Camorra: a Napoli affiliati clan tatuati per ‘fedeltà’ al boss

Camorra: un tatuaggio per testimoniare l'adesione al clanda Ansa

Tatuati per dimostrare l’adesione al clan. Pratiche camorristiche come nel film ‘Educazione Siberiana’ a Napoli, dove la Squadra Mobile ha arrestatp dodici persone nell’ambito di un’operazione contro gli affiliati del clan “De Micco”, che opera nella zona del quartiere Ponticelli del capoluogo campano. I reati contestati sono associazione mafiosa finalizzata al traffico di droga, tentato omicidio, detenzione e porto abusivo armi.

I trafficanti, “Compravamo la droga da Genny ‘A Carogna”
Dall’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip, è emerso che il loro rifornitore di droga era Genny ‘A Carogna, l’ultrà del Napoli alla ribalta delle cronache dopo gli episodi sugli spalti alla finale di Coppa Italia allo stadio Olimpico.”La droga la compravamo da tale Genny la carogna che dovrebbe essere di Forcella”, ha riferito il collaboratore di giustizia Domenico Esposito. “Per la consegna – continua Esposito – era utilizzata una Renault Scenic modificata, che ci veniva lasciata parcheggiata con le chiavi presso il cimitero di Ponticelli. Noi mandavamo a ritirare la macchina che poi restituivamo”.

Sulla pelle “Rispetto, Fedeltà e Onore al boss”
Alcuni affiliati testimoniavano l’adesione incondizionata all’organizzazione camorristica facendosi tatuare sul corpo la scritta “Bodo”, appellativo con il quale viene indicato il clan, accompagnato dalla frase “rispetto, fedeltà e onore”. In una recente perquisizione è stato anche trovato dagli agenti della Squadra Mobile della Questura di Napoli un “libro mastro” sul quale sono annotate le quote periodiche dei profitti delle attività illecite del clan e le “mesate” (mensilità) da versare agli affiliati. Sul libro sono annotate anche le spese sostenute per gli avvocati e per gli armamenti.

Porto Empedocle, tragedia in famiglia: 50enne uccide il figlio a coltellate

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Tragedia familiare nella notte di ieri a Porto Empedocle, in provincia di Agrigento. Pietrino Falzone, pescatore di 50 anni, ha ucciso il figlio Salvatore, di 24 anni, con una coltellata al torace al culmine di una lite scoppiata per futili motivi.

I rapporti tra i due erano molto tesi da tempo. L’uomo si trova ora piantonato nella caserma dei carabinieri.

Non era la prima volta che le forze dell’ordine intervenivano per sedare una lite tra i due. Poco tempo fa avevano bloccato la vittima mentre stava picchiando il padre, la madre e la sorella. Questa volta però è stata l’ultima.

Il pescatore è accusato di omicidio volontario e rischia fino a 30 anni di carcere. A dare l’allarme è stata la madre della vittima. Il giovane è morto al Pronto soccorso dell’ospedale di Agrigento “San Giovanni di Dio”.

“A morte i politici”, ferisce i passanti a Torvajanica: un ferito grave

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“Ce l’ho a morte con i politici”: urlando questa frase in strada, un uomo ha ferito alla testa alcuni passanti colpendoli con una mazza da baseball vicino a Roma.

Tra i feriti tre o quattro persone, una delle quali è in gravi condizioni. L’episodio a Torvajanica, sul litorale laziale, dove l’uomo è poi stato fermato dai carabinieri della locale stazione.

L’aggressore, un giovane di 24 anni, era sceso in strada e sotto la sua abitazione ha cominciato a colpire i passanti. Uno dei feriti ha una grave frattura alla testa ed è stato operato con urgenza dopo essere stato trasportato in ospedale.

I carabinieri della stazione di Torvajanica, dopo aver fermato e arrestato l’uomo, stanno ricostruendo con esattezza la dinamica dell’episodio. A quanto si è appreso dalle persone presenti, anche dopo il fermo, l’uomo continuava ad urlare frasi contro i politici.

Lite per un terreno, fratello uccide fratello. Orrore a Campodipietra. Interrogato in caserma, l’assassino non risponde

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Era motivo di discussioni da tempo, quel terreno di famiglia, che per Vincenzo e Antonio La Porta, fratelli originari di Cercemaggiore, il primo 63enne, il più giovane di 55 anni, doveva avere un valore che superava il loro legame di sangue e tanti anni vissuti insieme.Discussioni accese che andavano avanti da tempo. I vicini di casa e i confinanti di campagna temevano che qualcosa di terribile sarebbe accaduto. E il peggio, l’irreparabile, c’è stato. Oggi la fine, terribile, di liti, rivendicazioni e minacce. Un epilogo orribile, raptus dell’ira più furiosa. Fratello uccide fratello ed è domenica di sangue e orrore nelle campagne di Campodipietra.

La notizia dell’assassinio si diffonde subito dopo l’ora di pranzo. Hanno litigato di nuovo, Vincenzo e Antonio. Hanno litigato ferocemente, i due fratelli, sempre per questioni legate alla proprietà di quel fatidico terreno. All’improvviso, nel culmine di un diverbio che non può trovare giustificazioni, l’uno vittima dell’altro. Antonio spara un colpo con una pistola, Vincenzo, il maggiore di casa, muore. Una tragedia familiare a ridosso dell’agro campobassano, in contrada Mascione. Il 63enne, soccorso dal figlio, muore subito dopo l’arrivo al pronto soccorso dell’ospedale. A Tappino si decreta il decesso di Vincenzo La Porta. 
Fatale, quell’unico proiettile esploso che ha colpito la vittima a una spalla, deviando poi il suo percorso fino a raggiungere gli organi vitali. Il magistrato ha disposto l’autopsia mentre i carabinieri hanno convocato diverse persone, parenti e conoscenti dei due fratelli, che devono essere sentite in qualità di testimoni.
La zona dell’omicidio è impervia, difficile da raggiungere. Inaccessibile agli occhi di estranei. Lì ci sono i carabinieri di Campobasso, allertati del fattaccio. Tocca a loro indagare su questa storia che distrugge una famiglia intera. Intanto un clima di avversione violenta nei confronti di cronisti, fotografi, cameraman giunti a registrare l’orrore. Le persone presenti minacciano e scacciano questi intrusi non graditi, quasi a tentare di occultare un fatto che non può essere occultato.

Subito viene rinvenuta la pistola e subito è sequestrata. Antonio, l’uomo che ha sparato uccidendo il fratello, con quell’arma detenuta, pare, illegalmente, viene condotto in caserma a Campobasso. Davanti ai carabinieri, in uno sfogo sincero e istintivo, si dice rammaricato, dispiaciuto. E’, però, l’ammissione di un attimo.

Davanti al sostituto procuratore, Fabio Papa, magistrato di turno, resta in silenzio. Decide di non rispondere alle domande dell’inquirente. In silenzio per circa due ore, tanto è durato l’interrogatorio che non rivela indizi ulteriori rispetto alle notizie raccolte sul posto. In attesa che si aprano le porte del carcer.  (EL) 

Camorra, il boss Antonio Iovine collabora con i magistrati

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Il boss del clan di camorra dei Casalesi, Antonio Iovine, ha deciso di collaborare con la Procura della Repubblica di Napoli.

Iovine, 50 anni, conosciuto come ‘o ninno, da qualche giorno ha cominciato a ricostruire ai magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli le attività e i rapporti di uno dei più potenti clan di camorra, dalla gestione delle attività criminali, alle guerre fra clan ai rapporti con esponenti politici.

Iovine è considerato uno dei quattro capi del clan dei Casalesi, insieme a Francesco Bidognetti, Francesco Schiavone (conosciuto come Sandokan) e Michele Zagaria. Condannato all’ergastolo in via definitiva al termine del processo “Spartacus”, il più importante contro i Casalesi,Iovine è stato arrestato dalla Polizia, dopo 15 anni di latitanza, nell’autunno del 2010 in un covo in una casa di Casal di Principe e per quattro anni è stato detenuto in regime di carcere duro.

Lunedì scorso, nel processo per le intimidazioni (nel marzo 2008) nei riguardi dello scrittore Roberto Saviano e della giornalista Rosaria Capacchione, ora deputata del Pd, il pm della Dda di Napoli Antonello Ardituro ha chiesto la condanna di Francesco Bidognetti e degli avvocati Michele Santonastaso e Carmine D’Aniello (un anno e sei mesi di reclusione ciascuno) e l’assoluzione di Antonio Iovine, “non perche’ non sia certo della sua colpevolezza – ha spiegato il pm – ma perché non c’è la possibilità di dimostrarlo”.

Expo2015, Cattozzo: la “cupola” voleva oltre 2 milioni di euro di tangenti

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E’ di oltre 2 milioni di euro la somma delle presunte mazzette che la cosiddetta “cupola” avrebbe chiesto per gli appalti di Sogin ed Expo. Lo avrebbe spiegato ai pm di Milano l’ex esponente dell’Udc, Sergio Cattozzo, chiarendo che la cifra si riferisce a presunte tangenti versate o promesse. Catozzo avrebbe poi aggiunto che l’ex senatore del Pdl, Luigi Grillo, sarebbe stato a conoscenza del giro di tangenti e lui stesso avrebbe preso la sua parte.

Da quanto si è saputo, Cattozzo avrebbe confermato ai pm di Milano, Claudio Gittardi e Antonio D’Alessio, che il presunto accordo illecito con l’imprenditore vicentino Enrico Maltauro per l’appalto Sogin del valore di circa 85-90 milioni di euro prevedeva presunte tangenti, in caso di chiusura positiva della gara, per una percentuale dell’1,5% sul valore dell’appalto. Dunque Maltauro avrebbe promesso un versamento di circa 1,5 milioni di euro (compresa la parte di Cattozzo da ricevere attraverso una finta consulenza) e avrebbe effettivamente corrisposto 600mila euro.

Inoltre, sempre stando a quanto avrebbe riferito da Cattozzo, per l’appalto Expo sulle cosiddette ‘architetture di servizi’ Maltauro arebbe promesso una mazzetta da 600mila euro. L’ex esponente dell’Udc ligure avrebbe affrontato con i pm anche il capitolo dell’appalto da 323 milioni di euro per la “Città della salute” che era nel mirino dell’organizzazione.

Strage in Gallura, il 32enne fermato ha fornito quattro versioni contrastanti

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In poche ore Angelo Frigeri, 32 anni, fermato per la strage di sabato a Tempio Pausania in cui sono stati uccisi Giovanni Maria Azzena, la moglie Giulia e il figlio Pietro, si è contraddetto più volte. Durante l’interrogatorio ha fornito quattro versioni differente dei fatti. Secondo il procuratore Domenico Fiordalisi, avrebbe agito da solo, tanto che l’accusa contestata è omicidio plurimo aggravato dalla crudeltà.

i killer ha detto: “Sono napoletani. Anzi no, sono di Tempio”

 – In poche ore Angelo Frigeri, 32 anni, fermato per la strage di sabato a Tempio Pausania in cui sono stati uccisi Giovanni Maria Azzena, la moglie Giulia e il figlio Pietro, si è contraddetto più volte. Durante l’interrogatorio ha fornito quattro versioni differente dei fatti. Secondo il procuratore Domenico Fiordalisi, avrebbe agito da solo, tanto che l’accusa contestata è omicidio plurimo aggravato dalla crudeltà.

“Ero lì per riprendermi l’auto. No, per delle riparazioni” – “Sono andato a casa degli Azzena per riprendermi l’auto”. Questa la prima spiegazione del motivo per cui il 32enne si trovava sul luogo del delitto. “Giovanni – avrebbe riferito agli inquirenti – doveva rivendere la macchina, ma non l’ha fatto e così sono andato a riprenderla”. Altra versione che contrasta con la prima è che l’uomo si trovasse a casa Azzena per dei lavori di impiantistica che doveva svolgere. “Per questo avevo le chiavi dell’abitazione”, ha detto.

“I killer sono napoletani. Anzi no, di Tempio”– Frigeri si è contraddetto anche su quelli che per lui sono i veri assassini. In un primo tempo ha assicurato che i killer erano due napoletani: “Sono stato minacciato con una pistola. Mi hanno costretto a salire in casa e lì ho visto i tre cadaveri. A quel punto mi hanno obbligato a ripulire tutto”. Ma poche ore dopo la versione che racconta è del tutto differente. “Li hanno uccisi davanti ai miei occhi. Ho visto mentre li colpivano alla testa”, avrebbe riferito durante l’interrogatorio. Questa volta, inoltre, i killer non sarebbero di Napoli, ma di Tempio Pausania.

Frigeri fu l’amante di Giulia Zanzani – Come riporta Repubblica, dalle intercettazioni della Gdf dell’inchiesta per usura del 2008 è emerso che Frigeri in quegli anni fu l’amante di Giulia Zanzani. Di recente, inoltre, le avrebbe chiesto di intercedere nei confronti del marito a cui doveva dei soldi.

Killer ha coperto il viso di Pietro dopo averlo ucciso – I carabinieri attendono di conoscere dai risultati dell’esame autoptico la sequenza del delitto per verificare se siano stati uccisi prima i genitori e poi il bambino. Intanto è emerso un nuovo particolare sulla morte del piccolo Pietro: sul suo volto i carabinieri e il medico legale hanno trovato una pezza di stoffa. L’assassino ha quindi coperto il volto del bambino dopo averlo ucciso.

Il legale di Frigeri rinuncia all’incarico – L’avvocato Giovanni Azzena, che rappresentava Frigeri, ha rimesso ufficialmente il mandato. “La decisione è legata a contrasti sulla strategia difensiva con il cliente – ha detto il legale – l’impossibilità è poi dovuta a un coinvolgimento emotivo in relazione alla vicenda che non mi consente di proseguire l’incarico con la necessaria serenità”.

Controlli anche in porti e aeroporti sardi – Tra le tante verifiche che stanno impegnando i carabinieri nelle ultime ore ci sono anche i controlli in porti e aeroporti. Si cerca di capire se le persone di cui ha parlato nel suo lungo interrogatorio Frigeri siano arrivate in Sardegna sabato o nei giorni precedenti. Le verifiche riguardano tutti gli aeroporti ed i porti dell’isola.

Strage Gallura: indagini in mondo usura, inquirenti verso svolta

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“Attendiamo sviluppi sulle indagini. Di piu’ non posso dire se non che confidiamo anche nell’autopsia per avere elementi in piu’ che ci consentano di fare luce sul caso”.

Il colonnello Pietro Salsano, comandante provinciale dei carabinieri di Sassari oltre non va. “E’ una fase importante e molto delicata delle indagini e non posso dire altro”. Si scava nel passato recente delle vittime, soprattutto di Giovanni Maria Azzena che l’8 dicembre 2008 fu arrestato assieme a un compaesano e a un 35enne napoletano con l’ccusa di usura.
  I tre – secondo quanto ricostruito dagli investigatori – concedevano prestiti in cambio di assegni post-datati con cifre superiori dal 50% anche al 200%. Le vittime degli strozzini erano soprattutto piccoli imprenditori in difficolta’.
  Sono quindi legate alle attivita’ illecite di Azzena le indagini dei carabinieri sul triplice omicidio di Tempio. Anche se gli inquirenti precisano che si prosegue su molte piste perche’ ci sono diverse cose non chiare. L’uomo, la moglie Giulia Zanzani e il figlio dodicenne Pietro sarebbero stati uccisi nel pomeriggio di sabato nella loro villetta forse per vendetta. Gli investigatori dell’Arma hanno esaminato la posizione di diverse persone che in passato avevano incrociato la strada di Azzena, invischiato anche in storie di truffe. Comincera’ intanto in mattinata, all’istituto di medicina legale di Sassari, l’esame sui corpi delle vittime. L’autopsia servira’ per stabilire, tra l’altro, l’orario degli omicidi e la loro successione, elementi utili agli inquirenti per decifrare la dinamica dell’accaduto. (AGI) .

Camorra: figlio boss Casalesi guida ubriaco e drogato

polizia-stradale-300x224da AGI.IT

La polizia stradale di Napoli alle 6.20 sulla strada statale 7 bis, all’altezza del chilometro 44, nel comune di Nola, ha trovato alla guida di un auto, ubriaco e sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, Oreste Diana, 23 anni, figlio del boss dei Casalesi Giuseppe, ‘fedelissimo’ di Francesco Schiavone, il capoclan noto come Sandokan. Il ragazzo era a bordo di una Nissan Micra e guidava con un tasso alcolemico di quasi 3 volte superiore al limite consentito. E’ stato denunciato. (AGI) .

Blitz contro la ‘nuova’ mala del Brenta, 16 arresti

malabrentada AGI.IT
Una vasta operazione della Polizia di Stato, condotta dalla squadra mobile della questura di Venezia, che sta eseguendo 16 ordinanze di custodia cautelare, perquisizioni e sequestri nei confronti dei componenti di un violento gruppo criminale, costituito per la maggior parte, da pericolosi pluripregiudicati veneti, alcuni gia’ contigui alla disarticolata ‘Mala del Brenta’, con base operativa nella provincia di Venezia, che assaltavano con kalashnikov banche, laboratori orafi, centri commerciali del Nord-Est e della Toscana. All’operazione stanno partecipando 150 agenti della Polizia di Stato appartenenti ai vari Uffici e Commissariati della Questura di Venezia ed alle squadre mobili del Veneto, del reparto prevenzione crimine del Veneto, artificieri, unita’ cinofile antiesplosivo ed un elicottero del reparto volo di Milano.
  L’indagine e’ iniziata a seguito dell’individuazione di due persone controllate a Marghera vicino a un supermercato che furono trovati in possesso di una borsa contenente una pistola a salve, una maschera in lattice e di un’autovettura rubata.
  Grazie alle indagini e’ stato possibile accertare come il gruppo individuato aveva la disponibilita’ sia di armi comuni da sparo che da guerra tipo kalashnikov. Questa notte e’ scattato l’imponente blitz della Polizia di Venezia che ha arrestato tutti e sedici gli indagati sequestrando l’arsenale del pericoloso gruppo criminale. Infatti nel corso di una delle perquisizioni sono stati rinvenuti e sequestrati: 4 kalashnikov, 1 fucile mitragliatore, una pistola semiautomatica Glok, una pistola semiautomatica Beretta, caricatori a mezza luna ed un migliaio di cartucce, pettorine della guardia di finanza, palette delle forze dell’ordine, lampeggianti blu, tutto materiale utilizzato per gli assalti. Un altro kalashnikov e’ stato sequestrato in un nascondiglio a Marghera, dove sono state rinvenute anche le maschere in lattice per il travisamento. (AGI) .