Riciclaggio per 2,6 miliardi di euro Ecco il bilancio della Guardia di Finanza

da Corriere.it

La Guardia di Finanza nel 2012 ha accertato attività di riciclaggio per oltre 2,6 miliardi di euro, riconducibile per un quinto a evasione fiscale. Lo rendono noto le stesse Fiamme gialle in una nota. «L’esame dei flussi finanziari ha permesso di accertare il reimpiego di denaro proveniente da altri reati per oltre 2,6 miliardi di euro, importo quasi doppio rispetto all’anno precedente e riconducibile per il 20% ad evasione fiscale», dice la nota.

 

LA NOTA – La Guardia di Finanza rende inoltre noto di aver «intercettato, in frontiera, contanti e titoli illecitamente trasportati per oltre 124 milioni di euro, contestando 3.716 violazioni e sequestrando valori per 47,1 milioni, il 27% in più rispetto all’anno precedente: il 50% dei risultati scaturisce dai controlli al confine con la Svizzera presso il valico di Ponte Chiasso». «Sempre nel 2012, la Guardia di Finanza ha denunciato 5.412 responsabili di reati bancari, finanziari, societari e fallimentari, mille in più dell’anno precedente, con il sequestro di beni e disponibilità finanziarie per 200 milioni di euro; 562 sono le persone tratte in arresto. 34, invece, sono le denunce per reati di market abuse e 33 quelle per ostacolo alle attività di vigilanza, con il sequestro di oltre 83 milioni di euro». La Gdf ha poi sequestrato banconote e monete false per oltre 15,6 milioni di euro, e titoli esteri falsi di valore nominale superiore a 1 miliardo di euro.

Concordia: indagato ex presidente Costa

da Ansa.it

Pierluigi Foschi, gia’ presidente della Costa Crociere spa nel periodo del naufragio della Costa Concordia, ha ricevuto dalla procura di Grosseto l’avviso di conclusione delle indagini come indagato per responsabilita’ amministrative relative al personale di bordo della nave. Foschi e Schettino, comandante, sono accusati di non aver verificato le certificazioni obbligatorie per il personale di bordo e non aver controllato che l’equipaggio avesse i requisiti per le mansioni da svolgere.

Federico Corona: “Fabrizio in carcere ha lo sguardo perso nel vuoto”

da gossipfunclub

I familiari di Fabrizio Corona, continuano la loro maratona televisiva per far sentire la propria vicinanza al fotografo. Dopo l’intervento della madre Gabriella, intervenuta a Verissimo, è la volta del fratello Federico. Nel corso della puntata di Porta a Porta, dedicata a Corona, Federico ha voluto raccontare come sta vivendo la vicenda che ha colpito la sua famiglia e la chiara convinzione che il fratello sia solo vittima di un sistema che ha voluto punire il suo personaggio, più che i suoi reati.

“Solo quando ho visto Fabrizio scendere dall’auto della polizia in manette, ho realizzato che stavamo andando incontro ad un calvario. Si tratta solo di una rivendicazione personale da parte di individui che hanno potere e soldi e pensano di potersi permettere di tutto. Non sono luoghi comuni è la realtà di questo Paese. Solo gli addetti ai lavori sanno che il sistema funziona così. Mio fratello non è l’unico ad agire così, ma paga solo lui. E’ vittima del suo personaggio, una vita borderline, il suo sentirsi onnipotente.”

Federico conosce bene il mondo del gossip e le sue regole. Sa già che presto il clamore mediatico attorno a Fabrizio finirà col diminuire, ma annuncia già importanti iniziative.

“So come funzionano le notizie, so che il caso Corona si sgonfierà e finirà nel dimenticatoio. Ma noi siamo pronti a raccogliere firme, ad organizzare manifestazioni per farci sentire. Sono andato a trovarlo in carcere, ha lo sguardo perso nel vuoto, è un pesce fuor d’acqua”

Lancia, dunque, un messaggio al fratello:

“Un abbraccio da parte di tutto l’ufficio, da chi ti vuole bene e conosce il vero Fabrizio. Faremo qualcosa perché questa situazione si risolva in modo corretto. Fabrizio ha diritto a pene alternative, assistere gli anziani, gli ammalati. Non è un criminale e non lo sarà mai. Non può stare in mezzo ai criminali”

Ndrangheta: infiltrazioni a Roma, tre arresti

da AGI (agenzia di stampa)

Sono tre le ordinanze di custodia cautelare in carcere eseguite nell’ambito del blitz della Dia contro le infiltrazioni della ‘ndrangheta nella capitale, mentre altre sei persone sono indagate in stato di liberta’. Lo ha riferito a Sky tg24 il capo centro della Dia di Roma, Gregorio De Marco. “Il reato contestato di appropriazione fittizia di beni – ha osservato – e’ aggravato dal metodo mafioso”. De marco ha messo in evidenza “il salto qualita’ della ‘ndrangheta che dai servizi ‘classici’ ha penetrato finanziariamente anche la capitale”. Coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma, l’operazione ha permesso di bloccare in particolare una serie di investimenti di denaro dalla provenienza ritenuta illecita. Gli investigatori hanno concentrato le loro attenzioni sulla natura sospetta di una molteplicita’ di investimenti finanziari, come l’acquisizione del controllo di esercizi commerciali che hanno sollevato non pochi dubbi “per l’estrema rapidita’ della compravendita, le modalita’ delle trattative, la provenienza delle risorse economiche”. Una realta’ criminale sofisticata, quella della ‘ndrangheta, in grado di individuare, nel tessuto economico della capitale, un canale funzionale a ripulire i propri profitti illeciti. Le ordinanze di custodia cautelare in carcere riguardano alcuni esponenti legati alla ‘ndrina dei Gallico, originari della provincia di Reggio Calabria. Gli arrestati, grazie ad alcuni prestanome e societa’ fittizie, erano riusciti a concludere – investendo ingenti capitali per conto della cosca di riferimento – una serie di importanti operazioni immobiliari e societarie soprattutto nel settore della ristorazione, impadronendosi di bar e ristoranti ubicati in zone di pregio della capitale. Il gip del Tribunale di Roma Simonetta D’Alessandro ha accolto la richiesta di contestazione del reato (ex art. 12 quinquies legge 356/1992, aggravato dal metodo mafioso) che punisce l’intestazione fittizia di beni, per un valore di circa 20 milioni, sottoposti a sequestro preventivo.

Bestie di Satana, borsa di studio per la Ballarin

da TGCOM24

C’è anche Elisabetta Ballarin, condannata a 22 anni per il concorso nell’omicidio di Mariangela Pezzotta maturato nell’ambiente delle “Bestie di Satana”, tra gli studenti premiati con una borsa di studio da seimila euro dal comune di Brescia. Lo riportano i quotidiani locali, spiegando che la 27enne, che deve scontare ancora 9 anni, dopo essersi laureata a pieni voti all’Accademia Santa Giulia di Brescia, sta ora frequentando il biennio specialistico.La Ballarin ha vinto la borsa di studio insieme a due compagne di corso, per l’elaborazione di un progetto per avvicinare gli studenti universitari ai musei.

Il 22 febbraio Ballarin era stata investita da un’auto mentre in bicicletta stava tornando al carcere di Verziano dopo aver frequentato una lezione all’università.

Prima traccia dell’aereo di Missoni Ritrovata una borsa sulla scogliera

da www.corriere.it

Una mattina di poco più di due settimane fa un turista tedesco in vacanza sull’isola di Curaçao, un protettorato dei Paesi Bassi nel mar dei Caraibi, trova su una scogliera un borsone da kitesurf . È vuoto, ma attaccata c’è un’etichetta con nome e cognome di un italiano.

 

Quel borsone viaggiava sull’aereo che da Los Roques trasportava a Caracas Vittorio Missoni, la compagna Maurizia Castiglioni, con gli amici Elda Scalvenzi e Guido Foresti. È una svolta nelle ricerche e nell’inchiesta sulla scomparsa dell’erede della famosa casa di moda. Anche se la prova definitiva verrà dal ritrovamento dei corpi o dei resti del bimotore Islander, la borsa recuperata sembra non lasciare spazio ad altre ipotesi: il piccolo aereo da turismo si è inabissato (bisognerà stabilire se a causa di un’avaria o di una manovra errata da parte del pilota).
A Curaçao, in queste ore, c’è il cognato di Missoni, Claudio Verna, con i funzionari che per conto del governo italiano coprono l’area del Sudamerica e stanno verificando tutti i dettagli del ritrovamento.

Il 4 gennaio scorso, quattro minuti dopo il decollo dell’aereo che trasporta Missoni e i suoi amici, dallo stesso aeroporto dell’arcipelago caraibico parte un altro piccolo velivolo con destinazione Caracas. Pieno di turisti, alcuni dei quali italiani. La stiva è stracolma di bagagli, tanto che poco prima il pilota del secondo aereo ha chiesto al collega che trasporta Vittorio Missoni se potesse imbarcare il borsone di un suo passeggero che conteneva tutta l’attrezzatura per praticare kitesurf (uno sport molto in voga nelle isole ventose che abbina l’uso di una tavola a una specie di paracadute con il quale fare acrobazie).

Il primo Islander decolla, ma a Caracas non arriverà mai. Sparito nel nulla. Scatta l’allarme, la notizia arriva a Milano e il fratello di Vittorio Missoni, Luca, per conto della famiglia, si precipita in Venezuela. Cominciano le ricerche, difficoltose. Si pattuglia tutto il tratto di mare in cui si pensa che l’aereo si sia inabissato, sino alla penisola del Paraguanà. Inutilmente: dell’aereo, dei suoi occupanti o dei bagagli trasportati nessuna traccia.

Un radar militare svela qualcosa di più preciso. Si vede la traccia dell’aereo. Improvvisamente c’è una controsterzata verso Ovest. Poco dopo l’aereo entra in un cumulo nembo. In quel momento l’Islander si trova a 5.000 piedi d’altezza (1.500 metri, più o meno) in direzione della pista di Caracas dove deve atterrare. La traccia sparisce dopo la virata. Cosa è successo in quei pochi secondi? La ricostruzione più attendibile è che l’aereo abbia perso velocità molto rapidamente, da 220 nodi a 60, per rallentare a 20, velocità alla quale è impossibile volare. Quindi l’aereo stalla, si avvita verso il mare nel giro di 30-40 secondi. La traccia sparisce. Nei giorni seguenti viene battuto palmo a palmo tutto il tratto di costa venezuelana sul quale si pensa che possano approdare i resti, ma non si trova nulla. Ogni sforzo sembra essere vano.

Il 10 gennaio il turista tedesco trova il borsone. Rimane ancora qualche giorno a Curaçao e poi torna in Germania. Una settimana dopo recupera la mail sulla targhetta del borsone e invia un messaggio a Giorgio Neri: è lui il passeggero che aveva affidato la sua attrezzatura da kite all’aereo partito pochi minuti prima del suo da Los Roques. Il turista italiano rimane senza parole: è al corrente della sciagura e si mette in contatto con la famiglia Missoni. Da Los Roques a Curaçao ci sono poco più di duecento chilometri di mare. L’aereo volava verso Sud, in direzione Caracas. Il borsone è stato trasportato dalle correnti verso Ovest ed è finito sulla scogliere dell’isola olandese. Da qui ripartono le ricerche. Con la prima indicazione certa dopo settimane di ansia.

USTICA: Cassazione, lo Stato dovrà risarcire i parenti delle vittime del DC9

USTICAdi Grazia De Marco

Dopo 33 anni di battaglie giudiziarie, la Cassazione ha imposto allo Stato di risarcire i parenti delle vittime del volo DC9 dell’Itavia che il 27 maggio del 1980 è precipitato, causando la morte di 77 passeggeri e di 4 componenti dell’equipaggio.

La Suprema Corte, dando ragione al tribunale civile di Palermo, ha infatti stabilito che l’aereo, sui cieli di Ustica, fu abbattuto da un missile e per questo lo Stato deve risarcire i familiari delle persone che, su quell’aereo, hanno perso la vita. Lo Stato infatti non seppe garantire, nè con radar civili che militari, la sicurezza del volo partito da Bologna e diretto a Palermo.

La Sentenza è stata accolta con entusiasmo da Vincenzo Fallica, legale dei familiari di alcune delle vittime, che non ha perso l’occasione di commentare il risultato affermando:”La battaglia non è ancora conclusa. Adesso la politica agisca, le istituzioni hanno la palla. Il parlamento, i ministeri competenti, non facciano muro contro i familiari delle vittime, si trovi una soluzione. Propongano una transazione, facciano subito una legge che ponga fine a questo stillicidio giudiziario che rinnova il dolore dei familiari di 81 persone”.

L’Avvocato Daniele Osnato apre un’altro aspetto legato alla vicenda affermando che: “il parlamento europeo adesso può avviare le procedure per una petizione o per una commissione d’inchiesta. Sta di fatto che la sentenza di oggi chiude finalmente ogni chiacchiera in fatto di bomba“.

Per quanto invece il processo civile d’appello che deve discutere del maxi risarcimento alle vittime (100 milioni di euro più interessi e oneri accessori), occorre attendere l’avvio delle udienze, fissato per l’aprile 2014.

Mafia, sequestro beni a Messina Denaro

da tgcom24

Gli uomini della Direzione Investigativa Antimafia di Palermo e Trapani sono impegnati, in territorio di Castelvetrano, nel sequestro di beni riconducibili al capomafia latitante Matteo Messina Denaro. Si stringe sempre di più il cerchio attorno al capomafia, ultimo padrino della Cupola ancora in libertà.

Il sequestro ordinato dal tribunale di Trapani riguarda le aziende e i capitali sociali di alcune aziende del territorio di Castelvetrano sarebbero riconducibili al boss latitante Matteo Messina Denaro in quanto intestati alla sorella Anna Patrizia e a suo marito, detenuto per mafia, Vincenzo Panicola, 43 anni.I beni, per un valore complessivo di di diverse centinaia di migliaia di euro, sarebbero costituiti da aziende e capitali sociali di alcune aziende: la Vieffegi service, la Vieffegi impianti srl, la So.ro.pa. costruzioni arl, e il compendio aziendale della ditta individuale della sorella del boss, Anna Patrizia Messina Denaro, che si occupa di attività di colture olivicole. Ci sarebbero anche un fabbricato, automobili e rapporti bancari.Pochi mesi fa un altro sequestro di beni sempre riconducibili al boss latitante erano stati bloccati ad un altro cognato di Messina Denaro, Gaspare Como.

Calevo: «Questa era la mia prigione »

da www.corriere.it

LERICI (La Spezia) – L’Andrea di prima non si faceva domande davanti alla luce spenta fuori casa. Adesso si guarda attorno cento volte prima di scendere dall’auto. Quell’Andrea non aveva fretta di riavere un cane dopo la morte di Argo, il suo vecchio alano. Ora vuole due pastori tedeschi e il più in fretta possibile. Prima del 16 dicembre gli sembrava superfluo un sistema che illuminasse la casa dall’esterno. Adesso ne vuole uno che si attivi con il telecomando. Ma vuole anche andare a vivere da solo, ha in mente un viaggio in Africa con un suo amico d’avventura e gli piacerebbe risistemare l’azienda da capo a piedi.

L’Andrea Calevo del 2013 è tutto questo e molto altro ancora. Ha 31 anni ed è una fabbrica di idee per il futuro, di cose da fare, fare, fare… Ma ha anche scoperto cos’è la paura di morire e cosa conta davvero quando non sai se ci sarà altro tempo da vivere. «E queste sono cose che segnano, è inutile fare finta e dire che non ci penso mai» ammette.Rapito la sera del 16 dicembre e liberato la mattina del 31. Quindici giorni nelle mani di due italiani (Pier Luigi Destri, 70 anni, e il nipote ventenne Davide Bandoni) e di un gruppetto di giovani albanesi. «Ricordo che ho pensato al mio amico Antonio, come prima cosa, quando ho saputo di essere un sequestrato. Il giorno prima del rapimento lui partiva per un viaggio in jeep e il programma prevedeva un passaggio in Sudan. Salutandolo gli avevo detto “guarda che in quei posti lì ti rapiscono”. Manco a dirlo… hanno rapito me a Lerici!».

Alle spalle della scrivania di Andrea c’è un quadro enorme che mostra uno scorcio della sua Lerici. «Quest’angolo, il castello, questo pezzo di mare… è un posto bellissimo» dice. «Queste case qui non esistono più», indica, «erano del mio bisnonno e le hanno buttate giù durante la guerra. È stato lui a mettere in piedi l’azienda nel 1888». I Calevo vendono materiali edili e Andrea giura di non aver mai desiderato fare altro che questo: «Mio padre è morto nel ’97 sotto i ferri durante un’operazione chirurgica, io ero un ragazzetto. Ricordo lo choc di quella notizia e l’idea, immediata, che avrei continuato io al posto suo. Sono diventato geometra, poi la laurea in Economia e commercio e adesso eccomi qui».

Il viavai di camion, furgoncini, carpentieri, falegnami, sembra divertirlo. Risponde al telefono mentre dà indicazioni ai suoi operai su questo o quello, decide misure, ordini. «Mi sono sempre occupato di queste cose, per me è facile» annuncia prima di mettersi a disegnare su un foglietto la sua prigione. La penna rossa traccia i muri, il letto, la catena, la lampadina, l’altezza. Una cella ricostruita con la precisione di un «tecnico»: «Era alta due metri e dieci, qui c’era una paretina di legno spessa 25 centimetri, qui invece era tutto cemento armato… Facevo flessioni e piegamenti e poi ogni giorno mille giri della stanza, ho fatto il conto: più o meno cinque chilometri, per non lasciarmi andare». Ai suoi rapitori ci pensa mai? «Diciamo che se avessi davanti il vecchio gli direi che è un uomo spregevole, non solo perché mi ha rapito ma anche perché ha plagiato dei ragazzini. A suo nipote direi: “Svegliati, fa qualcosa, prova a salvarti”, poveretto… era proprio fuori di testa. Faceva il duro ma non lo era». Si ferma davanti a un pensiero: «Mi hanno detto di non difenderlo troppo, perché sennò magari intenerisco i giudici». Cerca parole più adatte: «Quel ragazzo – dice – deve pagare per quello che ha fatto, è chiaro. Ma spero che alla fine lo recuperino».

MISSONI. Aereo scomparso. I familiari: “Aitutateci a trovarli”

missonidi Grazia De Marco

Aiutateci a trovarli.

E’ l’appello dei figli di Vittorio Missoni e delle altre persone che, lo scorso 4 gennaio, sono scomparse in mare a bordo di un aereo che da Los Roques avrebbe dovuto raggiungere Caracas.

Hanno creato anche una mail, troviamoli@gmail.com, alla quale chiedono di  ricevere anche la minima informazione disponibile.

Degli scomparsi, Vittorio Missoni, Maurizia Castiglioni, Elda Scalvenzi, Guido Foresti e dei due piloti venezuelani Hernan Jose Machan e Juan Carlos Milano, non si ha alcuna notizia da ormai tre settimane, nonostante il Governo venezuelano stia mettendo in campo un ingente quantitativo di uomini e mezzi, con il supporto del governo italiano.

Cosa sia successo durante il volo non è ancora stato chiarito. Unica cosa certa sono le coordinate geografiche che segnano il punto in cui l’aereo è sparito dai radar.

«Ogni dettaglio puo essere utile» affermano i familiari degli scomparsi. «Ogni giorno ci domandiamo se per caso ci siano ulteriori informazioni che possano essere utili alle ricerche. Chiunque, in quella data, si sia trovato in quella zona a terra, in mare o in aereo, potrebbe aver notato qualcosa, pensando che fosse un elemento di nessuna importanza. Per noi e per le indagini qualsiasi dettaglio si possa aggiungere, è fondamentale».