Delitto di Perugia, svolta nell’inchiesta: arrestati l’ex fidanzato di Julia e suo padre

alessndroda ilmessaggero.it

Parola chiave: svolta. Da dizionario: «cambiamento di direzione». Applicata al giallo di via Ettore Ricci, all’omicidio di Alessandro Polizzi stroncato nel letto della fidanzata Julia Tosti quindici giorni fa dal colpo di pistola di un misterioso killer, il concetto assume anche quello per certi versi complementare di «accelerata verso la soluzione». Un vortice di elementi, tessere del puzzle che finalmente sembrano in grado di incastrarsi. Tanto sul fronte degli accertamenti tecnici che su quello delle indagini. Del movente che possa aver portato qualcuno ad ammazzare un ragazzo di ventiquattro anni, in quella che dagli investigatori fin dalle prime ore è stata definita una vera e propria esecuzione.

Andiamo con ordine. Nuovi accertamenti tecnici non ripetibili in materia di balistica e biologia sono stati disposti dalla procura sulle auto di Valerio e Riccardo Menenti, e al casolare di Todi. I due indagati per omicidio e tentato omicidio, l’ex fidanzato di Julia e il papà, che hanno sempre respinto ogni addebito professandosi completamente estranei alla faccenda e innocenti. Gli accertamenti in questione probabilmente sono stati ordinati dalla questura dopo l’arrivo da Roma dei risultati della polizia scientifica sulle impronte digitali isolate e analizzate. Secondo quanto si apprende, sarebbero in programma per venerdì.

In particolare i nuovi accertamenti sono finalizzati alla ricerca di tracce biologiche attraverso il Luminol e di residui di sparo. Saranno dunque svolti dalla polizia scientifica venerdì in questura su alcune auto di proprietà o in uso a Valerio Menenti e altre del padre Riccardo. Gli investigatori si sposteranno quindi a Todi, in località Frontignano, presso un casale della famiglia.
«Aspettiamo tranquilli che gli inquirenti completino il loro lavoro» ha detto l’avvocato Luca Patalini che difende i due indagati. I due hanno sempre negato qualsiasi coinvolgimento nella vicenda. Nessun commento dai legali delle altre parti interessate all’indagine come persone offese dal reato, i congiunti di Polizzi e la Tosti, rappresentati dagli avvocati Giovanni Rondini, Nadia Trappolini e Luca Maori. Tutti potranno nominare loro consulenti per seguire lo svolgimento degli accertamenti tecnici.

Movente alternativo. Ma potrebbe esserci di più. Potrebbe esserci contemporaneamente l’emergere di un altro filone di indagine, probabilmente collegato al primo. In altre parole, se l’inserire nel registro degli indagati i due Menenti e gli ulteriori accertamenti richiesti per venerdì sembrano aver indirizzato fin da subito le indagini (in mano alla squadra mobile diretta da Marco Chiacchiera e coordinate dal pm Antonella Duchini) lungo la strada del delitto passionale, potrebbe prendere corpo un’altra via per spiegare l’omicidio. Specie se da quegli accertamenti non emergessero elementi a supporto della prima ipotesi investigativa, oppure ne emergessero alcuni in grado di far svoltare decisamente le indagini verso un movente alternativo.
In altre parole, potrebbe configurarsi uno scenario diverso e rimasto fino a questo momento sullo sfondo. Quello cioè legato al «mondo della notte», fatto di soldi che girano alla velocità delle hit musicali mixate in discoteca. Un mondo di emozioni forti, e situazioni che qualche volta possono essere anche al limite. Un mondo in cui la vittima, la giovanissima Julia e Valerio il tatuatore entrano ed escono seguendo il ritmo dei fine settimana, delle serate in giro per locali e di quelle alle sagre. Realtà del tutto lecite e consentite, che riguardano migliaia di giovani e meno giovani. Ma che in alcuni casi, specie per quanto riguarda il mondo della notte legato ai locali notturni, può rappresentare l’approdo inconsapevole verso situazioni in cui è facile entrare e difficilissimo tirarsi fuori.

In mezzo a questo turbine, c’è una ragazza ancora neanche ventenne che ha visto il proprio fidanzato morire ammazzato da un colpo di pistola, rischiato a sua volta di morire, e che ancora (allo stesso modo della sua famiglia) non si sente del tutto sicura. E c’è una famiglia, quella di Alessandro Polizzi, cui qualcuno ha strappato un figlio ancora senza un motivo ben preciso. Una famiglia che si domanda come sia possibile arrivare ad ammazzare un ragazzo per questioni personali, oppure per altre che al momento sembrano ancora più incomprensibili. Perché Alessandro lavorava nell’azienda di famiglia, mangiava a casa quasi ogni giorno, viveva con i genitori. E una possibile, qualsiasi, altra faccia della medaglia è loro pensiero impossibile.

Delitto di Udine, il racconto delle ragazzine «Era come stare nel videogame Gta»

udine_omicidioda Leggo.it

Il Gip ha convalidato il fermo per il solo reato di omicidio preterintenzionale, per entrambe le ragazze. Le quindicenni trascorreranno i prossimi due mesi in una struttura protetta. Il Gip non ha ritenuto valide le ipotesi di reato per omicidio volontario e per furto aggravato in alternativa alla rapina, che dunque cadono.

UCCISO Mirco Sacher «sicuramente non è morto di morte naturale» quindi «ci troviamo davanti ad un decesso che sicuramente è avvenuto per cause estranee e quindi dovuto a terzi», ma «per sapere di più dobbiamo attendere la relazione completa». Lo ha detto il procuratore dei Minori a Trieste, Dario Grohmann, commentando l’autopsia. «Per andare avanti con le indagini era interessante capire se l’ipotesi portata avanti da noi e avanzata da noi era fondata», ha concluso il procuratore. Per quanto riguarda la convalida del fermo, l’udienza è stata fissata per domani mattina. Le ragazzine saranno sentite nella struttura protetta triestina dove si trovano da giorni.
L’autopsia effettuata sul corpo «conferma che con ogni probabilità la morte non è dovuta a cause naturali, ma ad azione di altre persone», ha detto Grohmann. Il procuratore ha ribadito che nulla lascia pensare che sulla scena del delitto ci fossero altre persone oltre le due minorenni udinesi. Grohmann ha comunque detto di aspettarsi ulteriori chiarimenti dagli altri esami che il medico legale Carlo Moreschi effettuerà nei prossimi giorni.

«NON È STATO SOFFOCATO» L’autopsia non ha confermato che Mirco Sacher possa essere morto per soffocamento. Ci sono lesioni plausibili ma va stabilito che danni hanno fatto. Lo si apprende da fonti investigative.  Secondo quanto si è appreso, il quadro clinico riscontrato nel corso dell’autopsia è complesso e poco chiaro, esito di una dinamica non semplice. Si attendono a questo punto le perizie tossicologiche. Entro trenta giorni dovrebbero essere completate le analisi istologiche. Secondo fonti investigative, l’ipotesi di violenza sessuale perde credito.

Omicidio di Lea Garofalo. La figlia riconosce i gioielli

leadi Grazia De Marco

Denise Cosco ha riconosciuto i gioielli di sua madre, Lea Garofalo, durante l’audizione in Corte D’Assise D’Appello.

Un bracciale ed una collana che Lea indossava il giorno in cui è scomparsa da Milano il 24 novembre del 2009. Sono stati trovati in un tombino leggermente bruciati, insieme a frammenti di ossa. Furono proprio i gioielli a collegare quei poveri resti alla donna.

All’audizione era presente anche Carlo Cosco, marito di Lea, rinchiuso in una delle gabbie dell’aula. L’uomo, nelle scorse udienze, con dichiarazioni spontanee , si è assunto la responsabilità dell’omicidio. Sarà sentito dai giudici e dalle parti nei prossimi giorni

«Quello che è certo», ha dichiarato il suo legale, «è che non risulta da nessuna parte che Carlo Cosco sia legato alla ‘ndrangheta». A far riferimento alle ‘regole’ dell’organizzazione malavitosa, quale movente dell’omicidio di Lea Garofalo, è stato il pentito Carmine Venturino che l’11 aprile ha fornito dettagli anche crudi sulla distruzione del cadavere

. «Nonostante le dichiarazioni di Venturino, Carlo Cosco non ha mai pensato neanche lontanamente di far del male a sua figlia», ha precisato ancora l’avvocato.

Grasso: «Commissione d’inchiesta sulle stragi irrisolte del nostro Paese»

grassoda Corriere.it

«Sono trascorsi 22 anni dal 10 aprile del 1991, quando 140 persone persero la vita nel rogo della Moby Prince, la nave passeggeri che entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo nella rada di Livorno, e il ricordo di quella tragedia è ancora vivo e indelebile in tutti noi.» Si apre con queste parole il messaggio che il presidente del Senato, Pietro Grasso, ha inviato al Sindaco di Livorno, nell’ anniversario dell’ incidente. «Come cittadino e come Presidente del Senato rinnovo la mia vicinanza e il mio affetto alle famiglie colpite, esprimendo il mio più profondo cordoglio per quanti persero la vita in quell’incidente. Le istituzioni e la società civile – sostiene Grasso – hanno il dovere di rimanere al fianco di chi è stato colpito da questo tragico evento facendo chiarezza su quanto avvenuto».

«GIUSTIZIA UNICO CONFORTO» – «Il ricordo di ciascuna vittima può diventare memoria collettiva – sottolinea ancora il presidente del Senato – solo se la verità saprà accompagnare l’operato di chi ha il dovere accertare i fatti come realmente accaduti. La giustizia è l’unica forma di conforto per chi ha perso i propri cari in tragedie di così ampia portata». «È mio auspicio – conclude Grasso – che il ricordo di questa data possa continuare a parlare forte, sollecitando il rigoroso rispetto delle norme di sicurezza anche al fine di evitare che in futuro si ripropongano analoghi eventi. Mi auguro che anche il parlamento sappia contribuire a questo obiettivo, utilizzando tutti gli strumenti a propria disposizione, a partire dalla costituzione di una Commissione d’inchiesta sulle stragi irrisolte del nostro Paese».

 

Scuola superiore: intitolata aula a Enrico Mattei

aulada Poliziadistato.it

La Scuola superiore di Polizia da oggi ha un’aula didattica in più, intitolata a Enrico Mattei, grazie alla ristrutturazione effettuata proprio con il contributo dell’Eni, di cui Mattei fu fondatore e presidente.

Presente, tra gli altri, il vicecapo vicario della Polizia Alessandro Marangoni, che ha ricordato più volte la figura del compianto Antonio Manganelli, sottolineando quanto appena realizzato sia solo uno dei numerosi progetti a cui il capo della Polizia teneva di più. E ricorda “l’entusiasmo” con cui Manganelli accolse l’idea di intitolare un’aula della scuola al fondatore di Eni. Nel corso del suo intervento il prefetto Marangoni ha affermato inoltre che c’è un filo conduttore che “unisce personaggi come Mattei e Manganelli, un filo rappresentato dalla passione. Avere passione significa credere in qualche cosa. Le parole e le intuizioni di Mattei sono quelle dei grandi uomini”.

alessandro marangoni e paolo scaroni

Quella tra Polizia di Stato ed Eni è una collaborazione consolidata, in particolare con la Scuola superiore, struttura di eccellenza di alta formazione dei quadri della Polizia di Stato e laboratorio naturale di idee, di innovazione di cultura e conoscenza. Struttura che ben rappresenta l’esempio di concreta risposta della “società civile” all’appello delle istituzioni alla collaborazione, al fare e all’essere insieme per creare nuove energie positive e una nuova cultura, che in questo caso coglie un aspetto della cultura della sicurezza partecipata.

Da non sottovalutare in questo momento di grave crisi economica e di grande difficoltà istituzionale e politica che investe tutti gli aspetti della nostra società, il richiamo alla figura di Enrico Mattei quale artefice di una impresa che ha trasformato la crisi italiana del secondo dopoguerra in una occasione per creare e garantire al Paese un’impresa energetica nazionale con grandi ambizioni di sviluppo e crescita.

Richiamo che è stato fatto durante la cerimonia intitolazione dell’aula da tutti e tre i relatori, rispettivamente il vicecapo vicario della Polizia Alessandro Marangoni, l’amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni, e il direttore della Scuola superiore di Polizia Roberto Sgalla.

In coda all’Asp da primo mattino, scoppia lite: anziano muore d’infarto

aspda Corriere.it

Era in coda dalle cinque del mattino Giuseppe Fontana, un pensionato di 68 anni che si era recato all’alba negli uffici dell’Asp 6 di Palermo per rinnovare l’esenzione dal ticket in base al reddito. Tra i circa 300 pazienti in attesa a un certo punto sarebbe nata un’accesa discussione per il turno. Il pensionato ha accusato un malore, si è accasciato per terra ed è stato stroncato da un infarto.

APERTA INDAGINE – Una morte che ha suscitato le proteste delle numerose persone in fila davanti al Poliambulatorio e l’apertura di un’indagine da parte dei carabinieri. «Quando hanno aperto i cancelli siamo stati schiacciati contro l’inferriata a causa della calca – racconta uno dei presenti -. Una massa di persone si è riversata verso l’ingresso per cercare di accaparrarsi il turno e quel poveretto è stato travolto».

SOCCORSI – I pazienti lamentano l’assoluta mancanza di organizzazione da parte degli uffici. «Non comprendiamo – dice un altro utente – perchè non ci si possa organizzare diversamente, evitando di accalcarci davanti i cancelli». Tra i medici che hanno prestato soccorso all’uomo anche il dirigente responsabile dell’Asp, Giuseppe Termini. «Abbiamo tentato di rianimare il pensionato senza successo – spiega – Purtroppo anche questa mattina c’era tantissimi in fila, adesso stiamo verificando quello che è successo». In questi giorni gli uffici dell’azienda sanitaria sono presi d’assalto da tantissimi pazienti per il rinnovo dell’esenzione del ticket.

L’ECCELLENZA C’E’ ANCHE AL SUD

ospedale_tarantodi Umberto Buzzoni – direttore Mensilepoliziadistato

Vorrei parlare di Sanità, ma non sono certo di riuscire ad affrontare l’argomento in modo sereno. Fra scandali, tagli di spesa, cattive conduzioni e decessi causati da negligenza ed incapacità del personale sanitario, la sola conclusione è data dall’espressione “ malasanità” .

Da un’analisi sia pure sommaria è impossibile negare che i fattori negativi appena indicati siano diffusi sull’intero territorio nazionale, con qualche numero in più nel Sud d’Italia.

Malgrado vi sia una situazione caratterizzata da appalti pilotati, tangenti, assunzioni clientelari, minime sovvenzioni, ridotti approvvigionamenti di attrezzature e materiali, cattiva gestione  e manutenzione delle strutture, vi sono, fortunatamente, moltissime persone che operano  in realtà sconosciute e che sono degne di essere portate alla conoscenza di tutti, ed è  nel rispetto di  questa gente che oggi voglio portare la mia testimonianza.

Dr. LattanziNon molto tempo fa  sono stato ricoverato nel reparto di Neurochirurgia  del Nosocomio Ospedaliero della Santissima Annunziata  di Taranto, ove ho subìto un delicato intervento di neurochirurgia. Durante la  mia degenza ho potuto apprezzare la grande attenzione e disponibilità di tutto il personale medico e paramedico. Infatti, nel contatto medico e para medico-paziente, sono riuscito a percepire la massima attenzione anche per le minime necessità. Il reparto era costantemente scandito da organizzazione, professionalità ed umanità degne del più alto rispetto. A fronte di ciò e, soprattutto, a fronte del rapporto creatosi durante il mio ricovero, desidero rivolgere un sincero “grazie” all’intero personale medico e paramedico ed in particolare, uno specifico ringraziamento, mi corre l’obbligo rivolgere al Dott. Luigi Lattanzi, il neurochirurgo che ha eseguito la mia delicatissima operazione, con estrema competenza e professionalità. Il Dott. Lattanzi, infatti, ha mostrato di continuo molta serietà, nonché la consapevolezza di aver fatto della professione medica una missione tanto da diventare un esempio per coloro i quali svolgono ruoli di fondamentale importanza nella vita del cittadino, in particolare in ambito sanitario.

L’esperienza vissuta all’interno di questo presidio ospedaliero, ubicato nel nostro splendido meridione, non mi potrà far dimenticare la competenza, la disponibilità e l’attenzione che, in ogni istante, veniva prestata, in maniera uguale, a tutti i malati sia pur affetti da diverse patologie.

Posso, dunque, affermare con certezza che l’ECCELLENZA esiste anche al SUD della nostra penisola, in un noto reparto di Neurochirurgia, ove ogni giorno e a fronte di innumerevoli difficoltà di natura oggettiva, tantissime persone, in modo ammirevole ed in piena umanità, offrono le proprie competenze professionali e  sono, quindi, degne della più alta stima.

(FOTO: Dott. Lattanzi a sinistra e l’infermiere caporeparto della Neurochirurgia a destra)

Risolto il giallo del dipinto sparito da casa Sordi: la sorella dell’attore lo regalò a Benedetto XVI

sordida Corriere.it

Risolto nel più clamoroso e spettacolare dei modi possibili il giallo della cosiddetta «Tavola Sordi», il dipinto quattrocentesco di proprietà del grande attore scomparso e attribuito a Francesco di Giorgio Martini. La tavola si trova nell’appartamento pontificio in Vaticano.

DONAZIONE – Fu Aurelia Sordi, la sorella dell’attore, a chiedere e ottenere udienza da papa Benedetto XVI mercoledì 4 febbraio 2009. Fu un’udienza riservatissima, nemmeno «L’Osservatore Romano» ne dette notizia. Aurelia Sordi regalò l’opera al Papa che decise subito di collocarla nel suo appartamento privato. Il legame di Joseph Ratzinger con quell’opera doveva essere fortissimo: monsignor Georg Ganswein, il suo segretario particolare, prefetto della Casa pontifica, la usò sull’invito che spedì a parenti ed amici per la sua ordinazione episcopale ad arcivescovo titolare eletto di Urbisaglia.

LA STORIA – La vicenda della Tavola Sordi è lunga. Giovedì l’ex sindaco di Roma ed ex ministro per i Beni e le attività culturali, Francesco Rutelli. Raccontava al Corriere della Sera , molto preoccupato, questa storia legata al carattere del grande attore, al suo rapporto con Roma e alla nebulosa che ora circonda il destino della sua ricchissima eredità: «Sordi ed io alla fine degli anni Novanta eravamo diventati grandi amici, festeggiavamo il nostro compleanno insieme, io sono nato il 14 giugno e lui era nato il 15. Comunque, un giorno mi invitò a casa sua e mi mostrò con orgoglio la splendida tavola dicendomi: «È il pezzo a cui tengo di più, sono legatissimo a questo gioiello. Sappi che, quando non ci sarò più, voglio che sia regalata a Roma, alla nostra città. Deciderai poi tu dove…». La tavola ha una storia illustre: venne esposta nel 1894 alla Royal Academy di Londra già con l’attribuzione a Francesco di Giorgio Martini, quasi certamente l’autore (tra mille dibattiti) della «Città ideale» esposta a Berlino alla Gemäldegalerie: sue madonne analoghe a questa sono esposte al Metropolitan musem di New York, alla Pinacoteca nazionale di Siena. Secondo la ricostruzione dei prestigiosi antiquari Apolloni di via del Babuino a Roma, l’opera venne comprata da Sordi negli anni Cinquanta.

VOLONTA’ – L’attore non lasciò nulla di scritto ma la sua volontà era inequivocabilmente nota. Lo dimostrerà il fatto che, quando Alberto Sordi nel 2003 morirà, sarà proprio la sorella Aurelia a contattare (qualche anno dopo) Francesco Rutelli, diventato nel frattempo ministro per i Beni e le attività culturali. Racconta ancora l’ex ministro: «La signora Aurelia mi confermò con lucidità e precisione che la volontà del fratello era di regalare la Pala a Roma. Fu così gentile da permettere di far visionare l’opera dagli esperti del ministero. Chiesi di esaminarla a due personaggi di indiscutibile valore, come l’allora direttore generale del ministero e oggi sottosegretario Roberto Cecchi e come Cristina Acidini, soprintendente per il Polo museale fiorentino». Acidini e Cecchi studiarono con attenzione l’opera: una relazione di otto pagine, del 17 marzo 2008, riporta le caratteristiche storico-artistiche e strutturali della tavola. Alla fine si può leggere: «L’attribuzione a Francesco di Giorgio Martini può essere confermata precisando che, alla luce degli studi più recenti, egli fu probabilmente responsabile del disegno e della stesura pittorica delle due figure principali, Madonna e Gesù Bambino, mentre delegò la dipintura delle figure secondarie a un assistente, indicato convenzionalmente come “Fiduciario di Francesco”». Nel documento l’opera viene indicata come «Tavola Sordi», nome ormai «storicizzato» con mezzo secolo di possesso. Rutelli immaginò di collocarla al Museo nazionale di Arte antica di palazzo Barberini. Da quel momento nessuna notizia della Tavola.

ELEZIONI – Nella primavera 2008, alle elezioni vinse il centrodestra, la macchina ministeriale si arenò e, con tutta probabilità, il fascicolo si perse semplicemente perché mancava l’interesse che Rutelli personalmente aveva nei confronti del vecchio amico. Forse qui nasce la decisione di Aurelia Sordi di regalare la Tavola a Papa Benedetto XVI: Rutelli, che ignorava come tutti la destinazione, aveva inviato nei giorni scorsi una e-mail a Roberto Cecchi suggerendogli l’opportunità che il ministero avvii «una procedura per l’apposizione del vincolo per cautelarsi dalla dispersione o da una anomala destinazione». Perché? Persone amiche dell’ex ministro e che avevano visto recentemente casa Sordi («non faccio nomi per riservatezza», spiega Rutelli) non avevano trovato traccia della Tavola. Cecchi si è mosso subito, girando il dossier a Daniela Porro, nuova soprintendente al Polo museale romano. Ora il clamoroso sviluppo chiude ogni congettura: la Tavola è nell’appartamento papale. Chissà se papa Francesco l’ha già vista. E chissà cosa deciderà di farne ora, sapendo che la volontà di Sordi era di

Yara, il papà del killer rivelò a un amico «Ho un figlio segreto»

yarada Corriere.it

Un ricordo di cinquant’anni fa, una confidenza tra colleghi che ora diventa un indizio prezioso per venire a capo del rebus dell’omicidio di Yara Gambirasio, la tredicenne di Brembate Sopra uccisa il 26 novembre del 2010 da chi ancora non ha un nome. È una testimonianza che ha il sapore della svolta per la pista del figlio illegittimo di Giuseppe Guerinoni, l’autista di Gorno morto nel 1999, all’età di 61 anni, che secondo gli inquirenti è il padre dell’assassino. A parlare è chi come lui per anni ha guidato gli autobus su e giù per la Valle Seriana e che ai carabinieri ha dichiarato: «Guerinoni mi confidò di aver avuto un figlio fuori dal matrimonio, da una donna della Valle con cui aveva avuto una relazione».

Gli inquirenti erano arrivati a Guerinoni partendo dal Dna isolato da minuscole tracce ematiche trovate sugli slip e sui leggings di Yara: quello del presunto assassino. Confrontandolo con migliaia di profili genetici prelevati in mezza Bergamasca, erano giunti a quello di un frequentatore della discoteca Sabbie Mobili di Chignolo d’Isola vicina al campo in cui la ragazzina fu trovata cadavere, il 26 febbraio del 2011. Dal giovane erano arrivati a due zii, dai profili ancora più somiglianti a quello custodito nei laboratori del Ris. Dai due zii, sono risaliti al profilo genetico del loro padre, Giuseppe Guerinoni, che però era morto da tempo. Secondo i genetisti del pm, l’autista di Gorno è il padre dell’assassino di Yara. Il suo Dna è stato ricostruito al computer con il calcolo biostatistico e poi confermato dall’analisi di una marca da bollo della patente e da francobolli di alcune cartoline. Ma dato che il Dna dei suoi figli riconosciuti non corrisponde a quello lasciato sugli slip di Yara, ecco la pista del figlio illegittimo.

Ora, ai dati di laboratorio, si aggiunge la testimonianza che di fatto circoscrive la ricerca della madre del killer(ultimo tassello per arrivare a lui) alla Valle Seriana. È credibile? Gli inquirenti vanno con i piedi di piombo, ma ci credono. Il testimone, che vive nella stessa valle, non ha dubbi: «È una donna di queste zone. Un giorno Guerinoni mi disse del fattaccio: aveva messo nei guai una ragazza con cui aveva una relazione». Un dato che apre uno squarcio sulle testimonianze raccolte finora dagli investigatori e che portavano tutte alla descrizione dell’autista come un uomo tutto casa e lavoro. I ricordi non sono limpidissimi, ma l’ex autista indica dei punti fermi: «Sarà stato il 1962 o il 1963, lei non era sposata». Non sa che fine abbiano fatto la donna e il figlio che oggi dovrebbe avere 50 anni: «Non so cosa sia successo, perché a Giuseppe non avevo più chiesto nulla. Secondo me lei è ancora viva, era più giovane di noi, dico noi perché ho la stessa età di Guerinoni». L’uomo chiude gli occhi, li strizza, preme i pugni sulla fronte: «Se mi vengono in mente altri particolari andrò a riferirli, sento che è mio dovere. Ho seguito il caso di Yara e quando ci penso, mi viene da piangere».

Tenta di avvelenare la moglie ma lei lo filmava: in manette

acidoda Eco di Bergamo

Ha tentato di avvelenare la moglie 61enne mischiando l’acido muriatico con l’acqua che la donna beveva, ma è stato scoperto dalla consorte. Così un 67enne di Dalmine è stato arrestato dalla polizia con la pesante accusa di tentato omicidio.

La denuncia mercoledì 27 marzo e l’arresto sabato 30, ma la storia risale a febbraio, quando la 61enne beve a casa l’acqua da una bottiglietta e sente uno strano bruciore. Pensando che ci sia qualcosa che non va, la donna fa controllare l’acqua nella ditta in cui lavora e i risultati parlano inequivocabilmente di acido muriatico.

La donna si insospettisce e scopre tra i medicinali del marito, un 67enne, una bottiglietta sospetta con un contagocce. Sostituisce il contenuto con dell’acqua e fa analizzare il liquido prelevato da un’altra ditta per avere un riscontro in più.

Le analisi confermano che si tratta di acido muriatico. La donna ne parla con i parenti e decide di installare una telecamera in cucina per osservare i movimenti del marito. Che viene pizzicato mentre aggiunge acido muriatico in una bottiglietta d’acqua aperta usata dalla moglie.

La 61enne decide così di denunciare alla polizia il marito che viene arrestato con ordine di custodia cautelare in carcere. L’accusa è di tentato omicidio. Il marito avrebbe raccontato che non era sua intenzione uccidere la moglie, voleva soltanto farla stare male un po’, perché era esasperato che la donna pensasse soltanto a organizzare pellegrinaggi.