Risolto il giallo del dipinto sparito da casa Sordi: la sorella dell’attore lo regalò a Benedetto XVI

sordida Corriere.it

Risolto nel più clamoroso e spettacolare dei modi possibili il giallo della cosiddetta «Tavola Sordi», il dipinto quattrocentesco di proprietà del grande attore scomparso e attribuito a Francesco di Giorgio Martini. La tavola si trova nell’appartamento pontificio in Vaticano.

DONAZIONE – Fu Aurelia Sordi, la sorella dell’attore, a chiedere e ottenere udienza da papa Benedetto XVI mercoledì 4 febbraio 2009. Fu un’udienza riservatissima, nemmeno «L’Osservatore Romano» ne dette notizia. Aurelia Sordi regalò l’opera al Papa che decise subito di collocarla nel suo appartamento privato. Il legame di Joseph Ratzinger con quell’opera doveva essere fortissimo: monsignor Georg Ganswein, il suo segretario particolare, prefetto della Casa pontifica, la usò sull’invito che spedì a parenti ed amici per la sua ordinazione episcopale ad arcivescovo titolare eletto di Urbisaglia.

LA STORIA – La vicenda della Tavola Sordi è lunga. Giovedì l’ex sindaco di Roma ed ex ministro per i Beni e le attività culturali, Francesco Rutelli. Raccontava al Corriere della Sera , molto preoccupato, questa storia legata al carattere del grande attore, al suo rapporto con Roma e alla nebulosa che ora circonda il destino della sua ricchissima eredità: «Sordi ed io alla fine degli anni Novanta eravamo diventati grandi amici, festeggiavamo il nostro compleanno insieme, io sono nato il 14 giugno e lui era nato il 15. Comunque, un giorno mi invitò a casa sua e mi mostrò con orgoglio la splendida tavola dicendomi: «È il pezzo a cui tengo di più, sono legatissimo a questo gioiello. Sappi che, quando non ci sarò più, voglio che sia regalata a Roma, alla nostra città. Deciderai poi tu dove…». La tavola ha una storia illustre: venne esposta nel 1894 alla Royal Academy di Londra già con l’attribuzione a Francesco di Giorgio Martini, quasi certamente l’autore (tra mille dibattiti) della «Città ideale» esposta a Berlino alla Gemäldegalerie: sue madonne analoghe a questa sono esposte al Metropolitan musem di New York, alla Pinacoteca nazionale di Siena. Secondo la ricostruzione dei prestigiosi antiquari Apolloni di via del Babuino a Roma, l’opera venne comprata da Sordi negli anni Cinquanta.

VOLONTA’ – L’attore non lasciò nulla di scritto ma la sua volontà era inequivocabilmente nota. Lo dimostrerà il fatto che, quando Alberto Sordi nel 2003 morirà, sarà proprio la sorella Aurelia a contattare (qualche anno dopo) Francesco Rutelli, diventato nel frattempo ministro per i Beni e le attività culturali. Racconta ancora l’ex ministro: «La signora Aurelia mi confermò con lucidità e precisione che la volontà del fratello era di regalare la Pala a Roma. Fu così gentile da permettere di far visionare l’opera dagli esperti del ministero. Chiesi di esaminarla a due personaggi di indiscutibile valore, come l’allora direttore generale del ministero e oggi sottosegretario Roberto Cecchi e come Cristina Acidini, soprintendente per il Polo museale fiorentino». Acidini e Cecchi studiarono con attenzione l’opera: una relazione di otto pagine, del 17 marzo 2008, riporta le caratteristiche storico-artistiche e strutturali della tavola. Alla fine si può leggere: «L’attribuzione a Francesco di Giorgio Martini può essere confermata precisando che, alla luce degli studi più recenti, egli fu probabilmente responsabile del disegno e della stesura pittorica delle due figure principali, Madonna e Gesù Bambino, mentre delegò la dipintura delle figure secondarie a un assistente, indicato convenzionalmente come “Fiduciario di Francesco”». Nel documento l’opera viene indicata come «Tavola Sordi», nome ormai «storicizzato» con mezzo secolo di possesso. Rutelli immaginò di collocarla al Museo nazionale di Arte antica di palazzo Barberini. Da quel momento nessuna notizia della Tavola.

ELEZIONI – Nella primavera 2008, alle elezioni vinse il centrodestra, la macchina ministeriale si arenò e, con tutta probabilità, il fascicolo si perse semplicemente perché mancava l’interesse che Rutelli personalmente aveva nei confronti del vecchio amico. Forse qui nasce la decisione di Aurelia Sordi di regalare la Tavola a Papa Benedetto XVI: Rutelli, che ignorava come tutti la destinazione, aveva inviato nei giorni scorsi una e-mail a Roberto Cecchi suggerendogli l’opportunità che il ministero avvii «una procedura per l’apposizione del vincolo per cautelarsi dalla dispersione o da una anomala destinazione». Perché? Persone amiche dell’ex ministro e che avevano visto recentemente casa Sordi («non faccio nomi per riservatezza», spiega Rutelli) non avevano trovato traccia della Tavola. Cecchi si è mosso subito, girando il dossier a Daniela Porro, nuova soprintendente al Polo museale romano. Ora il clamoroso sviluppo chiude ogni congettura: la Tavola è nell’appartamento papale. Chissà se papa Francesco l’ha già vista. E chissà cosa deciderà di farne ora, sapendo che la volontà di Sordi era di

Yara, il papà del killer rivelò a un amico «Ho un figlio segreto»

yarada Corriere.it

Un ricordo di cinquant’anni fa, una confidenza tra colleghi che ora diventa un indizio prezioso per venire a capo del rebus dell’omicidio di Yara Gambirasio, la tredicenne di Brembate Sopra uccisa il 26 novembre del 2010 da chi ancora non ha un nome. È una testimonianza che ha il sapore della svolta per la pista del figlio illegittimo di Giuseppe Guerinoni, l’autista di Gorno morto nel 1999, all’età di 61 anni, che secondo gli inquirenti è il padre dell’assassino. A parlare è chi come lui per anni ha guidato gli autobus su e giù per la Valle Seriana e che ai carabinieri ha dichiarato: «Guerinoni mi confidò di aver avuto un figlio fuori dal matrimonio, da una donna della Valle con cui aveva avuto una relazione».

Gli inquirenti erano arrivati a Guerinoni partendo dal Dna isolato da minuscole tracce ematiche trovate sugli slip e sui leggings di Yara: quello del presunto assassino. Confrontandolo con migliaia di profili genetici prelevati in mezza Bergamasca, erano giunti a quello di un frequentatore della discoteca Sabbie Mobili di Chignolo d’Isola vicina al campo in cui la ragazzina fu trovata cadavere, il 26 febbraio del 2011. Dal giovane erano arrivati a due zii, dai profili ancora più somiglianti a quello custodito nei laboratori del Ris. Dai due zii, sono risaliti al profilo genetico del loro padre, Giuseppe Guerinoni, che però era morto da tempo. Secondo i genetisti del pm, l’autista di Gorno è il padre dell’assassino di Yara. Il suo Dna è stato ricostruito al computer con il calcolo biostatistico e poi confermato dall’analisi di una marca da bollo della patente e da francobolli di alcune cartoline. Ma dato che il Dna dei suoi figli riconosciuti non corrisponde a quello lasciato sugli slip di Yara, ecco la pista del figlio illegittimo.

Ora, ai dati di laboratorio, si aggiunge la testimonianza che di fatto circoscrive la ricerca della madre del killer(ultimo tassello per arrivare a lui) alla Valle Seriana. È credibile? Gli inquirenti vanno con i piedi di piombo, ma ci credono. Il testimone, che vive nella stessa valle, non ha dubbi: «È una donna di queste zone. Un giorno Guerinoni mi disse del fattaccio: aveva messo nei guai una ragazza con cui aveva una relazione». Un dato che apre uno squarcio sulle testimonianze raccolte finora dagli investigatori e che portavano tutte alla descrizione dell’autista come un uomo tutto casa e lavoro. I ricordi non sono limpidissimi, ma l’ex autista indica dei punti fermi: «Sarà stato il 1962 o il 1963, lei non era sposata». Non sa che fine abbiano fatto la donna e il figlio che oggi dovrebbe avere 50 anni: «Non so cosa sia successo, perché a Giuseppe non avevo più chiesto nulla. Secondo me lei è ancora viva, era più giovane di noi, dico noi perché ho la stessa età di Guerinoni». L’uomo chiude gli occhi, li strizza, preme i pugni sulla fronte: «Se mi vengono in mente altri particolari andrò a riferirli, sento che è mio dovere. Ho seguito il caso di Yara e quando ci penso, mi viene da piangere».

Tenta di avvelenare la moglie ma lei lo filmava: in manette

acidoda Eco di Bergamo

Ha tentato di avvelenare la moglie 61enne mischiando l’acido muriatico con l’acqua che la donna beveva, ma è stato scoperto dalla consorte. Così un 67enne di Dalmine è stato arrestato dalla polizia con la pesante accusa di tentato omicidio.

La denuncia mercoledì 27 marzo e l’arresto sabato 30, ma la storia risale a febbraio, quando la 61enne beve a casa l’acqua da una bottiglietta e sente uno strano bruciore. Pensando che ci sia qualcosa che non va, la donna fa controllare l’acqua nella ditta in cui lavora e i risultati parlano inequivocabilmente di acido muriatico.

La donna si insospettisce e scopre tra i medicinali del marito, un 67enne, una bottiglietta sospetta con un contagocce. Sostituisce il contenuto con dell’acqua e fa analizzare il liquido prelevato da un’altra ditta per avere un riscontro in più.

Le analisi confermano che si tratta di acido muriatico. La donna ne parla con i parenti e decide di installare una telecamera in cucina per osservare i movimenti del marito. Che viene pizzicato mentre aggiunge acido muriatico in una bottiglietta d’acqua aperta usata dalla moglie.

La 61enne decide così di denunciare alla polizia il marito che viene arrestato con ordine di custodia cautelare in carcere. L’accusa è di tentato omicidio. Il marito avrebbe raccontato che non era sua intenzione uccidere la moglie, voleva soltanto farla stare male un po’, perché era esasperato che la donna pensasse soltanto a organizzare pellegrinaggi.

Colpo alla mafia: maxi-sequestro da 1, 3 mld al “re dell’eolico”

vito_nicastrida Agi – Agenzia di Stampa

Beni per un miliardo e trecento milioni di euro sono stati confiscati dalla Direzione investigativa antimafia a un soggetto ritenuto contiguo a Cosa nostra.

I beni, che erano stati precentemente sequestrati, passano ora definitivamente allo Stato.

Secondo la Dia, si tratta della confisca di importo piu’ elevato in assoluto mai eseguita in Italia nei confronti di un unica persona.

La confisca ha colpito Vito Nicastri, 57 anni, imprenditore di Alcamo (Trapani), attivo nel settore dell’energia rinnovabile e in particolare dei parchi eolici. All’uomo e’ stata imposta la sorveglianza speciale per tre anni, con obbligo di soggiorno ad Alcamo.

Il patrimonio che gli e’ stato confiscato comprende 40 societa’, immobili e disponibilita’ finanziarie. Secondo gli inquirenti, Nicastri era vicino a diversi personaggi mafiosi.

Bimba di tre anni muore nel Brindisino. Forse uccisa dalla madre

foto agida Corriere.it

Una bambina di tre anni è morta in ospedale dopo essere stata trovata in fin di vita nella sua abitazione, in via Monteverdi, a Carovigno, in provincia di Brindisi. La madre della piccola, Francesca Sbano, 32 anni,  ricoverata nell’ospedale di Ostuni, è morta lanciandosi nel vuoto dal terrazzo dello stesso appartamento, al secondo piano della palazzina.

Gli investigatori sospettano che la donna abbia ucciso la figlia e poi abbia tentato il suicidio. A quanto si è appreso, la Sbano non aveva mai accettato la decisione del marito di separarsi e avrebbe sofferto di depressione. A dare l’allarme sarebbero stati dei vicini di casa. Sul posto sono intervenuti i carabinieri e il personale del 118.

VELENI – Un flacone vuoto di diserbante è stato trovato dai carabinieri nel bidone della spazzatura nell’appartamento di Carovigno, dove madre e figlia vivevano. I carabinieri sospettano che la donna ne abbia fatto bere il contenuto alla figlia. Tracce di vomito sono state trovate accanto alla piccola quando è stata soccorsa, forse da alcuni vicini di casa. Entrambi i genitori della piccola sono braccianti agricoli. La madre al momento è ricoverata in condizioni molto gravi nell’ospedale di Ostuni (Brindisi), dove è anche stata sottoposta a un delicato intervento chirurgico. In mattinata si terrà l’autopsia sul corpo della piccola disposta dal pm Pierpaolo Montinaro.

IL BIGLIETTO – Secondo una prima ricostruzione la madre della bambina subito dopo aver dato da bere il veleno alla piccola avrebbe raggiunto il terrazzo di casa lanciandosi nel vuoto, dopo aver lasciato – a quanto risulta – un bigliettino. Sono stati i vicini di casa ad accorgersi di quanto stava avvenendo e a dare l’allarme, tra le 22.30 e le 23. Ma ogni tentativo di salvare la bambina, trasportata subito in ospedale, è stato vano: è morta poco dopo il ricovero.

Due agenti di Polizia sventano un tentato suicidio


IMAG0141di Umberto Buzzoni – direttore Mensilepoliziadistato

Giovane donna salvata in estermis da un tentato suicidio grazie alla prontezza di intervento di due agenti della Polizia di Stato, l’assistente capo Antonio De Gerolamo ed il parigrado Ferdinando Nuccetelli (nella foto) in servizio presso la Polstrada di Albano Laziale.

Un episodio di cronaca che potrebbe tranquillamente essere utilizzato nella trama di una fiction per le modalità con cui l’operazione è stata condotta e soprattutto per l’utilizzo delle nuove tecnologie, in questo caso i social network, che hanno permesso di salvare un vita davvero all’ultimo minuto.

I fatti. Ore 14.45 del 29 marzo. Al 113 di Roma arriva una segnalazione. Una giovane donna pubblica  su Facebook tramite cellulare dei messaggi nei quali manifesta chiaramente l’intenzione di suicidarsi. Nello stesso momento invia degli sms al suo ex fidanzato. Vuol farla finita.

La pattuglia degli agenti Ferdinando ed Antonio è allertata ed insieme ad un’altra pattuglia iniziano le ricerche coordinate dalla centrale che comunica costantemente gli spostamenti.

La donna è giovane, ha i capelli rossi e viaggia in una Fiat Doblò di colore giallo.  Dopo un’ora di ricerche finalmente viene individuata. Si trova nell’area di servizio Agip di Via Basilicata.

Gli agenti bloccano prontamente entrambe le uscite per evitare vie di fuga e, approfittando della distrazione della donna impegnata in una conversazione telefonica, le si avvicinano. Notano la presenza di un cane di grossa taglia sul sedile anteriore, una bottiglia di liquore ed un taglierino con lama estratta poggiato sul cruscotto.

Gli agenti fulmineamente prelevano le chiavi della macchina ed il taglierino evitando così la fuga o un eventuale gesto inconsulto. Le reazioni della ragazza sono violente. Prova a divincolarsi, sferra calci e pugni insultando gli agenti. Viene prima bloccata e subito dopo rassicurata in attesa del 118 che nel frattempo era stato allertato.

Tutto si è concluso nel migliore dei modi grazie agli uomini della Polizia di Stato intervenuti che, in questo caso, hanno dovuto agire non solo da poliziotti, ma anche da psicologi.

La redazione del mensilepoliziadistato si complimenta per la brillante operazione che ha scongiurato la perdita di una giovane vita ed ha confermato quanto sia importante la preparazione a 360° degli agenti che quotidianamente rendono sicure le nostre strade.

Perugia, ucciso un uomo. Ferita una ragazza

perugia

da Corriere.it

Un nuovo omicidio di un giovane scuote Perugia. Un ragazzo di 24 anni è stato ucciso e una ragazza 20enne ferita in modo lieve nella notte all’interno di un appartamento in via Ettore Ricci,nel centro del capoluogo umbro. Sarebbero entrambi italiani. Sul posto la squadra mobile della polizia e il sostituto procuratore Antonella Duchini. Il ragazzo sarebbe stato ucciso a colpi di arma da fuoco.

LA RICOSTRUZIONE – Il delitto sarebbe avvenuto alle 3 di notte. Un uomo sarebbe entrato nell’appartamento dove i due giovani convivevano sfondando la porta a calci. Ha aperto il fuoco sul ragazzo, ferendo, in maniera non grave, la sua fidanzata.

Disoccupati con 5 figli rubano al supermarket, gara solidarieta’

rubanoda Agi – agenzia di stampa

Gara di solidariera’ nella provincia di Bergamo per la coppia di quarantenni di Caravaggio, disoccupati e con cinque figli tra uno e 11 anni, fermati l’altro giorno dopo aver cercato di rubare cibo e vestiti in un supermercato di Treviglio. Da quando la loro storia e’ stata resa pubblica in molti hanno chiamato i giornali locali per offrire un aiuto: un imprenditore dara’ loro 200 euro al mese per 6 mesi, un operaio si scalera’ 50 euro dallo stipendio e ha promesso che chiedera’ al suo datore di lavoro un posto per uno dei due, qualcuno ha offerto un carrello della spesa pieno e anche una coppia di pensionati li aiutera’ spiegando di sentirsi in dovere di intervenire avendo 4 nipoti. La coppia vuole mantenere l’anonimato per proteggere i figli, ma ha reso noto il proprio Iban (IT 84 H 03336 11111 0000 0000 9584) per chi volesse inviare degli aiuti. (AGI) .

Arancia Meccanica a Milano Due risse e due carabinieri feriti. Le forze dell’ordine: “Noi, presi di mira da tutti, ormai è un’abitudine”

carabinieri

da Il Giorno

Scene da Arancia meccanica. Due violente risse la notte scorsa hanno coinvolto un numero elevato di persone. In uno dei due episodi son rimasti seriamente feriti due carabinieri. Lo ha comunicato il Comando provinciale dell’Arma. I due militari, uno dei quali secondo le prime informazioni sarebbe stato accoltellato a una gamba, l’altro avrebbe un braccio fratturato. Non sarebbero gravi.

Quattordici le persone arrestate, prevalentemente nordafricani, i due episodi si sono verificati alla una e alle 4 del mattino tra la Stazione Centrale e viale Monza.

I carabinieri di Milano vengono sempre piu’ spesso fatti ”oggetto di aggressioni durante gli interventi, anche per futili motivi”, anche
quando la posta in gioco e’ minima. A dirlo sono i militari del Nucleo Radiomobile, che trattando gli interventi di pubblica sicurezza, per le strade, hanno un punto d’osservazione privilegiato sulla cosiddetta microcriminalita’ cittadina.

Dura questa mattina la replica dei carabinieri: ”La reazione violenta alle forze dell’ordine, da un po’ di tempo, è diventata norma, sembra quasi un clichè – hanno spiegato i militari durante la conferenza stampa -. Una volta ci si aspettavano reazioni violente da criminali incalliti o da latitanti che in caso di arresto rischiavano anni e anni di galera. Oggi aggrediscono anche ragazzini, incensurati, stranieri regolari, lavoratori. Gli atteggiamenti sono di sfida, di ricerca del confronto”

Tassista ucciso a Milano, donna condannata ma non dovrà scontare la pena

tassistada TGCOM24

Condannata per concorso nell’omicidio di Luca Massari, il tassista aggredito e ucciso il 10 ottobre 2010 a Milano, Stefania Citterio dovrà solo risarcire i danni alla famiglia, ma non scontare una pena per quell’accusa. E’ la “singolare” sentenza emessa della Corte d’Assise d’Appello di Milano perché la Procura non ha presentato appello per chiedere la riqualificazione del reato da minacce a concorso anomalo in omicidio.

Il verdetto ha stupito anche gli avvocati presenti in aula, ma nella sua particolarità ha una spiegazione logica e giuridica. I giudici della seconda sezione della Corte d’Assise d’Appello di Milano, infatti, hanno potuto accogliere solo il ricorso dei familiari di Massari, gli unici ad aver chiesto che venisse dichiarata la responsabilità della donna nell’uccisione, anche se ai soli fini del risarcimento danni, “unica strada” per la parte civile. La Procura, invece, non aveva presentato appello per chiedere la riqualificazione del reato da minacce a concorso anomalo in omicidio, imputazione che aveva, invece, contestato in primo grado, formulando per la giovane una richiesta di 21 anni di carcere.La vicenda – Il 10 ottobre del 2010, il tassista Massari stava viaggiando lungo via Luca Ghini, alla periferia sud di Milano, quando un cane finì sotto la sua auto. Scese per scusarsi ma non fece in tempo, perché venne pestato brutalmente, andò in coma e morì. Per quell’aggressione, il 14 luglio 2011, è stato condannato con rito abbreviato (sentenza poi confermata in appello) a 16 anni di carcere Morris Ciavarella, il giovane che, stando alle indagini del pm Tiziana Siciliano, avrebbe sferrato “gli ultimi due micidiali colpi”: una ginocchiata in faccia e una spinta violenta. Stefania Citterio, fidanzata di Ciavarella, e il fratello Pietro Citterio erano stati condannati, invece, con rito ordinario nel maggio 2012 dalla prima Corte d’Assise di Milano: lei a 10 mesi per minacce e lui a 14 anni per concorso anomalo nell’omicidio, incendio e lesioni.La Procura di Milano, però, in secondo grado non ha fatto appello sul reato contestato alla donna, ma solo per chiedere un aumento delle pene: 11 mesi per lei e 14 anni e 5 mesi per il fratello. Impugnazione (presentata in aula dal sostituto pg Maria Vulpio) che, tra l’altro, non è stata accolta dai giudici. La Corte, invece, ha accolto il ricorso dei familiari di Massari, che in qualità di parte civile sostenevano la responsabilità nell’omicidio di Stefania Citterio, come descritta nell’imputazione originaria della Procura. Secondo le indagini, infatti, era stata proprio lei la prima ad insultare e a picchiare Massari, gridando “ti ammazzo, ti ammazzo”. Poi erano intervenuti il fratello e il fidanzato. Per l’imputata e’ arrivata la condanna al risarcimento per concorso anomalo in omicidio (il danno dovrà essere quantificato in una causa civile), mentre è rimasta ferma quella penale a 10 mesi per minacce. La pena per il fratello, invece, è stata limata al ribasso e portata a 13 anni.