Stradale: presa la banda dei furti nei Tir, 6 in manette

Sono stati colti in flagranza mentre rubavano la merce da un Tir fermo in un’area di servizio dell’autostrada A14 alle porte di Forlì, e sono stati arrestati. A finire in manette una banda di ladri composta da 6 pregiudicati campani che in trasferta depredavano gli autotrasportatori del carico di merce.

L’indagine degli uomini del Compartimento polizia stradale di Bologna aveva preso spunto dall’incremento, negli ultimi mesi, dei furti ai danni degli autisti dei Tir in sosta nelle piazzole dell’autostrada.

Venerdì scorso, intorno alle 4 di notte i malviventi, dopo aver procurato uno squarcio nel telone del veicolo di un polacco intento a riposare, hanno iniziano a trasbordare la merce, 51 colli di abbigliamento di marca, su un analogo mezzo affiancato.

La tecnica utilizzata permette di effettuare il furto senza che il camionista possa accorgersi di quanto stia accadendo ma per i sei già conosciuti per gli stessi reati si sono aperte le porte del carcere.

L’operazione “cutting 2” della Squadra di polizia Giudiziaria del Compartimento polizia Stradale di Bologna e Ancona e della sottosezione polizia Stradale di Modena Nord hanno permesso di recuperare la merce sottratta.

fonte Polizia di Stato

Sardegna: attacchi armati a caveaux e portavalori, 23 fermati

Oggi un’organizzazione criminale specializzata in attacchi, con tecniche paramilitari e armi da guerra, a furgoni portavalori e ai caveaux di istituti di vigilanza, è stata smantellata con una operazione congiunta tra Polizia di Stato e Guardia di Finanza.

Sono prevalentemente pregiudicati di origine sarda, le 23 le persone indagate per i reati di associazione per delinquere, rapina, porto illegale di armi da guerra, associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e favoreggiamento.

L’operazione, condotta dalle Squadre mobili di Cagliari e Nuoro, con il coordinamento del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato e con la collaborazione del nucleo di Polizia Tributaria di Nuoro, è stata decisa anche per impedire la prossima realizzazione di un assalto ad un furgone portavalori, accuratamente pianificata da alcune settimane.

Il blitz scattato questa mattina che ha visto impegnati circa 300 tra uomini e donne della Polizia di Stato dei reparti speciali, unità cinofile, elicotteri e pattuglie della Polizia stradale, ha riguardato le province di Sassari, Nuoro, Oristano e Pavia.

La lunga indagine condotta dai poliziotti delle Squadre Mobili di Cagliari e Nuoro ha consentito di individuare l’esistenza di una associazione a delinquere di tipo paramilitare che progettava e realizzava efferati delitti non solo in Sardegna ma anche nel resto del territorio nazionale.

Colpita, in particolare, la famiglia degli Olianas, che da anni si è spartita ed ha gestito tutto il connesso malaffare, soprattutto nell’isola.

Il lavoro dei poliziotti ha permesso di seguire tutti i passaggi criminali posti in essere dall’organizzazione: dalla progettazione, ai sopralluoghi, al furto delle autovetture, al reperimento delle armi da guerra per realizzare gli assalti, alle riunioni svolte all’interno di ovili.

È stato possibile, tra l’altro, contestare il clamoroso assalto avvenuto nel 2013 al caveau di Nuoro per un bottino di oltre 6 milioni di euro.

Nel corso dell’inchiesta, i poliziotti hanno inoltre riscontrato, per alcuni degli indagati, il coinvolgimento nel favoreggiamento della latitanza di Pasquale Scanu, ricercato dal 2013 e arrestato il 23 aprile 2015 per il sequestro di un imprenditore campano, commesso, nel 2010, in provincia di Napoli.

fonte Polizia di Stato

Così la cricca imbrogliava Equitalia

Sentenze pilotate, sgravi fiscali illegittimi e, addirittura, cartelle esattoriali sospese o rimborsate. La “cricca” di giudici tributari, commercialisti, funzionari e appartenenti alle forze dell’ordine, poteva davvero “fare i miracoli”, dicono i protagonisti intercettati. In 13 sono finiti in manette con accuse che vanno dall’associazione a delinquere alla corruzione, per aver manipolato ricorsi e decisioni. Dall’informativa stilata dalla Guardia di Finanza, pero’, emerge che gli interessi curati dal sodalizio erano più vasti. In combutta con il Giudice Onofrio D’Onghia Di Paola, per esempio, la commercialista Rossella Paoletti, dietro compenso, avrebbe fatto ottenere ad alcuni clienti la sospensione di una cartella esattoriale da 300mila euro, e avrebbe anche tentato di aggiudicarsi il rimborso delle rate anticipate. Nella vicenda, scrivono gli investigatori, sarebbe coinvolta anche una dipendente di Equitalia, Simona Attanasio. Per il suo intervento, si legge nel documento, Di Paola “ha ricevuto 20mila euro, di cui pero’ ha restituito 5mila poiché la Commissione Tributaria ha sospeso la sentenza ma non ha disposto la restituzione di quanto già pagato dai ricorrenti”, cioè 180mila euro.

E’ il 6 febbraio 2013. Nello studio di Paoletti, considerato dagli inquirenti il “quartier generale” della cricca e tappezzato di microspie, Attanasio e la commercialista parlano di una cartella esattoriale da 300mila euro per la quale si è deciso di fare ricorso. La Paoletti chiede alla dipendente Equitalia di monitorare la pratica e di occuparsene di persona. Poi le consegna qualcosa, “verosimilmente denaro”, scrive la Finanza. Il giorno dopo vengono convocati gli interessati. La professionista fa riferimento a Di Paola, che si occuperà dell’istanza. “La cartella non la dovete pagare – dice la donna – il Presidente mio amico mi sta facendo l’istanza”. Il passo successivo sarebbe l’udienza in Cassazione che, secondo l’indagata “verrà sensibilizzata quando sarà il momento, se ci danno ragione avrete tutta la restituzione, non è un’utopia”. Paoletti è fiduciosa, avendo “le persone giuste al posto giusto”. E assicura ai clienti che il giudice le farà avere anche il rimborso delle rate già pagate. “Chiaramente ci vogliono i soldi per questo” specifica. Il 10 aprile, Di Paola termina il lavoro e batte cassa. Sostiene che 10mila euro vanno versati subito per “preparare”, gli altri andranno consegnati prima dell’udienza. Per il pagamento, giudice e commercialista si scambiano messaggi criptici: “Stiamo organizzando una cena, fammi sapere quando passi. Hanno presentato i documenti per il master e volevano chiederti un’informazione” scrive la donna.

Il 22 giugno, Di Paola ha due notizie, una bella e una brutta: “La sospensione sarà totale” dice trionfante, ma la Commissione non può ordinare direttamente il rimborso. Di Paola restituisce quindi parte del denaro versato: circa 5mila euro. A settembre magistrato e commercialista si accordano su come procedere in Cassazione. Il giudice le ricorda che il cliente è scontento per i troppi soldi pagati e minaccia di sporgere denuncia. Lei lo rassicura: “Ora sono contenti… non gli è arrivato niente da pagare… ti volevano portare a cena”.

di Michele Allegri – Il Messaggero

In trasferta da Catania ad Enna per svuotare i bancomat7

Una banda criminale, in trasferta da Catania ad Enna e con l’aiuto di un complice del posto, aveva messo a segno in poco tempo dei colpi ai bancomat situati all’interno degli ospedali della zona.

Così, 9 persone sono state arrestate, questa mattina, dagli uomini della Squadra mobile di Enna in collaborazione con quelli di Catania e del commissariato di Nicosia.

Diversi furti sono stati attribuiti alla banda che spesso usava far esplodere i bancomat.

Dalle intercettazioni effettuate durante le indagini, è emerso il singolare codice con cui comunicavano.

Tema dominante il “calcetto”: le riunioni tra di loro venivano chiamate “partite”; se un colpo non andava a buon fine a causa dell’intervento della Polizia, usavano dire “l’altra squadra era più forte”, oppure se qualcuno si tirava indietro all’ultimo momento, tra di loro commentavano “che aveva paura di giocare”.

Gli investigatori hanno scoperto anche che la banda sceglieva di volta in volta le persone da coinvolgere per i colpi.

fonte Polizia di Stato

Padova: catturato rapinatore della Mala del Brenta

Arrestato nel corso di un blitz, in un’abitazione di Chirignago (Venezia), il latitante Ercole Salvan, la primula rossa dei rapinatori della Mala del Brenta.

Questa mattina, gli investigatori delle Squadre mobili di Padova e Venezia, sono riusciti a catturare il pericoloso rapinatore del Triveneto, scovato nell’abitazione di un insospettabile complice, anch’egli finito in manette.

Il criminale, con un trascorso di innumerevoli rapine anche con esito letale, era evaso dagli arresti domiciliari il 20 dicembre scorso, dopo un arresto in flagranza di tentata rapina avvenuto il 19 ottobre.

Salvan deve anche scontare una condanna a sette anni e tre mesi, divenuta esecutiva in questi mesi, perchè responsabile di una serie di rapine a furgoni portavalori.

fonte Polizia di Stato

Estorsioni a imprenditori baresi, 25 arresti

Duro colpo al clan “Parisi” con i 25 arresti di questa mattina da parte della Squadra mobile di Bari a cui hanno preso parte 350 uomini tra agenti del Servizio centrale operativo e delle Squadre mobili di Brindisi, Foggia, Lecce, Matera e Taranto, con l’ausilio di equipaggi del Reparto prevenzione crimine, di Nuclei del IX Reparto mobile e di unità cinofile ed aeree.

Gli indagati sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione per delinquere di tipo mafioso, concorso esterno in associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione, detenzione e porto di arma comune da sparo, lesioni personali, violazione di domicilio, invasione di terreni ed edifici, furto, illecita concorrenza con minaccia e violenza, favoreggiamento, minaccia.

Gli arresti seguono un’indagine della Squadra mobile, avviata nel marzo 2011, che ha consentito di documentare l’attività criminale dell’organizzazione mafiosa che a Bari e provincia, attraverso un capillare e sistematico controllo del territorio, gestiva, in situazione di monopolio, numerose attività illecite.

Le condotte estorsive, seppur non sempre commesse con atti di violenza fisica, avvenivano non più tramite richiesta di “pizzo“, ma attraverso un sistema che prevedeva l’imposizione agli imprenditori di guardianie, di ditte o di commesse di forniture e lavori.

Il clan Parisi si comportava come un vero e proprio intermediario che interveniva sul mercato suggerendo, ma sostanzialmente imponendo, ditte e manodopera “amiche”, dalle quali guadagna una percentuale sugli utili e sui compensi.

Nell’inchiesta risultano coinvolti anche sei imprenditori responsabili di concorso esterno in associazione per delinquere di tipo mafioso.

Durante l’operazione sono stati sequestrati tre immobili, un terreno agricolo, 15 autovetture, 13 motoveicoli, tre imprese individuali, cinque società di capitali per quasi 5 milioni euro, nonché, 79 rapporti bancari e finanziari, il cui valore è da quantificare.

“Le due operazioni antimafia portate a termine questa mattina a Bari e Reggio Calabria hanno dimostrato che, attraverso un costante lavoro di squadra, è possibile ripristinare legalità e sicurezza ridando fiducia ai cittadini“. Così il capo della Polizia, Alessandro Pansa, nel complimentarsi con i questori di Bari e Reggio Calabria per gli importanti risultati conseguiti dagli uomini e dalle donne della Polizia di Stato quotidianamente impegnati nella lotta alla criminalità organizzata.

fonte Polizia di Stato

Colpo grosso a Venezia: sventato furto di opere d’arte

Dopo un colpo al portavalori nel luglio 2015, con un guadagno di quasi 800 mila euro, una banda di criminali che opera in Veneto aveva pensato di alzare il livello; i rapinatori avevano infatti progettato, per lo scorso autunno, un colpo milionario questa volta a Palazzo Grassi a Venezia, dove sono esposte le opere della Collezione Francois Pinault, il famoso imprenditore del lusso.

Il colpo senza precedenti avrebbe permesso di immettere sul mercato clandestino le opere d’arte di grande valore, esposte nel palazzo settecentesco.

Le indagini sulla rapina al portavalori, avvenuta a Treviso, avevano però fatto desistere i malviventi che, evidentemente, sentivano il fiato degli investigatori sul collo.

La Polizia aveva scoperto questo progetto con delle intercettazioni telefoniche che avevano portato, nello scorso febbraio, all’arresto di una guardia giurata che conduceva il furgone rapinato lo scorso luglio.

Nelle intercettazioni, infatti, appare coinvolta una persona che saltuariamente lavorava dentro il Palazzo veneziano e che avrebbe avuto il ruolo di basista, così come la guardia giurata lo aveva avuto nella rapina al portavalori.

Continuano nel frattempo le indagini per identificare tutti gli altri componenti della banda.

fonte Polizia di Stato

Estradato il boss della Nuova Camorra Organizzata Pasquale Scotti

Dopo 31 anni di “vacanza” sulle spiagge tropicali del nordest brasiliano, e’ rientrato in Italia con le manette ai polsi il boss della camorra Pasquale Scotti, detto Pasqualino “o collier”. Era stato arrestato lo scorso maggio a Recife, capitale dello Stato di Pernambuco , dove si era rifugiato da circa 31 anni per sfuggire a due condanne per omicidio e per le quali ora dovrà scontare 30 anni di reclusione.

Pasquale Scotti era un pezzo da novanta della camorra degli anni 80: oltre che braccio destro di Raffaele Cutolo, capo della cosiddetta Nuova Camorra Organizzata, era anche il suo killer preferito. Arrestato nel dicembre del 1983 quando stava cercando di riorganizzare le fila della n.c.o. (Cutolo si trovava recluso nel supercarcere dell’Asinara), l’antivigilia di natale del 1984 evase dall’ospedale di Caserta, ove si trovava agli arresti ospedalieri, avendo avviato un percorso di collaborazione. Quindi la fuga verso il Brasile, dove si era rifatto una vita: sposato con una brasiliana, aveva avuto due figli e si faceva chiamare Francisco de Castro Visconti, imprenditore di successo con gestione di numerose attività, tra società di servizi e ristoranti.

Peraltro, inserito nell’elenco dei 10 latitanti più pericolosi, gli investigatori della Squadra Mobile di Napoli non avevano mai smesso di cercarlo, finché non erano riusciti a stanarlo con la collaborazione dell’Interpol e della Polizia brasiliana. Al momento dell’arresto, come detto avvenuto nel maggio del 2015, stava comprando dei dolci in una panetteria di Recife. Questa la prima frase che disse quando fu fermato dai poliziotti: “Pasquale Scotti è morto nel 1986”.

A termine del lungo iter per l’estradizione (il suo caso è stato al centro di una disputa diplomatica tra il governo italiano e quello brasiliano, che ha poi concesso l’attesa estradizione del latitante), accompagnato da personale dell’Interpol e del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, alle prime luci dell’alba di ieri è giunto all’aeroporto di Fiumicino, con un volo Alitalia partito da Rio de Janeiro. Dopo le formalità burocratiche, è stato associato alla casa circondariale di Rebibbia, a Roma.

Si è così conclusa ufficialmente la lunga “vacanza” brasiliana di Pasqualino “o collier”. Ora gli inquirenti sperano in una sua collaborazione, magari indotta dal desiderio di riacquistare quella libertà gustata per così tanto tempo. Il suo contributo potrebbe aprire uno spiraglio di luce su una serie di misteri ancora irrisolti degli anni in cui era il killer più fidato del capo della nuova camorra organizzata, come il sequestro Cirillo e l’omicidio Calvi. Proprio per questo motivo, pare che nei suoi confronti sia stato disposto “l’isolamento diurno”.

Pasquale Scotti è solamente l’ultimo in ordine di tempo di superlatitanti italiani rintracciati ed arrestati in Brasile. Anche se il caso più noto ed emblematico è quello del terrorista Cesare Battisti, sono diversi i casi di boss della criminalità organizzata nostrana che, dopo l’emissione di provvedimenti restrittivi a loro carico, hanno cercato rifugio nel Paese verde oro, come, ad esempio, Francesco Salzano, arrestato a Fortaleza (altra metropoli del nordest brasiliano) nel febbraio del 2011. L’uomo, all’epoca 37enne, ritenuto dagli inquirenti un killer del clan dei “Casalesi”, era ricercato sulla base di un’ordinanza di custodia cautelare per associazione mafiosa e triplice omicidio.

Ma a prediligere la latitanza nel Paese tropicale pare non siano solamente gli affiliati a cosche mafiose. Giusto per citare qualcuno dei latitanti “comuni” arrestati in Brasile negli ultimi anni, ricordiamo Gianluca Medina, 41enne di Borgomanero, catturato il 3 luglio dello scorso anno dopo una latitanza durata circa 3 mesi, a seguito di condanna definitiva alla pena di sei anni e mezzo di reclusione per traffico di stupefacenti e detenzione illegale di armi. La cattura avvenne a Jijoca de Jericoacoara -sempre nordest- (cittadina balneare tra le più belle e caratteristiche del mondo, per noi italiani anche tristemente nota perché luogo in cui, nel natale del 2014, fu assassinata la 29enne piacentina Gaia Molinari), ove il Medina aveva trovato riparo sin dal primo giorno di fuga ed in cui era stato poi raggiunto dalla compagna e dal figlio.

E come non ricordare, poi, il 31enne bresciano Massimiliano (Max) Tosoni, il quale, durante la sua latitanza a Fortaleza (era scappato da alcuni anni dall’Italia perché ricercato per una serie di rapine), il 31 gennaio 2013, coadiuvato da tre “meninos de rua” (ragazzi di strada) tra i 14 e i 15 anni, si rese responsabile del trucido assassinio a scopo di rapina, mediante sgozzamento, di Andrea Macchelli, 48enne modenese, affittacamere per turisti, e di un giovane cambiavalute brasiliano; crimini per i quali è stato poi condannato dal tribunale di Fortaleza a 31 anni di carcere.

Che dire, sembra che molti dei latitanti italiani siano attratti dal Brasile ed in particolare dalle spiagge infinite e dal clima sempre estivo del nordest brasiliano, a meno che, perlomeno per quanto riguarda gli appartenenti alla criminalità organizzata, questa loro massiccia presenza in territorio brasiliano non debba essere collegata al riciclaggio dei proventi del narcotraffico, del commercio delle armi, delle estorsioni ed altro, attraverso investimenti nel settore immobiliario, che negli ultimi anni ha avuto una crescita esponenziale senza precedenti. Ma questa è un’altra storia.

di Umberto Buzzoni

Roma, ricorsi tributari pilotati: tredici arresti, anche giudici e avvocati

Sono 13 le misure emesse dalla procura di Roma nei confronti della presunta cricca composta da funzionari pubblici, compresi giudici, e professionisti che nella capitale pilotava l’esito dei ricorsi tributari dietro il pagamento di compensi. In corso anche decine di perquisizioni presso l’abitazione e gli uffici degli arrestati.

Il sistema messo in piedi, sostiene la Guardia di Finanza, era noto solo agli addetti ai lavori ed era così rodato da garantire ai contribuenti che si rivolgevano alla cricca il pieno successo nei ricorsi contro il Fisco. È stato un professionista a rompere il circolo vizioso: vessato dalle continue richieste, infatti, ha rivelato agli investigatori l’esistenza dell’organizzazione.

Il resto lo hanno fatto le indagini dei finanzieri della compagnia di Velletri, coordinati dalla procura di Roma: è così emersa una rete di relazioni tra alcuni infedeli giudici tributari, dipendenti, anche in pensione, dell’Amministrazione Finanziaria – civile e militare -, avvocati, consulenti e commercialisti. Una rete che aveva come obiettivo quello di sterilizzare con ogni mezzo, l’attività di accertamento del Fisco.

In sostanza, i contribuenti, dopo aver pagato ingenti somme di denaro o fatto regali di vario genere agli appartenenti alla cricca, ottenevano indebiti sgravi di imposte dagli uffici dell’agenzia delle entrate o riuscivano a vincere i ricorsi promossi davanti alla Commissione tributaria regionale e provinciale di Roma contro gli atti di accertamento conseguenti alle verifiche subite dal Fisco. I 13 destinatari delle misure, di cui 8 legati secondo la Gdf dal vincolo associativo, agivano all’interno degli organi di appartenenza in base a ruoli ben precisi ed all’esclusivo scopo di vanificare il lavoro di contrasto all’evasione fiscale operato dalla parte sana dell’Amministrazione Finanziaria. Il lavoro degli inquirenti prosegue ora per recuperare, da un lato, il provento dei reati e, dall’altro, rinvigorire i provvedimenti tributari indebitamente annullati dall’intromissione della cricca.

ANCHE UN ATTORE Tra i 22 indagati complessivi dell’inchiesta sulle sentenze pilotate delle Commissioni Tributarie figura anche l’attore Massimo Giuliani. Secondo l’accusa avrebbe versato 65 mila euro per ottenere, in appello presso la commissione regionale, il rigetto di un ricorso dell’Agenzia delle Entrate contro una sentenza a lui favorevole e relativa a cartelle esattoriali di diversi accertamenti tributari per un ammontare di tre milioni di euro.

Un ringraziamento speciale da parte del Direttore Umberto Buzzoni e di tutta la Redazione del Mensile Polizia di Stato per l’eccellente lavoro svolto da tutti gli agenti intervenuti.

fonte Il Messaggero

 

Clonavano carte e rubavano i codici, due arresti a Milano

Li hanno bloccati mentre stavano smontando uno skimmer e una telecamera su uno sportello bancomat nella periferia nord di Milano.

Si tratta di due 39enni, un uomo pluripregiudicato e una donna incensurata di origine bulgara, arrestati dagli agenti del Compartimento polizia postale e delle comunicazioni del capoluogo lombardo. Sono entrambi accusati del reato di intercettazione, impedimento o interruzione illecita di comunicazioni informatiche o telematiche.

I due criminali erano specializzati nel clonare carte di credito e bancomat utilizzando skimmer e microtelecamere piazzati sugli sportelli automatici.

BancomatL’attività investigativa nasce da una segnalazione dell’Unicredit inerente alcuni movimenti bancari sospetti. Grazie alla collaborazione dell’istituto di credito con gli specialisti della Postale sono stati evidenziati i movimenti anomali su numerose tessere magnetiche.

Infatti in pochi giorni i due criminali erano riusciti ad effettuare più di 600 clonazioni su carte di almeno quattro istituti bancari diversi.

Per monetizzare l’attività sfruttando i dati carpiti fraudolentemente, questi venivano trasmessi all’estero, mentre in Italia venivano utilizzati solo i codici di tessere clonate in altri Paesi, soprattutto negli Stati Uniti e Ucraina.

Durante la perquisizione nell’abitazione della coppia, gli agenti della Postale hanno sequestrato numerosi skimmer completi di telecamera e scheda di memoria, due smartphone, un computer portatile, una dozzina di carte clonate e diverse migliaia di euro in contanti.

Di particolare interesse un registro sul quale i criminali avevano annotato i numeri di tutte le carte clonate con i relativi codici pin associati.

Proseguono le indagini per accertare le responsabilità dei due indagati anche in relazione ad analoghi reati commessi nel territorio lombardo con le stesse modalità.

fonte Polizia di Stato