Maniaco seriale a Bologna, 2-3 ‘sospetti’. Pubblichiamo foto segnaletica

Cinque ragazze aggredite a Bologna, diffusi nuovi identikitda Agi

Si stringe il cerchio intorno al molestatore seriale dopo le cinque denunce di aggressioni sessuali presentate a Bologna da giovani donne negli ultimi giorni.

L’attenzione di investigatori ed inquirenti si concentra su due o tre persone, tutte straniere, ritenute compatibili con testimonianze e segnalazioni. Anche le immagini riprese dalle varie telecamere delle zone del centro citta’, dove si sono verificate le aggressioni, sono al vaglio delle forze dell’ordine. Le indagini della polizia e dei carabinieri, coordinate dalla Procura di Bologna, proseguono senza sosta. Gli investigatori stanno anche acquisendo una serie di elementi, come le testimonianze raccolte in locali della zona universitaria, utili a delineare l’ambiente frequentato dai soggetti sospettati. Intanto, sono stati diffusi altri due identikit del molestatore, la cui divulgazione e’ stata autorizzata dalla Procura per fini investigativi. Decine le segnalazioni arrivate dai cittadini.
L’ipotesi principale (ma non si escludono comunque altre piste) rimane quella di un unico responsabile, viste le somiglianze nelle modalita’ degli ‘assalti’ e nelle descrizioni degli autori. Si cerca un giovane europeo, magro, capelli biondi, cappotto scuro a tre quarti, di aspetto curato e con accento non italiano. (AGI) .

Morto il prete che stuprò una 14enne Il caso venne denunciato dal figlio a LE IENE

figlioda TGCOM24

E’ morto nella casa di riposo che lo ospitava da anni don Pietro Tosi, sacerdote ferrarese 86enne al centro del caso fatto scoppiare mesi fa da Erik Zattoni, il figlio (mai riconosciuto legalmente) che l’anziano prete ebbe nel 1980 dopo aver abusato della mamma, allora una ragazzina di 14 anni. I funerali del sacerdote si svolgeranno venerdì a Cesta, nel Copparese, nella chiesa della casa di riposo.

Erik Zattoni (che aveva denunciato pubblicamente il caso a ottobre durante una puntata della trasmissione “Le Iene”) aveva condotto una battaglia in tribunale per ottenere il riconoscimento, e alla fine la prova del Dna ha confermato la paternità del sacerdote. Il quale però si è rifiutato fino alla fine di riconoscere il figlio e di avere qualunque contatto con lui, spiegando che “non devo chiedere scusa a nessuno, ho già chiesto perdono a Dio. Mi sono confessato con un frate carmelitano e mi ha dato l’assoluzione. Sono in pace con la mia coscienza”.

“Il giudizio dell’Arcivescovo di Ferrara, Luigi Negri, sulla vicenda umana e sacerdotale di don Pietro – fa sapere una nota della Curia – è stato ampiamente diffuso nei mesi scorsi. Ora don Tosi, da cui sono venute enormi sofferenze ma anche opere di bene, è davanti al Signore a cui spetta un giudizio imperscrutabile che eccede ogni umana misura”.

Terra dei fuochi, arriva l’Esercito. Pugno duro contro le ecomafie

esercitoda Agi.it

Decisione del governo contro le ecomafie. “Il Governo da’ parere favorevole all’impiego dell’esercito in Campania, per contrastare piu’ efficacemente il fenomeno delle ecomafie nella zona al confine tra Napoli e Caserta”. Lo annuncia in una nota il sottosegretario alla Difesa Gioacchino Alfano, commentando le modifiche al testo del decreto sulla Terra dei Fuochi.

“Le forze politiche sotto state tutte d’accordo, o quasi, a offrire soluzioni concrete per risolvere un problema specifico – spiega – quello che e’ accaduto sulla Terra dei Fuochi e’ il classico esempio di come far politica, non a suon di polemiche e cercando di denigrare l’avversario, ma mettendo a disposizione lo strumento legislativo migliore per risolvere l’emergenza.

C’era gia’ un buon decreto, e’ stato migliorato con la partecipazione di tutte le forze politiche tranne l’astensione del Movimento 5 stelle”.

“Abbiamo deciso di aggredire la vicenda della terra dei fuochi e dell’Ilva”, ha invece detto il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin commentando il decreto sulle emergenze ambientali.

“Abbiamo deciso di fare qualcosa subito per la tutela della salute,l’agricoltura e il contrasto della illegalita’. Tutti i ministeri coinvolti hanno dato il loro contributo”. “Abbiamo deciso di investire in uno screening di massa – ha aggiunto il Ministro, sempre a proposito del decreto sulle emergenze ambientali – e’ una situazione sperimentale, e’ la prima volta che accade in Italia”. Sulle modalita’, ha spiegato “sta lavorando l’Istituto Superiore di Sanita’,utilizzando medici di medicina generale e le reti territoriali”. (AGI) .

Camorra: sequestrati beni per 44 mln a clan tra Lazio e Campania

seqeustroda Agi.it

A pochi mesi dai sequestri eseguiti nei confronti dei fratelli Dell’Aquila prima e dei fratelli Ascione poi, il Gruppo investigazione criminalita’ organizzata (Gico) del Nucleo di Polizia Tributaria di Roma ha posto sotto sequestro beni mobili e immobili per un valore complessivo di oltre 44 milioni riconducibili agli ‘imprenditori’ Michele Palumbo, Angela Sequino e Francesco Biagio Russo, stretti fiduciari – si legge in una nota della Gdf – del capoclan Feliciano Mallardo, indiziati di aver organizzato nel territorio del Lazio una cellula camorristica federata col clan di camorra ‘Mallardo’, egemone nel Comune di Giugliano in Campania (Napoli) e nei territori limitrofi, per conto del quale i proposti reimpiegavano i proventi delle molteplici attivita’ delittuose del clan. Le indagini, avviate nel 2013 su delega della Procura della Repubblica di Roma-Ddda, traggono origine dalle investigazioni del Gico, in particolare sotto la direzione della Procura della Repubblica di Napoli, che hanno approfondito le dichiarazioni rese da diversi collaboratori di giustizia sull’esistenza di una cellula camorristica associata al clan Mallardo, con ramificazioni fino alla Capitale. Secondo gli investigatori, gli accertamenti patrimoniali hanno permesso di ricostruire un vero e proprio gruppo imprenditoriale, composto da diverse societa’, attraverso cui i proposti hanno effettuato investimenti, principalmente nel settore delle costruzioni edilizie – da qui il nome dell’operazione, ‘Domus Aurea’ – nonche’ in quello della distribuzione di combustibile per uso domestico, il tutto per conto dell’organizzazione.
In tale contesto e’ stato svelato il cosiddetto ‘sistema dei mutui’, utilizzato per l’effettuazione degli investimenti camorristici, volto non solo a dare un’apparente liceita’ agli investimenti effettuati e schermarli e giustificarli, preservandoli da eventuali provvedimenti ablativi. Tale operativita’ ha consentito al gruppo di mimetizzarsi con il tessuto sociale ed economico legale, soprattutto in quelle zone dell’area nord-est della Capitale dove non si registravano situazioni di particolare allarme sociale connesse alla criminalita’ organizzata, realizzando una effettiva commistione tra l’economia lecita e quella illecita. Come dimostrato dalle investigazioni delle Fiamme Gialle sono stati effettuati significativi investimenti immobiliari/edilizi, soprattutto nelle aree di Fonte Nuova, Mentana, Guidonia Montecelio, Monterotondo e Sant’Angelo Romano, oltre che in alcuni Comuni della provincia di Napoli, servendosi, per tale scopo, di soggetti giuridici spesso intestati a prestanome. Partendo da qui, il Gico di Roma ha sviluppato 94 accertamenti economico-patrimoniali, nei confronti di altrettante persone fisiche e giuridiche, finalizzati all’aggressione dei patrimoni illecitamente accumulati. Il tribunale di Roma, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, ha disposto il sequestro di patrimonio aziendale e relativi beni di 8 societa’ con sede nelle province di Roma e Napoli, di cui 4 nel settore delle costruzioni, una in quello della compravendita di immobili, 3 nel commercio al dettaglio di combustibile per uso domestico. E poi: quote societarie di 4 societa’, con sede nelle provincie di Napoli e Caserta, di cui una del settore delle costruzioni, una in quello della compravendita di immobili, una nel settore della locazione di immobili e una nel commercio al dettaglio di combustibile per uso domestico; 152 tra fabbricati e terreni a Roma e nelle province di Roma, Napoli e Caserta. Infine, 14 auto e numerosi rapporti bancari/postali/assicurativi/azioni,per un valore complessivo di stima dei beni sottoposti a sequestro pari a oltre 44 milioni. Cento i finanzieri impiegati nell’operazione tra Lazio e Campania. (AGI)

PESCARA : TRUFFE ATTRAVERSO VENDITE ON-LINE

truffadi Umberto Buzzoni – direttore

Gli uomini della Sottosezione Polizia AutoStradale di PE/Nord, diretti dal Comandante Sabatino PULCINI,  su ordinanza di Custodia Cautelare dell’A.G. inquirente, hanno tratto in arresto per associazione per delinquere finalizzata alla truffa tre pluripregiudicati di Pescara, di cui una donna: K.M. di 20 anni, C.R. di 22 e D.C. di 21(donna).

I tre, in concorso con altre 16 persone, anch’esse rinviate a giudizio per associazione per delinquere, tutte già note alle forze dell’ordine, si sono resi responsabili di vendite fantasma  sui siti Web seminando numerose vittime su tutto il territorio nazionale ( da Bolzano a Palermo).

Infatti, l’organizzazione criminale inseriva sui siti di vendite on-line foto di pneumatici completi di cerchi in lega per BMW, navigatori satellitari, volanti per auto, pezzi di ricambio per auto, cellulari, macchinette fotografiche ed altro a prezzi molto più bassi  rispetto a quelli di mercato. L’unico problema che era tutto finto, riuscendo ad ottenere comunque i soldi in anticipo mediante versamento su carte Postepay intestati ai soggetti partecipanti  o su altre carte prepagate  e ricaricabili senza mai consegnare la merce per poi scomparire.

foto 2Le indagini della Polizia Autostradale del capoluogo adriatico hanno permesso di ricostruire, attraverso un laborioso lavoro, ruoli e responsabilità anche attraverso perquisizioni e sequestri di materiale in possesso agli indagati ( hard disk  dei P.C. trovati in possesso dei prevenuti). Infatti,  dalle perizie richieste sugli hard disk dalla A.G. è stato rinvenuto un quantitativo consistente di fotografie dei beni offerti in vendita e utilizzate negli annunci inseriti sui siti Web ( SUBITO .IT – “EBAY. ANNUNCI ”- Kijiji).

Attraverso gli stessi hard disk dei P.C. sequestrati gli investigatori sono risaliti anche ai nominativi degli acquirenti che avevano poi proposto formale denuncia Querela presso gli uffici di Polizia.

 

Omicidio Meredith. Sollecito in aula: «Resto in Italia»

sollecitoda Corriere.it

Lo aveva annunciato alla vigilia del processo Raffaele Sollecito: «Sarò in aula». Poi dopo aver ascoltato la requisitoria del pg Alessandro Crini, che chiedeva la condanna a 26 anni di reclusione per lui e 30 per Amanda Knox per l’omicidio di Meredith Kercher, era ritornato nell’ombra. C’era chi diceva che fosse ritornato ai Caraibi, dove aveva trascorso l’estate, chi lo voleva in Italia. A sorpresa, oggi, Raffaele capelli lunghi e sguardo basso, varca nuovamente il portone del Palagiustizia. Al suo fianco, il padre, che non lo ha mai abbandonato nel corso di questi anni. Nell’aula 32, tocca al suo difensore, l’avvocato Giulia Bongiorno prendere la parola.

«RESTO IN ITALIA» – «Resto in Italia» ha ribadito in una pausa del processo d’appello bis per l’omicidio della studentessa inglese uccisa il 1 novembre 2007 in un appartamento di Perugia. E lo ha confermato anche al termine dell’udienza fiume che si è conclusa solo nel tardo pomeriggio. Ci sarà alla lettura della sentenza che è prevista per il 30 gennaio, nel tardo pomeriggio.

«IL MISTERO DEL PROCESSO» – «Amanda e Raffaele sono i colpevoli ideali per l’omicidio di Meredith Kercher, ma non esistono elementi a loro carico. Il movente? I giudici hanno scelto quello che faceva meno paura a Perugia». È l’esordio dell’avvocato Giulia Bongiorno (ha intitolato la sua arringa «Il mistero del processo»). Parla piano, sfogliando le pagine dei suoi appunti raccolti in quattro faldoni. «Amanda illumina di indizi Raffaele Sollecito – incalza il legale – ma non dobbiamo dimenticare la sentenza della Cassazione, che per quanto ricca di errori ha un merito. Nella penultima pagina lancia un monito: non bisogna pensare che ogni elemento a carico di Amanda possa essere addebitato anche a Raffaele». «I due ragazzi – sottolinea Bongiorno – in realtà hanno condiviso solo una tenera storia d’amore durata 9 giorni e mezzo e non una storia alla nove settimane e mezzo».

LA DIFESA DI SOLLECITO – Non tralascia nulla l’avvocato Bongiorno. Esamina ogni elemento analizzato finora dal pg Alessandro Crini e dai difensori della famiglia della studentessa inglese. Apre i faldoni, lancia un’occhiata agli appunti e mostra ai giudici foto e risultati delle indagini che si succedono sullo schermo allestito nell’aula 32 (cinquanta schede in tutto). «Raffaele è finito in carcere per una impronta che non era sua. Bastava mettere a confronto le tracce di scarpe sporche di sangue lasciate nell’appartamento di via della Pergola per escludere la sua responsabilità». E aggiunge: «Anche nella confessione di Amanda, Raffaele non compare mai- ribadisce il difensore – Nel famoso memoriale della ragazza americana, parla sempre in prima persona singolare. Fa riferimento alla presenza di Lumumba nell’appartamento, mai di Raffaele».

IL MOVENTE – «Perugia ha paura dell’idea dello straniero che si intrufola in casa di studentesse», prosegue l’avvocato Bongiorno. Per questo, secondo il legale, gli inquirenti si innamorano della idea che siano stati Amanda e Raffaele a uccidere Meredith. «Peccato che nell’appartamento di via della Pergola spunti la traccia di Rudy Guede. Rudy vive di espedienti, ruba, molesta le ragazze. È allora, anziché dimenticare il primo amore, gli investigatori tentano di provare che Rudy conosca Amanda e Raffaele. Inutile dire che, a mio parere, quella conoscenza tra i tre non sia stata mai provata».

IL FESTINO EROTICO – «È difficile che Amanda, Raffaele e Meredith abbiano deciso di organizzare un gioco erotico con Rudy. E non per il colore della pelle ma perché il ragazzo non era gradito, non se lo filavano. E poi Amanda e Raffaele si erano messi insieme da qualche giorno facevano yunka yunka (il bacio all’esquimese) e non il bunga bunga. Non potevano certo pensare di dedicarsi a pratiche ricercate da coppie di cinquantenni stanchi della routine. Questo movente è privo di ancoraggio anche per il pg Crini, secondo il quale furono tensioni relative alle gestioni della casa a far scattare l’aggressione”. Ma anche questa ipotesi per Bongiorno, non è convincente.

LE IMMAGINI – Si succedono sullo schermo filmati e diapositive mentre l’avvocato Bongiorno prosegue la sua arringa. L’immagine si ferma sul reggiseno di Meredith ritrovato nell’appartamento di via della Pergola durante il secondo sopralluogo, che fu eseguito dalla polizia il 18 dicembre 2007, a distanza di quarantacinque giorni dal primo. C’è una traccia di Raffaele sul gancetto di quel reggiseno. «Ma il Dna – afferma Bongiorno -può essere prova certa a condizione che il sopralluogo degli agenti sia precoce, unico e preciso. La scena del delitto non deve essere alterata e inquinata. Invece, l’appartamento fu visitato dalla polizia per due volte a distanza di settimane. Nel mezzo, ci fu un viavai peraltro legittimo, di agenti che dovevano prendere ora un pc ora degli abiti». Le immagini che scorrono sullo schermo mostrano venti, trenta agenti che si muovono nella stanza della studentessa inglese. Vengono messe a confronto le foto del primo sopralluogo, in cui la casa è in ordine con quelle scattate il 18 dicembre, quando abiti e buste sono accumulate sul letto di Meredith e sulla sua scrivania. «Il gancetto – prosegue Bongiorno – fu trovato a distanza di un metro e mezzo dal reggiseno di Meredith. Qualcuno, involontariamente, lo pestò, trascinandolo sul pavimento. È lecito chiedersi se il profilo del dna di Raffaele su quell’indumento sia veramente leggibile?». Eppoi: «su quel gancetto non fu eseguito alcun accertamento sulla natura della traccia. I periti furono chiari al riguardo: non è sangue ma non si è mai accertato se sia saliva o altro»

LA SCENA DEL DELITTO – «È pacifico che la scena del delitto sia la stanza di Meredith. Il movente ipotizzato dall’accusa: il festino erotico finito male o, come elegantemente supposto dal pg Crini, il litigio per questioni di convivenza degenerato in un’aggressione”. Sfilano le foto di quella maledetta camera da letto sullo schermo mentre l’avvocato Bongiorno prosegue l’analisi di ogni elemento delle indagini. «In quella stanza, ci sono solo tracce di Rudy Guede: sul reggiseno, sulla borsa, sulla felpa della povera ragazza. Eppoi l’impronta della scarpa sporca di sangue sul pavimento accanto al cadavere. Nessuna traccia di Amanda, nessuna di Raffaele, se non quella, peraltro rilevata in maniera approssimativa, sul gancetto del reggiseno». Niente lascerebbe supporre la presenza di Amanda e Raffaele, secondo la difesa. «Eppure in una delle tante sentenze i giudici ritengono che i due ragazzi abbiano avuto il tempo di pulire la stanza e fatto sparire in maniera selettiva sangue ed impronte. Se così fosse, – ipotizza per assurdo il difensore – il metodo di pulizia andrebbe brevettato».

LA CONCLUSIONE DELL’ARRINGA – Ancora foto, ancora filmati. Scorrono sullo schermo le immagini: la casa di via della Pergola, la facciata con le sbarre alle finestre che sembrano un facile appiglio per i malintenzionati. È un’altra carta che si gioca la difesa in un processo puramente indiziario. Nessuna prova è schiacciante per Amanda Knox e Raffaele Sollecito, accusati di omicidio. «E’ Rudy Guede a introdursi nell’abitazione ancora vuota, intorno alle 20 – spiega l’avvocato Bongiorno – E’ sempre lì quando Meredith rientra. Non scappa, ma decide di aggredire Meredith. Tutto avviene nell’arco di un’ora, tra le 21 e le 22. Intanto Raffaele è a casa davanti al pc, guarda un cartone animato». Nell’aula, cala il silenzio. «Meredith è stata uccisa da una sola persona, che è stata già condannata: Rudy Guede. Amanda e Raffaele sono innocenti». L’arringa sembra terminata, in realtà l’avvocato si concede solo una pausa prima dell’ultimo affondo:«Un’ultima preghiera: considerate Raffaele per quello che è, non per i mezzi indizi proposti in questo processo, né per la sua storia con Amanda».

Poliziotti feriti a Napoli durante un inseguimento, fermati tre 20enni

poliziada Agi

Tre giovani sono stati fermati dalla Squadra Mobile di Napoli nell’ambito delle indagini sul ferimento alle 2 del mattino di ieri di un assistente capo e di un agente scelto nel corso di un inseguimento. Si tratta di Michele Mazio, Ivan Zinzi, 20 anni, insieme a Salvatore Di Candido, 22 anni. I tre sono accusati di tentato omicidio per aver sparato ai due poliziotti. Contestata anche la resistenza a pubblico ufficiale, la rapina e il porto abusivo di arma da fuoco.

I ragazzi, tutti di Napoli e con precedenti, erano stati trattenuti gia’ ieri mattina e solo nel tardo pomeriggio sono emersi gli elementi probatori che hanno portato al fermo del pubblico ministero. Gia’ nella tarda serata di ieri gli agenti della Squadra Mobile e del Commissariato di Poggioreale, coordinanti dai magistrati della Procura di Napoli, erano riusciti ad individuare, in virtu’ di una capillare attivita’ informativa ed investigativa, i tre responsabili del fatto.
Tutto avveniva il 7 gennaio in via Galileo Ferraris. La volante del commissariato di Poggioreale intercettava un ciclomotore con tre giovani a bordo che, alla vista degli agenti si davano alla fuga per vanificare il tentativo di controllo. Dopo alcune centinaia di metri, il motoveicolo rallentava la marcia facendosi raggiungere dalla pattuglia, e contestualmente uno dei passeggeri estraeva la pistola calibro 9 con la quale esplodeva diversi colpi all’indirizzo dei poliziotti, per poi riprendere repentinamente la fuga. L’inseguimento proseguiva ancora per un breve tratto fino a quanto i tre giovani abbandonavano il motoveicolo. I poliziotti abbandonavano l’inseguimento perche’ ferito. In particolare l’assistente capo fu colpito all’avambraccio destro e al torace. Da li’ le indagini lampo e l’arresto dei tre presunti responsabili.
POLIZIOTTI FERITI: IN DUE CONFESSANO, TERZO ARRESTATO TACE

Due degli arrestati hanno ammesso le proprie responsabilita’, un terzo si e’ avvalso della facolta’ di non rispondere. Michele Mazio, due condanne per rapina nonostante abbia solo 20 anni, e Ivan Zinzi, suo coetaneo, hanno raccontato quanto accaduto, mentre Salvatore Di Candido, 22 anni e precedenti per reati contro il patrimonio come gli altri due, ha scelto la strada del silenzio. La pressione investigativa degli agenti dell’Antirapina della Mobile guidata da Ferdinando Rossi aveva portato gli inquirenti questa notte sulle tracce del primo degli arrestati, poi la sua collaborazione agli altri due. Una indagine tradizionale, sottolinea il questore Guido Marino, partita dallo scooter rubato a una persona residente nel Nord Italia ma con parenti napoletani, ritrovato abbandonato dopo l’inseguimento e la sparatoria nel rione Luzzatti senza che la Scientifica potesse rilevarvi impronte utili, e condotta con perquisizioni e accertamenti su alcuni pregiudicati per rapina.
Zinzi vive nella zona dei Tribunali, mentre Mazio e Di Candido nella zona di Poggioreale. I due agenti feriti li hanno formalmente riconosciuti. “una caso chiuso – dice Rossi – una banale rapina che poteva trasformarsi in tragedia, perche’ il proiettile calibro 9 sparato dai tre inseguiti e’ stato frenato dall’impatto con la portiera dell’auto di pattuglia e poi dal braccio dell’agente scelte, cosi’ e’ finito nel costato dell’assistente capo dopo aver perso di potenza. Un miracolo”.

Triplice omicidio di Caselle, pregiudicato confessa nella notte: «Sì, sono stato io»

villettada Corriere.it

«Sì sono stato io». La svolta nella notte di ieri. Giorgio Palmieri, 56 anni, pregiudicato di Torino, è il responsabile del triplice omicidio consumato nella villetta di Caselle Torinese il 3 gennaio. Palmieri è il convivente della ex domestica, Dorotea De Pippo, allontanata dalla famiglia Allione alcuni mesi fa per il sospetto del furto di una collanina d’oro. L’uomo ha confessato il triplice delitto. Il killer conosceva sia la famiglia che la casa. Il movente va ricercato in questioni economiche. I carabinieri del nucleo investigativo di Torino lo hanno sottoposto a fermo.

LA DINAMICA – Venerdì scorso Palmieri si sarebbe introdotto nella villetta di Caselle per rapinare la famiglia Allione. Ma qualcosa è andato storto e alla fine Claudio Allione, 66 anni, ex impiegato Sagat, sua moglie, Maria Angela Greggio, professoressa in pensione di 65, e la madre di lei, Emilia Campo Dall’Orto, di 93 sono stati trovati morti da un amico del figlio e nipote delle vittime, Maurizio Allione. Le indagini sono state condotte dai carabinieri del nucleo investigativo di Torino, sotto la direzione della Procura di Torino e con la collaborazione dei carabinieri del Ros e del Ris di Parma. Adesso si cercano eventuali complici. Al vaglio anche la posizione di Dorotea De Pippo, la ex domestica.

LA SVOLTA – Palmieri sarebbe stato incastrato dall’analisi delle celle e dei tabulati telefonici che ha messo in evidenza la presenza piuttosto frequente nella zona di Caselle Torinese dove è avvenuto il delitto del cellulare appartenente al Palmieri, già sospettato, che non abita nella zona. La circostanza è stata ritenuta anomala dagli inquirenti e ha portato a concentrare l’attenzione degli inquirenti su questo nuovo personaggio che aveva avuto screzi con la famiglia Allione, attraverso la convivente. Proprio l’incrocio tra i dati dei tabulati telefonici e la testimonianza resa dal Palmieri ha convinto gli inquirenti che l’alibi di quest’ultimo non era a prova di bomba. Questa è la ragione dei lunghi interrogatori che si sono susseguiti fino a tarda ora nella caserma dei carabinieri di Torino. Almeno quattro le persone ascoltate in contemporanea. Poi la confessione.

IL FIGLIO – Martedì mattina Maurizio Allione, figlio di due delle vittime, sottoposto anche lui a lunghi interrogatori, ha indicato ai carabinieri un piccolo canale di scolo a circa 300 metri dalla casa del delitto: lì ha notato la presenza di una tazzina da caffè e di una caffettiera che erano state portate via dal luogo della strage. Maurizio ha raccontato agli inquirenti di aver trovato quegli oggetti casualmente mentre stava portando a passeggio i suoi due cani. Nello stesso canale dove è stata rinvenuta la tazzina è stato notato un guanto di lattice; anche questo oggetto è stato posto sotto sequestro. I carabinieri hanno subito sospettato che possa essere stato usato dall’assassino. Gli oggetti sono stati analizzati dal Ris. «I carabinieri e i magistrati hanno fatto un ottimo lavoro, non ho mai dubitato in loro» ha detto Maurizio Allione, il figlio e nipote delle tre vittime. «Sono sempre stato convinto – aggiunge Maurizio attraverso il suo avvocato, Stefano Castrale – che credessero nella mia innocenza».

CONFERENZA STAMPA – I dettagli dell’operazione saranno resi noti nel corso di una conferenza stampa che si terrà alle ore 12 presso la sede del comando provinciale dei carabinieri di Torino. (fonte: LaPresse)

Poliziotti feriti in una sparatoria dopo un inseguimento a Napoli

poliziada TGCOM 24

Due poliziotti sono rimasti feriti in un conflitto a fuoco avvenuto nella notte a Napoli, dopo aver fermato uno scooter sul quale viaggiavano tre persone. Uno degli agenti è stato ricoverato nell’ospedale Loreto Mare, mentre l’altro è rimasto ferito di striscio a un braccio. Lo scooter è stato trovato poco lontano dal luogo della sparatoria. Sono in corso le ricerche delle tre persone coinvolte.

L’agente ricoverato in ospedale è stato raggiunto da un colpo di pistola al torace ed è stato sottoposto a un intervento chirurgico per l’estrazione del proiettile: la prognosi è riservata, ma il poliziotto è cosciente e ha ricevuto la visita del questore di Napoli, Guido Maria Marino.

La sparatoria è scoppiata al termine di un inseguimento, cominciato quando la pattuglia del commissariato di Poggioreale ha intimato l’alt alle tre persone che viaggiavano a bordo di uno scooter Yamaha. Inizialmente è sembrato che i tre si fermassero per farsi controllare, ma subito dopo hanno estratto le armi ed è iniziato il conflitto a fuoco.

Forconi, Mariano Ferro: “Non ci fermeremo, i presidi proseguono”

forconida TGCOM24

“Non indietreggeremo di un passo e i presidi proseguiranno fino a che il governo, qualsiasi esso sia, non prenderà in considerazione le nostre proposte”. Lo ha assicurato Mariano Ferro, leader assieme a Lucio Chiavegato dell’ala moderata del movimento dei Forconi. Da Soave (Verona), uno dei presidi simbolo della protesta, Ferro ha poi sottolineato che “trattare con il governo non vuol dire vendersi”.

erro ha enunciato il documento redatto dal Comitato “Coordinamento 9 dicembre 2013” con i punti base delle richieste avanzate al Governo Letta che comprendono, tra l’altro, la sospensione delle procedure esecutive di qualsiasi origine; l’istituzione di un fondo di garanzia per le aziende di tutti i settori produttivi, l’aumento in busta paga per i dipendenti privati di 300 euro. Il movimento attendera’ una risposta ancora per 20 giorni, dopodiche’ “saremo “legittimati a prendere qualsiasi iniziativa, compresi i presidi davanti alle sedi delle Agenzie delle Entrate, di Equitalia, delle banche ecc” Saremo – ha aggiunto – la spina nel fianco del Governo che si vuol adeguare a questo sistema”. Rilevante, per il Comitato, “la sospensione immediata di tutte le procedure esecutive di qualsiasi origine, la revisione dei modulari per il fallimento, un meccanismo medievale che consente agli sciacalli di comperare a basso prezzo aziende che costano oltre il triplo”. Tra gli obiettivi del Comitato, che sta dialogando con altri movimenti, coinvolgere i sindaci in Italia per, tra l’altro, contrastare la Tares “cosi’ come vuole, introdurla il Governo”.