ancora di essere estratti dal relitto. Fino ad ora sono stati ritrovati 111 i corpi, di cui circa la metà sono donne e 4 sono bambini piccolissimi, mentre le persone salvate sono circa 155.

I cadaveri recuperati vengono deposti sul molo Favaloro, ormai diventato una camera ardente a cielo aperto per le vittime della speranza, inserite in teli di plastica colorati sui quali sono stati spillati dei numeri che, successivamente,  serviranno alla Polizia Scientifica per dare un nome ai poveri resti.  Poi, dal pontile i corpi vengono trasportati nell’edificio blu dell’aeroporto, che normalmente ospita gli elicotteri della Guardia di Finanza e del 118, da una staffetta di ambulanze, precedute dalle gazzelle dei Carabinieri. Chi entra ed esce dall’enorme capannone afferma di provare una “sensazione indescrivibile di rabbia mista a dolore” e sono moltissimi gli operatori, i militari e gli uomini delle forze dell’ordine che non riescono a trattenere le lacrime, vedendo quella serie interminabile e straziante di vite perdute.

A rendere omaggio alle vittime anche il Vicepremier e Ministro dell’Interno Angelino Alfano, il quale, giunto sul posto accompagnato dal Capo della Polizia Alessandro Pansa e dal Presidente della Regione Rosario Crocetta, ha detto “ ho visto i corpi, una scena raccapricciante che offende l’Occidente e l’Europa, spero che la divina provvidenza abbia voluto questa tragedia per far aprire gli occhi all’Europa”.

L’inferno si è scatenato verso le 5 del mattino, quando un enorme barcone con 500 migranti, soprattutto Eritrei e Somali, stava per toccare terra, dopo che già altri due barconi con 460 persone erano stati soccorsi e portati via dalla Guardia Costiera. Gli Eritrei e i Tunisini, immaginando di toccare già terra, hanno incendiato una coperta per segnalare la loro posizione, ma le fiamme si sono propagate immediatamente sul ponte.  I clandestini, presi dal panico, si sono subito gettati in mare, ma molti di loro sono annegati subito, mentre altri sono riusciti a sopravvivere fino all’arrivo dei primi soccorsi: un natante con 8 italiani, alcune vedette della Guardia Costiera e dei pescherecci. Il racconto dei superstiti è straziante: “siamo partiti due giorni fa dal porto libico di Misurata, ma su quel barcone non riuscivamo neanche a muoverci”, “quando siamo arrivati in prossimità dell’isola abbiamo deciso di dare fuoco ad una coperta per farci notare, ma il ponte era sporco di benzina e in pochi attimi il fuoco ha avvolto tutto”.

Gli investigatori hanno già fermato il presunto responsabile della tragedia, un tunisino di 35 anni, che dovrà rispondere di omicidio plurimo, naufragio colposo e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Si allunga cosi l’elenco delle vittime senza nome ingoiate dal Mar Mediterraneo, colpevoli solo di cercare nel nostro Paese un futuro migliore e per questo decidono, spesso irresponsabilmente, di portare con sé anche i loro bambini. Non ci sono parole abbastanza forti per descrivere i sentimenti che si provano davanti a eventi di questo genere, forse quelle più giuste sono arrivate da Papa Francesco: “ vergogna, è una vergogna, dobbiamo unire i nostri sforzi perché non si ripetano tragedie come queste”.

Tav, attentato incendiario in azienda Val Susa

tavda Ansa.it

Incendio nel cortile di un’impresa che lavora al cantiere Tav di Chiomonte: un escavatore è stato dato alle fiamme, in pieno giorno. L’attentato incendiario ha colpito la Geomont di Bussoleno. E’ stata la moglie del titolare a dare l’allarme. L’attentato incendiario alla Geomont è il 15/o episodio di violenza in Valle di Susa dall’inizio di luglio. “Basta con le intimidazioni No Tav in Val Susa”, commenta, su Twitter, il senatore del Pd Stefano Esposito, da sempre convinto sostenitore della nuova linea ferroviaria Torino-Lione. Alla Geomont due compressori ed una macchina, utilizzata abitualmente per trivellare nell’ambito dei lavori della Tav, erano andate a fuoco in un capannone, il 31 agosto scorso. L’attentato non è mai stato rivendicato.

Con l’interrogatorio del comandante dei carabinieri della compagnia di Susa, Stefano Mazzanti, è cominciato a Torino un processo legato alla costruzione della cosiddetta baita Clarea, presidio simbolo del movimento No Tav, oggi inglobata all’interno del cantiere del tunnel geognostico. Fra i 21 imputati ci sono Alberto Perino, leader storico del movimento che si oppone alla Torino-Lione, unico presente in aula, e Beppe Grillo, che prese parte ad alcune dimostrazioni. In questo dibattimento, la Procura contesta il reato di violazione di sigilli: la baita, formalmente abusiva, nel 2010 venne messa sotto sequestro, ma i No Tav la rioccuparono e la tennero fino al febbraio del 2012, quando fu estesa l’area del cantiere.

Femminicidio, donne salvate “Così la legge ha fermato il mio stalker”

femminicidio-scarpedi Help Consumatori

Storie di sopravvissute. Di incubi interrotti. Per ora. Sono 51 le donne perseguitate che grazie al decreto dell’agosto scorso hanno visto arrestare i loro carnefici. Ma l’approvazione del testo in Parlamento è a rischio. Una corsa contro il tempo. E quegli uomini potrebbero tornare liberi. Ricominciando le violenze

Ci sono 51 donne salvate, almeno per ora, dal decreto legge sul femminicidio. E ci sono 51 potenziali carnefici, in carcere o ai domiciliari, che rischiano di uscire per finire quello che avevano iniziato. Perché quel decreto varato dal Consiglio dei ministri l’8 agosto, che prevede per i reati di stalking l’arresto obbligatorio in flagranza (prima era facoltativo), l’allontanamento d’urgenza e l’irrevocabilità della querela, potrebbe non diventare mai legge. Il testo è in discussione alla Camera nelle commissioni congiunte Affari costituzionali e Giustizia, zavorrato da 414 proposte di modifica, piovute da destra e da sinistra. “Punta troppo sui provvedimenti punitivi e poco sul sostegno alle vittime”, dicono i critici. “E non poter revocare la querela scoraggerà le denunce”. Arriverà in aula la settimana prossima, poi il passaggio al Senato per l’approvazione definitiva entro il 15 ottobre. Tempi strettissimi, forse troppo. E però quel decreto, sicuramente perfettibile, un risultato l’ha prodotto. Da quando è entrato in vigore, il 17 agosto scorso, sono stati arrestati in flagranza 51 uomini. Sorpresi e ammanettati mentre erano aggrappati al balcone della casa della ex, nascosti sotto il letto con un coltello da sub in mano (è successo ad agosto a Marina di Ravenna), davanti a una stazione dei carabinieri mentre cercavano di impedire alla loro vittima di sporgere denuncia.

DOINA LA PRIMA – Doina non era nemmeno a casa quando il suo ex marito, 43 anni, disoccupato, albanese come lei ma di 7 anni più grande, si era di nuovo avvicinato troppo. Fino a un anno fa vivevano insieme, a Tortona. “Poi ci siamo lasciati  –  racconta  –  lui troppo possessivo. Ma non riusciva ad accettarlo. Prima ha cominciato a minacciarmi, poi le percosse, le vessazioni psicologiche, la macchina rigata e danneggiata con lo zucchero nel serbatoio. Alla fine l’ho querelato, anche perché volevo difendere i nostri due figli piccoli”. Ecco, i figli. Erano nella casa di un parente di Doina, accuditi da due amici, la sera del 19 agosto quando di nuovo lui è apparso, infischiandosene del divieto di avvicinamento. Ai suoi occhi, i due erano estranei che non avevano il diritto di stare dove stavano. La rabbia sale, comincia a urlare, aspetta il rientro di Doina. “Ma per fortuna i miei amici hanno chiamato i carabinieri, che lo hanno trovato ed arrestato”. Ora è in carcere, ad Alessandria, in attesa del processo. Uno dei pochi casi in cui la detenzione in prigione non è durata solo pochi giorni, l’arco di una speranza. Ma che succederà se il decreto non venisse convertito in legge? “Beh  –  ragiona Maria Carla Bocchino, primo dirigente del Servizio Centrale Operativo della Polizia  –  è chiaro che ogni avvocato proverà a chiedere la scarcerazione. Ma non è detto che il gip la conceda”.

MARTA E TOSCA, CORAGGIO E DISILLUSIONE – Marta amava un uomo che non esisteva. Non era un padre single, non aveva avuto una figlia con una modella straniera che lo aveva lasciato, nemmeno viveva a Bologna, come invece recitava la storiella che le aveva servito per due lunghi anni. Figuriamoci se le aveva detto di quel cellulare segreto che teneva sopra la credenza. “Ho scoperto i suoi tradimenti per caso, ritrovando il telefonino e decine di messaggi di donne sconosciute  –  dice Marta, 51 anni, un lavoro e una casa sulla riviera romagnola  –  l’ho lasciato, ma lui non l’accettava. Un anno fa sono partite le molestie, le telefonate ossessive, le minacce. Io non ci potevo credere, avevo dormito con lui per due anni e non aveva mai alzato un dito”. E invece Marta una mattina si ritrova con la faccia sull’asfalto, perché il “suo” Marco, 45 anni, l’aveva spinta dalla macchina in corsa. Epilogo dell’ennesimo vano tentativo di convincerla a rimettersi con lui. “Sono andata dai vigili urbani e nemmeno mi hanno dato ascolto  –  racconta  –  mi dicevano di aspettare a fare la denuncia, di pensare alla ditta che aveva, che lo potevo rovinare. Cose così”. Fino all’ultimo sfregio, ai primi di settembre. Un topo sgozzato lasciato sullo zerbino di casa. Un messaggio che non aveva bisogno di didascalie. “Il coraggio di denunciarlo l’ho avuto solo dopo aver letto cosa prevedeva il nuovo decreto. Mi ha fatto sentire tutelata”. Qualcuna lo è davvero. Ma non tutte. “Non voglio raccontare proprio niente”, urla al telefono Tosca, da Ventimiglia. La sua disgrazia non è ancora finita, ha solo trovato una tregua momentanea il 9 settembre, quando l’ex compagno, manovale di 60 anni, è stato trascinato via di peso dai carabinieri mentre ubriaco distruggeva a calci l’auto di lei. Arrestato in flagranza, dopo una sfilza di denunce che non avevano portato a niente. “Ma che tutelata? Quello tra un mese esce e io faccio la fine delle altre…”, dice, prima che il suono metallico della linea che cade segnala che la conversazione è finita. È vero?

PUNTI DEBOLI E PUNTI DI FORZA – “Con il decreto svuota-carceri  –  spiega ancora Maria Carla Bocchino  –  la custodia in cella in effetti si traduce spesso nei domiciliari. E anche l’allontanamento d’urgenza del presunto stalker da casa sconta il fatto che nessuno poi riesce a controllare che sia rispettato”. Dunque? “Il decreto rimane uno strumento validissimo. L’irrevocabilità della querela, ad esempio, impedisce che poi la vittima, sotto minaccia, ci ripensi. Si sono anche accelerati i tempi della giustizia. Perché ora l’atto persecutorio viene trattato dai magistrati con la priorità dei reati di mafia, terrorismo e omicidio”. Carla, di San Martino Sannita, 31 anni, queste cose non le sa. Nemmeno le interessa. Troppo impegnata ad arrabattarsi con la vita, tra un lavoro precario e un ex marito che le ha torturato la mente negli ultimi tre anni, dal giorno in cui si sono separati. “Nemmeno la mia famiglia mi credeva quando raccontavo loro di cosa era capace quell’uomo “, ha detto ai poliziotti a cui alla fine, quest’estate, si è rivolta. “Mi ha picchiato pure durante una festa di paese e nessuno dei presenti fece qualcosa per fermarlo”. Lui alcolizzato, disoccupato, violento. Carla ignora che è anche grazie a quel decreto legge che il 13 settembre la polizia lo ha arrestato. Con un coltello a molletta nascosto nei calzini, si era fiondato sotto casa. L’ha bloccata in strada e l’ha minacciata di morte, con lo stesso coltello con cui le aveva rigato la macchina. Poi si era calmato, grazie all’intervento della sorella di Carla. Senza l’arresto obbligatorio previsto dal decreto, forse i poliziotti non sarebbero andati fino a casa sua per arrestarlo. È salva, per ora. All’Onu il premier Enrico Letta dice che “il rispetto dei diritti umani è fondamentale, la nostra attenzione va ai più deboli, alle donne, ai bambini”. Ma il persecutore di Carla in carcere c’è stato appena tre giorni. Ora è ai domiciliari. E nessuno vigilerà.

CYBERCRIME: Attaccato il gruppo Alpitour

untitleddi Grazia De Marco

Per la prima volta in Italia, la sera dell’11 settembre scorso, dei cyber- criminali hanno attaccato il profilo di una delle più importanti aziende italiane, il gruppo Alpitour.  Lo scopo era prevalentemente quello di diffondere, attraverso falsi annunci di offerte, dei programmi pericolosi in grado di introdursi nei pc degli utenti ed appropriarsi di alcune informazioni molto importanti, come codici di carte di credito, dati personali e varie credenziali di          accesso.

Secondo gli esperti, il gruppo di hacker responsabile della violazione, quasi sicuramente straniero, ha prima rubato le credenziali degli amministratori della pagina face book dell’azienda e poi ha provveduto a postare annunci  in italiano che promettevano offerte vantaggiose inesistenti. È stata  la stessa azienda a denunciare l’attacco, scrivendo ai suoi 120.000 “amici” che seguono la pagina “Vi informiamo che la scorsa notte le pagine di Viaggidea, Francorosso, Villaggi Bravo e Alpitour hanno subito un attacco da parte di alcuni hacker, che hanno preso il controllo sulla pubblicazione dei contenuti e sulle risposte dei vostri messaggi, perciò tutto ciò che viene pubblicato in tali pagine non è da associare  al gruppo          Alpitour”.

In questo caso  bersagli degli hacker non sono state le aziende in possesso del profilo facebook, ma gli utenti che si collegano alla pagina, come conferma anche l’esperto di riferimento per i social network della Clusit (Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica) Andrea Zapparoli Manzoni “ agli occhi della criminalità informatica i social network sono considerati “watering hole”, ovvero delle pozze di abbeveraggio nelle quali è facile trovare riuniti tantissimi utenti, per questo motivo il cyber-crime può attaccare i profili più seguiti come quelli di grandi aziende o dei media, oppure attaccare direttamente i social network”.

La situazione adesso è stata risolta e l’azienda è nuovamente entrata in possesso della pagina, ma quanto accaduto deve essere considerato un preoccupante campanello d’allarme, perché, fino ad ora, in Italia nessun gruppo criminale aveva mai preso di mira i social network.  In questi casi l’unica maniera di affrontare il problema è quella di avere più informazioni possibili, per conoscerlo meglio e difenderci da chiunque voglia appropriarsi dei nostri dati personali, anche se l’argomento è molto vasto e complesso, in quanto, come il crimine tradizionale, anche quello cibernetico comprende molte sfaccettature, tra cui: furto di dati, pedopornografia, pedinamento informatico e accesso non autorizzato a informazioni personali.

In linea generale, possiamo dividere questa tipologia di crimine in due categorie:

  1. riguarda un singolo evento che interessa una singola vittima, la quale scarica inconsapevolmente un Trojan Horse che installa sul suo computer un Keystroke logger, ovvero un programma che registra quanto viene digitato sulla tastiera o, in alternativa, ricevere una e-mail contenente quello che sembra un collegamento ad un sito noto, ma che è in realtà ostile. Esempi di questo tipo di crimine informatico includono, tra gli altri, il phishing, il furto e la manipolazione di dati o servizi tramite azioni di hacking o virus, il furto di identità e le frodi bancarie;

 

  1. comprende attività quali il cyberstalking, le molestie, l’estorsione, il ricatto, la manipolazione dei mercati finanziari,  lo spionaggio  e le attività terroristiche. Questa tipologia di crimine è caratterizzato solitamente da una serie continua di eventi che prevedono ripetute interazioni con la vittima, contattata in una chat da qualcuno che tenta di stabilire una relazione per un certo periodo di tempo, e alla fine il criminale sfrutta proprio il legame che ha stabilito con il suo obiettivo per commettere il crimine.

Oltre a quello dei computer, un altro settore che sicuramente vedrà una grossa crescita degli attacchi malware è quello dei cellulari di nuova generazione, sempre più innovativi e quindi più esposti a rischi di ogni genere. Tutti noi, però, possiamo provare a difenderci dal cyber-crime adottando dei piccoli accorgimenti e aiutandoci con dei programmi specifici, progettati da alcune aziende all’avanguardia in tema di sicurezza informatica

Quirico:« Ho avuto paura di essere ucciso»

quirico2da Corriere.it

Tenuto bendato per giorni e forse gestito da tre gruppi. Trapelano i primi terribili dettagli sul rapimento di Domenico Quirico, il giornalista rilasciato dai suoi rapitori domenica. «Siamo stati fermati da due pick-up con a bordo uomini armati. I primi giorni eravamo bendati: ho avuto paura di essere ucciso. Forse tre gruppi ci hanno “gestito”». È il racconto che l’inviato de «La Stampa», rapito in Siria cinque mesi fa, ha fatto ai pm della Procura di Roma sui suoi 150 giorni di prigionia in Siria. Rispondendo alle domande dei magistrati il giornalista ha aggiunto che «da subito sono state molto dure le condizioni in cui siamo stati tenuti. Il mangiare era dato una volta al giorno al massimo». L’inviato ha detto, inoltre, di aver tentato per due volte la fuga assieme a Pierre Piccinin, ma dopo essere stato bloccato nuovamente dai suoi rapitori ha dovuto subire due finte esecuzioni. «Ho il sospetto di essere stato gestito da tre diversi gruppi ribelli», ha detto ancora il giornalista ai magistrati.

 

Quirico arriva in redazione de La Stampa Quirico arriva in redazione de La Stampa

LA TELEFONATA VIA SKYPE – E inevitabilmente l’attenzione si è spostata sulla questione delle armi chimiche. «È folle dire che io sappia che non è stato Assad a usare i gas». Sul sito del suo giornale, l’inviato afferma: «Eravamo all’oscuro di tutto quello che stava accadendo, anche dell’attacco con i gas. Un giorno dalla stanza in cui venivamo tenuti prigionieri, attraverso una porta socchiusa, abbiamo ascoltato una conversazione via Skype – ha raccontato Quirico ai colleghi – che ha avuto per protagoniste tre persone di cui non conosco i nomi. Uno si era presentato a noi in precedenza come un generale dell’Esercito di liberazione siriano. Un secondo, che era con lui, era una persona che non avevo mai visto. Anche del terzo, collegato via Skype, non sappiamo nulla».

TESI – «In questa conversazione – prosegue la ricostruzione di Quirico – dicevano che l’operazione del gas nei due quartieri di Damasco era stata fatta dai ribelli come provocazione, per indurre l’Occidente a intervenire militarmente. E che secondo loro il numero dei morti era esagerato». «Io non so – ha continuato Quirico – se tutto questo sia vero e nulla mi dice che sia così, perché non ho alcun elemento che possa confermare questa tesi e non ho idea né dell’affidabilità, né dell’identità delle persone. Non sono assolutamente in grado di dire se questa conversazione sia basata su fatti reali o sia una chiacchiera per sentito dire, e non sono abituato a dare valore di verità a discorsi ascoltati attraverso una porta».

A COLLOQUIO CON I PM – Il giornalista, liberato domenica dopo cinque mesi di prigionia in Siria, è stato interrogato per tre ore e mezza dai pm della Repubblica di Roma. Quirico ha lasciato il Palazzo di Giustizia di piazzale Clodio attraverso un’uscita secondaria sfuggendo così ai numerosi cronisti che speravano di poter avere qualche sua dichiarazione. Ad attendere al conclusione dell’interrogatorio c’era anche il direttore de «La Stampa» Mario Calabresi. All’interrogatorio erano presenti anche carabinieri del Ros. Secondo Calabresi, che ha parlato con alcuni cronisti, Quirico ha raccontato ai magistrati che durante la lunga prigionia in Siria, 152 giorni, «non gli è stato risparmiato nulla, non è stato trattato con umanità». Prima di recarsi in procura, Quirico, accompagnato dalla moglie Giulietta e dal ministro degli Esteri Emma Bonino, ha incontrato a Palazzo Chigi il premier Enrico Letta, come informa una nota del governo. All’incontro era presente anche il ministro dell’Interno Angelino Alfano. «È come se fossi stato cinque mesi su Marte. E ho scoperto che i marziani sono molto cattivi», aveva detto Quirico al suo arrivo in Italia domenica sera, all’aeroporto di Ciampino.

PSICHIATRA UCCISA A BARI: Fermato dalla Polizia un uomo di 44 anni

121015005-dd3115be-390d-42d3-b295-bb3c6ff0cfafdi Grazia De Marco

Una psichiatra di 53 anni, Paola Labriola, è stata uccisa lo scorso 4 settembre a Bari, all’interno dei locali che ospitano il SIM (Servizio di Igiene Mentale), in Via Casale, nel quartiere Libertà. L’omicidio si è consumato verso le 9.30 del mattino, nel corso di una visita, quando un uomo di 44 anni si è scagliato con ferocia contro la donna, colpendola in varie parti del corpo per ben 28 volte, con un coltello da cucina.  L’assassino si chiama Vincenzo Poliseno ed è stato immediatamente fermato dagli Agenti delle volanti della Polizia, subito intervenuti sul posto, conducendo in Questura l’uomo e sequestrando l’arma del delitto.

Vincenzo-Poliseno-uccide-Paola-Labriola-con-28-coltellate-5-1024x680Il presunto assassino, pur esente da problemi psichici, risulta essere un utente del SERT (servizio per la tossicodipendenza) e si è recato nella sede della circoscrizione Libertà verso le 7.30 del mattino  pretendendo dei soldi. Per questo motivo era stato accompagnato al SIM, dove risultava essere paziente non abituale, per essere sottoposto ad una visita.

Vincenzo Poliseno, avrebbe preteso del denaro anche dalla psichiatra, ma il rifiuto della donna deve aver fatto scattare in lui la furia omicida, che poi ha completamente sfogato sulla 53 enne uccidendola con il coltello, molto probabilmente portato da casa. Le urla della dottoressa hanno richiamato l’attenzione dei colleghi, i quali sono entrati nella stanza in cui si stava svolgendo la visita e, accorgendosi di quello che stava accadendo, hanno immediatamente allertato il 118 ma, ormai,  la dottoressa era in fin di vita.

Secondo alcuni testimoni presenti, al momento dell’aggressione, all’interno centro, si trovavano una decina di dipendenti,  che ora sono tutti sotto choc: quattro medici, due assistenti sociali e tre infermieri. Anche il marito di Paola, lo psicologo Vito Calabrese, arrivato subito dopo l’aggressione è apparso sconvolto e ha rivelato  “ non so se chi l’ha uccisa fosse un suo paziente, non l’ho vista mia moglie, non me l’hanno fatta vedere”. Sul luogo del delitto sono anche arrivati il sindaco di Bari Michele Emiliano, l’Assessore Regionale alla Salute Elena Gentile e il Direttore Generale dell’ASL di Bari Domenico Colasanto che in una dichiarazione ha affermato: “ avevamo avuto solo una segnalazione da questo centro, non lo consideravamo a rischio e non avevamo un servizio di vigilanza come invece succede per i pronto soccorso e i Sert, secondo me la vera causa di questa tragedia è il disagio sociale”.

E’ intervenuto anche il Presidente Del Tribunale per i Diritti e i Doveri (TDME) Mario Falconi, che ha voluto esprimere tutta la sua rabbia dicendo “ è un problema sottostimato che non gode della giusta attenzione, il fenomeno è in crescita a causa della crisi, della riduzione delle prestazioni sanitarie e del fatto che le persone sono sempre più esasperate. Chi lavora nei centri di Igiene Mentale è chiaramente più a rischio, il paziente con problemi psichici può sempre scoppiare in qualsiasi momento, ma ugualmente in pericolo sono anche i medici addetti ai dipartimenti di emergenza – urgenza dove c’è maggiore affollamento e le persone pensano sempre che il loro problema sia più grave di altri e per questo perdono le staffe facilmente “.

Molti sono i colleghi che ricordano Paola come una dottoressa impeccabile e molto professionale, in grado di lavorare sia da sola che in equipe e di maneggiare qualsiasi tipo di medicinale, tra cui anche il dott. Antonio Amendola, medico del Policlinico e Segretario Regionale dell’Aaroi (sindacato degli anestesisti), il quale ha affermato “conoscevo la dottoressa, ed era una collega molto disponibile, brava e soprattutto molto competente e sono certo che amasse profondamente il proprio lavoro “.

E’ assurdo pensare che Paola sia morta, lasciando il marito e due figli, semplicemente perché in un giorno come tanti altri si era recata sul posto di lavoro per svolgere quella professione che era parte della sua vita e a cui si dedicava con tanta passione. Forse questa storia, come tante altre, ci deve far riflettere sull’importanza della sicurezza sui luoghi di lavoro (qualunque esso sia), un argomento che molte volte viene sottovalutato, fino a quando poi si consumano tragedie come queste.

Usa, si è ucciso il mostro di Cleveland

cleavelandda Corriere.it

COLUMBUS (Ohio) – Il mostro di Cleveland si è tolto la vita in carcere. Ariel Castro, l’uomo che per quasi dieci anni aveva tenuto segregate nella sua casa tre donne sottoponendole a violenze di ogni genere, si è impiccato nella sua cella al Correctional Reception Center di Orient, in Ohio.

Il primo agosto il cinquantatreenne Castro era stato condannato all’ergastolo più mille di detenzione per 937 capi d’accusa tra i quali sequestro di persona e stupro. Le sue tre vittime erano scomparse tra il 2002 e il 2004, quando avevano 14, 16 e 20 anni. Da allora erano state tenute prigioniere nell’abitazione dell’uomo a Cleveland. Erano riuscite a fuggire soltanto nel maggio scorso. Insieme alle tre donne nella casa c’era una bambina di sei anni, risultata figlia di Castro.

L’ex austista di scuolabus era detenuto in regime di isolamento per la sua stessa incolumità e gli agenti lo controllavano ogni 30 minuti. E’ stato trovato impiccato alle 21:20 di ieri ora locale (le 3:20 di oggi in Italia). I medici del penitenziario hanno tentato la rianimazione, ma senza risultato. L’uomo è stato trasportato all’Ohio State University Wexner Medical Center, dove è stato dichiarato morto alle 22:52.

RAPINA IN GIOIELLERIA A SARONNO: Proprietaria di 62 anni uccisa a calci e pugni

saronnodi Grazia De Marco

Sembrerebbe essere avvolto nel mistero l’assassinio di Maria Angela Granomelli, gioielliera di 62 anni, che lo scorso 3 Agosto è stata ritrovata  senza vita all’interno del suo negozio a Saronno, in provincia di Varese. Sabato pomeriggio, un uomo a volto scoperto è entrato nella  gioielleria di Angela, “Il Dono di Tiffany”,  fingendo di essere un normalissimo cliente, interessato ad acquistare dei gioielli. La negoziante ha quindi chiuso la porta d’ingresso, come sempre, per motivi di sicurezza, mostrando all’uomo diversi monili, per circa 45 minuti.

Poi, intorno alle 17,00, la donna si è chinata per raccogliere qualcosa e l’aggressore l’ha colpita prima alla testa con un portagioie e poi le ha sferrato con violenza calci e pugni, fino a lasciarla agonizzante. L’uomo è rimasto all’interno del negozio fino alle 17,30 e, dopo essersi impossessato di alcuni gioielli, è scappato dal retro, facendo perdere le sue tracce. Il cadavere della donna è stato ritrovato verso le 20,00 dal marito e dal genero, che si erano recati davanti la gioielleria, allarmati perché non riuscivano a mettersi in contatto telefonico con la vittima.

I Carabinieri, coordinati dal Pm di Busto Arsizio Nadia Calcaterra, hanno già interrogato alcuni negozianti della zona, che potrebbero aver assistito al passaggio dell’aggressore e stanno inoltre esaminando i filmati della telecamera di sorveglianza, che avrebbero ripreso un uomo di circa 35 anni, con capelli corti, pantaloncini a scacchi e una t-shirt. La svolta potrebbe arrivare anche da alcune impronte digitali  ritrovate all’interno del negozio e analizzate con il metodo Afis (Sistema Automatizzato di Identificazione di Impronte), che permette il confronto con quelle già schedate dalle forze dell’ordine.

Nulla sembrava potesse sconvolgere, in questo modo, la vita di Angela, che peraltro aveva già deciso di mettere in vendita l’attività e andare quindi in pensione, per dedicarsi totalmente a suo marito Vittorio, con il quale viveva ad Uboldo, poco distante da Saronno e ai suoi due figli. Questi ultimi, tra l’altro, da poco tempo le avevano dato la gioia di avere dei nipoti, a cui la vittima amava dedicare moltissimo tempo e con uno dei quali la donna aveva trascorso di recente una vacanza al mare.

Angela era molto conosciuta nella zona, dove era considerata una persona sempre cordiale, gentile ed innamorata del suo     lavoro. La gioielliera aveva già subito dei furti e delle rapine e per questo motivo al suo interno era stato collocato un impianto di video-sorveglianza.

PROCESSO MEDIASET: Silvio Berlusconi condannato a 4 anni di reclusione

berlusconidi Grazia De Marco

La Sezione feriale Penale  della Corte Di Cassazione, presieduta da Antonio Esposito, ha confermato la legittimità della sentenza di secondo grado che, nell’Ottobre  scorso, aveva condannato Silvio Berlusconi a quattro anni di reclusione, mentre ha rinviato ad una diversa sezione della Corte d’Appello di Milano la decisione sulla rimodulazione della pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici.  È diventata quindi definitiva la pena, convalidata da Piazza Cavour, per il leader del Pdl, accusato di frode fiscale nel processo sui diritti mediaset: secondo la  tesi accusatoria,  infatti, l’ex premier avrebbe intascato fondi neri pari a 280 milioni di euro senza pagare le tasse e commettendo quindi frode fiscale nei confronti degli azionisti.

Nel dettaglio, i Giudici di Cassazione, hanno ritenuto fondata l’accusa secondo la quale Berlusconi sarebbe stato  responsabile ed ideatore  del sistema di frode fiscale legato all’acquisizione di diritti Tv dagli Stati Uniti. Ora, però, la Corte d’Appello di Milano dovrà essere ancora una volta riconvocata per definire la nuova durata dell’interdizione dai pubblici uffici, in base a quanto previsto dal decreto legislativo 74 del marzo 2000, che ha stabilito “una nuova disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto”.   Infatti, l’art 12 del decreto legislativo, stabilisce che in caso di condanna per frode fiscale, si applica come pena accessoria, “l’interdizione dai pubblici uffici per un periodo non inferiore ad un anno e non superiore a tre”. I Giudici di Milano, censurati sul punto dalla Cassazione, avevano invece applicato le disposizioni generali in materia di interdizione dai pubblici uffici (art. 28 del codice penale), le quali, tra l’altro, stabiliscono che “la condanna alla reclusione per un tempo non inferiore a tre anni, comporta come pena accessoria anche  l’interdizione dai pubblici uffici per la durata di cinque        anni”.

A questo punto, secondo la procedura, il Pm dovrà emettere l’ordine di esecuzione con contestuale sospensione, perché la pena da scontare per Silvio Berlusconi è effettivamente di un anno, considerato che gli altri tre sono coperti dall’indulto.  Dal momento della notifica dell’atto, il Cavaliere avrà trenta giorni di tempo per decidere se andare ai domiciliari o chiedere l’affidamento ai servizi sociali. Se entro questo termine non verrà presentata alcuna istanza di misura alternativa, sarà il Magistrato di sorveglianza  decidere.

Otto anni di indagini e 50.000 pagine di atti, con rogatorie in 12 Paesi, questi sono i numeri impressionanti del processo Mediaset, che potremmo definire “record”, poiché è l’unico tra quelli a carico di Berlusconi ad essere arrivato fino al terzo grado di giudizio. Dopo i primi due processi, il ricorso in Cassazione, che risale al 9 Luglio, poi, la scelta di fissare la pronuncia dell’Alta Corte per il 30 Luglio.

Silvio Berlusconi  ha preferito conoscere l’esito della sentenza da Palazzo Grazioli, insieme ai  suoi più stretti collaboratori, sua figlia Marina, Gianni Letta e l’avvocato Franco Coppi.  Subito dopo la lettura del dispositivo  a Palazzo Grazioli sono arrivati i più importanti esponenti del Pdl, tra i primi Renato Schifani e Renato Brunetta, poi il coordinatore del partito Denis Verdini e il Senatore Altero Matteoli.

L’ex premier ha scelto di manifestare tutta la sua amarezza per l’esito del processo attraverso un videomessaggio, nel corso del quale ha dichiarato chiaramente che la condanna sarebbe da attribuire a una giustizia faziosa. “La sentenza di oggi – ha detto  il Cavaliere- conferma la mia opinione che una parte della magistratura del nostro Paese è diventata un soggetto irresponsabile, una variabile incontrollabile e incontrollata”.

Nonostante la condanna, tuttavia, Silvio Berlusconi non sembra per niente intenzionato ad abbandonare la sua carriera politica, anzi, il premier ha anche detto di avere come obbiettivo la rinascita  di Forza Italia, coinvolgendo le nuove leve del berlusconismo: “Dobbiamo continuare la nostra battaglia di libertà, restando in campo e chiamando con noi i giovani  e le energie migliori del mondo dell’imprenditoria, delle professioni e del lavoro, per rimettere in campo Forza Italia”.