Criminalita’: 36 rapine nel barese, arrestati presunti autori

carabinieridaAgi

I carabinieri del comando provinciale di Bari hanno arrestato all’alba i presunti appartenenti ad una banda di rapinatori che aveva terrorizzato i commercianti dell’area del nord barese commettendo ben 36 rapine a mano armata ai danni di una ventina di supermercati, alcuni distributori di benzina, rivendite di tabacchi, negozi di abbigliamento e bar. Le indagini sono state coordinate dalla Procura di Trani.

Particolarmente cruente le modalita’ esecutive delle rapine, come hanno dimostrato le immagini riprese dai sistemi di sorveglianza; pistole in pugno i malviventi aggredivano le inermi cassiere sotto gli occhi terrorizzati dei clienti, tra cui anziani e bambini.
L’operazione ha richiesto l’impiego di 80 carabinieri, supportati da un velivolo del 6° Nucleo Elicotteri di Bari da unita’ cinofile e dalle squadre della Compagnia d’Intervento Speciale dell’11ˆ Battaglione Carabinieri “Puglia”. .

Mez, Raffaele Sollecito commosso in aula: “Persecuzione assurda, non ho più una vita”

sollecitoda TGCOM24

“Testimoni contro me e Amanda tutti sbugiardati”, sono le parole dell’ingegnere pugliese al processo d’appello bis sull’omicidio della Kercher. Prima della sua audizione il Ris aveva illustrato i risultati degli esami sulle tracce di Dna trovate sul coltello con cui è stata uccisa – secondo l’accusa – la studentessa inglese: “Notevoli affinità con il Dna della Knox”

Sento nei miei confronti una persecuzione allucinante, senza senso”. Lo ha detto Raffaele Sollecito durante il processo d’appello per l’omicidio Meredith, che si sta celebrando a Firenze. “I testimoni contro me e Amanda sono stati tutti sbugiardati – ha aggiunto – e io mi sono dovuto difendere per avere fatto una vacanza”. “Mi hanno descritto come un assassino spietato, ma non lo sono – ha affermato – e vi chiedo di farmi avere una vita normale”.

“Gli spinelli non cambiano la personalità” – “Non mi è mai piaciuto l’alcool e non andavo alle feste, anche se mi sono fatto qualche spinello, questo non ha cambiato la mia personalità”, ha proseguito. E poi sul suo amore per la Knox: “Ho conosciuto Amanda e fu il mio primo vero amore. Fu tardi perché ero riservato”. “Quando avevamo 20 anni – ha continuato – c’era tutto nella nostra mente fuorché una visione di disprezzo dell’essere umano come ci descrive chi ci accusa”.

“Nato in una famiglia per bene” – “Anche io come la mia famiglia – ha sottolineato parlando di valori -, sono sempre stato una persona onesta”. “Sono cresciuto in una famiglia italiana – ha continuato -, per bene, che mi ha insegnato il massimo rispetto per gli altri. La mia famiglia non ha mai avuto problemi con la giustizia”.

“Vorrei una vita tranquilla” – “Viaggio all’estero per cercare di evitare i riflettori e vivere una vita pressoché tranquilla”. Prosegue Raffaele Sollecito nella sua dichiarazione spontanea al processo. Ha ricordato di essere stato nella Repubblica Dominicana ospite di un’amica spiegando di essersi comunque dovuto “difendere da uno scatto”. Sollecito ha poi dichiarato che per lui è difficile trovare un lavoro perché il mondo lo ritiene “un probabile assassino” e nessuno vuole della cattiva pubblicità. Fuori dall’aula Giulia Bongiorno, il difensore dell’ingegnere pugliese, aveva affermato ai giornalisti: “E’ provato ma sereno”.

L’aula piena di spettatori – Per la prima volta dall’inizio del processo a Firenze, l’area dell’aula riservata agli spettatori – circa 150 posti – era completa: molte persone hanno assistito in piedi all’udienza. Motivo dell’interesse per il processo, che finora non aveva richiamato grandissimo pubblico in aula, è stata proprio la presenza dell’imputato Raffaele Sollecito. Sia prima che dopo l’udienza Sollecito non ha parlato con i giornalisti: uscendo dall’aula, molte persone del pubblico ne hanno approfittato per fotografarlo con i loro cellulari.

Ris: “Il Dna affine a quello di Amanda Knox” – Il perito del Ris, nominato dalla Corte d’Assise d’Appello per analizzare il Dna trovato sul coltello che secondo l’accusa venne usato per uccidere Meredith Kercher, ha riferito che le tracce trovate “hanno notevoli affinità” con quello di Amanda Knox. Il perito ha poi ricordato che gli esiti dei confronti con il Dna di Sollecito, della Kercher e di Guede danno invece evidenti discordanze. La difesa dell’imputata americana giustifica il fatto affermando che sia normale dato che l’oggetto domestico apparteneva a Sollecito e che quindi veniva utilizzato anche da lei.

Il calendario del processo Meredith – Potrebbe arrivare il 10 gennaio 2014 la sentenza per l’appello bis per l’omicidio di Meredith Kerch. Al termine dell’udienza di mercoledì, il presidente Alessandro Nencini ha stilato il calendario: le prossime udienze ci saranno il 25 e 26 novembre, 16 e 17 dicembre, 9 e 10 gennaio.

‘Ndrangheta, 47 arresti tra i ‘colletti bianchi’: maxioperazione Gdf in 5 regioni

reggio calabriada Repubblica.it

Novanta indagati nell’inchiesta coordinata dalla procura di Reggio Calabria con la Dda. Gran parte degli ordini di custodia cautelare nei confronti di imprenditori e professionisti.

REGGIO CALABRIA – Un’operazione congiunta del comando provinciale di Reggio Calabria e dello Scico di Roma della Guardia di finanza è in corso in queste ore per l’esecuzione di 47 ordinanze di custodia cautelare. I destinatari sono imprenditori e professionisti che sarebbero affiliati o collegati, riferiscono gli investigatori, alla ‘ndrangheta. Gli agenti impegnati stanno effettuando perquisizioni in Calabria, Piemonte, Veneto, Lombardia e Puglia.

I provvedimenti restrittivi sono stati emessi dal gip su richiesta della Dda di Reggio Calabria. L’inchiesta che ha portato alle misure cautelari è stata coordinata dal Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho. Le perquisizioni in corso sono 90 e riguardano altrettante persone indagate nell’inchiesta.

I reati contestati sono associazione a delinquere di stampo mafioso, trasferimento fraudolento di valori, abusiva attività finanziaria, utilizzo ed emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, favoreggiamento, peculato, corruzione, illecita concorrenza ed estorsione, tutti aggravati dalle modalità “mafiose”. Le indagini avrebbero rivelato l’esistenza di una ‘cartello’ criminale, attivo a partire dal territorio di Reggio Calabria, in grado di condizionare la realizzazione di complessi residenziali privati o di aggiudicarsi tutti i relativi e connessi lavori di completamento, assicurandosi dunque profitti illeciti.

La Guardia di finanza, oltre ad eseguire le 47 ordinanze di custodia cautelare, ha anche sequestrato 14 società e un quantitativo di beni mobili e immobili per un valore di oltre 90 milioni di euro. Le società e i beni sequestrati appartengono agli imprenditori ed ai professionisti arrestati.

Crisi, anche la ‘ndrangheta si adegua Boss costretto a fare sconto sul pizzo

pizzoda Agi.it

Le estorsioni dovevano essere “ragionevoli” perché quando “c’è crisi non bisogna andare da chi non può pagare nemmeno le bollette”. Erano le indicazioni date dal carcere dal presunto boss, Francesco Zindato, agli uomini dell’omonima cosca della ‘ndrangheta di Reggio Calabria. Il particolare è emerso dalle indagini della squadra mobile del capoluogo, che ha arrestato cinque criminali.

Le cinque persone destinatarie dell’ordine di custodia cautelare sono: Francesco Zindato, 36 anni, già detenuto; Demetrio Sonsogno, 44 anni, ritenuto dagli inquirenti il reggente della cosca; Antonino e Santo Labate, di 36 e 33 anni, e la moglie di Zindato, Tchorzewska Malgorzata, detta Margherita, polacca. Sono accusati a vario titolo di associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione aggravata ai danni di operatori economici, favoreggiamento e ricettazione.

Durante le indagini gli agenti, attraverso intercettazioni ambientali, hanno individuato le attività illecite della cosca, in particolare le estorsioni ai danni di imprenditori e commercianti. Gli agenti hanno rintracciato i pizzini che Francesco Zindato inviata dal carcere, tramite sua moglie, al presunto reggente della cosca, Demetrio Sonsogno.

“Un’operazione – ha detto il questore – che conferma il triste fenomeno delle estorsioni. Nel mirino della banda erano finiti un imprenditore edile ed il titolare di un negozio di abbigliamento, che non hanno inteso collaborare con lo Stato. Ai cittadini tutti chiediamo ancora una volta di collaborare con le forze di polizia, di avere fiducia nello Stato”. Secondo quanto reso noto dal dirigente della squadra mobile, Gennaro Semeraro, “gli arrestati evitavano di usare metodi bruschi, persino dilazionando, in un caso, una tangente da ottomila euro in sedici mensilità da cinquecento euro”.

Ragazza morta a Roma, ‘E’ stata uccisa’

simonarisodi Lorenzo Attianese – ANSA.it

Accertamenti sulla vita privata di Simona Riso e il nome di un uomo che potrebbe spuntare nelle indagini, dopo le denunce dei familiari.

Potrebbe esserci una nuova pista sul giallo della morte della 28enne trovata agonizzante mercoledì scorso a Roma da una vicina, alle 7 del mattino, nel cortile condominiale della sua abitazione. Anche alla luce della denuncia dei familiari, la Procura di Roma ha inizialmente aperto un fascicolo per omicidio colposo, relativo a eventuali negligenze nelle cure prestate all’ospedale San Giovanni dove la ragazza è morta.

Poi, secondo quanto risulta all’avvocato Sebastiano Russo, legale della famiglia della vittima, l’imputazione è stata modificata a omicidio volontario. Al momento, però, non risulterebbero indagati. Al vaglio del pm Attilio Pisani, titolare dell’inchiesta, c’è anche la cartella clinica acquisita presso il San Giovanni e tra gli aspetti che la famiglia solleciterà di approfondire c’è anche quello di verificare se nel Pronto soccorso dell’ospedale siano state adottate tutte le misure idonee per evitare il decesso della ragazza. L’unica cosa che Simona è riuscita a dire prima di morire è stata di essere stata violentata, ma gli accertamenti medici successivi lo hanno escluso. Per i familiari di Simona, comunque, non ci sono dubbi: “è stata ammazzata di botte”.

E una cugina lo ha ribadito anche leggendo una lettera durante i funerali, svoltisi domenica a San Calogero in provincia di Vibo Valentia, dove la ragazza era nata, e dove la chiesa del Sacro Cuore di Gesù era stracolma di gente: “Non cerchiamo vendette. Ciò che vogliamo è soltanto giustizia per la morte di Simona, che non si è suicidata ma è stata uccisa”. Ancora più esplicito Nicola, fratello della 28enne: “Tra le piste c’è anche quella dell’omicidio ad opera di un conoscente quindi una persona con la quale Simona aveva avuto dei contatti”. Forse un delitto passionale, ma ci sono ancora troppe ombre da chiarire. “Alle 4.30 mia sorella ha sentito al telefono la madre dalla Calabria – spiega – Poi c’è un buco di due ore. In ogni caso non può essersi trattato di suicidio perché il corpo di mia sorella è stato trovato con jeans e maglietta e le chiavi con sé, quindi Simona era uscita da casa. Probabilmente è stata uccisa altrove e qualcuno l’ha portata nel posto dove poi è stata trovata”. E che si tratti di omicidio ne è convinto anche l’avvocato della famiglia, Sebastiano Russo: “L’autopsia non lascia dubbi: è stata ammazzata di botte ed è possibile che Simona abbia incontrato il suo assassino prima di uscire dal palazzo, magari sul pianerottolo. E’ possibile comunque che chi l’ha uccisa avesse dei rancori nei suoi confronti”. Gli inquirenti stanno tentando ora di raccogliere elementi per far luce sulla vita privata della ragazza, sulle sue amicizie e relazioni, in attesa di chiarire se la frattura della costola della giovane, che ha causato il decesso per insufficienza respiratoria, possa essere stata provocata da una caduta o da un’aggressione.

Al momento non ci sarebbero elementi sufficienti in merito all’ipotesi che Simona possa essere stata uccisa o vittima di un’aggressione, ma tutte le piste restano aperte, compresa quella del suicidio o dell’incidente.

Carabinieri: Omicidi in guerra clan Bari, tre arresti

arrestoda Ansa.it

I carabinieri hanno individuato gli autori di due omicidi e di un tentato omicidio compiuti nel 2007 a Bitonto, nell’ambito di una guerra tra clan. Sono stati arrestati Giuseppe Digiacomantonio, 24 anni, Salvatore Ficarelli, 27, e Giosuè Perrelli, 32, affiliati al clan Strisciuglio.

I tre sono accusati,a vario titolo,dell’omicidio di Vito Napoli, affiliato al clan Conte, del tentato omicidio del capoclan Domenico Conte,e dell’omicidio di Giuseppe Dellino, di 29 anni,vicino agli Strisciuglio.

Finanza sequestra beni per 210.000 euro

finanzada ansa.it

La GdF di Modena ha sequestrato beni per 210.000 euro a un calabrese 40enne residente a Montecchio (Reggio Emilia) ritenuto la mente dell’organizzazione ’10 e lotto’. In febbraio erano state arrestate 4 persone: fingendosi manutentori della Lottomatica simulavano prove tecniche in alcune tabaccherie e facevano scommesse al ’10 e lotto’ utilizzando le credenziali di accesso del gestore, poi riscuotevano le somme dei tagliandi vincenti. A loro erano stati sequestrati beni per 130.000 euro.

Disastro ambientale Ilva: 53 indagati, anche Vendola

vendolada AGI.IT

Il ‘terremoto’ giudiziario che a Taranto ci si attendeva e’ alla fine arrivato, e investe trasversalmente le diverse e numerose figure che contavano nell’Ilva dei Riva ed anche il mondo di ieri e di oggi della politica locale e regionale e il mondo della tutela ambientale pugliese. C’e’ infatti anche il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, tra i 53 destinatari degli avvisi di conclusione delle indagini nell’inchiesta della Procura di Taranto per il disastro ambientale dell’Ilva. E’ stata la Guardia di Finanza a notificarli. Vendola e’ uno degli amministratori pubblici coinvolti nell’indagine, e gli viene mossa l’accusa di concussione per le pressioni che, da governatore, avrebbe fatto sui vertici dell’Arpa Puglia, l’Agenzia regionale per la protezione ambientale, a proposito degli accertamenti sull’inquinamento dello stabilimento siderurgico di Taranto.

Nell’inchiesta e quindi destinatari di avvisi di conclusione delle indagini, ci sono anche Emilio Riva e i figli Nicola e Fabio Riva, della proprieta’ dell’Ilva, i primi due arrestati a luglio scorso e per un anno ai domiciliari, il secondo e’ ancora in Inghilterra e soggetto a procedura di estradizione in Italia perche’ colpito a novembre scorso da ordinanza di custodia cautelare in carcere.

Ci sono anche tre societa’ come destinatarie della notifica di conclusione delle indagini: l’Ilva, la Riva Fire e la Riva Forni elettrici. E in questo caso la notifica e’ stata fatta rispettamente a Enrico Bondi, in quanto commissario straordinario dell’Ilva (incarico assunto lo scorso giugno), a Angelo Massimo Riva come legale rappresentante della Riva Fire ed a Cesare Federico Riva per la Riva Forni elettrici spa, nella veste di rappresentanti delle tre societa’ chiamate in causa. Tornando invece ai nominativi direttamente investiti dai magistrati tarantini, ci sono anche l’ex presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, e gli ex direttori dello stabilimento dell’Ilva di Taranto, Luigi Capogrosso e Adolfo Buffo. Inoltre, Francesco Perli, legale dell’azienda, e Lanfranco Legnani, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli, Agostino Pastorino ed Enrico Bessone, questi ultimi tutti “fiduciari” della famiglia Riva nello stabilimento di Taranto. Per la parte politico-amministrativa, oltre a Vendola, anche l’attuale assessore regionale all’Ambiente, Lorenzo Nicastro, l’ex assessore regionale e attualmente parlamentare di Sel, Nicola Fratoianni, il sindaco di Taranto, Ezio Stefano, l’ex presidente della Provincia di Taranto, Gianni Florido, l’ex assessore all’Ambiente della Provincia di Taranto, il consigliere regionale della Puglia Donato Pentassuglia.
Coinvolti anche il direttore generale e il direttore scientifico dell’Arpa Puglia, Giorgio Assennato e Massimo Blonda. Al presidente della Regione e all’assessore regionale all’Ambiente, e’ stato direttamente il comandante della Guardia di Finanza di Taranto, colonnello Salvatore Paiano, a consegnare gli avvisi. Indagato l’ex consulente della Procura, il docente universitario Lorenzo Liberti, e l’ex consulente dell’Ilva, Girolamo Archina’.

Stessa sorte anche per i dirigenti della Regione Francesco Manna, ex capo di gabinetto di Vendola, Davide Pellegrino, attuale capo di gabinetto del presidente, Antonello Antonicelli, dirigente regionale dell’Ambiente. Indagato pure Dario Ticali, a capo della commissione che nell’agosto 2011 varo’ l’Autorizzazione integrata ambientale all’Ilva, accusato di abuso e rivelazione di segreti d’ufficio in concorso. Ticali risponde di quest’accusa insieme a Fabio Riva, Luigi Capogrosso, Girolamo Archina’ (Ilva), Luigi Pelaggi (ministero Ambiente), Francesco Perli (Ilva), Vittoria Caterina Romeo (Ilva) e Pierfrancesco Palmisano (Regione Puglia). Secondo i pm, Ticali, “tenendo contatti non istituzionali con Ilva spa”, sebbene i commissari della commissione Aia “fossero tenuti ad osservare il segreto d’ufficio sulle attivita’ oggetto dell’incarico”, consegnava a Capogrosso una bozza dell’Aia “per consentire al gruppo Riva di interloquire ed ottenere l’eliminazione di prescrizioni “non gradite”.

“Andro’ il prima possibile a rispondere alle domende del pubblico ministero; ho superato molte prove e, grazie a Dio, sono sempre riuscito a superarle brillantemente”, le parole di Vendola nella conferenza stampa tenuta oggi. Secondo Vendola, “saremmo allo stravolgimento dei principi dello Stato di diritto: penso che sia una fase preliminare e che la verita’ arrivera’ immediatamente”. (AGI) .

Milano violenta: ammazzato ‘boss’ Pasquale Tatone, domenica ucciso il fratello

polizia-omicidio-notteda AGI.IT

A Milano e’ ormai guerra di mala: Pasquale Tatone, fratello dell’ex boss Emanuele Tatone, ucciso domenica scorsa insieme ad un’altra persona, e’ caduto vittima di un agguato stanotte. Pasquale era appena uscito da un locale in via Pascarella, angolo evia Lopez, zona Quarto Oggiaro, quando e’ stato freddato a colpi d’arma da fuoco nella sua auto. La famiglia Tatone e’ considerata uno dei maggiori ‘clan’ della gestione del traffico di droga in citta’. Il rapido susseguirsi degli agguati sembra quindi l’avvio di una feroce guerra aperta da qualche organizzazione rivale per il controllo dello spaccio. Pasquale Tatone era andato a vedere la partita in un locale di Quarto Oggiaro ed e’ uscito da solo. Quando e’ entrato nella sua vettura parcheggiata in via Pascarella, e’ stato colpito da diversi proiettili, pare di grosso calibro, forse di fucile.

Camorra, due arresti a Napoli per un omicidio avvenuto nel 1992

polizia 2da TGCCOM24

Due persone sono state arrestate per l’omicidio di Luigi Caiazzo, avvenuto nel 1992 in una masseria a Villa Literno, in provincia di Caserta, nell’ambito di uno scontro fra clan della camorra. Il cadavere dell’uomo non è mai stato ritrovato. Uno dei due arrestati è anche ritenuto responsabile dell’omicidio di Giuseppe Caiazzo, padre di Luigi. Nell’ambito dell’operazione è stato eseguito un decreto di sequestro preventivo di un’azienda agricola.

I due arrestati, ritenuti responsabili in concorso dell’omicidio, sono Giuseppe Terracciano, 54 anni, e Raffaele Cantone, di 53. Le indagini, concluse all’epoca con una richiesta di archiviazione, sono state riaperte in seguito a dichiarazioni di vari collaboratori di giustizia che, insieme con l’attività di riscontro svolta dalla Direzione distrettuale antimafia, hanno permesso di fare luce sulla dinamica e sul movente del duplice omicidio. L’indagine è stata coordinata dalla Dda.

Le vittime, già appartenenti alla Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo, furono colpite nell’ambito dell’offensiva dei Casalesi e finalizzata a stroncare qualsiasi tentativo di riorganizzazione della Nco e ad affermare l’egemonia del clan nell’intera provincia di Caserta.

L’omicidio di Luigi Caiazzo, il 22 ottobre del 1992, avvenne all’interno di una masseria di Villa Literno. Uno dei due arrestati, Raffaele Cantone, è anche ritenuto responsabile, insieme con altri appartenenti allo stesso clan, dell’omicidio di Giuseppe Caiazzo, padre di Luigi, e del ferimento di Angelo Pietoso, reati commessi a Villa Literno il giorno successivo all’omicidio di Luigi.

E’ stato ricostruito, in particolare, il ruolo svolto da uno degli indagati, Giuseppe Terracciano, nell’omicidio di Luigi Caiazzo, ovvero quello di attirare in trappola la vittima, conducendola con uno stratagemma in una masseria dove l’altro indagato, Cantone, gli sparò in pieno volto, da distanza ravvicinata, un colpo d’arma da fuoco. Il cadavere, poi, fu occultato in un pozzo e mai ritrovato.

Nell’ambito dell’operazione è stato, inoltre, eseguito un decreto di sequestro preventivo, emesso d’urgenza dalla Dda, dell’azienda per l’allevamento di bufali di proprietà di Giuseppe Terracciano – all’interno della quale avvenne l’omicidio – dell’impresa situata nello stesso sito per l’allevamento di cavalli e intestata alla convivente di Terracciano, nonché di conti correnti.

L’urgenza, spiega il procuratore aggiunto Francesco Greco, “scaturiva dalla circostanza che, all’atto dell’esecuzione della misura cautelare, la polizia giudiziaria operante sentiva l’indagato dire alla donna di avvisare il commercialista di ‘vendere tutto’ e notava che il predetto firmava in bianco un blocchetto di assegni di un conto corrente a lui intestato, con l’evidente fine di permettere alla moglie di svuotarlo”.

Il decreto è stato emesso in seguito ad accertamenti patrimoniali svolti dal Centro operativo della Dia guidato da Giuseppe Linares; gli investimenti relativi alle attività aziendali sono risultati sproporzionati rispetto ai redditi esigui dichiarati dai due.