Ruba per fame, l’arrestano e poi i Carabinieri fanno la colletta

rubada Ansa.it

Presa dalla disperazione di non avere denaro per mangiare, si è armata di un piccone e ha spaccato il distributore automatico di bevande all’interno del Centro di igiene mentale di Sant’Egidio alla Vibrata (Teramo), e ha racimolato 80 euro: ai carabinieri che l’hanno bloccata all’esterno della struttura, G.P., incensurata, invalida e disoccupata di 52 anni, ha ammesso di averlo fatto per fame.

Non ha potuto evitare le manette per furto aggravato, ma i carabinieri hanno fatto un colletta in caserma per procurarle del denaro e farla mangiare. I militari hanno sorpreso la donna mentre usciva dai locali della struttura sanitaria, che aveva forzato l’ingresso poco prima e sfasciato la macchinetta del caffé.

Di fronte alla disarmante ammissione della donna, i militari hanno raccolto denaro per aiutarla. E’ stata comunque arrestata e tenuta in cella di sicurezza in attesa del processo per direttissima.

Gioielliere reagisce a rapinatore e lo uccide

arzanoda Ansa.it

Un gioielliere ha reagito a un tentativo di rapina e ha ucciso il rapinatore sparando con la propria arma regolarmente detenuta. E’ accaduto ad Arzano, nel Napoletano, in via Napoli 108. Sul fatto indagano i carabinieri della locale tenenza.

Il rapinatore era appena entrato nella gioielleria e aveva intimato al titolare di consegnare l’incasso di giornata. Quest’ultimo, vista la minaccia, ha reagito estraendo la sua pistola e facendo fuoco contro il bandito che è morto poco dopo. Un tentativo di rapina avvenuto a Maddaloni, nel Casertano, soltanto un paio di settimane fa, si concluse con la morte di un carabiniere e, a distanza di una decina di giorni, di uno dei rapinatori.

Si chiamava Pasquale Perrotta, 30 anni, originario di Nola, il rapinatore ucciso. L’uomo, qualche piccolo precedente per droga, si è introdotto intorno alle 19.30 nella gioielleria ‘Il gioiello’ gestita da un 45 enne originario di Casoria (Napoli) e provvisto di regolare porto d’armi. Il rapinatore aveva con sé un’arma giocattolo, priva del tappo rosso, che ha puntato al volto del gioielliere: quest’ ultimo, provvisto di regolare porto d’armi, alla vista dell’arma ha estratto dal bancone la sua pistola e ha sparato un solo proiettile che ha raggiunto il malvivente al cuore causandone la morte dopo pochi minuti. Sembra che Perrotta non avesse complici ad attenderlo fuori dalla gioielleria e che abbia agito da solo.

Claudio Faraldi, un altro italiano muore in carcere in Francia. Nello stesso istituto morì in circostanze non chiarite Daniele Franceschi

franceseda L’Huffington Post

Attacco di cuore: sarebbe questa la causa della morte di un italiano detenuto nel carcere di Grasse, in Costa Azzurra, lo stesso nel quale morì tre anni fa, in circostanze anche allora non del tutto chiare, un altro italiano, Daniele Franceschi, viareggino di 36 anni. E anche oggi, proprio come allora, i familiari non credono a quella che sarebbe la versione ufficiale.

“Attacco di cuore? Era giovane e sano. E mi domando se, in caso di malore, sia stato assistito a dovere”, dice Giancarlo, padre di Claudio Faraldi, il ventinovenne di Ventimiglia morto mercoledì scorso, “anche se – aggiunge il padre Giancarlo – siamo stati avvertiti solo ieri”.

Le autorità diplomatiche italiane hanno chiesto di essere tempestivamente informate sull’esito dell’esame autoptico e sull’evoluzione delle indagini che le autorità francesi hanno disposto con l’apertura di un’inchiesta. Claudio Faraldi stava scontando cinque anni per una rapina compiuta nel 2011 in in Costa Azzurra e si trovava nel carcere francese da sei mesi.

Un passato di tossicodipendenza, nel 2010 era entrato nella comunità di San Patrignano da dove però fuggì dopo pochi mesi. “Voglio assolutamente vedere mio figlio prima dell’autopsia che verrà compiuta il 16 maggio”, dice il padre di Claudio, che alcuni anni fa aveva perso la figlia Stephanie.

Alla famiglia Faraldi arriva il sostegno di Cira Antignano, la madre di Daniele Franceschi, morto nello stesso carcere: anche allora le autorità francesi attribuirono il decesso a un malore, ma la madre ritiene che sia stato picchiato. I Faraldo “devono battagliare come ho fatto io fino ad oggi e si devono imporre per vedere il figlio prima che facciano l’autopsia non come è avvenuto per Daniele – dice Cira Antignano -: quando avevano fatto tutto me lo hanno mostrato avvolto in un telo senza che potesse essere fatta chiarezza fino ad oggi della sua morte”.

“Anche per Claudio, come per Daniele, attribuiscono la morte a problemi cardiaci, mi sembrano versioni che non stanno in piedi. Sono vicina a questa famiglia, perché comprendo il loro dolore e mi unisco anche a loro e agli altri che vogliono giustizia, perché dobbiamo far sentire forte la nostra voce”, dice la mamma di Daniele Franceschi che a più riprese ha manifestato davanti all’Eliseo perché le autorità francesi facessero luce.

Nel marzo scorso la Corte di appello di Aix en Provence ha disposto nuovi accertamenti sulla morte di Franceschi, dopo che la procura di Grasse a febbraio aveva chiesto il prolungamento delle indagini: ad avviso dei magistrati, non è da escludere l’ipotesi di responsabilità da parte dei vertici dell’ospedale civile di Grasse per non aver ravvisato la necessità di un ricovero per il giovane.

Tra gli indagati figurano un medico e due infermieri del carcere francese. Il consolato d’Italia a Nizza ha confermato all’ANSA il decesso di Faraldi, ma sulle circostanze della morte “non sappiamo nulla. La Procura di Grasse ha aperto un’inchiesta e le indagini sono in corso”, ha detto un responsabile del consolato. Niente di deciso anche sul rimpatrio della salma in Italia: la madre del ragazzo è francese e potrebbe anche decidere di tenerla in Costa Azzurra.

Sannicandro: famiglia sterminata. Il giallo del movente

famigliada Corriere.it

Sua moglie Maria, 55 anni, la vitalità che lui non aveva mai avuto. Sua figlia Letizia, 20 anni, l’energia che la sindrome di Down non era riuscita a scalfire. Suo figlio Claudio, 24anni e il suo fantasticare su un futuro di nonni e bambini. Michele Piccolo, 55 anni, li ha ammazzati tutti. Prima le due donne, venerdì pomeriggio. Poi il ragazzo, alle nove di sera. E infine lui stesso: ha cacciato la testa sotto il telone della piscina di casa ed è rimasto con la faccia sott’acqua finché il suo cuore ha smesso di battere.

Il sopralluogo dei carabinieri nella villetta (Ansa)Il sopralluogo dei carabinieri nella villetta (Ansa)

È una strana storia, questa di Michele il farmacista. «Dai contorni già definiti» dicono li inquirenti. Perché salvo clamorose sorprese sembra non ci siano dubbi sull’autore della strage: è lui, Michele. Ma la domanda è: perché? Qual è il motivo che gli ha fatto premere il grilletto per tre volte? E perché alla fine non ha usato la stessa arma – che tra l’altro non si trova – contro se stesso?

 

La ricostruzione fatta fin qui dagli investigatoriracconta di un uomo che per qualche ragione, più o meno alle 4 del pomeriggio, uccide la moglie e la figlia, nella bella villa di famiglia alle porte di Sannicandro, Comune da 9.800 abitanti a un quarto d’ora da Bari. Che cosa faccia poi quell’uomo fino alle nove di sera, quando rientra a casa suo figlio Claudio, nessuno lo sa dire. Quel che è certo è che quando Claudio apre la porta non riesce ad accendere le luci perché il padre ha staccato la corrente elettrica (forse per non mostrare al figlio la madre e la sorella morte e perché non potesse scappare e dare l’allarme). Michele spara un colpo solo come aveva fatto per sua moglie e sua figlia. Claudio cade ma non muore subito (è morto ieri pomeriggio in ospedale) e suo padre però non se ne cura. Lo lascia per terra nel sangue, non si sa se consapevole del fatto che fosse ancora vivo, ed esce. Va in paese a consegnare dei farmaci a un suo cliente, Francesco Perniola, che dirà poi ai carabinieri «l’ho visto tranquillo, per niente nervoso».

È l’ultima persona a vederlo vivo. Michele torna a casa e si uccide annegandosi in piscina. La strage si scoprirà poco prima di mezzanotte quando la fidanzata di Claudio, non vedendolo arrivare a un appuntamento, chiama un parente della famiglia Piccolo che scavalca il muro di cinta della villa, entra e trova i cadaveri. Michele ha il corpo fuori dall’acqua e la testa ancora infilata sotto il telone. L’ipotesi ritenuta più probabile è che prima di annegarsi in quel modo abbia mandato giù qualche miscuglio di farmaci che lo ha stordito, semplicemente perché risulta più difficile credere che abbia potuto resistere fino all’ultimo all’istinto di sopravvivenza. Dettagli che saranno chiariti dagli esami tossicologici e dei quali, come per il movente, non c’è nessuna traccia certa. Forse chiarimenti verranno dai controlli sui conti bancari, sul telefonino, sulla vita privata.

Michele aveva voluto una pistola dopo aver subìto alcune rapine nella farmacia. Venerdì l’avrebbe usata di sicuro, dicono le prove del guanto di paraffina e i proiettili con i quali sono stati uccisi Maria, Letizia e Claudio. La procura di Bari ha aperto un fascicolo per omicidio volontario contro ignoti («un atto dovuto», dicono) ma la conferma che l’assassino sia lui sembra scontata. E chiunque l’abbia conosciuto prova a ripensare all’ultimo incontro. «L’ho visto al bar venerdì mattina e mi è sembrato più silenzioso del solito» racconta l’amico Pinuccio Loiacono. «Gli ho chiesto se qualcosa non andava, non ha risposto». Poche ore dopo la strage.

Operazione Stive Pulite. Arrestati 19 dipendenti Alitalia

stive puliteda Tgcom 24

Pioggia di arresti per i furti nei bagagli dei passeggeri in transito nei vari aeroporti italiani. La polizia ha eseguito 86 misure cautelari che riguardano altrettanti dipendenti di diversi scali nazionali. Le indagini, condotte dall’ufficio di polizia di frontiera aerea di Lamezia Terme, hanno riguardato oltre 100 episodi di furto, tentato furto e danneggiamento. Nel mirino anche decine di dipendenti Alitalia.

Risultano infatti 49 misure cautelari emesse nei confronti di altrettanti dipendenti dell’Alitalia-Cai a Fiumicino, coinvolti nell’inchiesta sui furti nei bagagli dei passeggeri. Di questi, 19 addetti alle operazioni di handling sono agli arresti domiciliari, mentre ad altri 30 operai è stato notificato l’obbligo di firma.

Le indagini sono state condotte sotto le direttive della Procura della Repubblica di Lamezia Terme e sono durate oltre un anno. Per far fronte ai numerosi arresti, nell’operazione, denominata “Stive pulite”, sono stati impegnati oltre 400 uomini agenti in tutta Italia.

La Direzione Sicurezza di Alitalia, nel corso del 2012, recita un comunicato ufficiale, ha attivamente collaborato con la Polizia di Frontiera di Fiumicino e di Lamezia Terme nello studio, nello sviluppo e nella conduzione di una articolata attività investigativa avente come obiettivo l’individuazione dei responsabili di numerosi furti che, in forma sempre più invasiva, si sono registrati sui bagagli dei passeggeri Alitalia. Inizialmente la tratta Roma Fiumicino – Lamezia Terme era risultata la più colpita da questo fenomeno che successivamente si è esteso anche ad altri scali nazionali che, seppur in forma minore, sono stati interessati dalla stessa problematica.

Il proficuo scambio, tra Alitalia e la Polizia di Frontiera, delle reciproche conoscenze, competenze ed esperienze professionali, unito alla fattiva collaborazione della Compagnia, hanno consentito di raggiungere un importante risultato, permettendo alla magistratura inquirente, che ha coordinato tutte le fasi dell’indagine, di emettere gli odierni provvedimenti restrittivi nei confronti dei presunti colpevoli. Alitalia, quale parte lesa da questi avvenimenti, continuerà a garantire la totale collaborazione alle Forze di Polizia e all’Autorità giudiziaria.

Mafia: Dia sequestra beni per un milione

diada Ansa.it

Beni per un milione di euro sono stati sequestrati dalla Dia di Catania a Roberto Russo, 48 anni, ritenuto elemento di spicco della cosca Cintorino, legata al clan Cappello-Bonaccorsi.

Arrestato nel gennaio scorso nell’operazione Nuova Ionia, Russo e’ accusato di avere favorito l’infiltrazione mafiosa nel settore della raccolta dei rifiuti, nella zona dell’alto Jonio etneo.

Il sequestro e’ stato disposto del Tribunale su richiesta della Dda della Procura di Catania.

Carabiniere ferito davanti a Palazzo Chigi: “Puntavo ai politici”

carabinieredi Umberto Buzzoni – direttore

Quello di ieri non è il solito episodio di cronaca in cui, come sempre più spesso accade, un valido rappresentante delle forze dell’ordine, nel compiere unicamente il proprio dovere, cade sotto i colpi di malavitosi o psicolabili.

Quello di ieri è un episodio che scuote le coscienze di tutti, cittadini e politici, e che rappresenta un campanello d’allarme per il nostro paese. Ma ne parleremo a breve.

Ci preme sottolineare innanzitutto che  il Carabiniere Giuseppe Giangrande, ferito gravemente ieri davanti a Palazzo Chigi, proprio durante il giuramento del nuovo Governo presieduto da Letta, è al momento in cui scriviamo ancora intubato e ventilato meccanicamente. I medici sono “moderatamente ottimisti”. Il direttore sanitario dell’Ospedale Umberto I di Roma Amalia Allocca afferma:”Il paziente in qualche modo interagisce”.

La redazione del Mensilepoliziadistato si stringe attorno alla famiglia e si augura che sia scongiurata l’ ipotesi di un rischio di paralisi per Giuseppe. Così come tutta l’Italia, attendiamo anche noi con ansia i nuovi bollettini medici.

Ma torniamo adesso a quanto affermavamo in apertura. Parlavamo di un campanello d’allarme per il nostro Paese. L’attentatore, Luigi Preiti, 49 anni, ha alle spalle una storia matrimoniale conclusa da due anni ma soprattutto, così come emerge dalle sue ultime dichiarazioni agli inquirenti, si lamenta per non riuscere a mantenere il proprio bambino. E’ senza lavoro e a malapena riesce a tirare avanti con qualche lavoretto da muratore.E’ per questo che voleva prendersela con i politici? Stando a quanto afferma, sembrerebbe proprio così. E tutto questo è gravissimo.Ed è ancor più grave il risultato di questo gesto. Colpendo un Carabiniere innocente assolutamente non collegato ai problemi dell’attentatore, si è creata una nuova situazione disperata. Ci sarà un’altra famiglia ed un altro bambino che in futuro vivrà seri problemi di sopravvivenza. Una guerra tra poveri che non può giovare a nessuno.

E’ bene che il Governo lo capisca. E’ bene che la politica dia al più presto una risposta ai tanti cittadini che vivono situazioni di disagio ancor più gravi. Prima gli attentati ad Equitalia. Poi la conferma che ci sono cittadini esasperati che arrivano addirittura a prendersela fisicamente con chi fa Politica. Siamo su una polveriera che sta per esplodere. Non c’è più tempo da perdere.

In tutto questo ciascuno deve fare la sua parte. I giornali devono riuscire a moderare i toni, i partiti devono tornare a dialogare in modo costruttivo. Si guardi avanti, si punti alla ricrescita del Paese, si ponga massima attenzione alle fasce più deboli, si bandisca l’odio tra fazioni che ha caratterizzato l’ultimo ventennio.

E’ un augurio che spero venga ascoltato.

‘Ndrangheta, preso super latitante

trimbolida Ansa.it

Un latitante, Domenico Trimboli, detto ”Pasquale”, di 39 anni, nato a Buenos Aires, ritenuto un narcotrafficante, è stato arrestato a Medellin (Colombia). L’uomo, ricercato dal 2009, era inserito nell’elenco del ministero dell’Interno dei ricercati più pericolosi di ‘ndrangheta in quanto ritenuto legato a famiglie del reggino. L’arresto è giunto a conclusione di indagini delle squadre mobili di Reggio Calabria ed Alessandria e dal Ros carabinieri con il coordinamento dello Sco e degli Uffici centrali del Ros.

Trimboli e’ ritenuto il referente dei cartelli colombiani per il traffico di ingenti quantitativi di droga dal Sud America all’Europa. Quanto sarà estradato in Italia, l’uomo dovrà scontare una condanna in via definitiva a 12 anni di reclusione, 40.000 euro di multa e 3 anni di libertà vigilata per un cumulo di pene relative a delitti in materia di droga, commessi in Italia ed all’estero.

 

LINO BANFI: Arrestato il rapinatore. Era un attore

lino banfida TGCOM25

Un mese fa Lino Banfi era stato rapinato di un Rolex davanti alla sua casa romana, ma non poteva immaginare che a seguirlo e minacciarlo a mano armata fosse un suo collega.

Infatti uno dei ladri è Gianfranco Palma, attore e rapinatore di scarsa prestanza, che era già stato accusato di furto dello stesso tipo di orologio da un’altra persona.

OMICIDIO-SUICIDIO A BERGAMO: Mamma uccide figlioletta e si toglie la vita

resizerdi Grazia De Marco

Lo scorso 20 Aprile, a Bergamo, si è consumata l’ennesima tragedia familiare, una di quelle di cui non vorremmo mai sentire parlare, perché, troppo spesso, coinvolgono  piccole vittime        innocenti.  Protagoniste e vittime di questo dramma familiare sono  Alessia Olimpo, dentista di 36 anni e la sua figlioletta di un anno e mezzo, trovate morte nella loro casa di Bergamo, dove vivevano insieme a Alberto Caldaroli, marito e padre delle vittime.

Secondo le prime indiscrezioni, si e sicuramente trattato di un omicidio-suicidio: la donna, in un attimo di follia, avrebbe prima colpito a morte la figlia con un coltello e poi, forse ritrovando la lucidità e rendendosi conto di ciò che aveva fatto, si è tolta la vita, tagliandosi la gola con la stessa          arma.

Ad aver lanciato per primo l’allarme è stato il padre di Caldaroli, che prima ha tentato invano di chiamare Alessia al telefono e poi, verso le 18, preoccupato per non aver ottenuto nessuna risposta alle numerose telefonate, ha chiamato il figlio Alberto, che è immediatamente tornato da un congresso dentistico a cui stava partecipando a Riva Del Garda.   Arrivato al suo appartamento, al quinto piano di un condominio in Viale Giulio Cesare 52, Alberto ha prima suonato alla porta, chiusa a chiave dall’interno, poi ha cercato di chiamare a gran voce la moglie e la figlia e, infine, temendo il peggio, ha chiamato i Vigili Del Fuoco e il   118.

La Polizia e gli uomini del 115, hanno raggiunto una finestra della cameretta della bimba con una scala e sono entrati nell’appartamento, dove hanno rinvenuto i due corpi riversati per terra in un lago di sangue.  Sono stati immediatamente allertati il Sostituto Procuratore Franco Bettini, il Dirigente della Squadra Mobile, Giampaolo Bonafini e i tecnici della Polizia Scientifica, i quali hanno provveduto a “sigillare” l’appartamento per procedere con i rilievi.

Da quel momento l’intero palazzo è rimasto blindato per tutta la notte, per consentire agli inquirenti di mantenere intatta la scena del crimine: nessun estraneo è stato fatto avvicinare e ai residenti non è stato detto nulla. La donna non aveva dato mai evidenziato depressione o disturbi psichici, come hanno affermato anche i vicini, che non riescono a darsi una spiegazione per questo tragico gesto.