GIALLO DI ROBERTA RAGUSA: Trovati reperti attribuibili alla donna: il giallo finalmente ad una svolta?

robertaragusadi Grazia De Marco

Dopo più di un anno, finalmente, la verità sulla scomparsa di Roberta Ragusa potrebbe essere veramente vicina.  Lo scorso 15 Marzo, infatti, una notizia lanciata da Tgcom 24 rivelava che alcuni reperti, quasi sicuramente appartenuti alla donna, sarebbero stati ritrovati 15 giorni addietro in una località situata tra la zona di confine tra San Giuliano Terme e Calci ed ora sarebbero nelle mani degli inquirenti.

Non sappiamo ancora quale sia la natura di questo ritrovamento: se oggetti appartenuti alla donna, vestiti o altro materiale comunque a lei attribuibile.                                                                                                              I Carabinieri del Reparto Operativo di Pisa, guidati dal Colonnello Gianni Fedeli e dal Capitano Michele Cataneo, mantengono sull’argomento il massimo riserbo non dando né conferme né smentite, mentre il Procuratore Ugo Adinolfi ha dichiarato di “…non avere nulla da dire….”.

Gli unici commenti sull’argomento sono arrivati da Roberto Cavani, difensore del marito di Roberta, Antonio Logli, il quale ha espresso tutto il suo scetticismo riguardo a queste ultime novità che, secondo lui, sarebbero riconducibili ad una  fuga di false notizie. In attesa di possibili nuovi sviluppi, resta comunque la sensazione che l’inchiesta possa condurre, in tempi relativamente brevi, ad una svolta.  Nel frattempo, infatti, si  sarebbero aggiunti nuovi elementi  che gli investigatori stanno valutando, come i particolari forniti da un supertestimone, il quale, la notte della scomparsa, avrebbe visto un uomo ed una donna  litigare violentemente davanti a casa di Antonio e Roberta.

Negli ultimi giorni le ricerche della donna si erano intensificate con battute, sia nella provincia di Pisa, sia in quella di Lucca, soprattutto nella zona del parco di Migliarino-San Rossore e  nel lago di    Massaciuccoli.  Da mesi gli investigatori sono  convinti che la donna sia morta e ormai sperano di ritrovarne solo il corpo o quel che ne resta. L’unico indagato, per omicidio e occultamento di cadavere, rimane il marito della vittima, Antonio Logli, il quale, tuttavia, ha sempre affermato di avere numerosi alibi a suo favore.

Intanto, subito dopo Pasqua, sono previsti moltissimi interrogatori, a cominciare dalla cerchia di amici e parenti della famiglia, che si concluderanno con l’esame dell’indagato.

E’ MORTO ANTONIO MANGANELLI: Un fedele uomo delle istituzioni che seppe chiedere scusa

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di Grazia De Marco

Non c’è  la fatta Antonio Manganelli, uno dei più amati Capi della Polizia, ricoverato d’urgenza lo scorso 24 Febbraio all’ospedale San Giovanni di Roma, combatteva da due anni contro un tumore ai polmoni.  Manganelli  è stato operato per un edema celebrale ed era in come farmacologico, ma poi non è riuscito a superare le complicazioni per un’infezione respiratoria. A piangere il Capo della Polizia scomparso sono le Istituzioni dello Stato, ma anche la gente comune e 110 mila poliziotti che lo hanno sostenuto e incoraggiato in ogni momento della sua lotta contro il male fisico.

Dagli anni ’70 Manganelli ha operato costantemente nel campo delle investigazioni acquisendo particolare esperienza e preparazione tecnica nel settore dei sequestri di persona a scopo di estorsione prima ed in quello antimafia poi, lavorando al fianco dei più valorosi magistrati, tra cui Giovanni  Falcone e Paolo Borsellino e di organi giudiziari investigativi Europei ed extraeuropei come l’FBI Americana  e il BKA Tedesco, i quali lo hanno considerato negli anni un solido punto di riferimento.

Nato 62 anni fa ad Avellino, Manganelli si è laureato in giurisprudenza a Napoli e si è specializzato in criminologia clinica a Modena e dagli anni ’70-’80.  Dopo l’ingresso in Polizia ha percorso una carriera in continua ascesa, che lo ha visto  impegnato anche come Direttore dello S.C.O  (Servizio Centrale  Operativo), Direttore del servizio centrale di protezione dei collaboratori di giustizia, Questore di Palermo e di Napoli, Direttore centrale della Polizia Criminale,Vicedirettore Generale della Pubblica Sicurezza e  Vicecapo della Polizia.  Il 25 Giugno 2007 è diventato Capo della Polizia, prendendo il posto del Prefetto Gianni De Gennaro,  con il quale è sempre stato legatissimo, uniti nella passione investigativa, che ha segnato, negli ultimi 20 anni, un solco nel contrasto alla criminalità organizzata e al terrorismo.

Manganelli era un convinto assertore della “sicurezza partecipata”, con il coinvolgimento dei giovani, delle scuole, delle agenzie educative, del Sindaco, delle Associazioni di volontariato e dei cittadini. Amava la Polizia fatta di persone perbene, che lavorano più di quanto sarebbe loro richiesto, producendo risultati tutti i giorni, in sinergia con tutte le Forze dell’Ordine, ma non mancava di vedere le criticità e per questo è stato anche disposto a riconoscerne gli errori, quando ha incontrato i genitori del 18 enne Federico Aldrovrandi, ucciso durante un controllo di polizia a Ferrara nel 2005 e, 11 anni dopo l’irruzione alla Diaz, all’indomani de verdetto della Cassazione, che confermava le condanne d’appello per falso, nei confronti della catena di comando all’epoca de G8 di Genova. In quell’occasione ammise: questo è “il momento delle scuse”, scuse dovute ai cittadini, che hanno subito danni e anche a quelli che, avendo fiducia nella Polizia, l’hanno vista in difficoltà, per qualche comportamento errato ed esigono sempre maggiore professionalità  ed  efficienza.

Antonio Manganelli è stato prima un valente investigatore, poi un lungimirante, appassionato, generoso ed efficiente Capo della Polizia, qualità che hanno fatto di lui un leader ed è per questo che oggi, dai suoi più stretti collaboratori, fino all’ultimo agente lo piangono con immenso dolore.

Giallo:Trovati oggetti appartenuti a Roberta

ragusada Corriere.it

Alcuni oggetti appartenuti a Roberta Ragusa, la mamma di 45 anni scomparsa un anno fa dalla sua abitazioni di Gello (San Giuliano Terme, Pisa) sarebbero stati rinvenuti in una località segreta dagli investigatori. La notizia, anticipata da TgCom24, non è stata né confermata né smentita dalla procura di Pisa e non si sa neppure se si tratti realmente di oggetti appartenuti alla donna o di altri reperti comunque a lei attribuibili. «Non ho assolutamente nulla da dire su questo elemento», si è limitato a dire il pm Ugo Adinolfi, senza per altro smentire l’indiscrezione

OMICIDIO DI DANIELE LO PRESTI: una donna legata alla malavita forse la chiave del giallo

daniele_lo_presti_1di Grazia De Marco

Gli investigatori della Squadra Mobile e del Commissariato di Monteverde, diretto da Mario Viola, stanno indagando a 360° sulla morte, avvenuta lo scorso 1 Marzo, del famoso fotografo calabrese dei vip Daniele Lo Presti.                                                                                            Allo stato, l’ipotesi di una vendetta per un servizio fotografico “scomodo” sembra sempre più lontana ed è per questo che gli inquirenti stanno cercando di fare chiarezza soprattutto sulla vita privata del fotoreporter.

Negli ultimi giorni, infatti, sembra farsi strada una nuova pista collegata ad una donna Calabrese legata ad un malavitoso locale, che Lo Presti stava frequentando e con la quale avrebbe dovuto trascorrere il weekend dell’8 Marzo. La gelosia, quindi, sembrerebbe aver scatenato la furia omicida del killer, che avrebbe freddato con un colpo di pistola calibro 7.65  alla nuca il fotografo, mentre questi stava facendo footing sulla pista ciclabile sotto Ponte Testaccio a Roma. Le ipotesi prese in considerazione dalla Polizia sono comunque molte, tanto che, in questi giorni, sono in corso numerosi accertamenti, perizie e soprattutto interrogatori a parenti e colleghi della vittima.

Molto interessante sembra anche la testimonianza del vicino di casa del fotografo, che lo avrebbe sentito litigare e imprecare al telefono con qualcuno, il giorno dell’omicidio. Il paparazzo, peraltro, avrebbe avuto debiti con qualcuno, tanto che ad un suo amico avrebbe confidato di voler abbandonare la professione, a causa della crisi economica, ed aprire un ristorante a Vibo Valentia,  insieme allo zio.

davide-lo_presti-2Già  alcuni anni fa, comunque, il Lo Presti  subì delle minacce e la sua auto  venne data alle fiamme, ma al momento non ci sono elementi che collegherebbero l’omicidio a quest’episodio, avvenuto in Calabria nel 2009.

Daniele Lo Presti collaborava con LaPresse e con il sito Dagospia e operava soprattutto tra Sabaudia e Latina, dove inseguiva i vip con la sua macchina fotografica. Tra i suoi scoop più famosi ci sono il tradimento di Brad Pitt, lo strip di Sara Tommasi e gli scatti fatti a Rihanna e Scarlett Johanson.

Nei prossimi giorni sicuramente alcune verità emergeranno, anche grazie ai tabulati telefonici del cellulare della vittima, sequestrato dagli inquirenti, che aiuteranno a ricostruire gli ultimi contatti del fotografo ed agli esami balistici, che dovranno accertare da quale distanza è stato sparato il colpo.

MALTRATTAMENTO BIMBI IN UN ISTITUTO, ARRESTATA SUORA A VALDERICE

poliziada Italpress

Una suora, che prestava servizio presso l’Istituto Pio X di Valderice, nel trapanese, e’ stata arrestata dalla polizia per maltrattamenti e lesioni personali nei confronti di bambini. Teresa Mandira’, 76 anni, originaria di Mazara del Vallo, e’ finita agli arresti domiciliari. Nei confronti di un’altra suora e di altri quattro dipendenti dell’istituto e’ stato disposto il divieto di avvicinarsi ai piccoli ospiti, che sono stati trasferiti in altri centri. Le misure cautelari sono state emesse dal gip Massimo Corleo su richiesta dei sostituti procuratori di Trapani, Anna Trinchillo e Franco Belvisi. L’indagine trae origine dalla denuncia presentata da una coppia di coniugi, genitori di un bambino di 8 anni affidato – su provvedimento del Tribunale dei Minorenni di Palermo – all’Istituto Pio X di Valderice. Marito e moglie hanno segnalato di avere saputo dal figlio che era stato oggetto di ripetute percosse da parte di alcuni degli istruttori dell’Istituto Pio X ed in particolare da parte di suor Teresa e di due educatori.

Il cinese Yan rompe l’omertà: sfruttato dai miei connazionali

pratoda Corriere.it

Una parola, due, la bocca che trema, la gola secca per la tensione. Minuti di pausa e sudore. Poi Yan il clandestino ha iniziato a parlare. Si è alzato dalla sedia e in cinese al traduttore ha raccontato quei giorni terribili di sfruttamento nella fabbrica fantasma gestita da un gruppo di connazionali: diciotto ore al giorno di lavoro in nero, dal lunedì alla domenica, dalle 7 del mattino sino all’una di notte, per circa un euro all’ora. E poi sei ore di sonno in luridi giacigli, sempre nel laboratorio prigione.
Si è pure infortunato, Yan, quando sfinito, è caduto sui macchinari del laboratorio alla periferia di Prato rimanendo gravemente ustionato. I suoi compagni, di notte, l’hanno lasciato davanti al pronto soccorso e i medici l’hanno salvato per miracolo. Ed è stata la sua salvezza perché quella terribile avventura gli ha dato la forza, per la prima volta nella storia della tormentata immigrazione della città toscana, di presentarsi all’Ufficio immigrazione del Comune di Prato e nonostante fosse un «lavoratore invisibile» denunciare lo sfruttamento e rompere quel muro di omertà che da anni rende impenetrabile la Chinatown di Prato, oltre 30 mila cinesi, e un nero che difficilmente si riesce a quantificare. Lo hanno isolato, scomunicato, minacciato.

Ma Yan si è fidato di un italiano, Giorgio Silli, l’assessore all’Integrazione, non si è fermato e adesso è in salvo. Grazie al lavoro dei servizi sociali del Comune, della questura e della procura di Prato, vive in un’altra città. È stato inserito in un programma «anti-tratta» che cerca di combattere la schiavitù del lavoro nero e ha vinto la sua battaglia. Ha un lavoro e come prevede la legge ha ottenuto un regolare permesso di soggiorno.
I suoi aguzzini, tutti connazionali, sono già stati individuati e la procura di Prato ha aperto un’inchiesta per sfruttamento dei lavoratori clandestini, ma anche per lesioni e riduzione in stato di schiavitù.
«Ho visto tanti operai che lavoravano nelle mie stesse condizioni», ha raccontato l’uomo agli investigatori che adesso cercano di individuare quegli sfruttati. «Anche loro hanno da raccontarci anni di soprusi – dicono in questura a Prato – e la sensazione è che adesso qualcosa si sia infranto in quel muro invalicabile di silenzio».

Yan è arrivato grazie a un’organizzazione clandestina gestita dalla mafia. «Mi avevano detto che se avessi avuto forza, coraggio e fossi stato ubbidiente – ha raccontato – avrei potuto cambiare la mia vita e quella dei miei familiari». Invece sono arrivate le catene, le minacce e la paura d’essere entrato in un labirinto senza uscita. «Non sapevo neppure una parola in italiano, non conoscevo nessuno, come potevo denunciare e a chi?», ha più volte ripetuto.
Potrebbe essere l’inizio di una nuova storia per Prato? Yan è stato molto coraggioso. «Quando ha raccontato la verità non sapeva neppure che per lui era pronto un permesso di soggiorno come previsto dalla legge – spiega l’assessore Giorgio Silli – ed è stato il primo in assoluto a verbalizzare dettagliatamente e senza reticenze, la situazione di sfruttamento. E per questo è stato scomunicato dalla sua gente, ma per fortuna si è fidato di me».
Chi abbia dato la forza a quell’uomo con bruciature sul corpo di secondo e terzo grado, resta ancora un mistero. Chi lo sta seguendo dice che da quelle ferite, per le quali ha dovuto affrontare tre interventi chirurgici, è quasi guarito. Resta il solco profondo nell’anima per una schiavitù terribile. Ma Yan adesso si sente forte e coraggioso. E ha iniziato a parlare anche un po’ in italiano.

Uccise i genitori per l’eredità: Maso torna libero il 15 aprile

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Pietro Maso tornerà libero il prossimo 15 aprile dopo aver scontato 22 anni di carcere. L’ex «ragazzo della Verona bene», che nel ’91 a 20 anni uccise i genitori per impossessarsi dell’eredità, era stato condannato a 30 anni e 2 mesi, poi «ridotti» dall’indulto e dalla liberazione anticipata. Maso, nato il 17 luglio 1971, e che oggi ha quasi 42 anni, il 17 aprile 1991 uccise i genitori, i coniugi Antonio Maso e Maria Rosa Tessari, 52 e 48 anni, nella loro casa di Montecchia di Crosara in provincia di Verona, in combutta con tre suoi amici. Maso, detenuto dal 19 aprile 1991, quando finì in carcere due giorni dopo l’omicidio, venne condannato nel 1992 a 30 anni e 2 mesi di reclusione per omicidio aggravato e si trova nel carcere milanese di Opera, da dove uscirà per la «fine della pena detentiva» il prossimo 15 aprile.

Dal 9 ottobre 2008 l’uomo, che nel frattempo si è anche sposato, è in regime di semilibertà, ossia durante il giorno lavora come addetto alle pulizie al Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria e torna a dormire in carcere. Nell’aprile 2011 era stata proposta la revoca del beneficio della semilibertà, ma poi il Tribunale di Sorveglianza di Milano aveva rigettato l’istanza della Procura generale. In seguito, nel febbraio 2012, lo stesso Maso aveva chiesto di uscire dal carcere commutando la pena in detenzione domiciliare, richiesta ‘bocciata’ dai giudici di Sorveglianza. E nei mesi scorsi, infine, era stato lui stesso a rinunciare all’ affidamento in prova ai servizi sociali. Alla condanna a 30 e 2 mesi vanno sottratti i 3 anni di indulto e 1800 giorni di liberazione anticipata. Così la pena scade il 15 aprile dopo quasi 22 anni (esattamente 22 anni meno quattro giorni) di carcere.

«Pietro Maso non è più un cittadino di Montecchia di Crosara». Edoardo Pallaro, sindaco del paese dove il 17 aprile 1991 i coniugi Antonio Maso e Rosa Tessari vennero uccisi a colpi di spranga dal figlio non ancora 20enne e da tre amici, commenta così il fatto che il 15 aprile prossimo Pietro Maso tornerà definitivamente libero. «Come sindaco – spiega Pallaro – non ho altri commenti da fare, perché quando una persona finisce in carcere la residenza passa dove viene scontata la pena». «Tra l’altro qui a Montecchia – aggiunge – non vive più nessun parente, le due sorelle si sono trasferite e la casa dove avvenne il delitto è stata venduta». «A nome dalla cittadinanza – sottolinea il sindaco – posso tuttavia affermare che il paese ha voltato pagina, in tutti i sensi. Si va avanti con fiducia e serenità». Maso era stato condannato a 30 anni, ed uscirà dal carcere dopo 22 anni. Il primo cittadino di Montecchia di Crosara (ex An, eletto per il Pdl) si esprime tuttavia a titolo personale sul meccanismo della giustizia: «se ha scontato tutta la sua pena – afferma – va bene che torni libero, se invece ha avuto degli sconti non sono d’accordo». «Io sono contro qualsiasi sconto di pena, perchè è una mancanza di serietà» conclude Pallaro. (Ansa)

 

Cioccolatino avvelenato, morto uno dei bimbi Sebastian, 5 anni, raccolse il dolce davanti casa

cioccolatoda Corriere.it

È morto al Policlinico di Messina, il piccolo Sebastian, di 5 anni,uno dei tre fratellini romeni soccorsi lo scorso 8 marzo per i sintomi di un grave avvelenamento dopo avere ingerito dei cioccolatini fatti trovare davanti all’abitazione di naro, nell’agrigentino. Già ieri i medici del «Papardo» avevano dichiarato clinicamente morto il piccolo; oggi hanno staccato le apparecchiature mediche.

DISPOSTA L’AUTOPSIA – La magistratura ha disposto l’autopsia per verificare quale tipo di veleno i tre ragazzini abbiano ingerito. Oltre a Sebastian, infatti, sono stati ricoverati i suoi due fratelli più grandi, di 7 e 10 anni, che sono stati dichiarati fuori pericolo. Sulla vicenda stanno indagando i carabinieri di Licata, a questo punto per il reato di omicidio. Diverse le piste, tra cui quella del tentativo di avvelenamento che aveva come obiettivo i genitori dei piccoli. Esclusa ormai l’ipotesi di un avvelenamento da metanolo.

INGERÌ PESTICIDA – «Dalle analisi da noi compiute, il piccolo morto nel nostro reparto non aveva ingerito metanolo ma un pesticida». Lo ha detto il professor Ignazio Barberi, direttore dell’Unità operativa di Terapia neonatale del Policlinico di Messina dove era ricoverato il piccolo Sebastien,

Napoli, chi ha bruciato la Città della Scienza?

rogoda IL FATTO QUOTIDIANO

Il ritrovamento da parte degli inquirenti di alcuni reperti con tracce di benzina avallerebbe incredibilmente la tesi che l’incendio della Città della Scienza sia stato doloso. Verrebbe quindi meno la tesi, avanzata da talune autorità (in)competenti, che si sarebbe trattato di autocombustione dovuta al torrido caldo ferragostano di questi giorni o al solito incivile che getta il mozzicone su materie infiammabili.

Chi c’è dietro? Probabilmente una speculazione sul futuro di quelle aree, un gesto di provocazione politica, ma sicuramente anche una divergenza più di fondo, di carattere direi culturale, su quello che debba essere il futuro del nostro Paese.

Ricordo che alla Città della Scienza tenemmo, negli anni Novanta, varie riunioni di redazione della gloriosa rivista Giano, diretta dall’indimenticabile Luigi Cortesi, e nel cui Comitato direttivo sedevaVittorio Silvestrini, che della Città della Scienza è stato, allora come oggi, l’infaticabile animatore.

Di fronte alla sua distruzione provo ovviamente una grande tristezza. Si è trattato con ogni evidenza di un atto politico. Chiunque siano stati gli esecutori materiali non è certo casuale che tale atto sia avvenuto in un territorio dove la malavita organizzata svolge da tempo un ruolo importante. La camorra, come la mafia e la ndrangheta, è diretta da persone dotate di una loro precisa intelligenza strategica. Il momento dell’attentato è stato scelto proprio all’indomani delle ultime elezioni, che ci hanno consegnato il quadro di un’Italia spaccata, dove avanzano le forze del cambiamento ma quelle della reazione, forti della compravendita dei voti e della corruzione di massa, si asserragliano a difesa dei loro privilegi e del loro modello di sottosviluppo basato sul gioco d’azzardo e sulla prostituzione non solo e non tanto dei corpi.

Il mondo della ricerca e della scienza è già duramente provato dai  tagli imposti dalle scelte a livello europeo, dalle insulse normative e dalle false meritocrazie (ANVUR), attività che hanno visto in prima linea i recenti governi Berlusconi e Monti. Ecco ora scendere in campo anche gli incendiari della camorra, per distruggere ogni possibile alternativa a questo modello di sottosviluppo e condannare tutto il nostro Paese, e in particolare i giovani, a un futuro di ignoranza, ignavia e ignominia.

Tutto questo in una città, come Napoli, con i noti gravissimi problemi strutturali ma che ha anche unatradizione scientifica di primo piano. Come ricorda il mio amico Enrico Alleva, accademico dei Lincei e dirigente dell’Istituto superiore di sanità, “Napoli ha segnato la storia del pensiero europeo (e non solo)” e si chiede “Quando sarà rimesso in sesto il luogo dove ci riunivamo per riflettere coralmente sul futuro dell’innovazione nazionale ed europea, con un deciso accento su un progetto scientifico innovativo per il Meridione italiano?”. Occorre reagire in fretta, seguendo le indicazioni del sindaco De Magistris e delle migliaia di napoletani che hanno manifestato dopo l’incendio!

Perché la scienza, anche se è difficile farlo capire alla nostra classe dirigente economica composta in maggioranza da gretti bottegai opportunisti capaci solo di sfruttare la forza-lavoro e le occasioni di arricchimento qualsivoglia, costituisce la principale forza produttiva. Una forza produttiva, fra l’altro, che risiede in un organo collettivo, che, parafrasando la citazione marxiana, definirei  ”general intellect” sociale-Una risorsa che gli immondi politicanti che ci hanno governato finora hanno fatto di tutto per affossare, costringendo i giovani a partire o ad accettare lavori umilianti, precari e dequalificati.

Il general intellect sociale va invece rilanciato e potenziato, in ossequio al preciso principio costituzionale di cui all’art. 33, e  nell’interesse del Paese, specie in un momento come quello attuale. Al suo consolidamento e sviluppo va finalizzato il reddito di cittadinanza per giovani e disoccupati. Tale reddito infatti  va collegato ad effettive attività di formazione e conoscenza consolidando la pletora dei precari attivi nella ricerca e nell’istruzione e introducendo nuove forme di ricerca collettiva che segnino avanzamenti nell’acquisizione di conoscenze.

Su di un disegno di questo tipo  potrebbero convergere le migliori energie presenti  nel Parlamento e nel Paese, dal Movimento Cinque Stelle alla sinistra  a settori consistenti del centrosinistra.Promuovere la ricerca e la scienza costituisce il miglior antidoto alla crisi e potrebbe rappresentare la base del rinnovamento politico, sociale e culturale dell’Italia. Ci sono forze reazionarie, che fanno capo alla malavita organizzata e non solo ad essa, che hanno tutto l’interesse a bloccare questo rinnovamento. Per questo bruciano le città della scienza…

Il Papa non fu complice della dittatura. Lombardi lo assolve

bergoglioDi Grazia De Marco

Dopo l’udienza con i cardinali, padre Lombardi ha rispedito al mittente i sospetti di rapporti avuti da Papa Francesco con la dittatura Argentina negli anni 70.

La difesa è a tutto campo.

“E’ solo diffamazione. Gli attacchi di alcuni organi di stampa di Buenos Aires contro Papa Bergoglio arrivano da una sinistra anticlericale per attaccare la Chiesa e debbono essere respinte con decisione», ha dichiarato il direttore della sala stampa vaticana, «una campagna ben nota e diffamatoria”.

Padre Lombardi ha voluto invece sottolineare come Papa Francesco” fece molto per proteggere la gente durante la dittatura e una volta diventato arcivescovo di Buenos Aires chiese il perdono per la Chiesa, per non avere fatto abbastanza».

A i giornalisti Lombardi ha specificato che «non c’è mai stata un’accusa credibile nei sui confronti. La giustizia argentina lo ha sentito come persona informata sui fatti e non gli ha mai imputato nulla».