La laureata delle Bestie di Satana chiede la grazia

elisabettada Corriere.it

Ci ha riflettuto a lungo e poi ha deciso che la sua nuova vita potrebbe passare anche da lì. Da una lettera indirizzata al presidente della Repubblica per chiedere la grazia. A scriverla e inviarla a Giorgio Napolitano è stata, nel periodo di Natale, Elisabetta Ballarin, condannata a 22 anni per concorso nell’omicidio di Mariangela Pezzotta, uccisa il 24 gennaio del 2004, a 24 anni, dalle Bestie di Satana. Elisabetta Ballarin allora di anni ne aveva 18. E dal giorno della condanna si trova nel carcere di Verziano. In cella non ha perso tempo: prima lo studio in carcere, poi all’Accademia bresciana d’arte di Santa Giulia. Nove anni di detenzione si sono tradotti, nell’autunno scorso, in una laurea triennale da 110 e lode in didattica dell’arte e in un ulteriore biennio specialistico in grafica e comunicazione. Non solo: con altre due studentesse, si è aggiudicata una borsa di studio promossa dal Comune di Brescia con il progetto «Museo Vivo», finalizzato a creare itinerari didattici nel museo di Santa Giulia. Ma è stato un percorso «molto complesso» ammette lei, cauta e decisa. Capelli sciolti, pantaloni e camicia bianca, ringrazia chi le è stato vicino. «Ho incontrato persone splendide, senza il loro appoggio non sarei riuscita ad arrivare dove sono arrivata». Al passato nessun accenno, come pure alla grazia. Il suo futuro, invece, Elisabetta cerca di intravederlo, con prudenza. «Mi piacerebbe continuare a lavorare nel mondo dell’arte, sarebbe un sogno, ma faccio del mio meglio, cerco di impegnarmi giorno dopo giorno, non guardo troppo in là…».

Chi l’ha conosciuta assicura sia maturata anche nell’animo. «Ha capito i suoi errori, vuole rifarsi una vita» conferma il suo avvocato, Francesca Cramis. A darle fiducia anche il sindaco di Brescia Adriano Paroli, che ha sottoscritto la lettera di appoggio alla richiesta di grazia presentata dall’associazione Carcere e territorio, «che lavora affinché la pena sia rieducativa e consenta il reinserimento». Per Paroli si tratta di un caso da «valorizzare» in questo senso: «Non sta a noi giudicare quanto è giusto che paghi questa ragazza che ora ha solo voglia di partecipare alla costruzione della nostra società». E se il preside dell’accademia, Riccardo Romagnoli, l’ha definita «una studentessa che ha saputo inserirsi in maniera notevole», il presidente dell’associazione Carcere e territorio, Carlo Alberto Romano, precisa che «nessuno sta mettendo in discussione l’entità della pena comminata, ma lei ha accelerato i tempi». Non a caso nella lettera indirizzata a Napolitano chi ha lavorato con lei rileva «il suo percorso di reinserimento, contrassegnato da una revisione critica e profonda, da una grande autoresponsabilizzazione e dall’acquisizione di strumenti culturali che la aiuteranno a costruirsi un futuro», nell’auspicio «che la pena possa finire prima perché il fine rieducativo, stavolta, è già arrivato».

L’immagine dell’arresto di Elisabetta sembra lontanissima: «Era solo una ragazzina. Nella compagnia sbagliata – ricorda il sindaco Paroli – e quando si sbaglia così giovani è ancora più doveroso dare un’altra possibilità. Perdonare spetta ad altri». A Silvio Pezzotta, padre di Mariangela, per esempio. Che ancora una volta compie un atto di coraggio: «Anche lei è una vittima delle Bestie di Satana – dice – ed è giusto possa rifarsi una vita».

Scazzi, ergastolo per Sabrina e Cosima Misseri La madre di Sarah: “Se lo meritano”

sarada TGCOM24

Sabrina Misseri e la madre, Cosima Serrano, sono state condannate all’ergastolo per l’omicidio della cugina, e nipote, Sarah Scazzi, uccisa ad Avetrana il 26 agosto 2010. Condannato a otto anni Michele Misseri per il concorso nella soppressione del cadavere della nipote e per il furto aggravato del telefonino della vittima.

“Ergastolo” e il pubblico applaude – Un applauso è partito dal pubblico alla lettura della pena dell’ergastolo per Sabrina Missere e Cosima Serrano. La presidente della Corte ha interrotto un attimo la lettura della sentenza per richiamare tutti all’ordine e ha poi proseguito.

Tutte le condanne al processo di Avetrana – La corte di assise ha condannato inoltre a sei anni di reclusione ciascuno per concorso in soppressione di cadavere Carmine Misseri e Cosimo Cosma, fratello e nipote di Michele Misseri. Due anni di reclusione sono stati inflitti all’ex difensore di Sabrina, Vito Russo, per intralcio alla giustizia. Per i tre favoreggiatori, la corte ha inflitto un anno di reclusione ciascuno ad Antonio Colazzo e Cosima Prudenzano e un anno e 4 mesi a Giuseppe Nigro, con pena sospesa.

La Corte di assise di Taranto ha condannato anche Michele Misseri, Cosima Serrano e Sabrina Misseri al risarcimento dei danni, da stabilire in separata sede, alla famiglia Scazzi e al Comune di Avetrana. Nello stesso tempo ha stabilito una provvisionale di 50mila euro ciascuno ai genitori di Sarah, Giacomo Scazzi e Concetta Serrano, e di 30mila euro per il fratello Claudio.

La madre di Sarah: “Chi uccide merita l’ergastolo” – “Speravo in questo, chi uccide merita questo”. Così la mamma di Sarah Scazzi, Concetta Serrano, ha commentato la sentenza di ergastolo per sua sorella Cosima e sua nipote Sabrina, rispondendo alle domande dei giornalisti che le chiedevano se si aspettasse questa condanna. Concetta ha ringraziato i suoi avvocati, la procura e i giudici.

Legale famiglia Scazzi: “Non ha vinto nessuno” –  “Non ha vinto nessuno, perché Concetta, Giacomo e Claudio hanno perso una figlia e una sorella”. Così l’avvocato Walter Biscotti, legale di parte civile della famiglia di Sarah Scazzi, ha commentato la sentenza di condanna per Cosima e Sabrina. “E’ una sentenza severa ma era attesa – ha aggiunto – perché gli uffici del pm hanno fatto un lavoro esemplare che ha fatto emergere in modo inconfutabile le responsabilità”.

Corte trasmette atti per reato di autocalunnia di Misseri – Nella sentenza per l’omicidio di Sarah Scazzi, la Corte ha disposto la trasmissione di copia degli atti al procuratore della Repubblica nei confronti di Michele Misseri per verificare se esistano elementi per contestargli il reato di autocalunnia. L’agricoltore da due anni si autoaccusa del delitto e della soppressione del cadavere, dopo aver accusato la figlia Sabrina.

Misseri lascia l’aula senza parlare – Solo un ghigno, un sorriso nervoso in risposta ai giornalisti che gli chiedevano un commento: Michele Misseri, condannato ad otto anni per soppressione di cadavere, ha lasciato il Tribunale di Taranto senza parlare. Ha parlato solo il suo avvocato, Luca Latanza. “Le sentenze si rispettano – ha detto – attendiamo le motivazioni, sono state accolte le nostre richieste di assoluzione per i due reati minori. E’ rimasto in piedi il reato più grave. Vedremo le motivazioni – ha concluso – e decideremo che fare“.

Cosima alla figlia: perché piangi? Lo sapevamo – ”Perche’ piangi? Tanto lo sapevamo”: cosi’ Cosima Serrano si e’ rivolta alla figlia, Sabrina Misseri, al rientro in cella nel carcere di Taranto dopo la sentenza della Corte di Assise che le ha condannate all’ergastolo per l’omicidio di Sarah Scazzi. Per tutto il tragitto dal Palazzo di giustizia alla casa circondariale, Sabrina ha continuato a piangere, sia pure in maniera contenuta, e ad asciugarsi le lacrime. Nessuna reazione emotiva avrebbe lasciato trasparire invece la madre Cosima. Le due donne dividono da qualche tempo la cella con una detenuta italiana.

RIFIUTI: 21 arresti a Napoli

finanza-2-2da TGCOM24

La guardia di finanza di Napoli ha arrestato 21 persone nell’ambito dell’inchiesta sul Sistri, il sistema di tracciabilità dei rifiuti. Tra i destinatari dei provvedimenti c’è anche l’ex sottosegretario Carlo Malinconico, per il quale sono stati disposti gli arresti domiciliari. Custodia in carcere, invece, per gli imprenditori Sabatino Stornelli (ex a.d. di Selex Management, gruppo Finmeccanica), Maurizio Stornelli e Francesco Paolo Di Martino.

Durante le indagini i finanzieri hanno trovato un documento in cui sarebbero indicate una serie di consulenze per un milione di euro che l’imprenditore De Martino avrebbe pagato a Malinconico, all’epoca dei fatti presidente di una commissione tecnica sul Sistri del Ministero dell’ambiente.

Strage di Capaci: 8 nuovi arresti per la morte di Falcone. C’è anche il boss Madonia

corriere della sera 1992da Corriere.it

La Direzione investigativa antimafia (Dia) ha eseguito otto provvedimenti di custodia cautelare, emessi dal gip di Caltanissetta su richiesta della Direzione distrettuale antimafia (Dda) diretta dal procuratore Sergio Lari, nell’ambito delle indagini sulla strage di Capaci. Effettuate anche numerose perquisizioni.

BOSS – Tra gli 8 arrestati c’è il capomafia Salvo Madonia, già detenuto al carcere duro, così come in carcere si trovano le altre 7 persone cui è stato notificato il provvedimento. Tra loro Cosimo D’Amato, un pescatore di Santa Flavia (Palermo), finito in manette nel novembre scorso su ordine dei pm di Firenze che indagano sulle stragi mafiose del ’93. Secondo gli inquirenti, avrebbe fornito l’esplosivo utilizzato per gli attentati di Roma, Firenze e Milano. I pm nisseni gli contestano di avere procurato alle cosche anche il tritolo usato per l’eccidio di Capaci. D’Amato avrebbe recuperato l’esplosivo da residuati bellici che erano in mare. Gli altri arrestati sono Giuseppe Barranca, Cristofaro Cannella, Cosimo Lo Nigro, Giorgio Pizzo, Vittorio Tutino e Lorenzo Tinnirello, tutti in carcere già da tempo, con condanne pesanti per reati di mafia ed omicidio. La nuova inchiesta, che si è basata soprattutto sulle dichiarazioni dei pentiti Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina, ha consentito di fare emergere il ruolo della famiglia mafiosa di Brancaccio nella preparazione e nell’esecuzione dell’attentato.

VELO – Nell’attentato del 23 maggio 1992 furono uccisi il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta. L’inchiesta della Dda, che si è basata anche sulle dichiarazioni dei pentiti Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina, ricostruisce i tasselli mancanti relativi alle fasi deliberativa, preparatoria ed esecutiva della strage di Capaci. In particolare gli inquirenti affermano di avere «squarciato il velo d’ombra nel quale erano rimasti alcuni personaggi, mai prima d’ora sfiorati dalle inchieste sull’eccidio di Capaci». (Fonte: Ansa)

Ustica, hostess: “Sono scampata così”

usticada TGcom24

Una hostess, ex dipendente dell’Itavia, racconta a Tgcom24 come è scampata al disastro di Ustica, il 27 giugno 1980. “Sentivo qualcosa che mi diceva di tornare a casa – testimonia a Top Secret, il programma-inchiesta a cura di Claudio Brachino in onda stasera, dalle 21.30 – e così è stato, ho inventato una scusa, ho detto che stavo poco bene e non sono salita su quel volo. Quella bugia mi ha salvato la vita”.

“Mia verità, un peso importante” – “Ho pensato di far sentire la mia verità, perché per me è un peso importante”, spiega la donna. nell’intervista, rilasciata in esclusiva al giornalista Giampiero Marrazzo, direttore responsabile del quotidiano “Avanti!”.

Loro salivano e io scendevo” – Di quel giorno “resta il ricordo dei colleghi che salivano sull’aeromobile. Loro salivano e io scendevo. Mi sento molto fortunata. Quando i miei amici sentono – afferma l’hostess – che mi lamento per vicissitudini della vita mi ricordano sempre quell’episodio”.

Il giorno prima vide una portaerei – La sopravvissuta ha anche raccontato che, il giorno prima del disastro del Dc-9, il 26 giugno, era sul volo Bologna-Palermo. Fu chiamata dal primo ufficiale pilota per vedere quello che stavano sorvolando: “Guardai dal finestrino della cabina di pilotaggio e vidi una nave enorme, seppi poi, proprio dal pilota, che si trattava di una portaerei. Mi disse che poteva trattarsi di una portaerei americana, ma forse era solo una sua intuizione”. “Il pilota – prosegue la hostess – quasi scherzando, mi disse: meno male che ci siamo noi, piloti veterani, altrimenti ci silurano”. Un altro testimone, un pilota di un volo di linea Alitalia, il 2 aprile ha dichiarato di aver sorvolato i cieli di Ustica e di aver notato “pochi minuti dopo il decollo dall’aeroporto di Palermo, una flottiglia di navi, una che sembrava una portaerei e almeno altre tre-quattro imbarcazioni”.

Sicurezza alla guida: Morire per un sms

scrivereda Corriere.it

Certo, lo sa anche un bambino che scrivere un messaggino sul cellulare mentre si è alla guida è pericoloso, addirittura, a volte, può essere mortale. Guidare e scrivere è diventata una combinazione ancora più letale che guidare e parlare al telefono. La cattiva abitudine provoca, solo negli Stati Uniti, la morte di ben 11 adolescenti al giorno, secondo una recente indagine. Purtroppo le campagne di sensibilizzazione condotte finora sono servite a poco. Dagli Usa arriva però una foto che fa riflettere e che inquieta: l’sms interrotto spedito da un 22enne a un amico pochi secondi prima di schiantarsi in auto.

L’ULTIMO SMS – Pochi minuti di distrazione non valgono, è ovvio, la distruzione di giovani vite e di tutte le famiglie e gli affetti che intorno a loro gravitano. Tuttavia, la distrazione provocata dall’uso sconsiderato dello smartphone mentre si guida è alla base di moltissimi incidenti mortali, anche in Italia. Alexander Heit era un giovane studente universitario alla Northern Colorado. Un ragazzo come tanti, con lo smartphone sempre in mano per comunicare con gli amici. Niente grilli per la testa, appassionato di snowboard, escursionismo e con la patente immacolata. Il 3 aprile scorso il giovane era in macchina e stava andando in università a Greeley. Non guidava veloce, aveva però lo sguardo fisso sullo schermo dell’iPhone mentre messaggiava con un amico.

MONITO – È bastata una breve distrazione, una frazione di secondo, e d’improvviso è finito sulla corsia opposta della carreggiata, ha perso il controllo della sua auto ed è piombato a tutta velocità in un dirupo. È morto in ospedale dopo una breve agonia. Ora i suoi genitori hanno voluto rendere pubbliche le ultime frasi spedite dal figlio prima dello schianto fatale. Si tratta di una conversazione banale, che però vuol’essere un monito perchè simili tragedie non capitino più. La foto della schermata è stata pubblicata mercoledì dal giornale The Greeley Tribune: «Mi piace, sei un amico. Ci vediamo presto, ti tw», è la frase, interrotta, scritta da Heit prima dell’incidente.

Delitto di Perugia, svolta nell’inchiesta: arrestati l’ex fidanzato di Julia e suo padre

alessndroda ilmessaggero.it

Parola chiave: svolta. Da dizionario: «cambiamento di direzione». Applicata al giallo di via Ettore Ricci, all’omicidio di Alessandro Polizzi stroncato nel letto della fidanzata Julia Tosti quindici giorni fa dal colpo di pistola di un misterioso killer, il concetto assume anche quello per certi versi complementare di «accelerata verso la soluzione». Un vortice di elementi, tessere del puzzle che finalmente sembrano in grado di incastrarsi. Tanto sul fronte degli accertamenti tecnici che su quello delle indagini. Del movente che possa aver portato qualcuno ad ammazzare un ragazzo di ventiquattro anni, in quella che dagli investigatori fin dalle prime ore è stata definita una vera e propria esecuzione.

Andiamo con ordine. Nuovi accertamenti tecnici non ripetibili in materia di balistica e biologia sono stati disposti dalla procura sulle auto di Valerio e Riccardo Menenti, e al casolare di Todi. I due indagati per omicidio e tentato omicidio, l’ex fidanzato di Julia e il papà, che hanno sempre respinto ogni addebito professandosi completamente estranei alla faccenda e innocenti. Gli accertamenti in questione probabilmente sono stati ordinati dalla questura dopo l’arrivo da Roma dei risultati della polizia scientifica sulle impronte digitali isolate e analizzate. Secondo quanto si apprende, sarebbero in programma per venerdì.

In particolare i nuovi accertamenti sono finalizzati alla ricerca di tracce biologiche attraverso il Luminol e di residui di sparo. Saranno dunque svolti dalla polizia scientifica venerdì in questura su alcune auto di proprietà o in uso a Valerio Menenti e altre del padre Riccardo. Gli investigatori si sposteranno quindi a Todi, in località Frontignano, presso un casale della famiglia.
«Aspettiamo tranquilli che gli inquirenti completino il loro lavoro» ha detto l’avvocato Luca Patalini che difende i due indagati. I due hanno sempre negato qualsiasi coinvolgimento nella vicenda. Nessun commento dai legali delle altre parti interessate all’indagine come persone offese dal reato, i congiunti di Polizzi e la Tosti, rappresentati dagli avvocati Giovanni Rondini, Nadia Trappolini e Luca Maori. Tutti potranno nominare loro consulenti per seguire lo svolgimento degli accertamenti tecnici.

Movente alternativo. Ma potrebbe esserci di più. Potrebbe esserci contemporaneamente l’emergere di un altro filone di indagine, probabilmente collegato al primo. In altre parole, se l’inserire nel registro degli indagati i due Menenti e gli ulteriori accertamenti richiesti per venerdì sembrano aver indirizzato fin da subito le indagini (in mano alla squadra mobile diretta da Marco Chiacchiera e coordinate dal pm Antonella Duchini) lungo la strada del delitto passionale, potrebbe prendere corpo un’altra via per spiegare l’omicidio. Specie se da quegli accertamenti non emergessero elementi a supporto della prima ipotesi investigativa, oppure ne emergessero alcuni in grado di far svoltare decisamente le indagini verso un movente alternativo.
In altre parole, potrebbe configurarsi uno scenario diverso e rimasto fino a questo momento sullo sfondo. Quello cioè legato al «mondo della notte», fatto di soldi che girano alla velocità delle hit musicali mixate in discoteca. Un mondo di emozioni forti, e situazioni che qualche volta possono essere anche al limite. Un mondo in cui la vittima, la giovanissima Julia e Valerio il tatuatore entrano ed escono seguendo il ritmo dei fine settimana, delle serate in giro per locali e di quelle alle sagre. Realtà del tutto lecite e consentite, che riguardano migliaia di giovani e meno giovani. Ma che in alcuni casi, specie per quanto riguarda il mondo della notte legato ai locali notturni, può rappresentare l’approdo inconsapevole verso situazioni in cui è facile entrare e difficilissimo tirarsi fuori.

In mezzo a questo turbine, c’è una ragazza ancora neanche ventenne che ha visto il proprio fidanzato morire ammazzato da un colpo di pistola, rischiato a sua volta di morire, e che ancora (allo stesso modo della sua famiglia) non si sente del tutto sicura. E c’è una famiglia, quella di Alessandro Polizzi, cui qualcuno ha strappato un figlio ancora senza un motivo ben preciso. Una famiglia che si domanda come sia possibile arrivare ad ammazzare un ragazzo per questioni personali, oppure per altre che al momento sembrano ancora più incomprensibili. Perché Alessandro lavorava nell’azienda di famiglia, mangiava a casa quasi ogni giorno, viveva con i genitori. E una possibile, qualsiasi, altra faccia della medaglia è loro pensiero impossibile.

Delitto di Udine, il racconto delle ragazzine «Era come stare nel videogame Gta»

udine_omicidioda Leggo.it

Il Gip ha convalidato il fermo per il solo reato di omicidio preterintenzionale, per entrambe le ragazze. Le quindicenni trascorreranno i prossimi due mesi in una struttura protetta. Il Gip non ha ritenuto valide le ipotesi di reato per omicidio volontario e per furto aggravato in alternativa alla rapina, che dunque cadono.

UCCISO Mirco Sacher «sicuramente non è morto di morte naturale» quindi «ci troviamo davanti ad un decesso che sicuramente è avvenuto per cause estranee e quindi dovuto a terzi», ma «per sapere di più dobbiamo attendere la relazione completa». Lo ha detto il procuratore dei Minori a Trieste, Dario Grohmann, commentando l’autopsia. «Per andare avanti con le indagini era interessante capire se l’ipotesi portata avanti da noi e avanzata da noi era fondata», ha concluso il procuratore. Per quanto riguarda la convalida del fermo, l’udienza è stata fissata per domani mattina. Le ragazzine saranno sentite nella struttura protetta triestina dove si trovano da giorni.
L’autopsia effettuata sul corpo «conferma che con ogni probabilità la morte non è dovuta a cause naturali, ma ad azione di altre persone», ha detto Grohmann. Il procuratore ha ribadito che nulla lascia pensare che sulla scena del delitto ci fossero altre persone oltre le due minorenni udinesi. Grohmann ha comunque detto di aspettarsi ulteriori chiarimenti dagli altri esami che il medico legale Carlo Moreschi effettuerà nei prossimi giorni.

«NON È STATO SOFFOCATO» L’autopsia non ha confermato che Mirco Sacher possa essere morto per soffocamento. Ci sono lesioni plausibili ma va stabilito che danni hanno fatto. Lo si apprende da fonti investigative.  Secondo quanto si è appreso, il quadro clinico riscontrato nel corso dell’autopsia è complesso e poco chiaro, esito di una dinamica non semplice. Si attendono a questo punto le perizie tossicologiche. Entro trenta giorni dovrebbero essere completate le analisi istologiche. Secondo fonti investigative, l’ipotesi di violenza sessuale perde credito.

Omicidio di Lea Garofalo. La figlia riconosce i gioielli

leadi Grazia De Marco

Denise Cosco ha riconosciuto i gioielli di sua madre, Lea Garofalo, durante l’audizione in Corte D’Assise D’Appello.

Un bracciale ed una collana che Lea indossava il giorno in cui è scomparsa da Milano il 24 novembre del 2009. Sono stati trovati in un tombino leggermente bruciati, insieme a frammenti di ossa. Furono proprio i gioielli a collegare quei poveri resti alla donna.

All’audizione era presente anche Carlo Cosco, marito di Lea, rinchiuso in una delle gabbie dell’aula. L’uomo, nelle scorse udienze, con dichiarazioni spontanee , si è assunto la responsabilità dell’omicidio. Sarà sentito dai giudici e dalle parti nei prossimi giorni

«Quello che è certo», ha dichiarato il suo legale, «è che non risulta da nessuna parte che Carlo Cosco sia legato alla ‘ndrangheta». A far riferimento alle ‘regole’ dell’organizzazione malavitosa, quale movente dell’omicidio di Lea Garofalo, è stato il pentito Carmine Venturino che l’11 aprile ha fornito dettagli anche crudi sulla distruzione del cadavere

. «Nonostante le dichiarazioni di Venturino, Carlo Cosco non ha mai pensato neanche lontanamente di far del male a sua figlia», ha precisato ancora l’avvocato.

Grasso: «Commissione d’inchiesta sulle stragi irrisolte del nostro Paese»

grassoda Corriere.it

«Sono trascorsi 22 anni dal 10 aprile del 1991, quando 140 persone persero la vita nel rogo della Moby Prince, la nave passeggeri che entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo nella rada di Livorno, e il ricordo di quella tragedia è ancora vivo e indelebile in tutti noi.» Si apre con queste parole il messaggio che il presidente del Senato, Pietro Grasso, ha inviato al Sindaco di Livorno, nell’ anniversario dell’ incidente. «Come cittadino e come Presidente del Senato rinnovo la mia vicinanza e il mio affetto alle famiglie colpite, esprimendo il mio più profondo cordoglio per quanti persero la vita in quell’incidente. Le istituzioni e la società civile – sostiene Grasso – hanno il dovere di rimanere al fianco di chi è stato colpito da questo tragico evento facendo chiarezza su quanto avvenuto».

«GIUSTIZIA UNICO CONFORTO» – «Il ricordo di ciascuna vittima può diventare memoria collettiva – sottolinea ancora il presidente del Senato – solo se la verità saprà accompagnare l’operato di chi ha il dovere accertare i fatti come realmente accaduti. La giustizia è l’unica forma di conforto per chi ha perso i propri cari in tragedie di così ampia portata». «È mio auspicio – conclude Grasso – che il ricordo di questa data possa continuare a parlare forte, sollecitando il rigoroso rispetto delle norme di sicurezza anche al fine di evitare che in futuro si ripropongano analoghi eventi. Mi auguro che anche il parlamento sappia contribuire a questo obiettivo, utilizzando tutti gli strumenti a propria disposizione, a partire dalla costituzione di una Commissione d’inchiesta sulle stragi irrisolte del nostro Paese».