Oltre 15mila veicoli intestati a persone inesistenti o prestanome e utilizzati dalla criminalità per commettere reati sono stati sequestrati nel corso di una maxi operazione della polizia stradale in tutta Italia. Le auto di grossa e piccola cilindrata, tra cui Rolls Royce e Ferrari, oltre a mezzi commerciali, sono state radiate dal pubblico registro automobilistico.
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I veicoli “fantasma” potevano circolare senza pagare i pedaggi autostradali, le contravvenzioni e soprattutto potevano eludere i controlli delle forze dell’ordine quando venivano utilizzati per commettere gravi reati. L’operazione denominata “ghost car” ha mostrato come nel 2012 oltre il 70% dei veicoli intestati a prestanome fosse privo di copertura assicurativa.Auto intestate a morti e clochard – Alcuni dei veicoli in questione risultano coinvolti in gravissimi incidenti stradali avvenuti in passato, come quello dell’ottobre 2011 in cui tre giovani persero la vita schiacciati contro il pullman del Torino calcio. Tra gli intestatari, figurano nomadi, persone morte o senzatetto. Altri intestatari sono pregiudicati e affiliati alla criminalità organizzata. Sugli 855 veicoli fantasma scoperti in Piemonte e Valle d’Aosta dalla polizia stradale, 35 appartenevano fittiziamente a persone indigenti e disoccupati. Questi avevano accettato per pochi euro di intestarsi auto e moto utilizzate quasi sempre da stranieri per commettere reati.
La laureata delle Bestie di Satana chiede la grazia
Ci ha riflettuto a lungo e poi ha deciso che la sua nuova vita potrebbe passare anche da lì. Da una lettera indirizzata al presidente della Repubblica per chiedere la grazia. A scriverla e inviarla a Giorgio Napolitano è stata, nel periodo di Natale, Elisabetta Ballarin, condannata a 22 anni per concorso nell’omicidio di Mariangela Pezzotta, uccisa il 24 gennaio del 2004, a 24 anni, dalle Bestie di Satana. Elisabetta Ballarin allora di anni ne aveva 18. E dal giorno della condanna si trova nel carcere di Verziano. In cella non ha perso tempo: prima lo studio in carcere, poi all’Accademia bresciana d’arte di Santa Giulia. Nove anni di detenzione si sono tradotti, nell’autunno scorso, in una laurea triennale da 110 e lode in didattica dell’arte e in un ulteriore biennio specialistico in grafica e comunicazione. Non solo: con altre due studentesse, si è aggiudicata una borsa di studio promossa dal Comune di Brescia con il progetto «Museo Vivo», finalizzato a creare itinerari didattici nel museo di Santa Giulia. Ma è stato un percorso «molto complesso» ammette lei, cauta e decisa. Capelli sciolti, pantaloni e camicia bianca, ringrazia chi le è stato vicino. «Ho incontrato persone splendide, senza il loro appoggio non sarei riuscita ad arrivare dove sono arrivata». Al passato nessun accenno, come pure alla grazia. Il suo futuro, invece, Elisabetta cerca di intravederlo, con prudenza. «Mi piacerebbe continuare a lavorare nel mondo dell’arte, sarebbe un sogno, ma faccio del mio meglio, cerco di impegnarmi giorno dopo giorno, non guardo troppo in là…».
Chi l’ha conosciuta assicura sia maturata anche nell’animo. «Ha capito i suoi errori, vuole rifarsi una vita» conferma il suo avvocato, Francesca Cramis. A darle fiducia anche il sindaco di Brescia Adriano Paroli, che ha sottoscritto la lettera di appoggio alla richiesta di grazia presentata dall’associazione Carcere e territorio, «che lavora affinché la pena sia rieducativa e consenta il reinserimento». Per Paroli si tratta di un caso da «valorizzare» in questo senso: «Non sta a noi giudicare quanto è giusto che paghi questa ragazza che ora ha solo voglia di partecipare alla costruzione della nostra società». E se il preside dell’accademia, Riccardo Romagnoli, l’ha definita «una studentessa che ha saputo inserirsi in maniera notevole», il presidente dell’associazione Carcere e territorio, Carlo Alberto Romano, precisa che «nessuno sta mettendo in discussione l’entità della pena comminata, ma lei ha accelerato i tempi». Non a caso nella lettera indirizzata a Napolitano chi ha lavorato con lei rileva «il suo percorso di reinserimento, contrassegnato da una revisione critica e profonda, da una grande autoresponsabilizzazione e dall’acquisizione di strumenti culturali che la aiuteranno a costruirsi un futuro», nell’auspicio «che la pena possa finire prima perché il fine rieducativo, stavolta, è già arrivato».
L’immagine dell’arresto di Elisabetta sembra lontanissima: «Era solo una ragazzina. Nella compagnia sbagliata – ricorda il sindaco Paroli – e quando si sbaglia così giovani è ancora più doveroso dare un’altra possibilità. Perdonare spetta ad altri». A Silvio Pezzotta, padre di Mariangela, per esempio. Che ancora una volta compie un atto di coraggio: «Anche lei è una vittima delle Bestie di Satana – dice – ed è giusto possa rifarsi una vita».
Scazzi, ergastolo per Sabrina e Cosima Misseri La madre di Sarah: “Se lo meritano”
da TGCOM24
Sabrina Misseri e la madre, Cosima Serrano, sono state condannate all’ergastolo per l’omicidio della cugina, e nipote, Sarah Scazzi, uccisa ad Avetrana il 26 agosto 2010. Condannato a otto anni Michele Misseri per il concorso nella soppressione del cadavere della nipote e per il furto aggravato del telefonino della vittima.
“Ergastolo” e il pubblico applaude – Un applauso è partito dal pubblico alla lettura della pena dell’ergastolo per Sabrina Missere e Cosima Serrano. La presidente della Corte ha interrotto un attimo la lettura della sentenza per richiamare tutti all’ordine e ha poi proseguito.
Tutte le condanne al processo di Avetrana – La corte di assise ha condannato inoltre a sei anni di reclusione ciascuno per concorso in soppressione di cadavere Carmine Misseri e Cosimo Cosma, fratello e nipote di Michele Misseri. Due anni di reclusione sono stati inflitti all’ex difensore di Sabrina, Vito Russo, per intralcio alla giustizia. Per i tre favoreggiatori, la corte ha inflitto un anno di reclusione ciascuno ad Antonio Colazzo e Cosima Prudenzano e un anno e 4 mesi a Giuseppe Nigro, con pena sospesa.
La Corte di assise di Taranto ha condannato anche Michele Misseri, Cosima Serrano e Sabrina Misseri al risarcimento dei danni, da stabilire in separata sede, alla famiglia Scazzi e al Comune di Avetrana. Nello stesso tempo ha stabilito una provvisionale di 50mila euro ciascuno ai genitori di Sarah, Giacomo Scazzi e Concetta Serrano, e di 30mila euro per il fratello Claudio.
La madre di Sarah: “Chi uccide merita l’ergastolo” – “Speravo in questo, chi uccide merita questo”. Così la mamma di Sarah Scazzi, Concetta Serrano, ha commentato la sentenza di ergastolo per sua sorella Cosima e sua nipote Sabrina, rispondendo alle domande dei giornalisti che le chiedevano se si aspettasse questa condanna. Concetta ha ringraziato i suoi avvocati, la procura e i giudici.
Legale famiglia Scazzi: “Non ha vinto nessuno” – “Non ha vinto nessuno, perché Concetta, Giacomo e Claudio hanno perso una figlia e una sorella”. Così l’avvocato Walter Biscotti, legale di parte civile della famiglia di Sarah Scazzi, ha commentato la sentenza di condanna per Cosima e Sabrina. “E’ una sentenza severa ma era attesa – ha aggiunto – perché gli uffici del pm hanno fatto un lavoro esemplare che ha fatto emergere in modo inconfutabile le responsabilità”.
Corte trasmette atti per reato di autocalunnia di Misseri – Nella sentenza per l’omicidio di Sarah Scazzi, la Corte ha disposto la trasmissione di copia degli atti al procuratore della Repubblica nei confronti di Michele Misseri per verificare se esistano elementi per contestargli il reato di autocalunnia. L’agricoltore da due anni si autoaccusa del delitto e della soppressione del cadavere, dopo aver accusato la figlia Sabrina.
Misseri lascia l’aula senza parlare – Solo un ghigno, un sorriso nervoso in risposta ai giornalisti che gli chiedevano un commento: Michele Misseri, condannato ad otto anni per soppressione di cadavere, ha lasciato il Tribunale di Taranto senza parlare. Ha parlato solo il suo avvocato, Luca Latanza. “Le sentenze si rispettano – ha detto – attendiamo le motivazioni, sono state accolte le nostre richieste di assoluzione per i due reati minori. E’ rimasto in piedi il reato più grave. Vedremo le motivazioni – ha concluso – e decideremo che fare“.
Cosima alla figlia: perché piangi? Lo sapevamo – ”Perche’ piangi? Tanto lo sapevamo”: cosi’ Cosima Serrano si e’ rivolta alla figlia, Sabrina Misseri, al rientro in cella nel carcere di Taranto dopo la sentenza della Corte di Assise che le ha condannate all’ergastolo per l’omicidio di Sarah Scazzi. Per tutto il tragitto dal Palazzo di giustizia alla casa circondariale, Sabrina ha continuato a piangere, sia pure in maniera contenuta, e ad asciugarsi le lacrime. Nessuna reazione emotiva avrebbe lasciato trasparire invece la madre Cosima. Le due donne dividono da qualche tempo la cella con una detenuta italiana.
OMICIDIO AD AVERSA: ragazzo 15enne muore per una coltellata al cuore
Ancora un episodio di violenza, che coinvolge minorenni, avvenuto ad Aversa durante il fine settimana. La vittima si chiamava Emanuele di Caterino di 15 anni, morto per una coltellata al cuore, mentre altri quattro suoi giovani amici sono rimasti feriti in maniera non grave nel corso dell’aggressione. I cinque ragazzi, poco dopo la mezzanotte, si erano radunati nelle adiacenze di un ufficio postale, nei pressi del famoso locale “Le Bistrot” e, improvvisamente, sono stati aggrediti dal 17enne Agostino V., che è riuscito a ferirli tutti e ad uccidere Emanuele.
Dai primi accertamenti dei Carabinieri, intervenuti sul posto, pare che all’origine dell’omicidio ci sarebbe una banalissima lite tra coetanei, poi degenerata per questioni che vedrebbero coinvolte alcune ragazze, ma lo scenario è ancora tutto da approfondire. Al momento gli investigatori stanno ancora cercando di ricostruire l’esatta dinamica dell’accaduto, grazie anche al racconto di due testimoni molto importanti, amici delle vittime, che si trovavano in Via De Chirico quando è scoppiata la rissa.
Gli inquirenti starebbero anche verificando presunti legami di parentela dei cinque giovani coinvolti con pregiudicati del posto, vicini alla malavita organizzata. Di Caterino era infatti il nipote di Gaetaneo Iorio, esponente del Clan Schiavone, mentre altri due ragazzi feriti sono, rispettivamente, nipoti di Michele Zagaria e di Salvatore Nobis, elemento di spicco della fazione facente capo allo stesso Zagaria, ma, al momento, queste parentele non sembrerebbero aver avuto un peso nel movente. L’assassino, che lavorava presso l’azienda agricola del padre e certamente conosceva la vittima, è stato immediatamente arrestato dai Carabinieri, ai quali ha riferito di “non ricordare nulla”, ma il GIP del Tribunale dei Minorenni di Napoli, Piero Avallone, ha già convalidato il fermo per omicidio volontario, emettendo un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei suoi confronti. Agostino V. si è presentato al Giudice con il volto tumefatto, sostenendo di essersi difeso da un atto di bullismo, tanto che il suo avvocato difensore, Mauro Iodice, ha chiesto di acquisire le immagini di alcune telecamere posizionate ne pressi del locale dove è avvenuta l’aggressione, perché le stesse potrebbero fornire elementi decisivi per ricostruire l’esatta dinamica dei fatti.
Emanuele frequentava la I E del Liceo Scientifico Enrico Fermi ed era da tutti considerato un ragazzo pieno di vita, sempre allegro e con un sorriso da “fare invidia al mondo”. I compagni di classe e gli amici, che sembrano non darsi pace per la morte del loro compagno, hanno organizzato una fiaccolata per ricordarlo e soprattutto per esprimere tutto il loro dolore e la rabbia che provano nei confronti dell’autore dell’omicidio, che non perdoneranno mai.
ATTENTATO DURANTE LA MARATONA DI BOSTON: in America torna l’incubo dell’11 settembre
Dopo le stragi dell’11 settembre, l’America sembra nuovamente rivivere l’incubo del terrorismo. Lo scorso 15 Aprile, infatti, alle ore 14.50 locali (20.50 italiane) lo scoppio di due bombe ha trasformato la storica maratona di Boston, che si corre da 177 anni, in tragedia, togliendo la vita a 3 persone e ferendone 140. Gli ordigni, costituiti da pentole a pressione piene di chiodi, cuscinetti a sfera e schegge metalliche, erano collegati da detonatori e collocati a 170 metri di distanza tra di loro. Le bombe sono esplose a 12 secondi l’una dall’altra, nei pressi del traguardo della gara, situato a Boylston Street, storica via della città, a ovest del centro.
Immediatamente dopo le deflagrazioni, i poliziotti e gli operatori sanitari, presenti nella zona per garantire la sicurezza durante l’evento sportivo, si sono adoperati, insieme ad alcuni atleti, per soccorrere i feriti, poi trasportati nei vari ospedali di Boston. Secondo alcuni giornali locali ed in base alle informazioni fornite dagli stessi ospedali, almeno 15 dei 140 feriti sarebbero in condizioni critiche e i più gravi avrebbero già subito amputazioni agli arti, a causa delle ferite molto estese.
Quello che sconvolge ancora di più, tuttavia, è che a rimanere vittime dell’attentato sarebbero state soprattutto famiglie con bambini, tra i quali il piccolo Martin Richard, di 8 anni, che ha perso la vita mentre aspettava il padre William al traguardo per abbracciarlo ed altri sei, rimasti feriti e ricoverati nell’ospedale pediatrico della città.
Rimangono ancora oscure le piste battute dall’FBI e dalla polizia locale, ma tra le più accreditate ci sarebbero quella del terrorismo internazionale, suffragata dalle molteplici minacce agli USA da parte di Al Qaeda e quella della ricorrenza dell’anniversario della strage a Oklahoma City, avvenuta il 19 Aprile 1995.
Il Presidente Barack Obama, che ha parlato alla Nazione da Washington, ha prima voluto esprimere la sua vicinanza ai familiari delle vittime, affermando che il colpevole, chiunque sia, sarà duramente condannato e, successivamente, ha ricordato che in questi momenti la speranza si presenta anche sotto forma di eroi ordinari, come i vigili del fuoco, il personale ospedaliero e tutti coloro che hanno dato il loro prezioso aiuto. Anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha espresso “i sensi della più profonda solidarietà e sdegno” per i fatti accaduti e ha poi aggiunto: “ nessun atto di violenza ci impedirà di tenere fede ai nostri valori e alla nostra fiducia di libertà, nella democrazia e nello stato di diritto”.
Intanto molti uomini delle forze dell’ordine stanno presidiando a Roma decine di obbiettivi sensibili statunitensi, soprattutto aeroporti, università americane, ambasciate, il consolato e la residenza dell’ambasciatore.
RIFIUTI: 21 arresti a Napoli
La guardia di finanza di Napoli ha arrestato 21 persone nell’ambito dell’inchiesta sul Sistri, il sistema di tracciabilità dei rifiuti. Tra i destinatari dei provvedimenti c’è anche l’ex sottosegretario Carlo Malinconico, per il quale sono stati disposti gli arresti domiciliari. Custodia in carcere, invece, per gli imprenditori Sabatino Stornelli (ex a.d. di Selex Management, gruppo Finmeccanica), Maurizio Stornelli e Francesco Paolo Di Martino.
Durante le indagini i finanzieri hanno trovato un documento in cui sarebbero indicate una serie di consulenze per un milione di euro che l’imprenditore De Martino avrebbe pagato a Malinconico, all’epoca dei fatti presidente di una commissione tecnica sul Sistri del Ministero dell’ambiente.
Strage di Capaci: 8 nuovi arresti per la morte di Falcone. C’è anche il boss Madonia
La Direzione investigativa antimafia (Dia) ha eseguito otto provvedimenti di custodia cautelare, emessi dal gip di Caltanissetta su richiesta della Direzione distrettuale antimafia (Dda) diretta dal procuratore Sergio Lari, nell’ambito delle indagini sulla strage di Capaci. Effettuate anche numerose perquisizioni.
BOSS – Tra gli 8 arrestati c’è il capomafia Salvo Madonia, già detenuto al carcere duro, così come in carcere si trovano le altre 7 persone cui è stato notificato il provvedimento. Tra loro Cosimo D’Amato, un pescatore di Santa Flavia (Palermo), finito in manette nel novembre scorso su ordine dei pm di Firenze che indagano sulle stragi mafiose del ’93. Secondo gli inquirenti, avrebbe fornito l’esplosivo utilizzato per gli attentati di Roma, Firenze e Milano. I pm nisseni gli contestano di avere procurato alle cosche anche il tritolo usato per l’eccidio di Capaci. D’Amato avrebbe recuperato l’esplosivo da residuati bellici che erano in mare. Gli altri arrestati sono Giuseppe Barranca, Cristofaro Cannella, Cosimo Lo Nigro, Giorgio Pizzo, Vittorio Tutino e Lorenzo Tinnirello, tutti in carcere già da tempo, con condanne pesanti per reati di mafia ed omicidio. La nuova inchiesta, che si è basata soprattutto sulle dichiarazioni dei pentiti Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina, ha consentito di fare emergere il ruolo della famiglia mafiosa di Brancaccio nella preparazione e nell’esecuzione dell’attentato.
VELO – Nell’attentato del 23 maggio 1992 furono uccisi il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta. L’inchiesta della Dda, che si è basata anche sulle dichiarazioni dei pentiti Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina, ricostruisce i tasselli mancanti relativi alle fasi deliberativa, preparatoria ed esecutiva della strage di Capaci. In particolare gli inquirenti affermano di avere «squarciato il velo d’ombra nel quale erano rimasti alcuni personaggi, mai prima d’ora sfiorati dalle inchieste sull’eccidio di Capaci». (Fonte: Ansa)
Ustica, hostess: “Sono scampata così”
Una hostess, ex dipendente dell’Itavia, racconta a Tgcom24 come è scampata al disastro di Ustica, il 27 giugno 1980. “Sentivo qualcosa che mi diceva di tornare a casa – testimonia a Top Secret, il programma-inchiesta a cura di Claudio Brachino in onda stasera, dalle 21.30 – e così è stato, ho inventato una scusa, ho detto che stavo poco bene e non sono salita su quel volo. Quella bugia mi ha salvato la vita”.
“Mia verità, un peso importante” – “Ho pensato di far sentire la mia verità, perché per me è un peso importante”, spiega la donna. nell’intervista, rilasciata in esclusiva al giornalista Giampiero Marrazzo, direttore responsabile del quotidiano “Avanti!”.
Loro salivano e io scendevo” – Di quel giorno “resta il ricordo dei colleghi che salivano sull’aeromobile. Loro salivano e io scendevo. Mi sento molto fortunata. Quando i miei amici sentono – afferma l’hostess – che mi lamento per vicissitudini della vita mi ricordano sempre quell’episodio”.
Il giorno prima vide una portaerei – La sopravvissuta ha anche raccontato che, il giorno prima del disastro del Dc-9, il 26 giugno, era sul volo Bologna-Palermo. Fu chiamata dal primo ufficiale pilota per vedere quello che stavano sorvolando: “Guardai dal finestrino della cabina di pilotaggio e vidi una nave enorme, seppi poi, proprio dal pilota, che si trattava di una portaerei. Mi disse che poteva trattarsi di una portaerei americana, ma forse era solo una sua intuizione”. “Il pilota – prosegue la hostess – quasi scherzando, mi disse: meno male che ci siamo noi, piloti veterani, altrimenti ci silurano”. Un altro testimone, un pilota di un volo di linea Alitalia, il 2 aprile ha dichiarato di aver sorvolato i cieli di Ustica e di aver notato “pochi minuti dopo il decollo dall’aeroporto di Palermo, una flottiglia di navi, una che sembrava una portaerei e almeno altre tre-quattro imbarcazioni”.
Derby Roma: Cancellieri: mai più partite di sera
Non possiamo assistere ad una guerriglia urbana, la sera e’ piu’ difficile”. Lo ha detto il ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, interpellata a margine della relazione del presidente della Corte Costituzionale, Franco Gallo, in merito agli scontri avvenuti a Roma lunedi’ scorso, in occasione del derby giocato di sera.
“Bisogna farlo in un altro orario – ha dichiarato il ministro – occorre un ripensamento, ha ragione il prefetto Pecoraro, e soprattutto occorre una maggiore presa di coscienza da parte delle tifoserie. Non e’ possibile che una partita diventi una guerra civile”.
Sicurezza alla guida: Morire per un sms
Certo, lo sa anche un bambino che scrivere un messaggino sul cellulare mentre si è alla guida è pericoloso, addirittura, a volte, può essere mortale. Guidare e scrivere è diventata una combinazione ancora più letale che guidare e parlare al telefono. La cattiva abitudine provoca, solo negli Stati Uniti, la morte di ben 11 adolescenti al giorno, secondo una recente indagine. Purtroppo le campagne di sensibilizzazione condotte finora sono servite a poco. Dagli Usa arriva però una foto che fa riflettere e che inquieta: l’sms interrotto spedito da un 22enne a un amico pochi secondi prima di schiantarsi in auto.
L’ULTIMO SMS – Pochi minuti di distrazione non valgono, è ovvio, la distruzione di giovani vite e di tutte le famiglie e gli affetti che intorno a loro gravitano. Tuttavia, la distrazione provocata dall’uso sconsiderato dello smartphone mentre si guida è alla base di moltissimi incidenti mortali, anche in Italia. Alexander Heit era un giovane studente universitario alla Northern Colorado. Un ragazzo come tanti, con lo smartphone sempre in mano per comunicare con gli amici. Niente grilli per la testa, appassionato di snowboard, escursionismo e con la patente immacolata. Il 3 aprile scorso il giovane era in macchina e stava andando in università a Greeley. Non guidava veloce, aveva però lo sguardo fisso sullo schermo dell’iPhone mentre messaggiava con un amico.
MONITO – È bastata una breve distrazione, una frazione di secondo, e d’improvviso è finito sulla corsia opposta della carreggiata, ha perso il controllo della sua auto ed è piombato a tutta velocità in un dirupo. È morto in ospedale dopo una breve agonia. Ora i suoi genitori hanno voluto rendere pubbliche le ultime frasi spedite dal figlio prima dello schianto fatale. Si tratta di una conversazione banale, che però vuol’essere un monito perchè simili tragedie non capitino più. La foto della schermata è stata pubblicata mercoledì dal giornale The Greeley Tribune: «Mi piace, sei un amico. Ci vediamo presto, ti tw», è la frase, interrotta, scritta da Heit prima dell’incidente.













