Preso anche il terzo responsabile dell’omicidio Avanzi

da Polizia di Stato

Preso anche il terzo componente della banda che il 7 settembre scorso ha ucciso a Ferrara, durante una rapina, la 94enne Leda Avanzi.

Si tratta di F. C. L. un romeno di 25 anni, arrestato ieri sera a Ilfof, una località a 20 chilometri da Bucarest (Romania). È accusato di omicidio, rapina e lesioni aggravate.

Stesse accuse per gli altri due criminali, anch’essi 25enni, che hanno partecipato all’azione: il polacco M. C., arrestato a Ferrara il 9 settembre, e il romeno M. V. D., rintracciato il 12 a Slobozia (Romania).

L’individuazione e l’arresto dei malviventi sono stati possibili grazie alla collaborazione tra gli investigatori della Squadra mobile ferrarese, l’Interpol e le autorità romene.

Questa la ricostruzione fatta dai poliziotti: i due stranieri arrestati in Romania erano arrivati a Ferrara un paio di giorni prima del delitto, ospiti del polacco. Proprio quest’ultimo ha proposto il colpo ai due ospiti bisognosi di soldi, offrendosi come basista in quanto conoscente della badante dell’anziana signora, ponendo la condizione di non partecipare direttamente alla rapina.

Con la scusa di voler utilizzare la connessione internet per comunicare il proprio numero di telefono ai suoi amici di facebook, il ragazzo polacco si è intrattenuto circa mezz’ora nell’appartamento, a lui familiare in quanto sua madre aveva lavorato lì come badante. Quando la collaboratrice della signora Avanzi ha aperto la porta per far uscire il suo ospite è stata assalita dagli altri due che stavano aspettando sul pianerottolo.

Una volta all’interno dell’appartamento i due romeni hanno picchiato e legato la badante con del filo elettrico. Subito dopo hanno tentato di immobilizzare anche la proprietaria dell’appartamento, colpendola violentemente alla testa con un vaso di ceramica, procurandole la ferita letale.

Dopo essersi impossessati di alcuni preziosi e di circa 100 euro in contanti i due rapinatori-assassini si sono dati alla fuga, raggiungendo il loro complice.

Grazie alla testimonianza della badante e di altri testimoni gli investigatori sono subito risaliti al basista, e attraverso di lui, agli altri due complici, che nei prossimi giorni saranno estradati in Italia per essere condotti in carcere.

MILANO LE INDAGINI SUL DUPLICE OMICIDIO DI VIA MURATORI PUNTANO SUL TRAFFICO DI DROGA

di Grazia De Marco

Sembrerebbe un’esecuzione in piena regola quella in cui sono rimasti uccisi, lo scorso 10 settembre a Milano, l’imprenditore di 43 anni Massimiliano Spelta e sua moglie Carolina Ortiz di 21 anni, con modalità ed efferatezza simili a quelli adottati dalla criminalità organizzata del narcotraffico.

Gli assassini sarebbero stati almeno quattro, tutti di nazionalità italiana, i quali hanno sorpreso la coppia in via Muratori, mentre si recava probabilmente al ristorante, insieme alla piccola figlioletta, rimasta miracolosamente illesa. Il killer sarebbe sceso da uno scooterone guidato da un complice ed avrebbe sparato 2 colpi di revolver cal. 38 special alla schiena ed alla base della nuca della donna e, successivamente, avrebbe colpito, con altri 4 colpi, Massimiliano Spelta, mentre questi tentava di fuggire, uccidendolo sul colpo.

In considerazione delle modalità dell’omicidio, inizialmente è stato ipotizzato un coinvolgimento della Camorra legata al narcotraffico, successivamente smentito. Tra le varie ipotesi prese in considerazione dagli inquirenti, quella maggiormente accreditata sembrerebbe condurre al traffico di stupefacenti. In effetti, nell’abitazione della coppia, in via Mecenate, sono stati rinvenuti 47 grammi di cocaina, pura al 60% e 3 mila euro in contanti che, tuttavia, non sembrano sufficienti a giustificare un omicidio così efferato.

Forse i due coniugi sono stati giustiziati per una partita di droga non pagata, o per uno sgarro nei confronti di qualche personaggio che conta nell’ambiente criminale, oppure perché avevano intenzione di mettersi in proprio. E’ stato accertato che i due conducevano una vita sicuramente al di sopra delle proprie possibilità finanziarie. Massimiliano Spelta, infatti, ex titolare, unitamente alla sorella, della ditta farmaceutica specializzata in integratori, Dietetics Pharma, dopo il fallimento volontario e la cessione dell’azienda, non svolgeva alcuna attività lavorativa e risultava percepire unicamente i soldi della cassa integrazione, come evidenziato dagli accertamenti effettuati sul suo conto corrente bancario.

Probabilmente, Spelta, a seguito dei debiti accumulati dopo il tracollo finanziario, aveva incominciato a frequentare persone poco raccomandabili ed un organizzazione criminale dedita al narcotraffico, per la quale svolgeva l’attività di corriere di cocaina tra Santo Domingo e Milano. In effetti l’ipotesi potrebbe trovare riscontro nei frequenti viaggi che la vittima effettuava tra il capoluogo lombardo e la località caraibica, della quale, comunque, era un appassionato estimatore. Nei numerosi viaggi effettuati, lo Spelta era peraltro costantemente accompagnato da un suo amico, verosimilmente consumatore abituale di cocaina, attualmente interrogato dagli inquirenti, che lo considerano una figura chiave delle indagini.

Il Prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi, nel corso di un’intervista, ha escluso collegamenti con la criminalità organizzata, parlando di un fatto isolato maturato in un contesto che riguarda il traffico di stupefacenti e le indagini procedono in questo senso. Proprio il giorno dopo l’omicidio di Massimiliano Spelta e Carolina Ortiz, tuttavia, la DDA di Milano ha coordinato l’operazione “Ulisse”, che ha portato in carcere 37 personaggi, tutti accusati di associazione a delinquere di tipo mafioso, porto e detenzione illegale di armi, usura ed estorsione, appartenenti ad una rete militare della ‘ndrangheta, attiva tra Monza e Milano, che farebbe ipotizzare che il capoluogo lombardo sarebbe diventato ormai, terra di profondo insediamento della criminalità organizzata, soprattutto calabrese.

Delitto Lignano: Confermato l’arresto di Lisandra Aguila Rico

 

di Grazia De Marco

Gli autori del delitto dei coniugi Paolo Burgato e Rosetta Sostero, avvenuto lo scorso 19 agosto a Lignano, hanno finalmente un nome. A massacrare la coppia sarebbero stati Lisandra Aguila Rico, 21 enne di origine cubana e suo fratello Laborde Reiver Rico di tre anni più grande, i quali avrebbero agito nel garage della villa di via Annia 12, di proprietà delle vittime.

Ad incastrare i due cittadini stranieri sarebbero stati i rilievi effettuati dagli investigatori sul luogo del delitto e sui due cadaveri, primo fra tutti quello del DNA che, insieme ad alcune intercettazioni telefoniche, hanno permesso ai Carabinieri coordinati dal Capitano Fabio Pasquariello di arrestare la donna, che, intanto, si era rifugiata a Pontecagnano (SA), pronta a fuggire dall’Italia.

La vera svolta, però, si è avuta ufficialmente nel corso del lunghissimo interrogatorio avvenuto successivamente al fermo, grazie alla confessione della giovane donna, condotta poi nel carcere di Trieste. In data 20 settembre u.s., peraltro, il GIP del Tribunale di Udine Paolo Lauteri, nel corso dell’udienza di convalida del fermo, ha confermato l’arresto, ravvisando il pericolo di fuga, di inquinamento probatorio e di reiterazione del reato.

Il fratello 24 enne della donna, invece, inseguito da un mandato di cattura internazionale è stato rintracciato nella stessa data a Cuba, dove, probabilmente, si rifugiava nella casa dove vive con la moglie. Gli investigatori hanno subito avviato i contatti con le Autorità cubane per chiedere l’estradizione dell’indagato, ma spetterà al Paese caraibico prendere una decisione in merito.

Per quanto riguarda il duplice omicidio, l’ipotesi più accreditata dagli inquirenti sarebbe quella della rapina finita male. I due fratelli, entrambi incensurati, molto probabilmente erano a conoscenza dell’ingente somma di denaro che la coppia teneva in casa (40 mila euro in un battiscopa e 60 milioni di vecchie lire in un sottotetto) ed avrebbero organizzato il furto. La rapina sarebbe degenerata quando i due assassini si sarebbero resi conto di essere stati riconosciuti dalle vittime ed avrebbero perso il controllo, uccidendoli.

I coniugi Burgato, infatti, conoscevano bene i due rapinatori, perchè  lavoravano  esattamente di fronte al loro negozio di coltelli, in una gelateria di proprietà del compagno della madre dei due stranieri, Sandra Emilia Rico.                             Lisandra e Laborde erano giunti in Italia nel 2009, per tentare un ricongiungimento con la madre, che, nel frattempo, aveva avuto altri due figli da Enzo Spinelli, di origini napoletane, titolare della gelateria “il Re del gelato” di Lignano.

Dopo il ricongiungimento con la madre, i due fratelli avevano trovato un’occupazione nel bar-gelateria, frequentato abitualmente dalle vittime. Dopo lestate, i rapporti tra lo Spinelli ed i due giovani stranieri si erano deteriorati, tanto da costringere Laborde a trovare un altro lavoro presso una sala giochi, mentre Lisandra, dopo aver cercato invano un’occupazione come cameriera, si era trasferita a Salerno.

SALVATORE PAROLISI: RIPRENDE IL PROCESSO DOPO LA PAUSA ESTIVA

di Grazia De Marco

Il 29 settembre riprenderanno le udienze del processo a Salvatore Parolisi, accusato di omicidio, vilipendio di cadavere e depistaggio delle indagini. Per l’accusa, infatti, il Caporal maggiore dell’esercito, il 18 aprile 2011, avrebbe colpito la moglie con 35 coltellate e l’avrebbe lasciata morire dissanguata nell’ormai noto bosco di Ripe di Civitella. Secondo i PM, inoltre, Parolisi non avrebbe premeditato il delitto, ma avrebbe ucciso Melania Rea perché pressato dalle richieste dell’amante Ludovica Perrone, alla quale avrebbe promesso di raggiungerla pochi giorni dopo per essere presentato ufficialmente ai suoi genitori. Melania Rea, in sostanza, sarebbe stata condotta dal marito nel bosco delle casermette e solo successivamente, forse a seguito di una discussione, sarebbe  scattato il raptus, probabilmente scatenato dalla paura di comunicare la volontà di separarsi o per le conseguenze economiche ed effettive di questo gesto.

Salvatore  Parolisi attende la ripresa del processo rinchiuso in una cella del carcere “Castrogno” di Teramo, in compagnia di un ex carabiniere e passa le sue giornate tra libri e ricordi, preoccupato soprattutto di non poter vedere più la figlia Vittoria, dopo  che la Corte d’Appello di Napoli gli ha sospeso la potestà genitoriale. Il 20 settembre prossimo, peraltro, i periti depositeranno l’esito dei loro studi per rispondere ai quesiti posti del magistrato.

L’entomologo Stefano Vanin ha esaminato le larve e le uova rinvenute sul corpo della vittima, mentre la genetista Sara Gino si è occupata delle tracce di saliva rinvenute sull’arcata dentale della povera Melania. Questi ultimi accertamenti, sarebbero ritenuti cruciali per l’accusa, perché testimonierebbero che il Caporal Maggiore era con la moglie, ma non a Colle San Marco, al momento dell’omicidio. Salvatore Parolisi, infatti, ha sempre sostenuto che quando Melania è scomparsa, dopo essersi allontanata per andare in bagno, lui era con la figlia alle altalene di Colle San Marco, anche se nessuno dei numerosi testimoni ascoltati dagli inquirenti ha mai confermato questa tesi.

Alla ripresa del processo potrebbe esserci, tuttavia, una nuova super testimone, mai ascoltata prima dagli investigatori, che sarebbe in grado di fornire una ricostruzione più scrupolosa dei fatti avvenuti in quel tragico pomeriggio e di confermare la presenza o meno dei coniugi sul pianoro di Colle San Marco nel pomeriggio del 18 aprile.

I difensori di Parolisi sarebbero fiduciosi di veder riconosciuta l’innocenza del loro assistito, infatti, i loro consulenti avrebbero ricostruito, nel dettaglio, ogni singolo minuto trascorso tra la scomparsa della vittima e il rinvenimento del suo cadavere, per offrire al Giudice la prova dell’assoluta innocenza del Caporal Maggiore. Le udienze del processo proseguiranno ogni venerdi, sino a ottobre, quando sarà emessa la sentenza di primo grado. Se Parolisi fosse assolto le indagini dovrebbero ripartire quasi completamente da zero, cercando di delineare nuovi scenari, possibili moventi e presunti colpevoli che chiariscano definitivamente una degli omicidi più inspiegabili degli ultimi anni.

In provincia di Napoli ventitré omicidi nell’ultimo anno, ma non è faida

da Ministero dell’Interno

Comunione di intenti tra le forze politico istituzionali nella riunione in prefettura con il vicecapo della Polizia Cirillo e il sottosegretario all’Interno De Stefano

A seguito degli omicidi di camorra, che hanno interessato la provincia di Napoli nei giorni scorsi, si è svolto un summit ieri mattina in prefettura alla presenza del vice direttore generale della Pubblica Sicurezza Francesco Cirillo, del sottosegretario all’InternoCarlo De Stefano, del sindaco Luigi de Magistris, del presidente della regione Campania Stefano Caldoro e del presidente del Consiglio provinciale Luigi Rispoli.

Il vice capo della Polizia Cirillo ha scongiurato il rischio faida a Scampia: «Non siamo negli anni ’80 in cui il numero di delitti legati alla malavita era ben più elevato dei dati odierni», ha dichiarato. «Nei prossimi mesi – ha assicurato Cirillo – sarà impiegato il massimo sforzo per aiutare tutte le forze dell’ordine nella lotta alla criminalità: vogliamo dare un nome ed un cognome a chi commette questi atroci delitti».

È obiettivo comune, ha detto il prefetto di Napoli Andrea di Martino, «risolvere il vero nocciolo della questione: la spartizione del mercato della droga», provando a chiudere le piazze di spaccio di Scampia. I ventitré omicidi dell’ultimo anno, ha spiegato, «non riguardano solo il capoluogo partenopeo, ma sono distribuiti tra sette comuni della provincia di Napoli, fino a giungere all’omicidio di Terracina che ha superato i confini regionali».

Il sottosegretario Carlo De Stefano, in rappresentanza del ministro dell’Interno, ha riscontrato «grande sinergia d’intenti tra il ministero e le autorità locali». Ha rimarcato, inoltre, l’importanza di fare prevenzione: «l’arma più importante nelle mani dello Stato per sconfiggere il crimine». «Le misure di carattere sociale, con la scuola e l’educazione – ha aggiunto – devono essere le nostre risorse».

Incendio in autostrada: muore agente durante intervento

da Polizia di Stato

In un tragico incidente avvenuto sull’A14 è morto l’agente della polizia stradale di Vasto, Maurizio Zanella, 50 anni, ed è rimasto ferito l’altro componente della pattuglia.

Zanella e un altro agente stavano regolando il traffico sulla corsia nord dell’A-14 nei pressi del casello di Poggio Imperiale (Foggia) a causa di un incendio che stava interessando anche le piante tra le due carreggiate quando un’auto è piombata sui due poliziotti investendoli.

Il capo della Polizia, Antonio Manganelli ha espresso sentimenti di ”cordoglio e commossa solidarietà” ai familiari di Maurizio a cui si sono aggiunti anche quelli delle più alte cariche dello Stato.

Si ferma a prestare soccorso, poliziotto muore investito

da Polizia di Stato

Ha parcheggiato l’auto sulla corsia d’emergenza in autostrada per soccorrere gli occupanti di un’altra  auto che si era ribaltata nell’altra corsia di marcia: ha attraversato la corsia, ha scavalcato il guard-rail e nei pressi dell’auto incidentata  è stato investito da due automobili di passaggio.

È morto così, davanti gli occhi della moglie e dei suoi due bambini, Antonino Crisafulli, ispettore capo della questura di Milano in  servizio al commissariato di Sesto San Giovanni. Il tragico incidente è avvenuto ieri mattina sulla’autostrada A14, tra Fano e Marotta verso  Sud, nelle Marche.

Per Antonino Crisafulli era il primo giorno di ferie e stava raggiungendo una località di villeggiatura.

Il capo della Polizia, Antonio Manganelli, ha espresso vicinanza alla famiglia del poliziotto che libero dal servizio non ha esitato ad intervenire  in soccorso di persone in difficoltà. Ancora una volta questo episodio testimonia lo spirito di servizio degli uomini e delle donne  appartenenti alle forze dell’Ordine. “Episodi come quelli di oggi – ha aggiunto Manganelli – sono la risposta alla motivazione per la quale le  forze dell’ordine sono al vertice, dopo il presidente della Repubblica, nella fiducia dei cittadini italiani.

Valori morali e umani rimangono consolidati e sono il vanto dell’istituzione Polizia di Stato”.

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato un messaggio al capo della Polizia, Antonio Manganelli, in cui ha  scritto: “Ho appreso con profonda tristezza la notizia della tragica scomparsa dell’Ispettore della Polizia di Stato Antonio Crisafulli, investito  mentre generosamente tentava, fuori dal servizio, di prestare soccorso a persone coinvolte in un incidente stradale verificatosi ieri  sull’autostrada A14.   In questa dolorosa circostanza desidero esprimere alla Polizia di Stato sentimenti di solidarietà e di vicinanza. La prego di far pervenire  ai familiari della vittima le espressioni della mia commossa partecipazione al loro cordoglio”.

Padova: bambino “poliziotto” evita aggressione

da Polizia di Stato

È stato un bambino di 10 anni, col sogno nel  cassetto di diventare poliziotto, ad avvisare tempestivamente la Polizia di Padova e a salvare così da conseguenze più gravi una  donna aggredita dall’ex marito che non voleva rinunciare a lei.

Ieri mattina un moldavo di 39 anni è andato nella casa dove l’ex moglie lavora come bandante colpendola violentemente con delle cesoie.

Ad assistere al fatto il coraggioso ragazzino che con la sua telefonata al 113 ha permesso il pronto intervento delle volanti. I poliziotti hanno  così potuto mettere fine all’aggressione arrestando l’uomo.

Gli agenti quando sono entrati in casa si sono trovati faccia a faccia con l’aggressore ancora armato di cesoie ed in preda all’ira, accanto alla  donna ferita sul volto ed in varie parti del corpo.

Una volta risolta la vicenda il coraggioso ragazzino ha chiesto ai poliziotti di poter visitare la Questura ed è stato immediatamente  accontentato, ricevendo anche in omaggio alcuni gadget della Polizia di Stato che ha subito indossato con orgoglio.

DA ROMA A BOSTON: EMANUELA ORLANDI, MIRELLA GREGORI E LA PISTA DEI PRETI PEDOFILI

di Grazia De Marco

Il problema della pedofilia all’interno della Chiesa Cattolica americana guadagna per la prima volta le cronache dei giornali nel Gennaio2002, a causa di un’inchiesta avviata dal quotidiano “The Boston Globe” sul caso di John  J. Geoghan, inizialmente accusato di aver molestato un bambino di 10 anni in una piscina e, successivamente, di aver abusato di 130 bambini in 30 anni.

Geoghan, condannato all’epoca dei fatti a 10 anni di carcere, non fece in tempo a scontare interamente la pena perché strangolato nel carcere Souza Boranowski di Shirley, nel Massachuttes, dal suo compagno di cella Joseph L. Druce.

Da quel momento il fenomeno divenne sempre più ampio, tanto che nella sola Boston finirono sotto accusa 89 sacerdoti e 55 preti, i quali furono rimossi dall’incarico.

Il caso più eclatante riguardò, tuttavia, l’allora Arcivescovo di Boston Bernard Law (foto), che fu costretto a dimettersi proprio nel 2002, perché accusato di aver taciuto sui fatti riguardanti le numerosissime oscenità commesse dai preti, ai quali, in questo modo, aveva indirettamente permesso di continuare ad esercitare la loro opera nelle parrocchie dove, ovviamente, i fedeli non erano a conoscenza delle denunce che pendevano sugli stessi. L’anno successivo il Cardinale Seàn P. O’ Malley sostituì proprio il cardinale Bernard Law a capo dell’Arcidiocesi di Boston, ottenendo grandi meriti nella soluzione del caso e ripristinando la fede in quella chiesa ormai segnata da troppe vergogne. Il Cardinale O’ Malley, infatti, prima mise in atto una serie di procedure destinate a prevenire gli abusi sessuali, poi aiutò le vittime a guarire e, infine, fece pubblicare una lista di 132 sacerdoti accusati di abusi sessuali su bambini. Di questi: 29 subirono un processo canonico a seguito del quale furono licenziati dallo Stato clericale ed assegnati ad una vita di preghiera e penitenza, 24 cercarono la laicizzazione, 21 sono tuttora in attesa del completamento del processo canonico a loro carico, 4 sono già stati laicizzati al momento dell’accusa e 57 sono quelli deceduti, ma che l’Arcidiocesi ha comunque deciso di elencare nell’interesse della trasparenza. Di questo scandalo si è parlato molto poco fino ai primi giorni del giugno di quest’anno, quando i media hanno diffuso l’ipotesi di una pista che legherebbe i preti pedofili americani al caso di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. Per capire meglio cosa collega questi due avvenimenti sarebbe meglio ritornare indietro di qualche anno e, più precisamente, al giorno del rapimento delle ragazze: il 7 maggio1983 per Mirella Gregori e il 22 giugno dello stesso anno per Emanuela Orlandi. I primi contatti con i rapitori risalgono al 5 luglio successivo, quando una telefonata dell“Amerikano” propose la liberazione della Orlandi in cambio della scarcerazione dell’attentatore del papa Ali Agca. Successivamente ci fu un’altra telefonata con un nuovo ultimatum e dopo solo silenzio, fino al 4 di settembre 1983, quando una lettera contenente inedite rivelazioni, sempre dell’ “Amerikano”, venne ritrovata in un furgone della Rai, insieme ad una fotocopia di uno spartito di musica.

Dopo qualche giorno, il 12 settembre, arriva una telefonata al bar dei genitori di Mirella Gregori ed una voce descrive l’abbigliamento, compresa biancheria intima, che indossava la ragazza al momento della scomparsa. Il 27 di Settembre Richard Roth, corrispondente da Roma della Cbs, riceve una lettera (scritta dalla stessa mano che aveva vergato quella del 4), in cui si annuncia la morte della “ragazza con la fascetta”. Da dove è stata scritta questa lettera?  Proprio da Boston, più precisamente dal distretto postale di Kenmore Station.  Successivamente, dopo lo scandalo del 2002 e il relativo processo, emergerà proprio un contatto tra il Cardinale Law ela NAMBLA(North American Man Boy Lover Association), un’associazione di pedofilia famosa per non essersi mai opposta ai rapporti sessuali tra uomini adulti e minori di sesso maschile, la quale aveva come recapito, ancora una volta, la casella postale di Kenmore Station.  Sia il timbro postale che l’indirizzo di fermo posta furono poi ritrovati tra le decine di faldoni dell’inchiesta sulla scomparsa delle due ragazze romane, aperta 29 anni fa pressola Procuradella Capitale. Non sappiamo se questa volta finalmente riusciremo a sapere la verità su queste due ragazze, probabilmente no, ma lo scandalo dei preti di Boston rimarrà per sempre nella storia oltre che per la sua gravità, anche per la sua estensione.

SCENA DEL CRIMINE NON ENTRARE: “IL NUOVO SCANDALO DEL MONDO DEL CALCIO”

di Grazia De Marco

Il mondo del calcio italiano è di nuovo nella bufera, a causa dei 19 provvedimenti che il GIP Salvini ha emesso nei confronti di esponenti della criminalità transnazionale e del mondo del calcio italiano, tra i quali 14 di custodia cautelare in carcere, 3 ai  domiciliari e 2 provvedimenti di obbligo di presentazione, per associazione a delinquere finalizzata a commettere reati connessi alla manipolazione di eventi sportivi. (art. 416, 1°, 2°, 3° e 5° co. cp. art. 3 e 4 L. 16.3.2006 n.146).

Oltre a Istvan BORGULYA, Zoltan KENESEI, Matyas LAZAR, Laszlo, SHULTZ, LaszloSTRASSER, tutti elementi di vertice del gruppo criminale ungherese agli ordini di TAN SEET ENG, boss singaporiano dedito al match fixing, sono rimasti coinvolti, a vario titolo, anche alcuni nomi noti del calcio italiano tra cui il capitano della Lazio Stefano MAURI, Omar MILANETTO, già in forza al Genoa, nonchè Paolo Domenico ACERBIS, Cristian BERTANI, Matteo GRITTI, Marco TURATI, Francesco RUOPOLO, Kewullay CONTEH e Josè Inacio JOELSON.

TAN SEET ENG, nell’ordinanza di custodia cautelare, è indicato come capo ed organizzatore per realizzare a livello mondiale, anche con ripartizione di zone territoriali di competenza tra alcuni associati, una pianificazione degli interventi illeciti, qualificabili come delitti di frode in competizioni sportive, nonché di truffe, reati diretti ad influire sul risultato e ad alterare il naturale esito delle partite in diversi campionati nazionali ed internazionali, per conseguire vincite in scommesse per milioni di euro effettuate prevalentemente su siti asiatici.

Tra i 19 destinatari dei provvedimenti giudiziari figurano anche i nomi degli ex calciatori Alessandro PELLICORI e Ivan TISCI e di Vittorio GATTI, personaggio di riferimento del gruppo slavo-singaporiano e di Luca BURINI e Daniele RAGONE, collegato al gruppo bolognese riferibile a Giuseppe SIGNORI.

Indagati a piede libero sono i calciatori Sergio PELLISSIER del Chievo Verona, Andrea SONCIN dell’Ascoli e Giuseppe SCULLI del Genoa, quest’ultimo, in particolare, nipote del boss della ‘ndrangheta Giuseppe MORABITO, sospettato di essere collegato alla famiglia mafiosa siciliana dei FIANDACA, tramite il pregiudicato albanese Altic SAFET, suo uomo di fiducia, che ha fatto ipotizzare collegamenti con famiglie della criminalità organizzata siciliana e calabrese.

L’inchiesta rappresenta una seconda fase di quella partita nel 2011, che aveva coinvolto 16 persone, tra cui Giuseppe SIGNORI e Marco PAOLONI ed è stata favorita dalla deposizione di alcuni “pentiti”, che hanno deciso di collaborare per evitare il carcere, come Kewullay CONTEH e Francesco RUOPOLO, i quali hanno ammesso di aver ricevuto ingenti somme di denaro per alterare il risultato di numerose partite di calcio.

L’indagine, tuttavia, non è ancora giunta nella sua fase conclusiva, per cui si possono prevedere nuovi sviluppi eclatanti che vedano coinvolti altri personaggi di rilievo del mondo calcistico italiano.

Gli inquirenti, negli ultimi giorni hanno infatti concentrato la loro attenzione sull’allenatore della Juventus Antonio CONTE, al quale hanno sequestrato il computer e l‘I PHONE, per vicende relative al periodo in cui era allenatore del SIENA, sul calciatore della stessa squadra torinese Leonardo BONUCCI, su Bobo VIERI per la partita INTER-LECCE del 2011 e su Domenico CRISCITO, difensore della nazionale italiana, peraltro allontanato dal ritiro azzurro per i prossimi europei.