Palermo. Assalto a furgone che trasportava sigarette.

Risultati immagini per assalto furgone poliziaLa Polizia di Stato di Palermo è intervenuta, ieri, su segnalazione della Sala Operativa, per una rapina, avvenuta in piazza Ingastone. Sei malviventi, a volto coperto ed armati di pistole e fucili hanno assaltato un furgone che trasportava di sigarette per un valore di circa 260.000,00 euro, poco prima che il carico venisse consegnato al titolare di una tabaccheria sita nella suddetta piazza.
Il commando, costituito da un furgone e da diversi ciclomotori, si è impossessato del mezzo sottraendo alle guardie giurate della  “Global Security International”, di scorta al furgone, le pistole di servizio costringendo le stesse a salire  a bordo del furgone che si è successivamente allontanato in direzione di corso Alberto Amedeo.
Il furgone dei rapinatori, sul quale era già stato effettuato lo spostamento della refurtiva, è stato intercettato nella stessa via dai poliziotti del Commissariato di P.S. “Zisa Borgonuovo” che lo hanno bloccato ed arrestato i due malviventi , entrambi pregiudicati; recuperando il carico e le armi sottratte alle guardie giurate.
Durante le fasi dell’inseguimento, i malviventi hanno abbandonato per strada un fucile e due pistole, di cui una giocattolo, anch’esse recuperate.
Le due guardie giurate, colpite durante la colluttazione, hanno riportato ferite guaribili, rispettivamente, in 8 e 3 giorni.

Fonte Foto Polizia di Stato

I GIOCHI OLIMPICI DI RIO DE JANEIRO MINACCIATI DA TERRORISMO JIDAISTA

islam-654380L’incubo del terrorismo jidaista piomba sulle olimpiadi di Rio de Janeiro, che inizieranno il prossimo 5 agosto.

Il ministro della giustizia del Brasile, Alexandre de Moraes, infatti, ha confermato il fermo di una presunta cellula terroristica composta da 10 persone di nazionalità brasiliana, fra cui un 17 enne, reclutate tramite web dall’ISIS, che avevano iniziato “un addestramento alle arti marziali ed all’uso delle armi da fuoco”. L’arresto è stato eseguito dalla Polizia Federale del Paese verdeoro, a seguito di un’operazione condotta in collaborazione con l’ABIN (agenzia nazionale brasiliana di intelligence), la Polizia del Paranà (il leader del gruppo è di Curitiba, capitale del Paranà) e servizi di intelligence internazionali. Le persone coinvolte comunicavano servendosi di internet e whatsapp e, pare, sia stata proprio l’intercettazione di alcuni messaggi, da parte dei servizi di intelligence, a dare un accelerata alle indagini, facendo scattare le manette ai polsi dei presunti terroristi: dalle comunicazioni, infatti, era emerso espressamente il “battesimo” della cellula con lo Stato Islamico. Inoltre, uno dei componenti del gruppo si stava preparando per andare all’estero per poter avere un contatto personale ed effettivo con lo Stato Islamico. E se fino a qualche tempo fa, nonostante qualche velata minaccia da parte del Califfo anche nei confronti del Brasile, la cellula aveva scartato l’ipotesi di colpire il Paese sudamericano (considerata la sua neutralità nelle operazioni militari condotte contro l’ISIS), ultimamente era emersa inequivocabilmente l’intenzione di colpire le delegazioni straniere presenti alle olimpiadi. Sono due le persone ancora ricercate. Gli arresti sono stati eseguiti in virtù di una legge antiterrorismo entrata in vigore lo scorso marzo ed emanata proprio per scongiurare al massimo il rischio di attentati in occasione dei Giochi di Rio 2016. La minaccia del terrorismo jidaista va a complicare ulteriormente la questione sicurezza brasiliana ed in particolare di Rio de Janeiro, città sede dei giochi olimpici, in cui gli episodi di criminalità continuano ad aumentare in maniera esponenziale. Nelle favelas, i cinque cerchi dei Giochi sono diventati un simbolo: un marchio di garanzia per la droga. Sulle buste di marijuana, pronte per essere spacciate, la Polizia ha trovato stampata l’icona olimpica: quasi un affronto, come a voler ricordare “chi comanda” da quelle parti. Dall’inizio dell’anno, furti, rapine ed omicidi sono aumentati del 15%. In particolare, nello Stato di Rio de Janeiro, nell’anno in corso si stanno registrando 428 omicidi al mese (14 al giorno!). Nei primi cinque mesi, il numero dei furti e delle rapine nelle strade della capitale carioca ha raggiunto quota 48.429, con una media di 13 rapine (asaltos, come le chiamano da quelle parti) ogni ora: tra le vittime anche le veliste della squadra olimpica spagnola ed i membri della squadra paraolimpica australiana. Peraltro, le autorità brasiliane continuano a rassicurare, affermando che sarà profuso il massimo sforzo per garantire la sicurezza dei Giochi e dei tanti turisti che si recheranno nella “cidade maravilhosa”. In particolare, è previsto l’impiego di 5mila uomini della Forza Nazionale di Sicurezza Pubblica, 22mila militari (di cui 14.800 dell’esercito, 5.900 della marina e 1.300 dell’aeronautica), oltre al contingente fisso di Polizia Civile e Polizia Militare di Rio de Janeiro. Tra il 5 agosto ed il 18 settembre (data di chiusura delle paraolimpiadi), in totale saranno impiegati 85 mila uomini. A disposizione, vi saranno anche 12 navi, 70 veicoli blindati, 28 elicotteri, 48 imbarcazioni di diverso tipo, 1.169 auto e 174 moto. Inoltre, come sottolineato dal ministro della Difesa, i caccia sono autorizzati ad abbattere qualsiasi velivolo non autorizzato che sorvoli la zona dei Giochi, ed è proibita la navigazione entro le cinque miglia dalla zona delle gare. L’impegno di spesa per la sicurezza è notevole: circa un miliardo e mezzo di reais, equivalenti a circa 410 milioni di euro.

Umberto Buzzoni

ATTENTATO A NIZZA

bataclan_0La Francia ripiomba nell’incubo del terrore: a Nizza, nella serata del 14 luglio, durante i festeggiamenti per la ricorrenza della presa della Bastiglia, un TIR di 19 tonnellate e lungo 10 metri è piombato sulla folla che stava assistendo allo spettacolo dei fuochi pirotecnici, lungo la Promenade des Anglais (il lungomare della città transalpina), compiendo una strage.

Che non si trattava di un incidente, ma di un attentato, si è capito subito: l’autista del camion, ad una velocità di 80 km orari, procedeva zigzagando tra la folla per falciare il maggior numero possibile di persone ed inoltre, armato di una pistola, sparava colpi verso passanti e poliziotti.

E’ immaginabile l’orrore, il caos, le urla, il fuggi fuggi (si calcola che a quell’ora la Promenade era invasa da almeno trentamila persone). E le conseguenze del crimine sono terrificanti: 84 morti (di diverse nazionalità), tra cui 10 tra bambini ed adolescenti, 202 feriti, di cui 52 in condizioni gravissime e 25 in rianimazione (38 dei feriti sono bambini o adolescenti).

Tra i feriti anche tre italiani (due in maniera grave); nostri connazionali si annoverano anche fra i dispersi, tanto che subito si è insediata l’unità di crisi della Farnesina, contattabile al numero 0636225.

La strage si è conclusa solamente quando il killer è stato ucciso da due poliziotti, tra cui una donna. Alla sua neutralizzazione ha contribuito in modo decisivo anche un civile: così ha spiegato Eric Ciotti, capo del Dipartimento di Polizia delle Alpi Marittime.

L’attentatore si chiamava Mohamed Lahouaiej Bohulel, tunisino 31 enne con permesso di soggiorno in Francia ottenuto nel 2011, grazie al matrimonio con una franco-tunisina, dalla quale aveva avuto 3 figli e da cui aveva poi divorziato.

Il killer aveva precedenti per reati comuni, peraltro, come sostenuto dal premier francese Manuel Valls, di certo era un terrorista legato all’islam radicale.

L’automezzo utilizzato per l’eccidio era stato noleggiato alcuni giorni prima (il tunisino da alcuni mesi aveva conseguito la patente di guida per i camion) e lasciato in sosta in un quartiere di Nizza. Poco prima dell’azione criminale, il criminale si era recato a prelevarlo da solo, utilizzando una bicicletta, poi caricata sul tir, dopodiché avrebbe beffato i controlli di sicurezza della Promenade des Anglais fingendosi un fornitore di gelati. Al suo interno è stata rinvenuta una pistola semiautomatica calibro 7,65 con caricatore e cartucce, una pistola finta, due repliche fittizie di fucili d’assalto, una granata, un telefonino cellulare, e diversi documenti, ora al vaglio degli inquirenti, i quali stanno ricostruendo in ogni minimo dettaglio la vita del killer, soprattutto per accertare eventuali legami con organizzazioni terroristiche islamiche, benché non vi siano dubbi sul fatto che l’attentato sia di chiara matrice jihadista. Intanto, è stata sottoposta a fermo, per accertamenti, la sua ex moglie.

Sinora non c’è stata alcuna rivendicazione ufficiale, anche se si è appreso che i sostenitori dell’ISIS hanno “celebrato” il massacro.

In conseguenza di questo ulteriore attacco terroristico, il presidente Hollande ha prorogato di tre mesi lo stato di emergenza ed ha proclamato 3 giorni di lutto nazionale.

Per quanto riguarda l’Italia, il ministro Alfano ha dichiarato che sono stati rinforzati i controlli alle frontiere ed agli obiettivi sensibili, anche se “il rischio zero non esiste”.

Umberto Buzzoni

COLPO DI STATO IN TURCHIA

Turkish_PM_Recep_Tayyip_ErdoganUn tentativo di colpo di stato contro Erdogan da parte dell’esercito fa sprofondare la Turchia nel caos.

Siamo  nella tarda serata del 15 luglio quando rappresentanti dell’esercito annunciano in tv ed attraverso il sito internet dello stato maggiore “abbiamo preso il potere per proteggere la democrazia e ristabilire i  diritti civili”, giustificando il golpe con la “restaurazione dell’ordine costituzionale, della democrazia, dei diritti umani e delle libertà, garantendo che la legge regni dnuovo nel Paese”.Nel comunicato delle Forze Armate, inoltre, si precisa che “tutti gli accordi internazionali saranno mantenuti e le buone relazioni con tutti i Paesi del mondo continueranno”. Infine, i militari annunciano di aver istituito la legge marziale e disposto il coprifuoco.

Nel contempo vengono sospese le trasmissioni della rete radiotelevisiva statale, nella cui sede è avvenuta un’esplosione; vengono bloccati gli accessi ai social network Facebook e Twitter; soldati si muovono in tutte le città; aerei ed elicotteri da guerra sorvolano la capitale Ankara; i due ponti che collegano la parte orientale ed occidentale di Istanbul vengono chiusi; carri armati vengono dispiegati all’aeroporto internazionale Ataturk di Istanbul; tutti i voli nazionali ed internazionali cancellati; colpi di arma da fuoco vengono sparati contro il complesso presidenziale ad Ankara (a sparare sono stati anche elicotteri militari); carri armati dell’esercito hanno aprono il fuoco attorno al Parlamento; il comandante delle forze terrestri, generale Hulusi Akar, ostaggio dei golpisti; conflitti a fuoco tra esercito e polizia, probabilmente con molte vittime.

Il presidente Erdogan, in fuga con un aereo, in collegamento via smartphone con l’emittente televisiva “Cnn Turkey”, ha rivolto un caloroso appello ai turchi affinché scendessero in piazza per protestare contro il golpe, minacciando, nel contempo, gravi punizioni nei confronti dei golpisti, a suo dire una piccola minoranza dell’esercito.

L’appello viene raccolto in pieno, tanto che, nel volgere di breve tempo, la popolazione, numerosa, si è riversata per le strade, e, notizia dell’ultima ora, pare che ciò  stia facendo fallire il colpo di stato, dal momento che i militari, con i loro carri armati, non se la sono sentita si aprire il fuoco contro questa marea di concittadini disarmati, preferendo la ritirata.

Ora si tratta di attendere l’evolversi della situazione, con l’augurio che non sfoci in un drammatico bagno di sangue.

Le ultime immagini provenienti dalla Turchia mostrano  numerosi arresti di militari da parte della Polizia, il che lascia presupporre che effettivamente il colpo di stato stia fallendo.

Umberto Buzzoni

DEDICATO ad Antonio CAMELI

IMG_4734Sabato 11 u.s., presso la propria dimora in Chieti, a causa di una grave malattia giunta inaspettatamente alcuni mesi orsono, si è spento il Dirigente Generale della Polizia di Stato Antonio CAMELI, epico Dirigente della Polizia Stradale ove aveva militato per quasi tutta la sua lunghissima carriera. A 65 anni da compiere, lascia moglie e tre figli. Proveniente dal disciolto Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza, aveva frequentato uno dei primi corsi dell’accademia a Roma per essere poi destinato come prima assegnazione alla Questura di Bari. Entrato nel circuito Polizia Stradale, negli anni 80/90 aveva messo a disposizione del Dipartimento le sue conoscenze informatiche, informatizzando la specialità della Polizia Stradale, in particolar modo collaborando al progetto TUTOR ( spettro di automobilisti spregiudicati). In Abruzzo, aveva comandato le Sezioni Polizia Stradale di Campobasso e Teramo; da Primo Dirigente l’Anticrimine presso la Questura di Pescara. Dopo un lungo periodo trascorso presso la Divisione Polizia Stradale, da Dirigente Superiore, nel 2007, veniva incaricato di dirigere il Compartimento Polizia Stradale dell’Abruzzo ove affrontava nel 2009 le emergente post- terremoto. Nel 2010 veniva assegnato presso il Compartimento Polizia Stradale di Bari ( Puglia) per poi essere richiamato al Ministero quale componente presso L’ufficio Centrale Ispettivo. Da poco tempo era in quiescenza con il grado di Dirigente Generale della Polizia di Stato. Servitore incondizionato dello Stato, Antonio CAMELI era persona di grande spessore professionale ed umano, dimostrando da sempre profonda sensibilità per le problematiche, professionali e personali dei propri collaboratori di ogni stato e grado. Interlocutore sempre disponibile, Antonio lascia nei cuori di chi ha avuto la fortuna di conoscerlo un vuoto incolmabile. E’ molto difficile accettare che Antonio non ci sia più, quello che ci sorregge è il bellisimo ricordo della sua vita trascorsa in mezzo a noi e soprattutto della sua amicizia.

Il mensile polizia di stato esprime le più sentite condoglianze alla moglie, ai figli e tutti i familiari.
Ciao Tonino non potro’ mai dimenticare 30 anni di vera amicizia.

Umberto Buzzoni

Estradato in Italia il Boss della tratta di migranti

Visualizzazione di 3.pngVisualizzazione di 3.png1E´stato estradato in Italia Mered dalla Repubblica del Sudan  Yehdego Medhane, l’eritreo 35enne ritenuto tra i principali boss della tratta di migranti.
L´operazione, frutto di una lunga, proficua e riservata collaborazione tra i servizi di intelligence del Sudan, supportati da elementi della National Crime Agency del Regno Unito, la Procura Distrettuale di Palermo e l´apposito gruppo di lavoro della Polizia di Stato che, da alcuni anni, opera nel contrasto al traffico di migranti nella Sicilia Occidentale. Il MERED è ritenuto uno dei principali trafficanti di migranti operanti sulla rotta libica-subsahariana, destinatario di un provvedimento cautelare emesso, nell´aprile del 2015, dalla competente Autorità giudiziaria palermitana.
Il 10.4.2015, nell´ambito dell´inchiesta denominata “GLAUCO2”, la Procura Distrettuale di Palermo ha emesso 24 provvedimenti di fermo nei confronti di altrettanti cittadini stranieri, tra i quali MERED Medhanie Yehdego, ritenuti responsabili, a vario titolo, dei reati di associazione per delinquere, nonché di favoreggiamento dell´immigrazione e della permanenza clandestine, aggravati dal carattere transnazionale del sodalizio malavitoso. L´8.5.2015, è stata disposta la custodia cautelare in carcere nei confronti del menzionato MERED, provvedimento esteso a livello internazionale. Tenuto conto del ruolo da lui ricoperto nel network criminale transnazionale dedito al traffico di migranti, nei suoi confronti è proseguita l´attività investigativa ai fini della cattura, anche dopo l´arresto degli altri sodali.
Il MERED ha manifestato più volte l´intenzione di allontanarsi dalla Libia, verosimilmente per recarsi in Svezia, dove vivrebbe sua moglie, soltanto dopo avere ottenuto
documenti validi ed un sicuro “deposito” per le ingenti somme di denaro accumulate.
La complessiva attività svolta ha messo in luce il ruolo di primaria importanza dell´eritreo nel traffico di esseri umani. Sono state ascoltate numerose conversazioni concernenti le proiezioni in Italia del sodalizio criminale capeggiato dal MERED, nonché i viaggi via mare organizzati dal trafficante. In alcuni casi, MERED ha indicato ai sodali italiani la partenza e l´eventuale arrivo; in altre occasioni, i parenti dei migranti hanno contattato MERED per avere contezza dell´esito della traversata intrapresa dai loro congiunti.
Obiettivo del network criminale capeggiato dal MERED è quello di ottenere il massimo guadagno da ciascun migrante, costringendo i loro familiari al pagamento di ingenti3i somme di denaro, suddivise in varie “fasi”. Il compenso viene corrisposto in merito alla prima fase del viaggio in Africa, successivamente per il trasporto via mare, a bordo di imbarcazioni fatiscenti ed, infine, per il raggiungimento dei Paesi del Nord Europa. La partenza verso la destinazione intermedia o finale viene “autorizzata” dall´organizzazione criminale solo dopo aver ricevuto il denaro.
In particolare, la National Crime Agency è riuscita a sviluppare relazioni di tipo sia strategico che operativo con le Autorità sudanesi. Il rintraccio del latitante e la conseguente cattura sono stati resi possibili grazie ad una intensa opera di cooperazione coordinata dalla Procura Distrettuale di Palermo. L´operazione costituisce una svolta fondamentale nel contrasto al traffico di esseri umani.

Fonte: foto Polizia di Stato

164° anniversario della Polizia di Stato

polirOggi la Polizia di Stato celebra il 164° anniversario dalla fondazione, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, del Ministro dell’Interno Angelino Alfano e del Capo della Polizia Direttore Generale della Pubblica Sicurezza Franco Gabrielli. Inoltre saranno presenti i presidenti di Camera e Senato Laura Boldrini e Pietro Grasso ed il presidente della Corte Costituzionale Paolo Grossi. Anche quest’anno, con il “#Esserci sempre”,  la cerimonia ufficiale si è celebrata, alle ore 11.00, a Roma nella caserma Ferdinando di Savoia, sede storica di una delle prime scuole di Polizia scientifica italiana e per tanti anni sede centrale dell’arruolamento in Polizia. Durante la cerimonia istituzionale, verranno assegnate le medaglie d’oro concesse dal Presidente della Repubblica ai poliziotti caduti in servizio, nonché agli sportivi che si sono particolarmente distinti per meriti straordinari. Ad essere premiata, con la medaglia d’oro al merito civile, anche la bandiera della Polizia di Stato per l’impegno profuso nella gestione del delicato settore dell’immigrazione e del controllo delle frontiere. Grazie all’impegno delle donne e degli uomini della polizia di stato è stata garantita la civile convivenza tra popoli e salvaguardata la vita e la dignità dei migranti, in presenza di un epocale flusso di immigrazione che ha interessato il nostro paese quale terra di arrivo o di transito verso l’Europa. Alle ore 18.00 odierne, al Quirinale, vi sarà il suggestivo cambio della Guardia con la Squadra a cavallo in uniforme storica e la Banda della Polizia di Stato che eseguirà un concerto con alcuni dei brani più significativi del repertorio istituzionale.

Foto: Polizia di Stato

Antonio Manganelli: cerimonia in ricordo a 3 anni dalla scomparsa

Ricorre oggi il terzo anniversario della scomparsa di Antonio Manganelli, l’ex Capo della Polizia deceduto il 20 marzo 2013.

Nella cappella del Sacrario dei caduti della Polizia di Stato nella Scuola superiore di Polizia verrà ricordato il Prefetto con un momento di preghiera alle 12.00 a cui assisteranno la signora Manganelli, la figlia e il capo della Polizia Alessandro Pansa.

di Umberto Buzzoni

Estradato il boss della Nuova Camorra Organizzata Pasquale Scotti

Dopo 31 anni di “vacanza” sulle spiagge tropicali del nordest brasiliano, e’ rientrato in Italia con le manette ai polsi il boss della camorra Pasquale Scotti, detto Pasqualinoo collier”. Era stato arrestato lo scorso maggio a Recife, capitale dello Stato di Pernambuco , dove si era rifugiato da circa 31 anni per sfuggire a due condanne per omicidio e per le quali ora dovrà scontare 30 anni di reclusione.

Pasquale Scotti era un pezzo da novanta della camorra degli anni 80: oltre che braccio destro di Raffaele Cutolo, capo della cosiddetta Nuova Camorra Organizzata, era anche il suo killer preferito. Arrestato nel dicembre del 1983 quando stava cercando di riorganizzare le fila della n.c.o. (Cutolo si trovava recluso nel supercarcere dell’Asinara), l’antivigilia di natale del 1984 evase dall’ospedale di Caserta, ove si trovava agli arresti ospedalieri, avendo avviato un percorso di collaborazione. Quindi la fuga verso il Brasile, dove si era rifatto una vita: sposato con una brasiliana, aveva avuto due figli e si faceva chiamare Francisco de Castro Visconti, imprenditore di successo con gestione di numerose attività, tra società di servizi e ristoranti.

Peraltro, inserito nell’elenco dei 10 latitanti più pericolosi, gli investigatori della Squadra Mobile di Napoli non avevano mai smesso di cercarlo, finché non erano riusciti a stanarlo con la collaborazione dell’Interpol e della Polizia brasiliana. Al momento dell’arresto, come detto avvenuto nel maggio del 2015, stava comprando dei dolci in una panetteria di Recife. Questa la prima frase che disse quando fu fermato dai poliziotti: “Pasquale Scotti è morto nel 1986”.

A termine del lungo iter per l’estradizione (il suo caso è stato al centro di una disputa diplomatica tra il governo italiano e quello brasiliano, che ha poi concesso l’attesa estradizione del latitante), accompagnato da personale dell’Interpol e del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, alle prime luci dell’alba di ieri è giunto all’aeroporto di Fiumicino, con un volo Alitalia partito da Rio de Janeiro. Dopo le formalità burocratiche, è stato associato alla casa circondariale di Rebibbia, a Roma.

Si è così conclusa ufficialmente la lunga “vacanza” brasiliana di Pasqualino “o collier”. Ora gli inquirenti sperano in una sua collaborazione, magari indotta dal desiderio di riacquistare quella libertà gustata per così tanto tempo. Il suo contributo potrebbe aprire uno spiraglio di luce su una serie di misteri ancora irrisolti degli anni in cui era il killer più fidato del capo della nuova camorra organizzata, come il sequestro Cirillo e l’omicidio Calvi. Proprio per questo motivo, pare che nei suoi confronti sia stato disposto “l’isolamento diurno”.

Pasquale Scotti è solamente l’ultimo in ordine di tempo di superlatitanti italiani rintracciati ed arrestati in Brasile. Anche se il caso più noto ed emblematico è quello del terrorista Cesare Battisti, sono diversi i casi di boss della criminalità organizzata nostrana che, dopo l’emissione di provvedimenti restrittivi a loro carico, hanno cercato rifugio nel Paese verde oro, come, ad esempio, Francesco Salzano, arrestato a Fortaleza (altra metropoli del nordest brasiliano) nel febbraio del 2011. L’uomo, all’epoca 37enne, ritenuto dagli inquirenti un killer del clan dei “Casalesi”, era ricercato sulla base di un’ordinanza di custodia cautelare per associazione mafiosa e triplice omicidio.

Ma a prediligere la latitanza nel Paese tropicale pare non siano solamente gli affiliati a cosche mafiose. Giusto per citare qualcuno dei latitanti “comuni” arrestati in Brasile negli ultimi anni, ricordiamo Gianluca Medina, 41enne di Borgomanero, catturato il 3 luglio dello scorso anno dopo una latitanza durata circa 3 mesi, a seguito di condanna definitiva alla pena di sei anni e mezzo di reclusione per traffico di stupefacenti e detenzione illegale di armi. La cattura avvenne a Jijoca de Jericoacoara -sempre nordest- (cittadina balneare tra le più belle e caratteristiche del mondo, per noi italiani anche tristemente nota perché luogo in cui, nel natale del 2014, fu assassinata la 29enne piacentina Gaia Molinari), ove il Medina aveva trovato riparo sin dal primo giorno di fuga ed in cui era stato poi raggiunto dalla compagna e dal figlio.

E come non ricordare, poi, il 31enne bresciano Massimiliano (Max) Tosoni, il quale, durante la sua latitanza a Fortaleza (era scappato da alcuni anni dall’Italia perché ricercato per una serie di rapine), il 31 gennaio 2013, coadiuvato da tre “meninos de rua” (ragazzi di strada) tra i 14 e i 15 anni, si rese responsabile del trucido assassinio a scopo di rapina, mediante sgozzamento, di Andrea Macchelli, 48enne modenese, affittacamere per turisti, e di un giovane cambiavalute brasiliano; crimini per i quali è stato poi condannato dal tribunale di Fortaleza a 31 anni di carcere.

Che dire, sembra che molti dei latitanti italiani siano attratti dal Brasile ed in particolare dalle spiagge infinite e dal clima sempre estivo del nordest brasiliano, a meno che, perlomeno per quanto riguarda gli appartenenti alla criminalità organizzata, questa loro massiccia presenza in territorio brasiliano non debba essere collegata al riciclaggio dei proventi del narcotraffico, del commercio delle armi, delle estorsioni ed altro, attraverso investimenti nel settore immobiliario, che negli ultimi anni ha avuto una crescita esponenziale senza precedenti. Ma questa è un’altra storia.

di Umberto Buzzoni

Brasile: nell’ultimo anno oltre 52 morti da proiettili vaganti.

Che il Brasile sia un Paese con gravi problemi di criminalità è ormai noto ai più: secondo l’UNDOC (l’ufficio dell’ONU che si occupa di crimini e traffico di droga), è il primo Paese al mondo per numero di persone assassinate (oltre 58.500 nel 2014).

Ciò che probabilmente molti ignorano, invece, è un altro problema enorme che investe il Paese verde oro, sempre legato alla sicurezza: le morti determinate da “bala perdida” (proiettili vaganti).

Vite spezzate di persone innocenti, in maggioranza bambini e adolescenti, che vengono colpite a morte da proiettili esplosi per lo più in occasione di conflitti a fuoco tra criminali e forze dell’ordine, dispute tra bande rivali, risse e litigi stradali.

Si stima che nel corso del 2015, le vittime da “bala perdida” siano almeno 52, mentre le persone rimaste ferite sarebbero 86.

Il dato, fornito pochi giorni fa dalla rete televisiva “O Globo” di San Paolo, è stato ricavato da notizie e servizi giornalistici andati in onda in occasione dei vari episodi verificatisi: la Polizia Civile, organo deputato a indagare su questi eventi, non è in possesso di una contabilizzazione precisa.

Il numero più rilevante, sia di morti (15) che di feriti (45), è quello registrato a Rio de Janeiro (il 44% del totale), città che, è bene ricordarlo, il prossimo agosto ospiterà i Giochi della XXXI Olimpiade.

Il dato non sorprende: il “programma di pacificazione” delle favelas più grandi e pericolose di Rio (Rocinha, Complexo do Alemao, Cantagal, Vidigal, Jacarezinho, Manginhos, Morro da Providencia, solo per citarne alcune), messo in atto dal Governo dello Stato di Rio de Janeiro da alcuni anni, supportato anche dal Governo Federale, è ben lungi dall’essere realizzato. Le operazioni di polizia finalizzate ad arginare il dominio incontrastato dei trafficanti di droga armati quasi come un esercito regolare, spesso sfociano in conflitti a fuoco interminabili, che si differenziano in poco dagli scontri bellici “tradizionali”, ed in cui le armi utilizzate da ambo le parti sono fucili e carabine ad alta potenzialità, con gittata efficace superiore ai 2 km. In mezzo al fuoco incrociato, i residenti delle favelas, lavoratori poveri costretti a convivere con indici di violenza e mortalità dei Paesi attraversati da guerre civili.

Ma nessuno può considerarsi immune dal rischio derivante da queste “operazioni belliche”: le favelas, infatti, sorgono spesso a pochi metri dai luoghi più rinomati e turistici della città.

Anche se in misura minore, il problema delle vittime da “bala perdida” riguarda quasi l’intero Brasile: in altri 21 Stati si sono verificati casi di decessi o ferimenti.

E al dramma delle tante vite perse e delle numerose persone rimaste ferite, anche in modo grave e con danni permanenti, si aggiunge quello della difficoltà estrema di individuare i colpevoli.

Taynà era una bimba di sette anni, stava giocando in strada quando un proiettile vagante la colpì mortalmente alla testa; Mirìa, professoressa 40enne, quando fu colpita a morte si stava recando presso la scuola in cui insegnava; Asafe aveva nove anni, un proiettile vagante spezzò la sua vita quando stava uscendo da una piscina; Matheus aveva sei anni, anche lui morì mentre stava giocando in strada; Echiley aveva 8 anni, stava andando a scuola insieme a suo fratello, undicenne: un colpo attinse lei mortalmente, un altro il fratello, lasciandolo paraplegico; Patricia, studentessa 18enne, rimase uccisa all’uscita di scuola: si sarebbe dovuta incontrare con sua madre per pranzare insieme. Sono solamente alcune delle vittime innocenti di questa barbarie, e i rispettivi familiari, oltre al dolore indicibile per la scomparsa dei loro cari, molto probabilmente non avranno mai nemmeno la lieve, seppur illusoria consolazione che potrebbe derivare dal sapere chi è stato a distruggere quelle vite.

di Umberto Buzzoni