Torino: tenta furto in diretta video, arrestato

La Polizia di Stato di Torino, ha arrestato un 55enne di origini sinti per due furti consumati in danno di anziani.

Nel primo furto l’uomo per conquistare la fiducia dell’anziana donna si è finto vigile urbano e, con la scusa di aver precedentemente fermato dei ladri usciti dal suo appartamento, riusciva ad entrare in casa per assistere la vittima nella verifica del furto. A quel punto l’uomo aveva raggiunto lo scopo di vedere dove erano nascosti i suoi averi e in un momento di distrazione le ha rubato alcune centinaia di euro.

Nel secondo episodio, accade quasi la stessa cosa solo che un imprevisto permette di individuarlo. I familiari della vittima a causa dei ripetuti furti, avevano fatto installare nell’appartamento una telecamera che in quell’occasione ha ripreso il ladro in diretta mentre cercava di derubare l’anziana signora.

Le perquisizioni svolte dai poliziotti presso le abitazioni anche di altri uomini appartenenti alla stessa comunità hanno portato al recupero di numerosi gioielli e alla somma di 80mila euro in contanti.

L’attività eseguita successivamente ha consentito di sequestrare, attraverso provvedimenti emessi dal Tribunale di Torino, numerosi veicoli e conti correnti bancari per un ammontare di circa 350mila euro.

fonte Polizia di Stato

A Milano 4 arresti per tratta di esseri umani

Ammontava anche a 70mila euro il debito che alcune prostitute nigeriane, ridotte in schiavitù, dovevano ad una rete criminale specializzata nella tratta di esseri umani. Così, dopo un’indagine durata più di un anno, la Squadra mobile di Milano ha arrestato quattro cittadini nigeriani che avviavano giovani donne alla prostituzione in provincia di Milano.

L’organizzazione operava già dalla Nigeria; le ragazze infatti venivano sottoposte ad una variante del rito voodoo con cui si sottomettevano psicologicamente.

Dopo questa preparazione arrivavano nel nostro Paese, in molti casi attraversando il deserto, e poi a bordo di barconi dalla Libia a Lampedusa.

In Italia, inizialmente erano affidate a una “madame” che le avviava alla prostituzione facendo credere loro di essere debitrici di grosse somme di denaro per esser state “aiutate” a raggiungere l’Europa.

Almeno 9 le ragazze individuate dagli investigatori di cui 4 quelle collocate in una comunità di recupero del comune di Milano.

Gli agenti hanno recuperato, inoltre, anche dei quaderni in cui la madame teneva la contabilità che avrebbe reso libere per sempre le ragazze.

fonte Polizia di Stato

Mafia capitale, via al processo: dai Nar alle coop rosse, in aula la piovra di Roma

C’è voluta una citazione di Tolkien per trovare la metafora giusta, quel “mondo di mezzo” che un tipo decisamente navigato come Massimo Carminati ha usato per autodefinire quel mileu tipicamente romano divenuto, anche per la Cassazione, Mafia Capitale. Un sistema dove per intimidire bastava il nome, quel “Cecato” che Roma conosce e teme da decenni, un personaggio che riporta le lancette indietro agli anni ’70, ai tempi delle batterie di rapinatori che si unirono sotto il nome della Banda della Magliana. Se alla parola “capitale” si è associata l’espressione “mafia” – con tutto il peso giuridico che ne deriva – questo lo si deve soprattutto alla sua ingombrante presenza.

Il maxi processo che inizia oggi nell’aula Occorsio della cittadella giudiziaria di Piazzale Clodio sarà una sorta di grande autodafé, un luogo simbolico dove s’incroceranno le tante città invisibili che attraversano la capitale. Dalle trame nere che avvolgono la storia di Carminati, fino al sistema corruttivo gestito dal “rosso” Buzzi, attraverso la cooperativa 29 giugno. Quarantasei imputati, 18 con l’accusa di associazione mafiosa, più di 200 testimoni, 4 udienze a settimana, con gli avvocati sul piede di guerra, pronti a dichiarare sciopero contro il calendario ritenuto troppo fitto.

Gli uomini di Mafia Capitale
Il primo e più pesante capo d’imputazione che aprirà il processo storico è l’associazione mafiosa. Diciotto gli imputati del primo troncone – il principale – che prese il via con gli arresti del 2 dicembre 2014. Il dominus per la Procura di Roma è senza dubbio Massimo Carminati. Il decreto che dispone il giudizio parte dalla sua figura per descrivere l’organizzazione che ha ruoli e protagonisti ben definiti: “Coordina tutte le attività dell’associazione, fornisce le schede telefoniche dedicate per le comunicazioni riservate, individua e recluta gli imprenditori, mantiene i rapporti con gli esponenti delle organizzazioni criminali presenti a Roma, con istituzioni, forze dell’ordine e servizi segreti”. Il suo braccio destro è un altro nome ben noto nella Roma criminale, Riccardo Brugia, in passato gravitante nel mondo dei Nar. Per la procura è lui il custode delle armi, e dovrà difendersi dall’accusa di aver coordinato le attività estorsive. Vicinissimo a Carminati era Roberto Lacopo, il benzinaio di Corso Francia, uno dei luoghi preferiti dal “Cecato” per incontri e riunioni. Insieme a Matteo Calvio per l’accusa si sarebbe occupato delle estorsioni, in stretto coordinamento con Brugia.

L’ex consigliere del municipio di Ostia – sciolto per mafia – Fabrizio Fabio Testa si presenta a giudizio con l’ipotesi di essere stato la testa di ponte dell’organizzazione con il settore politico. Era lui – per i magistrati – il principale incaricato dell’attività corruttiva occupandosi delle nomine “di persone gradite all’organizzazione in posti chiave della pubblica amministrazione”. Assieme a lui risponde di associazione mafiosa anche Luca Gramazio, prima consigliere al comune di Roma e poi consigliere regionale del Lazio. Per i magistrati avrebbe posto “al servizio dell’organizzazione le sue qualità istituzionali” con una funzione di collegamento” tra il gruppo di Carminati e Buzzi con la politica.

Salvatore Buzzi – l’altro volto noto di Mafia Capitale, l’uomo ai vertici delle coop romane – potrebbe essere definito il vero referente finanziario, il lato imprenditoriale, con il compito di gestire “le attività economiche dell’associazione nei settori dei rifiuti, accoglienza migranti e profughi, del verde pubblico”. Accanto a Buzzi risponderanno di associazione mafiosa anche la sua segretaria Nadia Cerrito, tenutaria della contabilità, la compagna Alessandra Garrone (“condivide le strategie operative, contribuisce all’attività corruttiva”, secondo i magistrati) e Paolo Di Ninno, il suo commercialista di fiducia, l’uomo che per la procura gestiva i conti dedicati all’attività corruttiva. C’è poi Carlo Maria Guarany, stretto collaboratore di Buzzi nella cooperativa 29 giugno. Legato a Buzzi era Claudio Caldarelli, politico cresciuto a Cerveteri, che si occupava di “presentare presso i competenti uffici comunali – spiega un’informativa del Ros – la documentazione contabile per ottenere il pagamento dei canoni di locazione dei campi nomadi di proprietà o gestiti dal gruppo”.

Imprenditori accusati di associazione mafiosa sono anche Cristiano Guarnera, Agostino Gaglianone e Giuseppe Ietto, definiti dal Gip Costantini – che ha firmato il decreto di giudizio immediato chiesto dal procuratore Pignatone, dall’aggiunto Prestipino e dai pm Ielo, Cascini e Tescaroli – “collusi”, pronti a mettere a disposizione dell’organizzazione le proprie imprese nel settore dell’edilizia, della gestione degli appalti, del movimento terra e della ristorazione.

Attorno a Carminati agivano poi pezzi della Roma nera, quel “mondo di mezzo” nato e cresciuto all’interno del neofascismo della capitale, tra il fungo dell’Eur e Roma nord. Il più noto è Franco Panzironi, accusato di essere un “pubblico ufficiale a libro paga dell’associazione”. Era l’uomo che agiva all’interno della municipalizzata Ama, prima come Ad e poi come funzionario di rilievo, fornendo – secondo l’accusa – “uno stabile contributo per l’aggiudicazione degli appalti pubblici”. Dal gruppo dell’Eur veniva Carlo Pucci, legatissimo all’ex Ad dell’ente Eur spa Riccardo Mancini, che all’interno della società pubblica aveva un ruolo di rilievo. Secondo la Procura era anche lui un anello importante utilizzato dall’associazione per aggiudicarsi gli appalti. A chiudere il cerchio due nomi direttamente legati – per la procura di Roma – alla cosca dei Mancuso di Limbadi, Rocco Rotolo e Salvatore Ruggiero, emersi nel corso delle indagini su alcune cooperative di pulizia.

Gli affari
Accanto alle estorsioni – almeno 5 gli episodi contestati – il gruppo Carminati-Buzzi puntava in alto, agli affari che contano veramente nella capitale. Prima di tutto i rifiuti, attraverso l’opera di condizionamento della municipalizzata Ama, stazione appaltante che spesso vedeva la cooperativa 29 giugno affidataria di diversi lavori. L’uomo chiave in questo caso era Franco Panzironi, che insieme a Giovanni Fiscon e ad “altri funzionari non identificati” avrebbe agito all’interno della società romana per favorire le coop riconducibili a Salvatore Buzzi. In cambio – sostiene l’accusa – Panzironi avrebbe intascato una “costante retribuzione di ammontare non determinato dal 2008 al 2013 e a partire da tale data pari a 15 mila euro mensili”. Non solo. Altri 120 mila euro sarebbero stati poi pagati come tangente (pari al 2,5% del valore dell’appalto) per un servizio “non ancora identificato”. Soldi che per i magistrati sarebbe stati destinati anche alla fondazione “Nuova Italia” di Gianni Alemanno. Su questo filone ci sono ancora molti punti non chiariti: per la gara destinata all’emergenza rifiuti di Roma, ad esempio, il Gip fa riferimento ad altri protagonisti “non identificati”, indicati come “rappresentanti di Federambiente”, ovvero la principale organizzazione imprenditoriale del settore.

Il gruppo delle coop di Buzzi avrebbe poi usufruito di un trattamento di favore anche da Carlo Pucci nell’affidamento di lavori da parte di Eur spa, in cambio della somma “ di 5000 euro mensili oltre alla somma di 15 mila euro una tantum”. Il tutto “previo concerto con Carminati”. Tra i capi d’imputazione vi sono poi appalti del comune di Sant’Oreste, in provincia di Roma, per il servizio di igiene urbana. Secondo l’accusa in questo caso sarebbero state pagate mazzette per 40 mila euro.

Il Comune di Roma era un “mucca da mungere” soprattutto per i lavori di manutenzione del verde pubblico, affidati, anche in questo caso, alle coop di Buzzi. Affari che vedevano, secondo i magistrati, il diretto interessamento di Massimo Carminati. Per ottenere i lavori il gruppo Buzzi avrebbe chiesto “ai competenti organi della giunta comunale di orientare la destinazione delle risorse economiche in bilancio” a favore delle cooperative controllate da Salvatore Buzzi. Una pressione continua e asfissiante, poi analizzata nel dettaglio dalla commissione di accesso inviata dal prefetto Franco Gabrielli.

Infine il lungo elenco dei capi d’imputazione del processo Mafia Capitale vede il business dei profughi. L’uomo chiave in questo caso è Luca Odevaine, sulla scena politica romana da almeno due decenni, strettamente legato al Pd. Secondo l’accusa avrebbe orientato a favore del gruppo Buzzi le scelte del Tavolo di Coordinamento nazionale sull’Accoglienza dei profughi, trasformando l’emergenza umanitaria in un enorme affare. Il tutto in cambio di mazzette con diversi zeri.

fonte Il Fatto Quotidiano

Terni: preso nella città umbra latitante di camorra

Il boss della camorra di Forcella Pasquale Sibillo, è stato bloccato mentre era in auto insieme a un familiare non lontano dal centro di Terni dagli agenti della Squadra mobile di Napoli e della città umbra; era latitante dal giugno scorso per omicidio, tentato omicidio, associazione mafiosa e traffico di stupefacenti. Il criminale che era ospitato in un appartamento del centro ternano, è apparso molto sorpreso alla vista dei poliziotti ai quali non ha comunque opposto resistenza.

Tra i primi di luglio e la fine dello stesso mese si sono verificati a Napoli una serie di fatti di sangue, tra cui 3 omicidi, che, sono riconducibili da un lato al clan Sibillo e ai suoi alleati e, dall’altro, alle famiglie Del prete e Baldassarre tradizionalmente legate al clan Mazzarella.

Il 2 luglio, venne ucciso il fratello del boss, Emanuele, proprio per dare un segnale a Pasquale. E fu lo stesso capo del clan a portare il fratello morente in ospedale, lasciandolo fuori il pronto soccorso.

La risposta dei Sibillo, non tardò ad arrivare e il 31 luglio vennero uccisi Salvatore D’Alpino e Luigi Galletta e ferito Sabatino Cardarelli.

fonte Polizia di Stato

Botte e minacce ai passanti, presi a Milano 4 giovani rapinatori

Le loro vittime erano quasi sempre giovani studenti o persone isolate che venivano aggredite di notte per essere violentemente rapinate: pugni, schiaffi, calci in testa e all’addome nonché minacce con coltelli a serramanico e bottiglie rotte puntate al collo.

In questo modo un gruppo i criminali si impossessava di cellulari, contanti, carte di credito e computer portatili, e poi si dava alla fuga.

I raid sono stati interrotti dagli agenti del commissariato Porta Ticinese di Milano, che hanno arrestato quattro giovani con l’accusa di concorso in rapina pluriaggravata.

Sono infatti almeno 15 le rapine messe a segno dalla banda negli ultimi 15 giorni, nella zona tra parco Solari, via Bocconi e via Castelbarco.

L’indagine dei poliziotti è stata molto rapida, ed è partita dall’analisi del modus operandi utilizzato dai criminali e delle zone da loro preferite.

In questo modo è stata circoscritta una zona di “probabile azione”, un perimetro all’interno del quale, secondo gli investigatori, era altamente probabile che i rapinatori avrebbero colpito ancora.

A quel punto sono stati predisposti servizi di appostamento e controllo del territorio, effettuato da pattuglie in borghese che hanno perlustrato per diversi giorni la zona.

E proprio durante uno di questi servizi una delle pattuglie ha individuato quattro persone che corrispondevano esattamente alle descrizioni fornite dalle vittime. Oltre alle caratteristiche somatiche, corrispondevano anche alcuni particolari di abbigliamento, più volte ricorrenti nei reati denunciati, in particolare una giacca mimetica e un paio di scarpe rosso fiammante con punta d’acciaio.

Gli indagati, due dei quali hanno 17 anni, uno 20 e l’altro 21, hanno tutti origine egiziana.

Sono stati fermati mentre si trovavano su un tram, non senza difficoltà perché uno dei minorenni ha tentato di darsi alla fuga. In tasca aveva un coltello a serramanico, proprio come l’altro 17enne fermato.

Negli uffici del commissariato i fermati sono stati riconosciuti senza alcun dubbio dalle vittime di otto episodi di rapina, mentre sono ancora in corso i riconoscimenti da parte delle altre vittime.

fonte Polizia di Stato

Roma: fermati 9 attivisti di Casapound per gli scontri di Casale S. Nicola

Si infiltrarono tra i residenti del quartiere romano Casale San Nicola che il 17 luglio scorso stavano protestando contro il trasferimento di un gruppo di migranti in un centro di accoglienza allestito in una ex scuola della zona.

A volto coperto e con caschi da motociclista, spranghe, bastoni, lancio di sassi e sedie, innescarono la guerriglia con la polizia che provocò il ferimento di 14 poliziotti e l’arresto di due manifestanti.

Questa mattina gli agenti della Digos romana hanno fermato nove esponenti dell’organizzazione di estrema destra Casapound; sei di loro sono finiti agli arresti domiciliari, e per gli altri tre è stato disposto l’obbligo di firma.

Inoltre, a carico di tutti gli indagati, il questore di Roma ha già disposto l’avviso orale mentre per sei di loro è stato adottato anche il Daspo.

I fermati sono accusati di essere responsabili, in concorso tra loro, di resistenza aggravata a pubblico ufficiale, nonché, a vario titolo, di lesioni a pubblico ufficiale, porto di oggetti ad offendere e utilizzo di casco in occasione di manifestazioni in luogo pubblico.

Decisivi ai fini delle indagini i filmati registrati durante gli scontri dagli uomini del Gabinetto interregionale della Polizia scientifica per il Lazio, l’Umbria e l’Abruzzo.

fonte Polizia di Stato

Tre funzionari pubblici in manette a Palermo

Per evitare “intoppi” chiedevano tangenti negli appalti destinati al Corpo forestale della regione Sicilia e non solo; così tre funzionari pubblici sono finiti in manette e devono rispondere dei reati di concussione e induzione indebita a dare o promettere utilità.

L’operazione chiamata “Black list” della Squadra mobile di Palermo ha messo fine all’attività illegale dei tre che nel giro di poco tempo avevano racimolato una grossa somma di denaro su appalti banditi dalle amministrazione regionali.

Due dei tre sono legati all’appalto relativo all’ammodernamento del sistema di radiocomunicazione del Corpo forestale della regione Sicilia, compresa l´installazione di una dorsale digitale pluricanale e la realizzazione di un sistema di videosorveglianza di nuova generazione a tutela del patrimonio boschivo e delle aree naturali protette; mentre un altro funzionario è implicato nell’acquisto di un sensore da installarsi sui mezzi ferroviari italiani.

Entrambi gli appalti erano stati vinti dallo stesso imprenditore che in poco tempo era stato costretto a versare grosse somme di denaro e ad assumere delle persone di “famiglia” per riuscire a mandare a buon fine la sua attività.

L’indagine ha consentito agli investigatori di recuperare un vero e proprio libro mastro delle tangenti, in cui lo stesso imprenditore annotava con meticolosa cura cronologica i vari esborsi effettuati ai funzionari in questione.

fonte Polizia di Stato

La questione “Legittima Difesa”

fonte Rai.it

fonte Rai.it

A distanza di pochi giorni della tragedia avvenuta ad Ercolano, in provincia di Napoli, dove un gioielliere aveva sparato ed ucciso due rapinatori che gli avevano portato via i soldi appena prelevati in banca, si è verificato un altro grave episodio che oscilla tra la difesa legittima e la reazione eccessiva.

E’ l’una e trenta circa della notte fra il 19 ed il 20 ottobre 2015, siamo a Vaprio D’Adda, profonda provincia milanese, in una palazzina di via Cagnola, una stradina isolata. Francesco Sicignano, pensionato 65enne, svegliato dai rumori provenienti dal balcone ed esasperato da diversi furti subiti negli ultimi tempi, si alza dal letto, prende una pistola regolarmente detenuta e fa fuoco contro una sagoma che, al buio, gli veniva incontro puntandogli qualcosa, probabilmente una torcia. A terra rimane senza vita, colpito da un proiettile al petto, un ventiduenne albanese, disarmato, con precedenti penali e già espulso dall’Italia nel 2013. Il giovane, insieme a due complici (datisi alla fuga dopo gli spari), si era introdotto nella proprietà del pensionato con l’evidente intento di consumarvi un furto e, pare, sia stato colpito quando si trovava ancora sulla scalinata esterna della villetta a tre piani.

La procura della Repubblica di Milano, con il pm Antonio Pastore ed il procuratore aggiunto Alberto Nobili, in un primo momento aveva ipotizzato un eccesso di legittima difesa a carico del Sicignano, ma poi l’accusa si è trasformata in omicidio volontario. Sembra, infatti, che nell’abitazione dove si è verificato il dramma non ci fossero segni di effrazione, né sulle finestre, né sulle porte. Come già sottolineato, inoltre, il cadavere del giovane sarebbe stato trovato fuori dell’abitazione, su una scala esterna. In più, secondo i primi riscontri balistici, il proiettile che ha colpito il ladro al cuore avrebbe avuto una traiettoria dall’alto verso il basso, compatibile con un colpo sparato dalla cima delle scale verso i gradini più in basso, e non di certo all’interno dell’abitazione.

Quelle di Ercolano e di Vaprio D’Adda sono vicende che hanno scosso l’opinione pubblica e, c’era da aspettarselo, molti politici, soprattutto di destra, stanno cercando in tutti i modi di “cavalcare la paura”, facendo a gara a chi la “spara” più grossa: ci sono quelli come Salvini e la Meloni che propongono l’abolizione del reato di eccesso di legittima difesa, c’è chi come il sindaco di Borgosesia (Vercelli) ed eurodeputato Gianluca Buonanno che promette un bonus di 250 euro per tutti i suoi concittadini intenzionati ad acquistare un’arma, spingendosi addirittura a mostrare una pistola in diretta durante un’intervista di Sky Tg 24! Tutti questi politici dimenticano o fanno finta di dimenticare che, quando erano loro al governo, la situazione della sicurezza pubblica, con particolare riferimento alla diffusione dei delitti contro il patrimonio, non era molto diversa da quella attuale, con le immancabili polemiche che si accendevano ogni qualvolta si verificava un episodio analogo a quelli citati . Il pensionato di Vaprio D’Adda è stato addirittura trasformato in eroe popolare: la sera dopo il fatto, un corteo è sfilato sotto casa sua; al canto dell’Inno di Mameli da parte dei suoi concittadini, Francesco Sicignano e la sua famiglia sono usciti sul balcone a salutare e ringraziare. Il corteo di solidarietà era capeggiato da Riccardo De Corato e Carlo Fidanza di “Fratelli d’Italia”. “Sei uno di noi” ha urlato la gente al sessantacinquenne; poi l’inno a squarciagola ed un lungo applauso.

E la sinistra che fa? Rimane in silenzio, intrappolata dalle sue astrazioni buoniste, come sottolineato da Massimo Gramellini in un articolo pubblicato da “La Stampa”. Peraltro, prescindendo dai “silenzi” della sinistra e dallo “starnazzio” della destra, una cosa è certa: il dibattito sulla questione “Legittima Difesa” si è riaperto con forza; quella legittima difesa disciplinata dall’art.52 del Codice Penale e che da sempre ha suscitato discussioni infinite, soprattutto per quella serie di “paletti” fissati dalla norma affinché si possa invocare la scriminante: esistenza di un pericolo attuale ed offesa ingiusta, i mezzi a disposizione dell’aggressore, i mezzi di reazione a disposizione dell’aggredito ed il modo in cui ne ha fatto uso, il contemperamento tra l’importanza del bene minacciato dall’aggressore e del bene leso da chi reagisce; senza considerare che l’onere della prova incombe sul soggetto che ha difeso il diritto proprio o altrui (il quale, pertanto, dovrà indicare le circostanze e i fatti dai quali si rileva l’esistenza dell’esimente) e che la valutazione è rimessa al libero convincimento de giudice.
Una discussione seria su un tema così delicato andrebbe affrontata senza strumentalizzazioni politiche e non sull’onda dell’emozione, ma temo che, in un Paese dove si è in perenne campagna elettorale, ciò sia impossibile.

Personalmente ritengo che della sicurezza dei cittadini debba farsene carico lo Stato, al quale bisogna chiedere con forza di investire il massimo delle risorse affinché gli apparati deputati a tutelare l’ordine e la sicurezza pubblica possano svolgere al meglio la loro delicata missione, con un controllo del territorio sempre più capillare. Ovviamente, a questo controllo più efficace del territorio dovrebbe accompagnarsi quella certezza della pena (unico vero deterrente contro i criminali) da sempre invocata da tutti gli schieramenti politici, ma che nessuno, e sottolineo NESSUNO, né di destra, né di sinistra, nei rispettivi avvicendamenti governativi, ha mai affrontato seriamente.

Risolvere la questione armando i cittadini ed ampliando i margini in cui poter invocare la scriminante della legittima difesa equivarrebbe a negare secoli di civiltà giuridica conquistata, equivarrebbe a tornare alla barbarie della “giustizia fai da te” tipica del “Far West”.
Invero, i suddetti margini sono stati già ampliati, e di molto, nel 2006, quando, di fronte all’esplosione dei casi di delitti contro il patrimonio, al sempre più diffuso senso di insicurezza della gente ed alla conseguente necessità di rafforzare le possibilità di difesa personale, l’art 52 del C.P. è stato riformulato con l’inserimento del 2° comma, che ha introdotto una “presunzione” assoluta (iuris et de iure) di proporzione tra difesa ed offesa. In particolare, con riferimento ai delitti commessi nei luoghi di privata dimora e negli esercizi commerciali e professionali, si è stabilito che è consentito usare, per “difendere la propria o l’altrui incolumità” o “i beni propri o altrui”, un’arma legittimamente posseduta quando “vi è pericolo di aggressione e non vi è desistenza”. In tal modo, nel caso di aggressioni perpetrate nei luoghi menzionati, si è consentito qualunque tipo di difesa (anche quella che si concretizza nell’uccisione dell’aggressore) a protezione anche di beni di natura meramente patrimoniale: purché l’arma usata per difendersi sia legittimamente detenuta e purché, soprattutto, non vi sia “desistenza” da parte dell’aggressore. Nei casi di tentativi di furti nei luoghi di cui trattasi, pertanto, il discrimine fra uccisione legittima del ladro e uccisione vietata, e quindi perseguibile come omicidio, è individuabile, sostanzialmente, nella circostanza che l’aggressione sia ancora in corso nel momento della uccisione. Sparare al ladro in azione, e pertanto potenzialmente offensivo, è dunque lecito; sparare al ladro in fuga costituisce invece omicidio doloso, in quanto, salvo che per difendersi, a nessuno è consentito uccidere.

Orbene, se la questione “legittima difesa” continua a riproporsi anche in presenza di un’estensione così ampia dell’art. 52, significa che la soluzione del problema non va individuata in un ulteriore allargamento dei margini di “impunità” di chi si difende (si rischierebbe davvero di concedere al cittadino la cosiddetta “licenza di uccidere”), ma sono altre, e di segno radicalmente opposto, le soluzioni da individuare, come quelle, ad esempio, alle quali ho già fatto riferimento: a) potenziamento di personale e mezzi delle Forze di Polizia, e perché no, unificazione delle stesse Forze, in modo che si possa finalmente realizzare un serio, concreto e capillare controllo del territorio; b) CERTEZZA DELLA PENA, intesa nel senso che chi viene riconosciuto colpevole di delitti gravi, tra cui il furto in abitazione o altri luoghi di privata dimora, non può beneficiare di misure alternative, ma deve scontare in carcere e per intero la pena alla quale è stato condannato.
Tutto il resto è sterile polemica, alimentata strumentalmente con il cinico intento di raggranellare qualche pugno di voti in più.

di Dott. Rosario Calardo

A Gela i “Parenti serpenti” finiscono in carcere

Sono 16 e tutti imparentati tra loro i componenti di una banda che stamattina sono finiti in carcere a Gela, in provincia di Caltanissetta.

I criminali avevano organizzato una vera e propria catena di montaggio malavitosa: con la complicità di parenti incensurati impiegati dentro i supermercati si organizzavano rapine a mano armata; con i soldi recuperati dalle rapine il gruppo criminale acquistava hashish e cocaina da smerciare nei quartieri di Gela. Gli investigatori hanno in un primo momento analizzato i dettagli delle rapine come le modalità, il linguaggio, l’abbigliamento e la fisionomia dei banditi.

Da questo primo esame è chiaramente emerso che vi erano delle anomalie, riconducibili alla probabile presenza di impiegati infedeli nei negozi rapinati. In almeno due discount è stata accertata la presenza di parenti di un noto rapinatore.

Le intercettazioni ambientali e telefoniche hanno quindi permesso di ricostruire la rete criminale a “conduzione familiare” e accertare il reinvestimento dei soldi rapinati nell’attività di spaccio di droga.

Nel corso dell’operazione, denominata “Parenti serpenti” proprio per i legami familiari tra rapinatori e “talpe”, sono stati sequestrati 5 chili di hashish e 200 grammi di cocaina.

fonte Polizia di Stato

Expo: Pansa al convegno sulla legalità e sviluppo

Si è svolto questa mattina all’Expo Milano 2015 un convegno dal tema “Trasparenza e competenze. Un investimento per la legalità e lo sviluppo” a cui ha presenziato il capo della Polizia Alessandro Pansa.

Il prefetto Pansa, nel suo intervento introduttivo, ha sottolineato come “Il tema della sicurezza e quello della legalità sono ormai un binomio indissolubile“.

“Il Paese sta uscendo dalla crisi – ha continuato il capo della Polizia Pansa – e perché lo slancio sia solido è necessario che ci siano sicurezza e legalità. Le Forze dell’ordine – ha aggiunto – faranno in modo che ci siano queste condizioni. Vogliamo contribuire a una cultura della responsabilità e noi vogliamo farci carico della nostra”.

Il capo della Polizia ha quindi richiamato l’esperienza di Expo, ricordando da un lato che “In questi mesi le Forze di polizia sono state presenti in vari modi e, dall’altro, che per la manifestazione milanese è stato organizzato un modello che ha consentito di avere un evento il più possibile lontano da infiltrazioni criminali e che è stato poi allargato a tutte le opere presenti in Italia. Possiamo vantare risultati notevoli – ha proseguito Pansa -. Le Forze dell’ordine si sono confrontate anche con il tema legalità, una sorta di vaccino, di prevenzione che consente a chi opera nella sicurezza di spianare un terreno che poi deve esser coltivato”.

Ai lavori, moderati dal giornalista de “Il Sole 24 Ore” Marco Ludovico, sono intervenuti inoltre il procuratore generale della Corte di Appello di Milano Roberto Alfonso, Michele Corradino componente Autorità nazionale anticorruzione, Matteo Ricci vice presidente ANCI, Ivanhoe Lo Bello Presidente di Unioncamere, Matteo Piantedosi vice capo della Polizia.

L’intervento conclusivo è stato del ministro dell’Interno Angelino Alfano che riferendosi all’evento Expo ha evidenziato come la prevenzione abbia funzionato consentendo di svolgere la manifestazione in sicurezza e garantendo ai cittadini la libertà di partecipare.

fonte Polizia di Stato