Delitto Udine, da Sacher sms sessuale a ragazza

udineda Lettera43

Un sms a sfondo sessuale partito dal cellulare di Mirco Sacher verso quello di una delle due 15enni indagate per la sua morte. Sembrano assumere una direzione diversa le indagini sul caso del pensionato trovato morto in un campo e della cui uccisione si sono accusate due ragazzine.
Il rapporto tra il pensionato e le adolescenti, descritto all’esterno da tutti come quello «tra nonno e nipote» potrebbe dunque essere stato diverso. Un’ altra ‘tessera’ del puzzle è rappresentata dal fatto che, a quanto si è appreso, nelle settimane antecedenti il delitto di Sacher, una delle due 15enni indagate per la sua morte avrebbe incontrato un uomo in una zona di capannoni semi-deserti, poco distante dal campo di via Buttrio. Gli avrebbe sottratto 100 euro e poi sarebbe scappata. Con lei c’era anche un’altra amica, la stessa che pochi giorni prima dell’omicidio era andata con loro a casa di Sacher, in attesa dell’autobus per tornare a casa. La terza giovane risulta comunque estranea ai fatti.
NUOVO SOPRALLUOGO IN CASA DELLA VITTIMA. Questo elemento, hanno raccontato alcuni testimoni sfilati davanti agli agenti della squadra mobile di Udine, unito al messaggio a sfondo sessuale partito dal cellulare della vittima e indirizzato all’altra adolescente, avrebbe fatto prendere alle indagini una piega diversa da quanto si pensava all’inizio.
Alla luce delle novità emerse con l’analisi dei cellulari, gli avvocati Federica Tosel e Luigi Francesco Rossi sono attesi in settimana dalla ragazza per confrontarsi con lei. Intanto il 24 aprile, al gabinetto di polizia scientifica di Padova cominciano gli accertamenti tecnici irripetibili sui reperti posti sotto sequestro. Probabile che nei prossimi giorni gli investigatori tornino a fare un sopralluogo in casa della vittima.

Caso Ragusa, lungo interrogatorio per la segretaria-amante del marito

ragusada Corriere.it

I magistrati l’hanno ascoltata per più di tre ore in procura. Poi, assediata dai cronisti, Sara Calzolaio, 29 anni, la segretaria e amante di Antonio Logli, 50 anni, marito di Roberta Ragusa e unico indagato per il suo presunto omicidio, si è rifugiata in una chiesa aspettando per più di mezz’ora che l’assedio finisse. «Ai pm ho detto quello che c’era da dire», ha gridato ai giornalisti in lacrime. Sul contenuto delle dichiarazioni della donna il pm Aldo Mantovani mantiene un rigidissimo silenzio, ma qualche indiscrezione è comunque filtrata.

TRE TELEFONATE – Gli investigatori si sarebbero concentrati sulle tre telefonate che la notte della sparizione della Ragusa, quella tra il 13 e il 14 gennaio dello scorso anno, il marito Antonio Logli fece a Sara di nascosto alla moglie e con un telefono «segreto». La prima, intorno alle 22 di 50 minuti, la seconda di 40 minuti e infine l’ultima, poco dopo mezzanotte, di una trentina di secondi. Ed è proprio quest’ultima chiamata che gli inquirenti ritengono importante. Chi c’era all’altro capo del telefono, ancora Antonio Logli, oppure Roberta Ragusa che si sarebbe accorta quella notte del «tradimento» dell’ex amica?

IL NUMERO – Una delle ipotesi ruota, infatti, attorno proprio a quei pochi secondi. Roberta Ragusa avrebbe quella notte trovato il telefono del marito e avrebbe richiamato quel numero ascoltando poi dall’altro capo la voce di Sara. Solo supposizioni, se non illazioni, che Sara avrebbe smentito. «Ho parlato solo con Antonio Logli», avrebbe detto agli inquirenti, anche se su quell’ultima telefonata probabilmente ci sono ancora molti lati oscuri. Quando Sara Calzolaio è uscita dalla procura da un ingresso secondario con il volto semicoperto da una sciarpa, un cappellino e un cappuccio si è riparata dietro a un ombrello e in quel momento, secondo un’agenzia Ansa, avrebbe colpito fotografi e cameramen per farsi spazio. Poi, dopo essersi rifugiata in una chiesa, ha urlato ai giornalisti: «Non avete rispetto per dei bambini (riferendosi ai figli di Logli e Roberta Ragusa dei quali è stata anche la baby sitter ndr), voi siete solo degli avvoltoi». La giovane ha poi definito «mostri» le croniste presenti e ha risposto di «essere sola» a chi le chiedeva chi l’aveva accompagna in procura. La donna è rimasta nella chiesa per mezz’ora, insieme uomo con un bambino incontrato all’esterno, aspettando che cronisti e fotografi se ne andassero.

Ciancimino arrestato per evasione fiscale

cianciminoda Corriere.it

Massimo Ciancimino è stato arrestato su ordine del gip di Bologna, Bruno Perla, con l’accusa di associazione a delinquere ed evasione fiscale. Ciancimino è stato portato al carcere Pagliarelli di Palermo. Insieme a lui sono state arrestate 8 persone, mentre altre 4 sono finite ai domiciliari. Ciancimino è uno dei testimoni chiave del processo sulla trattativa tra lo Stato e la mafia in cui è anche imputato di concorso in associazione mafiosa e calunnia all’ex capo della polizia Gianni De Gennaro. Il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo è anche indagato a Palermo per detenzione di esplosivo. L’aggravante inizialmente contestata dai pm a Ciancimino nell’inchiesta sulla maxi-evasione ipotizza suoi rapporti con la mafia calabrese e in particolare con la cosca Piromalli della Piana di Gioia Tauro.

L’INDAGINE – L’inchiesta coordinata dalla Dda di Bologna e condotta dalla Guardia di Finanza di Ferrara ha portato ad ipotizzare una serie innumerevole di reati fiscali che hanno comportato un’evasione di 30 milioni di euro. Coinvolte 23 società, 21 delle quali non avevano alcuna attività reale. Si tratta di vari episodi di evasione fiscale che sarebbero stati commessi da Massimo Ciancimino nella sua attività di trader di acciai tra il 2007 e il 2009. Secondo l’Agi, l’accusa di evasione fiscale viene contesta a Ciancimino in concorso con il commercialista calabrese Girolamo Strangi. I due erano già finiti insieme all’attenzione degli inquirenti nel 2010 a Verona quando in conversazioni intercettate era emerso la negoziazione di un assegno da 100.000 per il quale Ciancimino avrebbe ricevuto un importo in contante decurtato di 25.000 euro. Si era sospettato allora che si trattasse di un’operazione di riciclaggio. Nei colloqui con Strangi ascoltati dagli inquirenti, Ciancimino tra l’altro si vantava di essere diventato «un’icona dell’antimafia». Le indagini sono state coordinate direttamente dal procuratore capo di Bologna, Roberto Alfonso, insieme al pm Enrico Cieri titolare del fascicolo.

IL LEGALE – Il figlio di Vito Ciancimino, sindaco mafioso di Palermo, finisce così in cella all’indomani dell’apertura del processo per la trattativa Stato-mafia, in cui è imputato ma anche testimone chiave. «Guardacaso, a distanza di quattro anni dai fatti, l’arresto viene ordinato all’indomani dell’apertura del processo Stato-mafia», ha commentato l’avvocato Francesca Russo, che assiste Massimo Ciancimino.

I 12 COINVOLTI – Sono decine i reati contestati alle alte persone coinvolte nella frode fiscale. Tra questi: evasione e frode fiscale, bancarotta fraudolenta, contrabbando, mendacio bancario, sostituzione di persona, falso in scritture private, falso commesso da incaricato di pubblico servizio. Queste le tredici persone arrestate. Quattro i promotori dell’associazione a delinquere individuati dagli inquirenti: oltre a Ciancimino, le altre menti sarebbero Patrizia Gianferrari di Riccione, sedicente rappresentante di affari, e Gianluca Apolloni di Roma, il presunto commercialista che si occupava di far «scomparire» le aziende a Panama. Con loro anche Paolo Signifredi di Parma. Gli altri cinque sono Mario Carlomagno e Mario Paletta di Potenza, Massimiliano Paletta di Ferrara, Valter Lotto di Reggio Emilia e Ennio Ferracane di Bergamo. Ai domiciliari sono finiti Giulio Galletto di Rovigo, Armido Manzini di Modena (che era l’uomo incaricato di cercare aziende inattive da riutilizzare per le frodi dell’associazione), Elena Rozzanti di Ferrara e la marocchina Etois Safà.

Schiaffi e calci ai bimbi: maestra d’asilo ai domiciliari in provincia di Vibo Valentia

carabda Corriere.it

Nuovo caso di violenza in un asilo dopo quello di Barletta. Schiaffi, calci, spinte ai bimbi: è l’accusa contestata alla 62enne I. R, di Mileto ma insegnante di scuola materna a San Costantino Calabro, in provincia di Vibo Valentia.

I DOMICILIARI – La donna è stata arrestata e posta ai domiciliari dai carabinieri. Un’altra insegnante è stata, invece, denunciata ma la sua posizione è ancora al vaglio della Procura. Il pm titolare dell’inchiesta è il sostituto Gabriella Di Lauro. I maltrattamenti sono stati ripresi dalle videocamere fatte installare nella scuola dalla Procura.

LA DENUNCIA – A far scattare l’indagine è stato un bambino di quattro anni: il padre ha notato che aveva delle escoriazioni su un braccio e che aveva perso serenità. Parlando con il piccolo, ha scoperto i maltrattamenti in classe e ha avvisato i carabinieri di Pizzo. Le microcamere installate nella scuola hanno confermato i comportamenti violenti dell’insegnante, ripetuti giorno dopo giorno.

I PRECEDENTI – Già un anno fa, sempre nella stessa zona, due insegnanti di Cirò Marina furono arrestate con la stessa accusa. E a luglio 2011 toccò a quattro maestre, punite in quel caso per maltrattamenti aggravati ai danni di un bambino disabile.

ROMA VIOLENTA: Tre morti ed un ferito grave in poche ore

602-408-20130528_212507_60A1329Fdi Grazia De Marco

In poche ore è tornato l’incubo di una Roma violenta, insanguinata da una criminalità abituata a regolare i conti senza alcun tipo di scrupolo, in strada o bussando alla porta della vittima. Lo scorso 28 maggio, infatti, si è consumata una vera e propria giornata di sangue nella Capitale e sul suo litorale, scandita da tre brutali omicidi, avvenuti a poche ore di distanza l’uno dall’altro.

La prima vittima è il pensionato di 62 anni Claudio D’Andria, ucciso poco prima delle 7, da un colpo alla testa sparato da una calibro 7.65, mentre rientrava nel suo appartamento in Via Giorgio Morandi, nel quartiere Tor Sapienza. D’Andria, che era già noto alle forze dell’ordine per piccoli precedenti di droga, sicuramente conosceva il suo assassino che, quasi certamente, ha deciso di ucciderlo per motivi passionali o economici.

L’altra vittima, Pietro Rosseni, è stato ucciso nel primo pomeriggio a Focene, nei pressi di Fiumicino, dopo aver aperto la porta di casa al killer, che lo ha freddato con alcuni colpi di pistola alla testa ed è poi scappato a bordo di uno scooter. Rosseni si trovava a casa con la moglie e il figlio di dieci anni ed era anche lui conosciuto dagli inquirenti come tossicodipendente. Al momento si ipotizza che l’uomo sia stato ucciso per un debito non pagato, fatto ritenuto “peccato mortale” nel giro della  mala romana, sempre più armata e pericolosa.

Le altre due vittime, Daniele Righini e Massimiliano Cencioni, sono stati raggiunti da alcuni colpi di pistola mentre erano a bordo della loro Peugeut, in Corso Italia, ad Anzio. I sicari si sono avvicinati ai due ragazzi verso le 19.40 e hanno cominciato a sparare uccidendo Righini e ferendo gravemente Cencioni, che ora si trova in prognosi riservata agli Ospedali Riuniti di Anzio, a causa delle ferite riportate al polmone sinistro. L’inchiesta sui tre omicidi è stata affidata agli investigatori della Squadra Mobile, i quali, in queste ore, stanno interrogando amici e conoscenti delle vittime, nella speranza di riuscire ad approfondire le loro frequentazioni e ricostruire le loro ultime ore di vita.

Al di la delle indagini e dei moventi dei tre omicidi, appare tuttavia chiaro che l’area metropolitana di Roma è diventata man mano la protagonista di un contesto criminale formato dall’unione di alcune alleanze tra diverse mafie, arrivate ormai da decenni nella Capitale. Nel  litorale tra Anzio e Nettuno, dove è avvenuto l’ultimo omicidio, è infatti attiva una locale di ‘ndrangheta, retta dalla famiglia dei Gallace-Novella, oltre ai Casalesi, già attivi fin dalla fine degli anni ’80 e specializzati, sia nel narcotraffico, che nella gestione del mercato illegale di rifiuti. Sul litorale, nella zona di Torvajanica e Pomezia, sono anche presenti diversi pregiudicati legati a famiglie catanesi, coinvolti negli anni passati in agguati per il controllo del mercato degli stupefacenti.

 

 

Sputano alla fidanzata, lui la difende Ucciso in Germania un ingegnere italiano

SPUTANO ALLA FIDANZATA, LUI LA DIFENDE, INGEGNERE ITALIANO UCCISO A MONACO DI BAVIERA (GERMANIA)da Corriere.it

Uno sputo contro la sua fidanzata, mentre erano in bicicletta sulla pista ciclabile di un parco pubblico, lungo il fiume Iser, a Monaco di Baviera. Lui è tornato indietro per chiarire quanto accaduto. Ne è nata una colluttazione ed è stato accoltellato e ucciso. È successo nella serata di martedì, intorno alle 22, a Domenico Lorusso, ingegnere italiano di 31 anni, originario di Potenza ma residente in Germania, dove lavorava in una società aeroportuale.
La notizia è stata confermata dal console italiano del capoluogo bavarese, Filippo Scammacca del Murgo, che ha espresso il cordoglio della comunità italiana. A uccidere Domenico sarebbe stata una coltellata a cuore. La fidanzata, 28 anni, lo ha subito soccorso, aiutata anche dai passanti. Il giovane è stato portato nell’ospedale più vicino, ancora vivo, ma non ce l’ha fatta.

L’INCHIESTA – La polizia tedesca dà la caccia all’omicida, un uomo sembrerebbe sui 35 anni, di corporatura media, probabilmente ubriaco al momento dell’assassinio, che si sarebbe allontanato a piedi. Gli agenti hanno fatto appello ai testimoni per fornire elementi in modo da ricostruire con maggiore precisione l’identikit dell’assassino.
«La colluttazione – spiegano fonti del consolato generale d’Italia a Monaco di Baviera – è stato un fatto puramente casuale», l’assassino «era una persona sconosciuta, i due si sarebbero incontrati per caso per strada, non è stata una lite per gelosia». Al consolato sono stupiti per quanto successo perché «episodi come questo sono molto rari qui, è una delle cittá più sicure d’Europa. È veramente incredibile». La polizia, hanno aggiunto le fonti, sta fornendo «molto sostegno», «abbiamo visto da parte delle autorità un grandissimo impegno, hanno anche fatto chiamare la famiglia da qualcuno che parlasse italiano».
L’autopsia sul cadavere dell’ingegnere lucano è stata già effettuata e l’autorità giudiziaria tedesca ha concesso il nulla osta per il trasferimento della salma in Italia.

IN ITALIA – Potenza, la città di origine di Domenico, dove ricorre la festa patronale di San Gerardo, è sconvolta. Il presidente della Commissione dei lucani all’Estero Luigi Scaglione ha dato la disponibilità e l’impegno massimo della commissione nelle azioni che si renderanno necessarie in Germania.

IL PRECEDENTE – Nel settembre 2011, a Berlino, un altro giovane italiano era morto investito mentre scappava da tre uomini.

Papa Bergoglio: “I mafiosi si convertano Hanno ucciso don Puglisi, ma ha vinto lui”

papada TGcom24

“Preghiamo perché questi mafiosi e mafiose si convertano”. Questa l’invocazione di Papa Francesco nel suo ricordo di don Pino Puglisi, ucciso dalla mafia a Palermo il 15 settembre 1993. Il Santo Padre ha poi affermato che “ci sono le mafie dietro tanti mali”. “La mafia voleva sconfiggere don Puglisi – ha aggiunto, ricordando la sua beatificazione ieri a Palermo – ma ha vinto lui”.

“Io penso – ha detto ancora Papa Bergoglio – a tanti dolori di uomini e donne, anche bambini, che sono sfruttati da tante mafie, che sfruttano loro facendogli fare il lavoro che li rende schiavi, con la prostituzione, con tante pressioni sociali, dietro di questi sfruttamenti, di queste schiavitù, ci sono mafie, ma preghiamo il Signore perché converta il cuore di queste persone, non possono fare questo, non possono fare i nostri fratelli schiavi, dobbiamo pregare il Signore, preghiamo perché questi mafiosi e queste mafiose si convertano a Dio”.“Puglisi ucciso dalla mafia, ma ha vinto lui” “Ieri a Palermo – ha ricordato il Papa dopo la preghiera dell’Angelus – è stato proclamato beato il sacerdote martire Pino Puglisi, ucciso dalla mafia nel 1993. Don Puglisi è stato un sacerdote esemplare, dedito specialmente alla pastorale giovanile. Educando i ragazzi secondo il vangelo li sottraeva alla malavita e così questa ha cercato di sconfiggerlo uccidendolo. In realtà però è lui che ha vinto, con Cristo risorto”.

“Io penso – ha aggiunto, parlando a braccio – a tanti dolori di uomini e donne, anche bambini, che sono sfruttati da tante mafie, che sfruttano loro facendogli fare il lavoro che li rende schiavi, con la prostituzione, con tante pressioni sociali, dietro di questi sfruttamenti, di queste schiavitù, ci sono mafie, ma preghiamo il Signore perché converta il cuore di queste persone, non possono fare questo, non possono fare i nostri fratelli schiavi, dobbiamo pregare il Signore, preghiamo perché questi mafiosi e queste mafiose si convertano a Dio”. E ancora, riprendendo du don Puglisi: “Lodiamo Dio per la sua luminosa testimonianza e facciamo tesoro del suo esempio”.

Camorra, boss arrestato in mansarda-palestra

chianeseda Sky TG24

Andrea Chianese, latitante ed elemento di spicco del clan camorristico Amato Pagano, è stato arrestato dai carabinieri di Giugliano (Napoli) in uno stabile di Calvizzano, nel Napoletano. L’uomo è stato sorpreso nel sonno in una mansarda al quarto piano del palazzo. Il suo rifugio era stato attrezzato a palestra e riempito con numerosi macchinari per il fitness. Nel locale sono state trovate anche diverse foto di persone della sua famiglia.

Ricercato dal 19 maggio 2009, Andrea Chianese era destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa il 30 marzo 2009 dal gip di Napoli per associazione di tipo mafioso e per aver partecipato dal marzo 2006 al febbraio 2009 a delitti contro la persona e contro il patrimonio nonché a reati finanziari (omicidi, estorsioni, detenzione porto illegali di armi, riciclaggio e reimpiego di denaro provento di delitto).

Tutte attività che, secondo gli investigatori, aveva svolto nei comuni di Melito e Mugnano per portare avanti gli affari illeciti del citato sodalizio criminale. Mentre sono ancora in corso accertamenti per verificare la riconducibilità dell’abitazione, il boss è stato condotto nel centro penitenziario di Secondigliano.

Omicidio commerciante, trovato impiccato 50enne sospettato del delitto

Omicidio in località Cerro di Marsciano, ucciso imprenditoreda Corriere.it

È stato trovato morto impiccato ad un albero vicino a un casolare in una zona boscosa tra Marsciano e Gualdo Cattaneo, Francesco Cristofari, di 50 anni, sospettato dell’omicidio di Roberto Burnelli. Il cadavere è stato individuato domenica mattina da carabinieri e volontari non distante dal casale di famiglia. Gli investigatori ritengono che l’uomo si sia suicidato dopo il delitto. Alle prime ore di domenica le ricerche erano riprese con l’impiego di carabinieri e volontari, anche con unità cinofile. L’OMICIDIO – Burnelli era stato ucciso sabato mattina nel capannone della sua azienda mentre stava caricando frutta e verdura sul suo furgone per recarsi al mercato. L’omicida gli aveva tagliato la gola dopo averlo probabilmente colpito alla testa con un bastone. A dare l’allarme una sua dipendente, ex moglie del sospettato, che arrivando in azienda aveva sentito un urlo del commerciante e visto scappare l’ex marito. Quest’ultimo si era allontanato con un furgone Fiat Fiorino dell’azienda poi trovato abbandonato nella zona di Gualdo Cattaneo. All’interno diverse tracce di sangue. I carabinieri del comando provinciale di Perugia avevano quindi avviato una battuta per le ricerche che erano state però ostacolate dalla pioggia e il vento che avevano interessato tutta la provincia. Operazione ripresa domenica mattina e conclusa con il ritrovamento del corpo.

Fabiana uccisa dal fidanzato perché si era rifiutata d’avere un rapporto sessuale con lui

fabianada Corriere.it

L’ha bruciata quando ancora era viva. D.M., 17 anni, ha ammesso di aver prima accoltellato Fabiana e poi di averla cosparsa di benzina e quindi, mentre lei pregava di non farlo, le ha dato fuoco. Un racconto raccapricciante quello del giovane che ha ammesso davanti ai carabinieri di aver ucciso la sua fidanzata per gelosia. La città di Corigliano è sotto choc per questo assurdo delitto. La gente ha atteso per ore davanti la caserma dei carabinieri, per cercare di vedere in faccia l’assassino di Fabiana Luzzi, 16 anni a giugno. Il giovane assassino, avrebbe ucciso la sua fidanzata al culmine di una lite. IRREQUIETO – In città lo indicano come un tipo irrequieto, a tratti violento, capace di azioni eclatanti. Questo ragazzo dai modi esuberanti, forte caratterialmente, anche molto intelligente affermano i suoi insegnanti, ha deciso di uccidere in un momento d’ira la sua fidanzata, solo perché lei si era rifiutata d’avere un rapporto sessuale con lui. Il ragazzo venerdì non era andato a scuola, frequenta la quarta classe dell’istituto tecnico per geometri a Corigliano. Il giorno prima aveva litigato con Fabiana. Ha trascorso tutta la notte a rimuginare e riflettere su come riallacciare quel rapporto. Poi ha atteso la sedicenne all’uscita dalla scuola. Fabiana frequentava la prima classe dell’istituto tecnico commerciale di Corigliano. All’uscita da scuola, la giovane si è trovata di fronte il suo ragazzo. Le compagne hanno raccontato che Fabiana vedendo il fidanzato ha cercato in tutti i modi di evitarlo. Il ragazzo, però, l’avrebbe inseguita e costretta a salire sul suo ciclomotore. Prima però fra i due ci sarebbe stata una violenta discussione.