Maltrattamenti in un asilo nido, scattano i domiciliari per titolare ed educatrice

Un’indagine della Procura di Monza ha portato all’applicazione degli arresti domiciliari per due donne, una delle quali è la responsabile di un asilo nido della provincia di Monza e Brianza, mentre l’altra lavorava come educatrice nella stessa struttura. Per entrambe le accuse riguardano presunti maltrattamenti nei confronti dei bambini e l’esercizio abusivo della professione. L’attività investigativa è partita lo scorso aprile e ha permesso alla Squadra Mobile di raccogliere elementi su quello che gli inquirenti descrivono come un quadro caratterizzato da ripetute criticità nella gestione e nell’assistenza dei piccoli ospiti. I bambini coinvolti avrebbero avuto un’età compresa tra pochi mesi e tre anni. Tra gli aspetti finiti sotto esame ci sarebbe anche la gestione dell’alimentazione e dell’idratazione dei minori, che secondo quanto ricostruito dagli investigatori non sarebbe sempre avvenuta in maniera adeguata. Gli accertamenti avrebbero inoltre fatto emergere episodi nei quali sarebbero stati adottati sistemi punitivi considerati umilianti e comportamenti educativi definiti dagli investigatori denigratori e coercitivi. L’inchiesta non riguarda soltanto le due donne raggiunte dalla misura cautelare. Gli investigatori hanno infatti raccolto ulteriori elementi nei confronti di altre due educatrici che lavoravano nella struttura. Per queste ultime, al momento, non è stata applicata la stessa misura, ma risultano iscritte nel registro degli indagati. Le contestazioni sono ora al vaglio dell’autorità giudiziaria, mentre gli sviluppi dell’indagine dovranno chiarire responsabilità e circostanze dei fatti contestati.

L’inchiesta ha portato gli investigatori a concentrarsi anche sui requisiti professionali delle persone che lavoravano all’interno dell’asilo. Dalle verifiche sarebbe emerso che la titolare e una sua collaboratrice svolgevano mansioni educative pur non avendo conseguito le qualifiche previste dalla legge. Da qui è scattata anche la contestazione relativa all’esercizio abusivo della professione. Per la proprietaria della struttura viene contestata una responsabilità ulteriore. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, sarebbe stata a conoscenza della mancanza dei requisiti della dipendente e, nonostante questo, l’avrebbe impiegata come educatrice per un periodo di circa sette mesi. Particolare attenzione è stata inoltre riservata alla collaboratrice di 24 anni, nei cui confronti sono state formulate contestazioni riguardanti alcuni atteggiamenti e contatti con i bambini considerati non appropriati. Gli investigatori avrebbero rilevato, tra gli elementi raccolti, manifestazioni di disagio ripetute da parte di alcuni piccoli durante la loro permanenza nell’asilo. L’attività della polizia ha interessato anche i luoghi riconducibili alle persone coinvolte. Gli agenti hanno infatti effettuato perquisizioni nelle loro abitazioni e all’interno della struttura dove si sarebbero verificati i fatti oggetto dell’indagine.

Direttore Umberto Buzzoni
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Profili online e propaganda jihadista: nei guai un sedicenne del Comasco

Un ragazzo di 16 anni, residente in provincia di Como, è stato arrestato a Grosseto, dove si trovava in vacanza insieme alla propria famiglia. Il giovane è accusato di partecipazione a un’associazione con finalità di terrorismo internazionale e di propaganda e istigazione a delinquere per motivi legati alla discriminazione razziale, etnica e religiosa. L’operazione è scattata nell’ambito di un’indagine condotta dagli agenti della Sezione antiterrorismo della Digos di Milano, con la collaborazione dei colleghi della Digos di Como e del Servizio per il contrasto all’estremismo e al terrorismo esterno della Direzione centrale della Polizia di prevenzione. L’attività investigativa ha avuto origine da una segnalazione dell’Aisi, l’Agenzia informazioni e sicurezza interna, che aveva portato all’attenzione degli investigatori l’attività online di un utente. Secondo quanto emerso dagli accertamenti, l’utente avrebbe utilizzato diversi profili su una piattaforma di messaggistica per diffondere contenuti riconducibili alla propaganda jihadista e attribuiti all’organizzazione terroristica Isis. Proprio l’attività svolta attraverso questi account avrebbe attirato l’attenzione degli organismi di sicurezza, dando così avvio agli approfondimenti investigativi. Gli investigatori della Digos hanno quindi proceduto a una serie di verifiche volte a ricostruire l’attività digitale dell’utente e a individuare eventuali collegamenti con ambienti estremisti. Gli accertamenti sono stati condotti con il coinvolgimento delle diverse articolazioni della Polizia di prevenzione specializzate nel contrasto al terrorismo e all’estremismo di matrice internazionale. L’indagine ha infine portato all’individuazione del sedicenne, che al momento dell’arresto si trovava a Grosseto per trascorrere un periodo di vacanza con i familiari. Nei suoi confronti sono state contestate le ipotesi di reato legate alla partecipazione ad associazione con finalità di terrorismo internazionale e alla propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa. La vicenda si inserisce nel più ampio lavoro di monitoraggio svolto dalle forze di polizia nei confronti dei fenomeni di radicalizzazione online e della diffusione di materiale di propaganda terroristica attraverso le piattaforme digitali. In particolare, l’attività investigativa mira a individuare tempestivamente la circolazione di contenuti estremisti e a verificare la presenza di eventuali attività di propaganda o di collegamenti con organizzazioni terroristiche internazionali.

Gli approfondimenti condotti dagli investigatori hanno permesso di ricostruire l’identità dell’utente che si celava dietro i diversi profili utilizzati sulla piattaforma di messaggistica, riconducendoli al sedicenne della provincia di Como. Fino a quel momento, il giovane non risultava essere mai stato segnalato alle forze dell’ordine per frequentazioni, contatti o comportamenti riconducibili ad ambienti radicali o estremisti. Nel corso dell’attività investigativa, gli agenti hanno analizzato i contenuti pubblicati e le conversazioni intrattenute attraverso i diversi account, individuando una serie di materiali ritenuti riconducibili alla propaganda di matrice jihadista. Le verifiche avrebbero inoltre fatto emergere la presenza di ulteriori contenuti caratterizzati da posizioni neonaziste e antisemite, contribuendo a delineare un quadro più ampio delle attività svolte dal ragazzo attraverso i canali digitali. L’analisi delle comunicazioni e dei materiali acquisiti ha rappresentato un elemento importante per gli investigatori, che hanno cercato di ricostruire non soltanto la natura dei contenuti condivisi, ma anche il ruolo e il livello di coinvolgimento del giovane nelle attività di propaganda. Particolare attenzione sarebbe stata rivolta alle conversazioni nelle quali sarebbero state espresse posizioni di sostegno nei confronti dell’Isis e a quelle relative alla produzione e alla diffusione di materiale propagandistico. Successivamente è stata eseguita una perquisizione personale e informatica, finalizzata a verificare la presenza di ulteriori elementi utili a chiarire l’attività svolta dal sedicenne. Nel corso delle operazioni, gli investigatori hanno acquisito numerosi file digitali, immagini, video e conversazioni che sono entrati a far parte del materiale esaminato nell’ambito dell’inchiesta.   L’obiettivo degli investigatori è stato quello di verificare l’effettivo livello di coinvolgimento del sedicenne e di stabilire l’eventuale presenza di ulteriori collegamenti con ambienti o soggetti riconducibili all’estremismo. Gli elementi raccolti durante le perquisizioni e attraverso l’analisi delle attività online sono stati quindi messi a disposizione dell’autorità giudiziaria, nell’ambito del procedimento che ha portato all’arresto del giovane. La ricostruzione dell’attività digitale rappresenta ora uno degli aspetti centrali dell’inchiesta, che punta a chiarire l’origine dei contenuti, le modalità della loro diffusione e l’eventuale ruolo svolto dal sedicenne nella loro produzione o condivisione.

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Contrasto alla criminalità a Livorno: operazione congiunta di Polizia di Stato e Arma dei Carabinieri

Un’importante attività investigativa coordinata tra Polizia di Stato e Arma dei Carabinieri ha portato, a luglio 2026, a un intervento nel territorio di Livorno finalizzato a contrastare una serie di episodi di violenza e reati contro il patrimonio. L’operazione, condotta su disposizione dell’autorità giudiziaria livornese, ha portato all’arresto di due persone, entrambe sulla trentina, nei cui confronti sono stati raccolti gravi elementi indiziari in relazione a una tentata rapina verificatasi nel mese di giugno e ad altri fatti caratterizzati da condotte violente. Parallelamente, gli investigatori hanno effettuato numerose perquisizioni nei confronti di undici soggetti di età compresa tra 25 e 38 anni, ritenuti coinvolti, a vario titolo, in episodi di rapina, aggressioni, risse, lesioni aggravate e detenzione o utilizzo di strumenti offensivi. Le attività hanno avuto lo scopo di individuare nuovi elementi di prova e ricostruire il ruolo dei singoli soggetti nelle vicende oggetto di indagine. L’intervento ha visto impegnati numerosi reparti della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri: Squadra Mobile, Nucleo Investigativo del Comando Provinciale, Commissariati della provincia, D.I.G.O.S., personale delle Volanti e militari della Compagnia Carabinieri di Livorno hanno operato congiuntamente in diverse aree della città. Le indagini, sviluppate attraverso testimonianze, attività di identificazione e riscontri investigativi, hanno consentito di delineare un quadro composto da più episodi tra loro collegati. Secondo gli inquirenti, alla base delle diverse azioni vi sarebbero stati contrasti maturati tra gruppi contrapposti della criminalità locale, con una progressiva escalation di intimidazioni e atti violenti.

Tra gli episodi ricostruiti dagli investigatori vi sarebbero un’aggressione finalizzata alla sottrazione di un telefono cellulare mediante minaccia con arma da taglio, un’irruzione in un esercizio commerciale del centro cittadino con il tentativo di impossessarsi dell’incasso e un inseguimento ai danni di una persona minacciata con un’arma da fuoco. Le contestazioni riguardano inoltre un’aggressione avvenuta con l’impiego di più persone e diversi oggetti offensivi, durante la quale una vittima sarebbe stata inseguita, fatta cadere dal proprio mezzo e successivamente minacciata, oltre a un ulteriore episodio verificatosi in una piazza cittadina, dove un gruppo avrebbe accerchiato una persona arrivando a rivolgerle gravi minacce. Nel corso delle verifiche sarebbe emerso anche il coinvolgimento di alcuni degli indagati in una violenta rissa avvenuta in piazza della Vittoria, caratterizzata dal lancio di oggetti e dall’utilizzo di fumogeni. L’attività congiunta delle forze dell’ordine ha consentito di raccogliere elementi ritenuti rilevanti dall’autorità giudiziaria e di ricostruire una serie di fatti che, secondo l’ipotesi investigativa, non sarebbero episodi isolati ma parti di un unico contesto di conflittualità tra gruppi rivali.

Durante le perquisizioni svolte da Polizia di Stato e Carabinieri sono stati sequestrati diversi oggetti, tra cui passamontagna, coltelli, spray urticanti, un machete, una mannaia, una katana e oltre 5.000 euro in contanti di cui gli indagati non hanno fornito una giustificazione sulla provenienza. Nel corso delle operazioni è stato inoltre arrestato un 36enne trovato in possesso di circa 160 grammi di hashish, ritenuti destinati allo spaccio. L’operazione congiunta, coordinata dalla Procura della Repubblica di Livorno, è stata condotta per contrastare una serie di episodi violenti che avevano destato preoccupazione nella comunità.

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Criminalità giovanile, operazione in 44 province: 539 arresti e centinaia di denunce

Una vasta operazione di polizia contro la criminalità giovanile ha interessato 44 province italiane, coinvolgendo centinaia di agenti impegnati in controlli, perquisizioni e attività investigative coordinate dal Servizio centrale operativo della Polizia di Stato. L’intervento si è concluso con un bilancio significativo: 539 arresti, tra cui 47 minorenni, e 954 persone denunciate all’autorità giudiziaria. Nel corso dell’operazione le forze dell’ordine hanno sequestrato oltre 700 chilogrammi di sostanze stupefacenti destinate al mercato illecito, numerose armi detenute illegalmente e circa 300 mila euro in contanti, ritenuti provento di attività criminali. Parallelamente alle attività sul territorio, gli investigatori hanno esteso le verifiche anche all’ambiente digitale, individuando centinaia di profili social utilizzati per diffondere contenuti violenti, discriminatori e messaggi di incitamento all’odio, spesso pubblicati dagli stessi autori dei reati per esaltare le proprie azioni o intimidire gruppi rivali. L’operazione ha preso di mira giovani, sia maggiorenni sia minorenni, coinvolti in un ampio spettro di condotte illecite. Le indagini hanno interessato sia gruppi organizzati sia singoli individui ritenuti responsabili di episodi di violenza, reati contro il patrimonio e traffico di sostanze stupefacenti. Gli accertamenti hanno inoltre evidenziato come, in molti casi, le attività criminali fossero accompagnate da un’intensa presenza sui social network, dove venivano condivisi video, fotografie e messaggi riconducibili a comportamenti intimidatori, discriminatori o di esaltazione della violenza. Tra i reati maggiormente contestati figurano lesioni personali, risse aggravate, danneggiamenti, estorsioni, furti, rapine, spaccio di droga e detenzione abusiva di armi. L’operazione si inserisce nell’ambito delle iniziative di prevenzione e repressione della criminalità giovanile avviate negli ultimi mesi, con l’obiettivo di contrastare fenomeni sempre più diffusi nelle aree urbane e sul web, dove spesso episodi di violenza vengono organizzati, documentati e diffusi attraverso le piattaforme social.

L’operazione, condotta dalle Squadre mobili con il supporto del Reparto prevenzione crimine e coordinata dal Servizio centrale operativo della Polizia di Stato, ha portato come gia detto ad un risultato importante ossia all’arresto di 539 persone, tra cui 47 minorenni, e alla denuncia di altre 954. I controlli hanno interessato quasi 188 mila persone e oltre 1.180 immobili, concentrandosi soprattutto nelle aree della movida e nelle piazze di spaccio. Nel corso del blitz sono stati sequestrati ingenti quantitativi di droga, armi, denaro contante e refurtiva, mentre sono state elevate oltre 500 sanzioni amministrative, principalmente per uso di stupefacenti e somministrazione di alcolici a minorenni. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha ringraziato gli agenti impegnati nell’operazione, sottolineando l’efficacia del coordinamento tra le diverse questure che ha reso possibile il successo dell’intervento.

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Catania, operazione della Polizia contro il clan: accuse di traffico di droga e metodo mafioso

Maxi operazione della Polizia di Stato all’alba a Catania, dove 22 persone sono state raggiunte da un’ordinanza di custodia cautelare emessa nell’ambito di un’articolata indagine sulla criminalità organizzata. L’intervento è stato condotto dagli investigatori della Squadra Mobile etnea con il supporto del Servizio Centrale Operativo. L’inchiesta ha portato alla luce l’attività di un gruppo ritenuto responsabile di numerosi reati, tra cui traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, possesso illegale di armi, minacce e aggressioni. Per diversi indagati la Procura contesta anche l’aggravante del metodo mafioso,. otizzando che le condotte fossero finalizzate a rafforzare il potere del clan Cappello-Bonaccorsi, una delle principali organizzazioni criminali operanti nel territorio catanese. Gli accertamenti investigativi hanno consentito di ricostruire una serie di episodi di violenza che, negli ultimi anni, hanno interessato diversi quartieri della città. Al centro delle indagini vi sarebbe un gruppo composto soprattutto da giovani ritenuti vicini al sodalizio mafioso, protagonisti di una crescente escalation culminata in numerose sparatorie. Le origini della faida risalgono al 2022. Gli investigatori hanno individuato il punto di svolta in un episodio avvenuto nei pressi della discoteca “Ecs Dogana”, dove uno scontro degenerò successivamente in un conflitto armato. Già nell’agosto del 2022 cinque persone erano finite in manette per una rissa aggravata e per lesioni. Quattro di quei soggetti risultano ora coinvolti anche nella nuova operazione, a conferma, secondo gli investigatori, della prosecuzione dello stesso contesto criminale. Secondo la ricostruzione della Polizia, le rivalità tra i due gruppi si sarebbero progressivamente intensificate fino a trasformarsi in una vera e propria guerra per il controllo del territorio, con diversi episodi di violenza armata registrati nei quartieri di Librino e Villaggio Sant’Agata, aree considerate strategiche per gli interessi delle organizzazioni mafiose locali.

Le indagini hanno inoltre ricostruito una sparatoria scoppiata per il mancato pagamento di un debito di circa 500 mila euro e hanno delineato l’esistenza di un’organizzazione criminale ben strutturata, con una rigida gerarchia e attiva nello spaccio di cocaina, crack, hashish e marijuana nei quartieri Villaggio Sant’Agata, Librino e San Cristoforo. L’inchiesta ha fatto emergere anche un presunto sistema per introdurre droga, telefoni cellulari e schede SIM nelle carceri siciliane, anche attraverso l’impiego di droni. Tra gli indagati figurano un avvocato, accusato di aver fatto entrare stupefacenti nel carcere di Agrigento, e un dirigente medico della casa circondariale di Noto, ritenuto coinvolto nel tentativo di introdurre droga e SIM all’interno del penitenziario.


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Maxi operazione contro la ’ndrangheta a Reggio Calabria: colpiti vertici, droga e affari illeciti

Un’operazione della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria ha portato all’esecuzione di 79 misure cautelari nei confronti di soggetti ritenuti coinvolti in attività legate alla ’ndrangheta: 73 arresti in carcere e 6 ai domiciliari. Le accuse riguardano, tra gli altri reati, associazione mafiosa, traffico di droga, estorsioni, armi, riciclaggio e trasferimento fraudolento di beni. Le indagini avrebbero ricostruito gli assetti di diverse cosche evidenziando collegamenti tra i gruppi criminali del mandamento Centro di Reggio Calabria e altre articolazioni territoriali. Secondo gli investigatori, gli indagati avrebbero partecipato alla gestione delle attività illecite, al controllo del territorio, alla spartizione dei profitti e ai rapporti interni alla criminalità organizzata. L’inchiesta ha inoltre acceso un faro sul settore degli appalti ferroviari, dove sarebbe emersa una presunta influenza mafiosa nella gestione delle imprese, del personale e dei rapporti sindacali.

Le indagini hanno individuato nel quartiere di Arghillà una componente criminale ritenuta vicina ad una delle più potenti cosche del territorio, con un ruolo operativo e di controllo sulla zona. Sarebbe emerso anche il coinvolgimento di due gruppi organizzati dediti al traffico e allo spaccio di cocaina, eroina e marijuana: uno attivo nel quartiere Santa Caterina , l’altro operante ad Arghillà e guidato da un soggetto già condannato per mafia. Durante l’operazione sono state sequestrate diverse armi clandestine, tra cui fucili a canne mozze e a pompa, eseguite numerose perquisizioni e sequestrate sei società ritenute riconducibili agli indagati. L’intervento ha coinvolto reparti della Polizia di Stato e dei Carabinieri provenienti da varie regioni italiane. L’azione investigativa rappresenta un intervento significativo nel contrasto alla criminalità organizzata, con l’obiettivo di colpire non solo gli esecutori materiali dei reati, ma anche le strutture di comando, le risorse economiche e le reti di sostegno che consentono alle cosche di mantenere la propria influenza sul territorio.

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Pedopornografia online, maxi operazione della Polizia: sette arresti e 30 indagati

Un’importante operazione di polizia contro lo sfruttamento sessuale dei minori online è stata condotta dagli investigatori del Centro operativo per la sicurezza cibernetica di Catania, in stretta collaborazione con il Centro nazionale per il contrasto alla pedopornografia online (Cncpo) di Roma. L’attività investigativa, sviluppata nell’ambito del costante monitoraggio della rete e delle piattaforme utilizzate per la diffusione di materiale illecito, ha coinvolto contemporaneamente 17 città distribuite sul territorio nazionale. Nel corso dell’operazione sono state eseguite numerose perquisizioni domiciliari e informatiche, accompagnate dal sequestro di dispositivi elettronici e supporti digitali ritenuti utili per il prosieguo delle indagini. Gli accertamenti hanno portato all’arresto di sette persone, accusate, a vario titolo, di reati riconducibili allo sfruttamento sessuale dei minori attraverso internet, un fenomeno che continua a rappresentare una delle principali priorità investigative della Polizia Postale. L’intervento ha richiesto un imponente dispiegamento di uomini e mezzi. Alla prima fase dell’operazione hanno infatti preso parte oltre cento poliziotti specializzati della Polizia Postale, impegnati in attività coordinate di perquisizione, acquisizione di prove digitali e analisi dei dispositivi sequestrati. Il lavoro degli investigatori è stato condotto in maniera simultanea nelle diverse località interessate, con l’obiettivo di raccogliere elementi probatori e individuare eventuali collegamenti tra i soggetti coinvolti.

Al termine di questa prima fase investigativa, il bilancio dell’operazione registra, oltre ai sette arresti, anche l’iscrizione nel registro degli indagati di altre 23 persone. Complessivamente, i soggetti coinvolti hanno un’età compresa tra i 19 e i 59 anni e sono ora al centro di ulteriori accertamenti da parte degli inquirenti. Le attività investigative proseguiranno con l’analisi del materiale informatico sequestrato, che potrebbe consentire di ricostruire ulteriori contatti, individuare eventuali complici e accertare l’eventuale esistenza di una rete più ampia dedita alla diffusione e allo scambio di contenuti illeciti in danno di minori. L’operazione conferma l’impegno delle forze dell’ordine nel contrasto ai reati commessi online ai danni dei minori, attraverso un’attività investigativa altamente specializzata che combina strumenti tecnologici avanzati e una costante cooperazione tra le articolazioni territoriali della Polizia Postale e gli uffici nazionali competenti. Le indagini proseguono per chiarire tutti gli aspetti della vicenda e verificare eventuali ulteriori responsabilità. Nel corso delle indagini, condotte anche con agenti sotto copertura, la Polizia Postale ha individuato diversi gruppi dediti alla condivisione di materiale di abuso sessuale su minori. L’operazione ha portato come detto a perquisizioni in 17 città italiane, con il sequestro di dispositivi informatici. Gli investigatori stanno ora analizzando il materiale acquisito per identificare eventuali altri responsabili e risalire all’identità delle vittime.

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Operazione “Fake Check”: smantellata banda specializzata in truffe e riciclaggio

Un’organizzazione criminale, attiva in diverse regioni d’Italia, avrebbe messo a punto un sofisticato sistema di truffe basato sull’utilizzo di assegni bancari e sulla falsa assistenza ai clienti degli istituti di credito. I componenti del gruppo contattavano telefonicamente le vittime qualificandosi come operatori bancari e le convincevano che i loro risparmi fossero a rischio. Con questa motivazione le inducevano a compilare un assegno e a trasmetterne una fotografia tramite WhatsApp, sostenendo che si trattasse di una procedura necessaria per proteggere il denaro. In realtà, gli assegni venivano fatti confluire su conti correnti aperti fraudolentemente e il denaro veniva successivamente prelevato dagli stessi truffatori attraverso sportelli bancomat o filiali bancarie. Il sistema è stato ricostruito dagli investigatori della Sezione operativa per la sicurezza cibernetica di Foggia nell’ambito dell’indagine denominata “Fake Check”, coordinata dalla Procura della Repubblica del capoluogo dauno. L’inchiesta ha portato all’esecuzione di misure cautelari nei confronti di 20 persone, disposte dal giudice per le indagini preliminari, mentre altre 29 sono state denunciate in stato di libertà perché ritenute coinvolte nel supporto alle attività del gruppo. Tra i destinatari dei provvedimenti, nove sono stati trasferiti in carcere, altrettanti posti agli arresti domiciliari e due sottoposti all’obbligo di presentazione periodica alla polizia giudiziaria. Secondo quanto emerso dalle indagini, l’associazione operava su tutto il territorio nazionale con basi logistiche nelle province di Foggia e Napoli. Gli indagati sono accusati di associazione per delinquere finalizzata alla truffa e al riciclaggio e avrebbero organizzato numerosi raggiri ai danni di privati e compagnie assicurative, ricorrendo anche alla falsificazione di documenti d’identità e assegni bancari, oltre alla gestione di titoli di pagamento di provenienza illecita. L’attività investigativa ha consentito di documentare un piano criminoso che avrebbe potuto fruttare oltre 750 mila euro. L’intervento tempestivo della Polizia di Stato, unito alla collaborazione degli istituti di credito e delle compagnie assicurative coinvolte, ha inoltre impedito che venissero incassati più di 400 mila euro, somme che sono state recuperate e restituite ai legittimi proprietari.


Oltre ottanta agenti della Polizia di Stato hanno preso parte alla fase conclusiva dell’operazione, che ha coinvolto il Servizio Polizia Postale di Roma, i Centri operativi per la sicurezza cibernetica di Bari, Napoli, Reggio Calabria, Ancona e Pescara, la Sezione operativa di Foggia e i Reparti Prevenzione Crimine di San Severo, Bari e Napoli. Nel corso delle attività sono state effettuate numerose perquisizioni che hanno portato al recupero di materiale ritenuto determinante per ricostruire l’attività del gruppo. Gli investigatori hanno sequestrato computer, hard disk, telefoni cellulari, somme di denaro, carte di pagamento, documenti d’identità contraffatti e numerosi atti riconducibili alle presunte truffe. Tra i reperti più significativi figura un archivio digitale contenente i programmi utilizzati per modificare graficamente gli assegni e produrre documenti falsi. Sullo stesso supporto informatico sarebbero state trovate anche le riproduzioni delle matrici di assegni clonati, riconducibili a titoli autentici emessi dalle vittime e poi sfruttati dall’organizzazione per portare a termine le frodi. L’inchiesta ha inoltre fatto emergere il presunto coinvolgimento di figure professionali esterne al sodalizio. Tra i destinatari delle misure adottate dall’autorità giudiziaria compaiono infatti un praticante avvocato e un dipendente di una compagnia assicurativa danneggiata dalle truffe, accusati di aver messo a disposizione del gruppo informazioni riservate ricavate consultando la banca dati interna dell’azienda.

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Monopattino in autostrada e droga nascosta: doppia operazione della Polizia a Bologna

Doveva raggiungere Milano nel minor tempo possibile e, per farlo, ha scelto un mezzo decisamente fuori luogo: un monopattino elettrico. La sua corsa, però, si è conclusa lungo l’autostrada A1, dove è stato intercettato dagli agenti della Sottosezione della Polizia Stradale di Bologna Sud dopo la segnalazione arrivata dal Centro Operativo di Casalecchio di Reno. Il protagonista dell’episodio è un 26enne di origine africana, sorpreso mentre viaggiava in direzione nord lungo l’autostrada, una strada sulla quale la circolazione dei monopattini è vietata. Una situazione estremamente pericolosa, sia per il giovane sia per gli automobilisti in transito, che ha richiesto un intervento immediato da parte della pattuglia. Dopo essere stato accompagnato in una piazzola di sosta, il ragazzo ha spiegato agli agenti di essere diretto a Milano e di avere particolare urgenza di arrivare a destinazione. Le sue giustificazioni, unite a un atteggiamento giudicato poco collaborativo, hanno spinto i poliziotti a trasferirlo negli uffici della Stradale per effettuare ulteriori controlli. Gli accertamenti hanno fatto emergere un altro dettaglio: il 26enne aveva con sé due involucri contenenti, complessivamente, poco più di 20 grammi tra hashish e marijuana. Per questo motivo, oltre alle violazioni amministrative contestate per aver percorso l’autostrada con un monopattino elettrico, è stato denunciato per il possesso di sostanze stupefacenti. La vicenda si è conclusa con un’ulteriore notifica nei suoi confronti: gli agenti gli hanno infatti consegnato un provvedimento emesso dalla Questura di Reggio Emilia che dispone la revoca delle condizioni di accoglienza di cui beneficiava.

Un altro episodio risale a pochi giorni prima dell’intervento sull’A1. Durante un servizio di pattugliamento sulle colline bolognesi, gli agenti del Compartimento Polizia Stradale per l’Emilia-Romagna hanno notato una vettura percorrere ripetutamente le stesse vie del quartiere Saragozza. Dopo alcuni passaggi, il mezzo ha imboccato via Valle di Preda, una strada senza uscita caratterizzata dalla presenza di abitazioni di pregio, circostanza che ha spinto i poliziotti a effettuare un accertamento. Alla guida si trovava un italiano di 23 anni che, secondo quanto riferito dagli investigatori, ha manifestato fin da subito un evidente stato di agitazione, senza riuscire a fornire una spiegazione credibile dei suoi spostamenti. A insospettire ulteriormente gli agenti è stato il forte odore di sostanza stupefacente proveniente dall’abitacolo. La successiva ispezione del veicolo ha confermato i sospetti. Nel bagagliaio erano nascosti circa 2,5 chilogrammi di hashish e oltre 270 grammi di cocaina. I poliziotti hanno inoltre sequestrato due bilancini di precisione, materiale ritenuto utile per il confezionamento delle dosi, due telefoni cellulari e oltre 3.100 euro in contanti, in gran parte suddivisi in banconote di piccolo taglio. Nel corso delle verifiche è stato trovato anche un dissuasore elettrico del tipo taser detenuto senza le autorizzazioni previste dalla normativa. Informata dell’accaduto, la Procura di Bologna ha disposto l’arresto del giovane, che al termine degli accertamenti è stato accompagnato nel carcere della Dozza, dove è rimasto a disposizione dell’autorità giudiziaria.

Direttore Umberto Buzzoni
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Donazione congiunta di Polizia di Stato e Arma dei Carabinieri al Policlinico Gemelli

Un gesto di solidarietà nato dallo sport si è trasformato in un aiuto concreto per il Reparto di Radioterapia ART del Policlinico Gemelli di Roma. I fondi raccolti durante la partita di pallavolo disputata il 9 giugno sono stati devoluti al Dipartimento di Diagnostica per Immagini e Radioterapia Oncologica attraverso la consegna di un assegno a Maria Antonietta Gambacorta, direttrice della struttura. Alla cerimonia hanno preso parte una rappresentanza della Scuola Superiore di Polizia e della Scuola Ufficiali dei Carabinieri, protagoniste dell’iniziativa benefica. L’evento ha rappresentato non solo il momento conclusivo della raccolta fondi, ma anche un’occasione per ribadire la vicinanza delle due istituzioni al mondo della sanità e il valore della collaborazione tra realtà diverse, unite dall’obiettivo di sostenere la ricerca e migliorare l’assistenza ai pazienti oncologici.

Punto di riferimento nazionale nel campo della radioterapia oncologica, il Gemelli ART (Advanced Radiation Therapy) della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS di Roma offre un modello di cura basato sull’innovazione tecnologica, sulla ricerca e su un approccio multidisciplinare. Il centro dispone di apparecchiature di ultima generazione che consentono di eseguire trattamenti altamente mirati, adattati alle caratteristiche cliniche di ciascun paziente, con l’obiettivo di massimizzare l’efficacia terapeutica e ridurre gli effetti collaterali. Medici, fisici sanitari, tecnici di radioterapia, infermieri e altri specialisti collaborano quotidianamente per definire percorsi assistenziali personalizzati, accompagnando il paziente in ogni fase del trattamento. A seconda delle esigenze cliniche, le cure possono essere erogate in regime ambulatoriale oppure durante il ricovero, garantendo continuità assistenziale e un costante monitoraggio. Grazie all’integrazione tra competenze professionali, attività di ricerca e tecnologie all’avanguardia, il Gemelli ART rappresenta un centro di eccellenza capace di coniugare qualità delle cure, innovazione e attenzione alla persona.

L’iniziativa conferma inoltre come la collaborazione tra istituzioni e realtà sanitarie possa tradursi in azioni concrete a favore della collettività, contribuendo a sostenere progetti di elevato valore umano e sociale. Investire nell’assistenza pediatrica significa infatti offrire nuove opportunità di cura e di accoglienza ai più piccoli, promuovendo un modello sanitario sempre più attento alla persona e capace di coniugare eccellenza clinica, innovazione e umanizzazione delle cure. La donazione sarà destinata al finanziamento di iniziative e progetti dedicati all’ambito pediatrico, con l’obiettivo di contribuire al miglioramento dell’assistenza, della qualità delle cure e dell’accoglienza riservata ai piccoli pazienti e alle loro famiglie. Le risorse raccolte consentiranno di sostenere attività e percorsi finalizzati a rendere il periodo della malattia meno gravoso, promuovendo interventi capaci di rispondere non solo alle esigenze cliniche, ma anche a quelle relazionali, psicologiche e assistenziali che caratterizzano il delicato percorso di cura dei bambini. Attraverso questa iniziativa benefica, i Funzionari della Polizia di Stato e gli Ufficiali dei Carabinieri hanno voluto esprimere un messaggio di concreta vicinanza nei confronti di chi vive una condizione di particolare fragilità a causa della malattia. La donazione rappresenta il simbolo di un impegno condiviso che va oltre il sostegno economico, testimoniando la volontà di essere presenti accanto ai bambini ricoverati e alle loro famiglie con un gesto di solidarietà e responsabilità sociale.

Direttore Umberto Buzzoni
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